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Promethéus Il dono del fuoco

Come rappresentazione teatrale

Promethéus - il dono del fuoco - è il titolo del dramma in due tempi alla cui rappresentazione scenica sono invitata da Roberto Mosi, il colto amico poeta, regista di quest’opera, dove la parola poetica dialoga con la musica, la pittura e l’arte tutta, affannosamente cercando luce e risposta alla fatica del vivere.

La prima parola che, appena alzato il sipario, si affaccia emblematica sul proscenio, è “Cerco,,: parola-voce in costante movimento tra cartelli stradali, murales di periferia, muraglie lontane e tatuaggi, tutta arte povera, tribale o modaiola, espressione variegata dell’uomo d’oggi, erede del troglodita di Lascau:

I quadri vivono dell’aria / delle strade, dei muri bagnati / dalla pioggia, del lento disfarsi // Mostrano l’anima del quartiere / di quelli che l’abitano, volano / poi via come gli angeli custodi (p.37)

La parola della poesia, proseguendo nella sua ricerca, incontra e ci fa incontrare la nave dei folli e poi un’altra follia che arresta la sua ansia distruttiva e arretra di fronte alla bellezza: Nel Cenacolo si ferma la furia / davanti all’arte di Andrea del Sarto (p.44)

E ancora il N.O.F.4 Nannetti, graffittaro ante litteram che graffia sul muro del manicomio di Volterra le inascoltate parole di libertà e di volo della sua anima, e che immagina di salire su un’astronave per toccare le stelle, quelle stesse, forse, sognate e catturate ad Arcetri da Galileo. Sì, perché poesia e follia sono amiche e insieme concimano la terra della scienza, aprendo sotterranei sentieri alle sue più ardite scoperte.

Nel secondo tempo del dramma l’autore/regista ci accompagna nei tempi e nei luoghi del mito, dove Prometeo campeggia con i suoi doni, mentre Beethoven suona: la poesia, infatti, può generare il miracolo quantico della soppressione dello spaziotempo, dando origine a un luogo dove possono convivere speranza e angoscia, salvezza e perdizione, Fibonaci e David Bowie, scienza e bellezza e dove un virus che ha falcidiato un’umanità sgomenta e imbavagliata, entra in scena, per poi esserne scalzato dalla forza che fin dai primordi guida l’uomo e dona luce alla sua intelligenza:

Prometeo e Antigone illuminano / la via all’uomo per riprendere a vivere / per riconquistare l’amore (p. 55)

Qui cala il sipario, e mentre lo spettatore/lettore resta sospeso, due parole seguitano a rimanere accese ai suoi occhi: la prima (Cerco) e l’ultima (amore) in scena, rivelando, dopo il tragitto tra città, dolori, conquiste, storie e storia dell’uomo, l’essenziale, ineludibile anelito di ciascun essere sulla terra, la cui anima grida con il poeta: Cerco amore! Un Amore che l’autore ha rappresentato con la sua bella foto di copertina, amore spesso messo in croce dall’uomo, ma che sempre risorge dopo ogni individuale o collettiva pandemia.

C.B. 22 giugno 2021

Recensione
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