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Verticalità

Superando il recinto

Nella prima poesia della raccolta poetica di David Maria Turoldo Il grande male, A. Mondadori Editore 1985, e intitolata Ultima lapide si legge :

Sempre sul ciglio dei due abissi / tu devi camminare e non sapere / quale seduzione, / se del Nulla o del Tutto, / ti abbatterà …

E’ dell’uomo questo difficile transito, questo arduo stare in equilibrio sulla strada del vivere : il poeta lo sa, Turoldo lo sa e lo dice e lo soffre in ogni suo scritto, così come lo dice e lo soffre il poeta Sandro Angelucci che nel suo Verticalità sicuramente si è ispirato al frate friulano così spesso contestato in vita dalla gerarchia ecclesiastica per le sue tesi ardite su Dio, ma che seppe sempre vivere con coerenza la sua ricerca e il suo amore per l’Assoluto.

Ricerca e amore che anche Sandro Angelucci esprime nei versi del suo libro, versi mossi da un vento ispirato che mai si concede flessioni o tregue. Perché lo insegue lo spirito, lo incalza la poesia che vuole silenzio per parlare al cuore, che chiede solitudine per nascere, per spaccare il terreno e farne ferita onde poter uscire alla luce.

E’ una figlia la poesia, ha bisogno di protezione e Sandro la tiene per mano:

L’ho difesa / e so che dovrò difenderla / per la vita intera / ….. Sarò pronto ad asciugarlo / il suo pianto inconsolabile / quando nessuno / neppure io, nonostante tutto, / saprà capire / che quello è il pianto della Terra.

La parola della poesia è sacrale quando esce dal tabernacolo dell’essere e non può non esprimere la fame d’infinito che l’abita, la fame e la sete d’Assoluto che la fa diventare fiamma che sale. / Brace che si accende.

La poesia di Angelucci s’incendia dentro la bellezza del creato o dentro l’emozione degli incontri, ma si accalora, anche, quando denuncia il dolore del mondo o lotta contro il covo dei mercanti.

La sua poesia è sì anelito, canto e voce che salva, ma anche parola che sputa i veleni di ogni assuefatta mediocrità.

Il poeta scrive e proietta sulla carta la sua ombra / chi scrive non dimentica / e si dimentica.

E’ importante questo passaggio, perché proprio dimenticandosi ci si riempie, facendo spazio al Tutto che sempre è atteso e invocato : Questo bisogno azzimo che ho di Te ,/ di perdermi e d’amarti …

Verticalità si ramifica in due sezioni ; la prima Dell’anima e della ferita esprime tensione spirituale e ribellione contro ogni visione materialistica del vivere e, in particolare, contro tutti coloro che considerano l’interiorità espressa nella poesia un esercizio senza costrutto di gente strana che non sa far quadrare i conti con la quotidianità e vive a mezz’aria, con il portafoglio pieno di parole …

Il poeta denuncia la stoltezza di tale atteggiamento e rivendica il suo status, che è quello di farsi perla, canto e cielo, non solo, ma quando occorre, penna che sa lanciare i suoi strali contro ogni ipocrisia e contro ogni sopruso che offenda l’amore e la bellezza …

I versi di Verticalità si contendono cielo e terra, continuamente dialettici e in equilibrio tra il vuoto e il pieno, il tutto e il nulla, il materiale e lo spirituale, dentro uno speciale dibattito che nella seconda sezione Del cielo e della parola trova colori particolarmente infiammati, fluorescenti nel fremito di un verso teso e ispirato :

quando mi tocco l’anima / qualcosa d’indicibile non manca di raggiungermi (p.55)

io come la notte, come la vita, / non sono che lo spazio / tra i battiti del cuore ( p.64)

s’inizia a vivere / quando non c’è più nulla da capire (p. 65)

un desiderio eterno / di nascere e morire / che supera se stesso e la paura / di perdersi nel nulla ( p.70)

Tutta la seconda parte sviluppa e completa i temi iniziali, sostando nella contemplazione della natura che dai ghiacciai alpini alle onde lacustri, dagli specchi marini agli iceberg delle nubi, porta lo spirito a guardare oltre, a immaginare l’infinito, ad ascoltarne l’arcana bellezza, per poi rispondere in un solo modo che per il poeta Sandro è quello di inginocchiarsi e pregare, pregare, pregare …

Una preghiera alta che si fonde con la poesia e che abbraccia uomo e Dio in un unico dramma di vita e libertà, dramma di passione e comunione patito da Angelucci e da lui a noi offerto nelle sue liriche verticali, vibranti ed emozionate, che concludono il loro svolgimento citando un grande a cui ben si affiancano, il già citato David Maria Turoldo, la cui tensione esistenziale e spirituale coerentemente seppe vivere, e della quale seppe scrivere dentro versi indimenticabili, come questi tratti dal suo libro Il dramma è Dio - Il divino, la fede e la poesia – Rizzoli 1992 - :

Ma poiché tu non puoi non stare / al libero gioco, anche tu / sei un Dio in pena, e noi / il tuo dramma di essere Dio (p. 35)

Un dramma vestito d’appassionato anelito che Angelucci nel suo Verticalità ha declinato in versi icastici che spesso raggiungono l’incandescenza di metafore pronte a superare il … recinto del conoscibile e a dare consistenza all’utopia.

Campi Bisenzio, dicembre 2017.

Recensione
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