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Filippo Giordano, un poeta che si è conquistato alla grande un posto nel diorama della letteratura italiana d’oggi, paragona la poesia ad un solitario maggiolino “perduto dentro un grande cimitero” e ad una coccinella che “dormendo sogna di svegliarsi, come un bel pensiero, | colorata all’alba dal radioso sole | che s’alza dietro le montagne oscure”.

Un’immagine questa che conclude la sua ultimissima silloge e che rispecchia appieno il suo traslucido cercare scampoli di luce nel buio e nella penombra che aleggiano al di sopra della realtà, oltre il canto sommesso dei paesi che diventa quasi un lamento e una litania di fronte al dilagante oscuramento della memoria, della semplicità del vivere tradizionale, del dialogante avvicinarsi all’altro, a chi ci sta accanto…

Filippo Giordano non concede sosta alcuna al suo dire elegante e ricco di significati reconditi, al suo navigare dentro un Io a dir poco prensile e sensibile, al suo imprimere nidiate di messaggi e di interrogativi, di dubbi e di proiezioni oltre “l’odore del pane caldo | davanti alle porte dei fornai”. È stato scritto che “le parole dei poeti non sono mai riuscite a cambiare il mondo”, ma a far meditare chi alla vita quotidiana chiede tranquillità e serenità, sicuramente sì. Ebbene Filippo Giordano, usando un linguaggio modulato sul filo di gioco a ritroso e di una ricerca costante di bellezza non soltanto formale, apre una grande finestra sui paesi (non a caso il sottotitolo della silloge è “Il canto dei paesi”) che si vanno sbriciolando a livello di presenze umane e non può fare a meno di scrivere, in una singolare poesia dai risvolti amari: “Addio nostro dialetto che muori | in bocca di chi parte e va lontano”. Se questo vale per i paesi e la realtà del Sud, un tanto si registra anche, purtroppo, per ogni comunità paesana della nostra Italia. Ed è un vero peccato, perché nei dialetti sta la vera identità di un popolo e nella memoria la sua storia, i tanti perché dei sogni e di quelle pagine di diario collettivo che ne hanno tratteggiato giardini  di “tenere viole”, “cespugli spinosi”, “la preghiera | di un’altra rigogliosa primavera” che non sempre si verifica e che anzi, sovente, rimane tale solo nelle attese.

Una silloge, questa, davvero bene articolata, efficace e che fa meditare, come si conviene alla poesia se è veramente tale (e quella di Filippo Giordano lo è). Il libro si conclude con una attenta e puntuale postfazione di Sebastiano Lo Iacono, e con una “lezioncina di metrica”.

Recensione
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