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Sulla pista e ...

Ero stato il migliore del corso del 1968. Lo diceva il cronometro, lo diceva Henry. Ce n’era un altro di papabile, che aveva fatto le lezioni due mesi prima, ma non aveva la mia regolarità. A fine stagione, fra pochi giorni, la scuola mi avrebbe mandato il contratto per iniziare il cammino da professionista.

Finalmente era giunto quel momento. Dopo tanti anni di passione, di fatiche, di delusioni cocenti, dopo tanti sogni e tanta differente realtà ecco d’improvviso in un pomeriggio assolato le parole di Morrogh, brevi, precise, anglosassoni, definitive.

Un grande silenzio si aprì nel mio cuore. Un baratro, un tonfo e una paura si presentarono implacabili al groppo che avevo in gola. Non era quello che avevo sempre voluto? Sì.

Ma la paura, la tristezza, erano evidentemente i colori che mi dovevano accompagnare per quella via. Quella sera nel piccolo Motel dove stavo solo, rimasi a lungo a pensare e a fumare (allora il personaggio era quello). Dopo le delusioni, le difficoltà e tutto il resto, in realtà stavo per iniziare un altro capitolo della mia vita altrettanto pieno di problemi e questo non l’avevo previsto, ingenuamente. Cosa potevo fare con la mia fidanzata, per esempio? Le volevo molto bene, anche se andavamo poco d’accordo. Non volevo assolutamente perderla, ma la vita che mi si presentava di fronte ora era drasticamente diversa da quella vissuta fino a quel giorno. Ero un ragazzo abitudinario, anche se amavo l’avventura. L’attaccamento alle abitudini mi dava un senso di sicurezza, di cui avevo profondamente bisogno, da quando avevo percepito da piccolo che mio padre non viveva in casa mia, si era diviso da mia mamma. Quindi per me la sicurezza era non perdere ciò che avevo, ciò che era mio. E come avrei potuto fare accettare a mio padre, nella cui azienda io lavoravo, la mia folle decisione di lasciar tutto per fare il corridore automobilistico? Era dura. E l’angoscia che avrei dato a mia madre? E se poi morivo?

La paura di morire l’ho avuta sin dall’inizio, da quando ho sospettato della esistenza della morte e da quando mio padre non mi ha saputo rispondere convincentemente sul senso della vita, avevo sette o otto anni. Ci aveva provato, povero papà – vedi caro – ci sono cose che è difficile capire – potrai capire quando sarai più grande – c’è un senso più grande – ma io incalzavo si, vabbè, ma dopo dove andiamo?- beh… non lo sappiamo con esattezza – mi rispondeva. Confermando i miei sospetti.

Da una parte dunque avrei dovuto decidere che tutto ciò era assurdo per uno che aveva in mano una realtà promettente e tradizionale, una vita davanti, fatta di lavoro e famiglia, per costruire un tessuto gessato e per bene, senza fare del male a nessuno, me compreso. Sì, d’accordo che era il sessantotto , quello che sarebbe passato alla storia per la contestazione giovanile e tutti quei sussulti di una generazione che non sapeva come è dura a volte la vita ma che vorrebbe affermarsi lo stesso, con in mano però un gioco scarso, puntando forse al bluff per superficiale disperazione, epidermica disperazione. Anch’io in qualche modo anelavo a contestare qualcosa, spernacchiavo la verginità femminile senza sapere il perchè, detestavo i preti e i benpensanti (senza peraltro amare alcun malpensante). Se un giorno mai mi fossi sposato avrei evitato una cerimonia tradizionale, avrei messo i nomi a rovescio, avrei voluto andare all’osteria in dieci a fare il pranzo di nozze col menù alla carta entrando in un locale non prenotato. Quello era il mio sessantotto.

Dall’altra parte invece, c’era la grande avventura. Il taglio con il passato ed il presente. Presi quella via…

No.

Io non la presi.

Ma se l'avessi presa sarebbe andata magari così: ...

 ...Sogni e sussulti

Avrei voluto apportare anch’io qualcosa al mondo delle gare automobilistiche. Stimavo enormemente piloti come Jackie Steward, che mentre era il più veloce ed agguerrito, anzi proprio da quella sua posizione di vantaggio, si permetteva di perorare la causa della sicurezza nelle gare. C’era tanto, troppo da fare ancora in quegli anni, per la sicurezza: troppi nomi erano stati sacrificati. Mentre fino a una decina di anni prima però il sacrificio era considerato normale, come parte del ruolo e dello spettacolo, negli ultimi anni si era iniziato a pensare in termini diversi, verso un rischio calcolato, cioè ridotto ai minimi possibili termini. Forse le corse non sarebbero più state le stesse in futuro, ma la coscienza prevalente andava chiaramente, anche se lentamente, in quella direzione. In un certo senso, anche l’automobilismo agonistico rifletteva quei cambiamenti di valori, di tradizioni che caratterizzavano branche più importanti della società e del pensiero. L’eroe sarebbe stato sostituito dal professionista. Il problema sarebbe stato il tempo di transizione, proprio il periodo mio. L’anno prima era morto Lorenzo Bandini, a Monaco, in un tragico ribaltamento con rogo della sua Ferrari Formula Uno. Andai al suo funerale nella chiesa in Corso Vittorio Emanuele a Milano, c’erano quattro meccanici della Ferrari intorno: Borsari, Cuoghi e altri due più giovani, per portare a spalla la sua bara con sopra il suo casco bianco e rosso. Avevo sofferto molto in quei giorni, in quei tre giorni della sua agonia, dal sette al dieci Maggio del 1967, attaccato alla radio per sapere se poteva farcela.

Per potere contribuire, dovevo prima impormi come pilota. Tutto il lavoro serio, professionale, l’avevo lì davanti, vicino.

In Marzo del millenovecentosessantanove, come da contratto, mi ritrovavo ad inanellare giri su giri con una Formula 3 su una delle piste del Campionato Italiano, con i prati pezzati ancora di neve. Splendidamente solo, nell’abitacolo preciso e bellissimo di una macchina che non mi costava finalmente più niente. Avevo ora tutta l’attenzione e l’assistenza concentrata sul mio lavoro, dovevo essere attento ma sciolto, per macinare - intorno al limite - centinaia di chilometri al giorno. Si aspettavano da me la competenza e la freddezza che avevo già dimostrato, che avevo voluto e saputo apprendere negli anni anteriori di gare minori, ora dovevo solo lavorare per imparare ogni punto di ogni autodromo, per ascoltare e riferire ogni vibrazione della monoposto, studiare ogni dettaglio, ogni ritmo, ogni suono ed allenare la mente ed il corpo a quella disciplina, a quel gesto atletico che tanto amavo.

Felicità! Che felicità racchiudevo accovacciato dentro a quell’icona, a quella splendida macchina per me così viva.

Avevo affittato una camera vicino ad Anguillara, c’era un cratere spento con dentro un lago. Avevo poca disponibilità di soldi, mio padre mi aveva dato un minimo di sopravvivenza ma d’altra parte non spendevo niente: egli sperava solo che io cambiassi idea alla fine di quella prima stagione. Non volevo pensarci, perché pensandoci mi venivano mille complessi di colpa. Quando non ero in pista ero angosciato da tutti questi problemi ma per fortuna in pista c’ero moltissimo e lì non avevo né tempo né modo pensare ad altro che non fosse la competizione. Guai se così non fosse stato, il pilota deve sapersi astrarre dai suoi pensieri comuni e concentrarsi esclusivamente e totalmente nelle sue operazioni, come un attore che si immerge nel personaggio che deve interpretare.

Per gli studenti dei corsi, Borrough aveva varie macchine ed ognuna aveva il comando del cambio in un posto e con un funzionamento diverso. Apposta per abituarsi alla concentrazione. Una aveva il pomello sulla destra e le marce che iniziavano in su a sinistra; l’altra lo stesso cambio ma a sinistra dell’abitacolo; la terza il cambio a destra ma a posizioni invertite con la prima in giù a sinistra, tipo Ferrari 12 a V, e attenzione, quelli erano cambi veri, di acciaio, con la frizione, senza i sincronizzatori, non erano mica quei cambietti giocattolo di trent’anni dopo “sequenziali-fanno tutto-da-soli” nati intorno all’anno 2000! Eran cambi che se sbagliavi i giri del punta tacco in scalata (oggi i piloti sanno almeno ancora che cos’è?), ti ributtavano in mano il pommello ed entravi in curva in folle, pronto – se avevi fortuna – per un testa coda e per un istruttore tutto tuo quando gli riportavi il cambio rotto e lo sdoppiatore del contagiri che ti accusava magari solo di 100 giri di “fuorigiri”.

Le macchine erano macchine, non videogames, se sbandavi sbandavi, mica c’era il KAWZX che ti tirava in dentro il culo, né l’ABS che ti correggeva gli errori di frenata o il marchingegno che non ti lasciava sbagliare il dosaggio dell’acceleratore, il limitatore dei fuori-giri, insomma i piloti dovevano saper Guidare, e bene. Mi verrebbe da dire che le condizioni di pilotaggio erano “roba da uomini veri” (se questa non fosse una battuta troppo trita, che comunque dico lo stesso, e volentieri).

In quell’anno Morrogh mi invitava a volte sul terrazzo della sua casa di Anguillara a chiacchierare e a bere birra gelata, la più favolosa birra gelata della mia vita, perché veniva dopo una giornata in pista con la disidratazione che ne consegue, la spossatezza che viene confortata dalla bevanda poco alcolica (ma tanta) che poi ti taglia le gambe e ti manda nel nirvana delle sensazioni dei ricordi che non si dimenticano. E allora non c’erano tutti i problemi di doping e di igienismo di oggi, bastava non esagerare e la vita era servita. Mi raccontava di alcuni dei suoi ex allievi, divenuti poi molto famosi, mi raccontava delle sue esperienze di pilota professionista dalla consistente carriera in varie specialità ed al fianco di grandissimi campioni. Ma nel complesso non parlava molto e sorseggiavamo birra in costume da bagno al sole del Lazio. Avevo iniziato la stagione con una bella gara a Monza, dove in finale ero arrivato quarto, tra un gruppone di molti piloti tra cui molti erano ben agguerriti. Diversi gli incidenti, da cui ero ben riuscito a star lontano: in questa categoria purtroppo c’era una competitività esagerata, una esperienza non eccezionale e spesso s’erano carambole e uscite, per fortuna spesso incruente, grazie al dio degli spericolati più che alle misure di sicurezza adottate. Era invece importante non strafare mai, tantomeno agl’inizi: bisognava arrivare in fondo, la gara finisce soltanto - come diceva Fangio - quando c’è la bandiera a scacchi, e il risultato è solo uno, senza riserve.

La mia fidanzata la vedevo ormai raramente, lei lavorava a Milano, io in un certo senso a Roma, gli impegni reciproci, la distanza, le prospettive facevano sì che il nostro rapporto si consumasse rapidamente. D’altro canto lei non avrebbe desiderato una relazione lunga che non portasse al matrimonio, e di matrimonio io non ero pronto a parlarne e certamente non in quel momento e con quella decisione presa. Così non si era deciso in realtà niente, salvo che io avevo voluto prendere quella via così fuori dal normale, così assurda. Una via che si inizia ad amare da bambini e che qualcuno particolarmente testardo va avanti ad amare quando è più cresciutello ed invece di lasciar perdere e diventare uno spettatore, insiste nell’idea di volere essere protagonista. E magari ci riesce. Così andando avanti negli anni successivi, mentre lentamente diventa un uomo, comincia anche ad accorgersi del meccanismo mentale a cui soggiace ma, con quanto più se ne convince, tanto più gli eventi lo costringono e lo stimolano a continuare. Finchè spesso il desiderio di una vita normale si affaccia nelle giornate di un pilota professionista e si fa strada poi l’attesa di “ancora due stagioni e smetto”, che spesso coincide anche con l’inizio del rallentamento della sua velocità in pista e quindi il declino del successo e questo un pilota lo sa ed è un motivo in più per essere preda d’angoscia. Di quell’angoscia che prima o poi lo attanaglierà; ma tutto ciò difficilmente viene detto, difficilmente se ne parla, perché non c’è spazio per questo. La bella figura! Già, e perché no? Perché non volere la bella figura? Che c’è di male in questo? Perché, forse non è proprio la bella figura (detta successo) che ci spinge nella vita? Sì, c’è anche altro, certo. Non è comunque una delle molle più poderose che abbiamo? Meglio forse non essere ipocriti e dire le cose come stanno: ci piace essere guardati, apprezzati, stimati per quanto di buono facciamo e certamente ci piace che chi ci apprezza sia dell’altro sesso. Alla fine buona parte delle nostre motivazioni più o meno recondite sono semplicemente riconducibili al “successo” e spesso - per gli uomini - per l’effetto stesso che esso ha (o si illudono che abbia) con le donne; per molte donne serve invece a far vedere agli uomini che anche le donne possono avere il successo che hanno gli uomini: appunto è sempre una concatenizzazione uomo-donna o donna-uomo. Più avanti nella vita, molto più avanti, quando le pulsioni sessuali diminuiscono (non verranno mai meno, ma saranno sempre di meno), il successo diventa meno importante, la bella figura è sempre meno probabile riuscirla a organizzare perché saremo sempre più brutti, più conciati, più rimbecilliti e quindi, per forza, le cose che ci importeranno saranno pian piano sempre più delle altre. Ma ci sarà sempre uno spazio anche per un’apprezzata bella figura, che so io, un Premio Nobel o qualcosa del genere.

Insomma, caro Henry, io capisco bene cosa volevi dire con quella tua frase… che non c’è posto per il tipo velleitario che non è disposto a farsi un mazzo per riuscire in questa dura professione sportiva, ed hai ragione. In realtà non c’è spazio per chi vuol fare “solo” una semplice bella figura: ci vuol altro! C’è solo spazio per chi vuole, fortissimamente vuole ed è profondamente, irrimediabilmente motivato a fare una “immensa bella figura: allora forse potrà farcela.

° ° °

Poi negli anni successivi venne il successo. Il mondo sportivo dopo le mie bellissime affermazioni del secondo e del terz’anno iniziò a coincidere con il cosiddetto bel mondo, che però non era ciò che io in realtà cercavo. I cocktail, le premiazioni in tenuta di gala, i giornali, non mi interessavano. In realtà avevo bisogno di una donna diversa da quelle che spesso incontravo e che amavano invece proprio le cose che a me davano fastidio. Avevo sofferto il distacco dalla mia ragazza, a Milano, Melinda. Ma non c’era stato nulla da fare, non eravamo mai andati d’accordo ne lo saremmo mai andati, nonostante un amore difficile che ci aveva unito e che in modo travagliato pur non ci voleva lasciare. Qualche volta ci telefonavamo ancora, dopo tutto quel tempo. Voleva che smettessi, che tornassi dove avevamo lasciato la nostra storia. Anch’io lo volevo ma avevo timore di finire con lo sposarmi troppo giovane. Così le nostre vite andavano avanti senza decidere : ognuno di noi si lasciava portare dalle giornate, lei a Milano, io a Roma.

E sempre si pone e si ripone a un pilota il dubbio. Il dubbio di non avere ragione. Poi si rifugge dai pensieri, dagli istinti, dal ragionamento. Una semplice poesia credo possa rispondere a qualcuno, come risponde a me:

Bellezze

C’è gesto atletico che infiora
una nostra maestria e va.
Come ogni cosa bella.

Poi come in un sogno esco su un fiume e mi riverso in un estuario bianco. Un sole dietro la bassa nebbia, ma è un pomeriggio estivo e sopra c’è una nuvola blu, poi una nuvola bianca. La cognizione vacilla, il tempo tende a fermarsi in attesa dei dati, di una decisione, di un motivo. Ed il motivo non viene, si comincia a capire che manca qualcosa, forse il protagonista, come quando nel sogno ti trovi nell’aria in mezzo a un baratro e non cadi. O meglio, tu non cadi ancora. Eppure “sappiamo di sapere” che se siamo in mezzo a un cielo, dobbiamo cadere. O ancora, quando sappiamo che ci hanno sparato al cuore e siamo morti, ma non moriamo (anche perché non sapremmo bene come fare, a morire). Allora, smascherati e di fronte all’assurdo, all’ineffabile, non possiamo far altro che svegliarci. E ci svegliamo.

No. Come ho già detto, io non presi quella via.

Quel giorno io decisi di non seguire Morrogh e scelsi una vita normale, tornai in ufficio e mi sposai. Henry in compenso (e questo è vero) non mi parlò più.
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