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Salvataggio insalvabile

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Dopo dei secoli - e ne ho vissuti due -
or m’han mostrato che le cose, se vuoi le puoi salvare.
Basta premere
enter.
Per noi quando bambini non fu mai così.
Nulla potevo io
contro la tessitura laboriosa delle cose,
delle pagine dure
con la polvere e le sue correzioni
o quelle copie
di carta carbone;
e sempre che tu sapessi scrivere
a macchina, come si diceva.
Alla foto mancava qualsiasi copia pronta
né si chiamava allora
fotocopia, perché non esisteva.
Quasi tutto, ragazzi
Semplicemente, non c’era.
E nessuno sapeva
quel che tu facevi. Non esisteva
la privacy (risibile della sua parodia inventata),
e ciò malgrado o forse proprio acsì,
nessuno sapeva
dell’altro.

Mia madre e padre
per un anno di guerra (e furon cinque),
stettero tristi senza potersi udire, ne’ sapere
chi fosse - o se lo fosse -
vivo.

Quando svuotammo di fretta quei cassetti
della zia Rosa che stava sola e morta
si dispersero le cose che lei s’era tenuta
in serbo per Chi. Ma Chi non venne.
Me ne ricordo seduto al pavimento
tra lo sporco intristito senza soluzione
che potesse
non prendermi alla gola. Ma ancor morde.

Oggi dunque corro
come cane bagnato
che si scrolla un futuro di dosso.
Vado gradasso per gli schermi e i files
per potere affidar uovo solingo
dentro ad un nido
informatico e squallido,
senza le paglie,
senza le bacche innate o quella piuma assorta
di pulcino involato.
Fredda si salva
sulla chiavetta plastica e il metallo
la nostra fame di affetto
che però cade
solitaria nel pozzo,
domani.
Ma problema non c’è! Perché nessuno
lo verrà a sapere.

A sapere,
che nel mille e novecento
cinquantasei sortì,
dalla mia anima ignara
la mia prima poesia.
Mentre guardavo
le rondini amiche nel tepore
di un mio cielo a Milano.

E neanche sapranno
che nel cinquantanove io
conobbi Laura.
Nella decadente Roma
anticipando così
La Dolce Vita.

E nel sessanta tre fu quando scrissi
il mio racconto per Lidia, che forse rimarrà
a memoria d’uomo o di una donna,
per almeno
quattr’anni.
Eppure anche se scrivo ora qui qualsiasi data,
perché si possa del ricordo festeggiarne,
ciò non servirà. E anche se li rivedo oggi
in questa casa, tutti quei
sessant’anni di vita mia e poi nostra,
questo non servirà.
E se più infervorato insisto ad indicare,
come in una sfida,
il punto esatto lì, dove dormiva
mio figlio (vecchio di un giorno),
neppure questo, serve.
Ma testardo, nella stanza ci rientro!
Per accertarmi illuso che lui non sia più lì.

Troppe cose proiettano
sfrontate a questo muro. Muto, tenero, crudele.
I cieli passati su questa terrazza io li ho contati:
sono ventunomilanovecento,
ma son nulla di fronte
ad Andromeda.
Eppure son già troppi
di fronte
a due occhi marroni.

La uccisero d’un colpo secco
la prostituta nella piazza poverina
quando era notte
ed io chiamai la polizia.
Ma la ragazza
rimase lo stesso morta.

Ci fu poi Occhetto, un politico di grido che parlava
qui di fianco, in quella sedia
con in mano un bicchiere di whisky
allora alla moda,
come lui.

Wooky il pappagallo Ara
regalo di nozze da Nicola
starnazza ancora alla voliera,
o me ne illudo? Era abusivo anche lui
sopra la piazza appunto a starnazzare,
ma allora tollerato, come tante
delle cose vietate e tollerate
in quel tempo di boom economico italiano
con Sordi
che ci perdonava
di essere vivi.
Alla finestra vedevi ancora
l’Italia.
Eran passati solo quindici anni dalle bombe
della guerra. Che aveva ucciso anche
Vittorio, mio zio trentenne e capitano,
che mai conobbi ma che visse a lungo
dopo la sua morte,
come un’icona tra quei nostri muri.
Guarda lì c’è ancora una sua foto incorniciata
da suo fratello, mio padre.

E dalle porte qui in giro
ogni anno ci vediam tutti l’un l’altro
ed ogni volta capiamo
che noi siamo invecchiati ma
i bimbi, introvabili. A volte
ci riappare un figlio
che è altra ed amata persona.
Ma quei bimbi, coi loro visi bimbi, no.
Non li vediamo.
Qualche bambino sì, fattosi nipote
è bello ma pur ci corre via.
Compriamo borotalco
per vincere questa
nostalgia.


Prima di emigrare mia figlia nell’America
(emigrarono, un giorno, perfino loro)
con la casa venduta, restarono
da noi le settimane
ultime della spensieratezza
ostentata e forse falsa
pregne di dubbio e forse di sconforto.

All’aeroporto improrogabilmente
ci trovammo al saluto. Ma nessuno
pianse anzi sorridemmo scafati
macinatori di mondo.
Ma poi fermi dalle altre parti
aprendo i pensieri e le valigie
bagnate di pioggia
uscirono le lacrime.
Ne’ or rivedo tutti quei piccini
grandi animali, quelli
che non ci sono più.

Tra trecce appassite
la via della vita è già tracciata.
A volte pur così stupenda.

(Duccio Castelli, Marzo 2021)

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