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Morte di Cesare dc 21

Giulio Cesare, Caio Giulio Cesare (Bond, James Bond). 44 Avanti Cristo, Idi di Marzo. Per lui ne soffro ancora.

Uno dei più grandi d’Italia, come Leonardo da Vinci, Michelangelo, Dante, Vivaldi, Paganini, Cristoforo Colombo, Galileo Galilei. E anche Enzo Ferrari.

Ma qui ricordo invece gli ultimi giorni che ricordo, della vita di mio cugino Nicola. In poche pennellate. Potrei intitolare dunque “Morte di Nicola”, ma così risulterebbe triste e lugubre. Comunque adesso lui e Giulio Cesare stanno assieme; appartengono a una stessa classe sociale. Suppongo.

Ero arrivato come parecchie altre volte in quegli anni, a trovarlo dall’Italia in macchina da solo, con Maleto il mio cagnolino cileno che piaceva tanto a Nicola. Anche da ragazzo andavo lì a trovarlo. Sempre in macchina da solo, alla sua oasi di Saint Tropez. Ora l’oasi era vecchia, con la piscina sporca, gli alberi malandati, il bastone anzi ormai la sedia a rotelle che lo portava malamente in giro. Lui e quella sua moglie altrettanto conciata. Una vita senza ordine, senza rigore, alla giornata, ma in fondo vissuta. Come se si stesse giocando a vivere. Avevamo un affetto incorreggibile e mal gestito, come spesso gli affetti. Gli giungevo da fuori con tenerezza scherzosa, mi aspettava, ci prendevamo in giro, mangiavamo (sempre meno), vizi nulla più, ma le bocche non riuscivano a dimenticarsi un certo sorriso memore di antiche ironie.

Questa volta lui, giorni prima, era caduto e si era saccagnato, ma stava meglio ed era appena arrivato dismesso dall’ospedale, poco prima che anch’io arrivassi da lui dopo ore di guida. Andiamo subito a tavola in giardino, ha ancora personaggi esotici che l’aiutano. Ha da ridire sul menù, gli viene improvvisamente una urgenza per il bagno. Traffica con la sedia a motore, cerca di alzarsi per appartarsi, si gira e la pesante macchina cade su un fianco e con lui picchia un colpo per terra con un sinistro rumore di ferro e di carne sul pavimento.

D’improvviso il pranzo finisce, tutto è un film girato al rallentatore. E’ silenzio.

Poi l’adrenalina. Lo vanno a vedere sotto il tavolo, io resto fermo. E’ vivo. Conciato. Ambulanza (che in Francia si chiamano “les pompiers”..). Lo portano via.

In mezzo a una stanza grande in penombra, all’ospedale francese, su un rialzo sta nel letto con l’aria condizionata ed i monitor. Mi ha accompagnato un suo filippino che sta seduto in silenzio in un angolo e io sono un po’ più vicino a Nicola. Mi parla, ma poco. Ha avuto una sospetta commozione viscerale e una botta alla tempia. Non ci sono prognosi, nessuno mi dice nulla, ma è ben seguito dall’ospedale. E’ solo, dopo una vita di socialità. Non può bere per rischio che gli danneggi qualche budella. Mi chiede con occhi affettuosamente imploranti, come fosse una sigaretta di marijuana…: “Duccio.. senti.. mi dai un bicchier d’acqua che muoio di sete..?”. Gli dico che non dovrei. Lui tace e io di nascosto gliene dò furtivamente uno. E’ felice. Poi con l’implorazione sul viso me ne chiede un altro e glielo dò, ma che sia l’ultimo.. lui ringrazia e accetta. Poi stiamo a vedere che non peggiori e non peggiora: la carità ha avuto il sopravvento. Poco di più, più tardi lo saluto. Da lontano. E’ fragilmente vivo.

Ero restato dei giorni a casa sua mentre lui all’ospedale, senza vederlo. Stava a un’ora di strade impervie, non si poteva stare assieme, me ne tornai a Bordighera.

Poi ci parlammo io sulla spiaggia e lui in ospedale, lentamente, quando vieni qua, mi chiese. Gli dissi al più presto, mi disse te vojo bene. Forse gli dissi anch’io o forse stetti zitto. Fu l’ultima cosa.

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