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Jazz: hai vomitato una battuta

Questo mi disse, per fortuna solo in un paio di occasioni, Paolo Gaiotti.

Ottimo leader di band tradizionale (eravamo amateur), quando tutti amavamo e pochi pagavano. Perché l’Era del Jazz a noi non ci aveva toccato neanche di striscio. Essa stava in America negli Anni Venti e durò quindici anni. Noi stavamo in Lombardia negli anni ottanta e non durò neanche un minuto.

Eppure noi due, e qualche decina di altri prodi eroi, avevamo dedicato buona parte della nostra vita a questa musica eccelsa e inebriante. Il Jazz. Il Jazz tradizionale. Quasi una società segreta, con pochi ma infervorati seguaci in tutto il mondo, basta cercarli ed entri in famiglia, senza parlare la lingua dell’altro, parliamo la lingua del nostro Jazz. Come una rumorosa anzi musicalissima droga, ci prese dantescamente del costui piacer sì forte che, come Paolo e Francesca, amammo e soffrimmo per questa nostra debolezza, per questo frutto proibito che ci mostrò e poi presto o tardi ci tolse del tutto questo paradiso minuto.

“Hai vomitato una battuta”. Sentenza dolorosa per un jazzman. Le battute ci devono pulsare in testa mentre suoniamo, mentre cantiamo, mentre ascoltiamo gli altri al nostro fianco. Gli altri musicisti non di Jazz seguono uno schema mentale totalmente diverso. A volte qualche amico mi chiede come faccio a suonare ogni volta frasi diverse non lette né memorizzate ed andare insieme con altri. Rispondo che siamo jazzisti. Noi sappiamo grosso modo a memoria solamente la canzone, il pezzo su cui suoniamo, il tema principale, e rispondo che neppure durante il tema stesso suoniamo tutti le stesse note.. ma seguiamo solo lo stesso tema, in una certa tonalità, e uno schema che si chiama giro armonico sul quale “si gira”, si improvvisa con note diverse, a orecchio cioè scelte da noi, creando inseribili frasi, pronunce, ritmi, ma sempre sostanzialmente il tutto ogni volta inedito, nuovo. Una specie di composizione in diretta. Nella musica classica sono rarissimi i casi in cui il solista (e mai quando suona negli “assieme”) possa effettuare parti improvvisate. Salvo clamorosi casi storici e formidabili come per il genio di Nicolò Paganini (un jazzista ante litteram?..).

Dunque gli errori si annidano, specialmente per gli amateurs.. in veri anfratti delle nostre suonate e saltano fuori come zanzare occulte. In molti diversi modi. Noi li combattiamo al meglio, anche spesso con un po’ di “mestiere”. Per esempio, nel jazz un po’ più moderno, se si mette una nota stonata e siamo fortunosamente su un tempo medio, si può riciclare e ripetere la stessa nota con intenzione, finché divenga armonicamente accettabile soprattutto se passiamo per buoni musicisti o almeno discreti (altrimenti è una nota stonata e punto). Come dire.. “Ebbene sì, era proprio un Mi Bemolle che volevo fare, anzi tiè, te lo rifaccio, anzi lo ribatto varie volte così entra bene nelle orecchie e si apprezza che in realtà .. è una dissonanza voluta e addirittura corretta. Secondo la legge armonica della dodecafonia, ma tant’è. Ricordo che il mio maestro Alfredo Ferrario, studiando, a volte ripeteva una nota di un mio assolo, faceva qualche arpeggino col suo clarinetto, ci pensava e poi mi diceva.. “ Beh sì, è una quinta diminuita, ci può stare.” Se era di buon umore.

L’errore più noto al pubblico è la stecca. Che riguarda soprattutto popolarmente la Lirica, cioè quando c’è la stecca del cantante. Naturalmente capita anche agli strumentisti, ma ben raramente a quelli classici. Invece la voce lirica, che sgarra, che si rompe, o che stona improvvisamente e clamorosamente, diviene terreno vietato e fonte di condanne mortali. Nella purezza cristallina della perfezione formale delle note classiche, la stecca straccia le parti e le vesti come una disgrazia. Non così nel jazz, dove il colore delle note è libero e la precisione è considerata secondaria alla validità creativa dell’esecuzione. Dunque di stecche se ne sentono di più ma si considerano di meno.

Tra gli errori che infestano il cammino del suonatore Jazz c’è lo squadrare. Insomma fare la frase della melodia prima o dopo il momento giusto. E allora .. salta tutto (ameno ché il resto dell’orchestra Jazz – volonterosa ed abile – non lo segua). Con più il pezzo ha un tempo veloce (oppure lento), e con più l’insidia è presente. Se uno strumentista suona una certa frase prima, cioè troppo presto, si dice che si è “mangiato una battuta” (di solito è una). E’ terminologia nota e comune. Per chi invece entra tardi, si dice che “è entrato tardi”. Salvo che per Paolo Gaiotti, che .. si è proposto con maggiore precisione. Egli ha forgiato l’interessante e pittoresco motto (derivato da una considerazione matematico-filosofica opposta al “mangiare”) : “Hai vomitato una battuta.” Non solo. Il predetto Gaiotti inventò altresì un modo nuovo per tenere ordine nella jazz band quando sbandava in un certo modo. C’era il bassotubista Pep - di professione infermiere – che aveva qualche problema di polso cioè un’aritmìa tra il battere e il levare. Male serio. Ma col “Rimedio Gaiotti”, le crisi divennero brevi e passeggere. Si fabbricò un pace maker musicale: quando il Pep (in concerto) sbagliava, ecco che il Gaiotti – di professione ingegnere – mediante un semaforo posto dietro alla sedia, accendeva con un pedale la luce rossa davanti al naso del Pep, che prontamente smetteva di suonare. Riprendendo poi quando si fosse raccapezzato.

Ma se proprio la devo dire tutta sui fatti di una Jazz Band… la migliore è di quella volta che – in pieno concerto – il pianista (che è il centro di riferimento armonico e ritmico per tutti) si mise a chiederci durante il suo assolo:

“Ma dove sono, dove sono ?!”. Febbrilmente, ma continuando a suonare. Era un avvocato.

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