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Giuseppe Panella, docente alla Scuola Normale Superiore di Pisa, apre la presentazione de L'anima e il lago, di Giorgina Busca Gernetti, partendo da una didascalia in inglese di Walter Scott e facendo considerazioni sulla tradizione letteraria che considera il lago “simbolo evidente di un evento straordinario che sta per accadere”. Aiutano alla comprensione del testo, anche le parole di Domenico Defelice, nell'ultima pagina, avvertendo che non si tratta di invenzione letteraria, ma di una vera tragedia: il padre della Poetessa, capitano d'aviazione, è morto in guerra nel suo aereo.

La Poetessa piacentina è docente di Lettere nei Licei, è presente in alcune storie della letteratura ed opere di critica letteraria. Entro queste tredici poesie di ampio respiro, che offrono una oggettiva visione del lago, Ella replica ad una voce misteriosa di essere “una fragile donna che vive | nell'ostico, ferreo mondo”, alla ricerca di risposte. Così interroga alcuni simboli (le rune), alla maniera degli antichi indovini, mentre il mondo circostante fa da cornice, sotto immagini tra il sogno e il surreale: sfidando le leggi della natura, lei si stacca dal suo corpo e come puro spirito si libra in alto, vagando lontana. Il verso si fa lirico nell'incontro con il padre, mai conosciuto: “Sei tu, padre, che infine mi compari | sì ch'io ti veda almeno oltre la morte?” | “Figlia mia, son tuo padre, riaffiorato | dal buio della guerra che mi spense | prima che tu nascessi.

Ritengo che il lago, protagonista immane, stia ad indicare lo sforzo durato nel tempo e rappresenti il grembo materno entro il quale finalmente, Giorgina, riesce ad entrare, in uno sforzo soprannaturale, per capovolgere la sorte di cui è stata vittima. Non vorrei indugiare sull'anima che aleggia intorno al lago, né scavare oltre, per non turbare il sentimento; tuttavia la lettura offre la possibilità di un confronto, ben sapendo che l'esperienza di uno può aiutare un altro.

Seguendo la mia prima impressione, considero l'incipit: “Il lago si gonfia, ondeggia improvviso, | pallido freme, livido.”; ivi è descritto il fenomeno meteorologico di una 'Tempesta sul lago in agosto', con un linguaggio criptato e misterioso. Se il lago rappresenta il grembo materno, esso si 'gonfia', naturalmente, sia per la tormenta di pioggia, sia per il tormento che affligge la puerpera. Sotto metafora il travaglio è difficoltoso, la speranza è spenta; la morte bussa nella desolazione del mondo circostante (siamo in pieno conflitto di guerra), la sua falce sembra incombere da vicino (in famiglia).

Il lago è pericoloso come il mare, ma la sfida è una tentazione: ci si può chiedere se volare in alto come un gabbiano o un airone, oppure immergersi dentro le acque per niente limpide, o trasformarsi in vento. Giorgina Busca Gernetti è ora uccello, ora etere: in entrambi i casi può volteggiare in cielo, fra le nuvole (come un aereo); può anche tuffarsi (come in picchiata), in tal caso avrebbe la visione di un fondo scuro (come lo diventa la morte); infine, come refolo di vento, potrebbe riuscire a muoversi in tutte le direzioni, per una ricerca più veloce e più estesa. Il cielo e le nuvole, o l'aria (come l'aereo), fanno da bara.

In ogni caso lo spirito vaga non riuscendo a diradare il Mistero, sempre incombente, in una visione grigia che mette paura (come il colore del lutto che tinge tutta la vita). Sono parole gravi che sgomentano; nonostante le avvertenze iniziali della presente riflessione, circa il senso reale delle descrizioni poetiche del testo, invero mi sembra che avvenga un continuo scambio di ruoli tra l'anima (del defunto) e lo spirito della voce poetante (della vivente); tutto questo si può tradurre come un tentativo d’identificazione (anima-spirito), se non addirittura di autoidentificazione (padre-figlia) nel tentativo di sublimare almeno un istante, quello dell'ultimo alito di vita.

Il lago è visto nel corso delle stagioni, meno che in primavera (così mi pare); è ubicato in Lombardia, come si evince da alcune allusioni che consentono di riconoscerlo. Tutto quanto il sottoscritto abbia potuto rendere, in precedenza, non ha la forza di quanto può sintetizzarsi meglio con le stesse parole dell'autrice Giorgina Busca Gernetti, in chiusura, come strozzatura, che fuga via ogni speranza: “Ma lo spirito errante senza pace | nella profondità buia del lago | più non gode di questa viva luce | del sole, della serica, increspata | superficie dell’acqua | luminosa, invitante, serenamente | solo per i viventi. || E se dal fondo lo spirito emerge | la luce pare opaca, pare spegnersi.”.
Recensione
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