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Le immagini dell'aria

Si può interpretare come una invocazione classica l’Overtoure della raccolta di Giuliana Piovesan, un affidarsi alla creatività del bambino che c’è in noi, che la aiuti a leggere poeticamente la vita: “Muovi le dita, la cara bocca / apri la morbida tessitura / dei suoni e ti rinasca il canto / nelle sciolte campane della gloria”. La poesia della Piovesan è sulla vita, sull’amore, sulla morte, con uso di colori simbolicamente contrastanti, il bianco della purezza, il rosso dell’amore e del sangue; con i suoni e le voci della vita: i rintocchi, il canto di un gallo, un fruscio di carta, un rullio di tamburo, lo stridere di una saracinesca che si chiude, la morbidezza di una voce cara.

C’è una leggerezza diffusa che si sposa al sogno, che si racchiude in immagini pittoriche, che evoca una storia: “e la nostra storia portala con te / nell’isola senza nome e ricordo”; che rimanda all’amore non senza dolore: la rosa di un rosso struggente è di velluto e spine, la neve che fa da cappuccio al Subasio contrasta col rosso del papavero; alla “casta camelia” si strappano via “piume e versi”, dove l’atto dello strappare stride accanto alle piume ed alla purezza del fiore.

Una sensualità delicata percorre i versi, tra allusioni e reticenze: “qui io non dirò nulla dell’albero / né della luna che lo sorvegliava”; tra brividi leggeri, quasi un “delirio d’ali” al tocco delle mani: “e se lieta nel liturgico fluire/ le tue mani sento in me confuse / con rapido tocco svagata m’insinuo / nella piega che il brivido m’impone”.

Una consapevolezza malinconica della fragilità della vita si nasconde dietro echi danteschi: “Da quale scena, da quale rilievo / approdate a questo chiaro giorno?” e invoca il giocoliere che tiene fermo nella mano “il cavo della bava”. Ma anche il traguardo estremo della vita è reso con levità, quasi una visione onirica: “il limitare toccheremo con grazia / le nostre mani tese al filo di lana”.

Se il nostro andare sulla terra ha un disegno così esile, il cielo comunque può consolare col suo “puro cristallo” e l’assenza, se si fa “piuma d’aria”, può avere ancora una voce, in una continuità che non si spezza. Il tempo che si prende a poco a poco la vita non sarà un nemico se, come nel Carpe diem oraziano, si vive ogni giorno, si continua a mescere il vino e con saggezza si dà la giusta dimensione alla speranza.

Recensione
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