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Questa forza di pace

Suddivisa in quattro sezioni, Questa forza di pace, di Mariateresa Giani, segna un percorso di indagine e di ricerca dell’Assoluto. Da una forte adesione alla materia, alla terra, di cui si coglie la fissità del gelo che blocca le cose, le voci della natura sotto l’acquazzone, la luce dell’autunno, la bellezza leggera dei fiori, degli uccelli, del vento, l’autrice si innalza verso la fonte stessa della bellezza: «In principio, Dio ha guardato il mondo / con potenza d’amore, trasfondendo / lo splendore dello sguardo in bellezza / sfolgorante d’oceani e d’astri, / di vette smerigliate col fuoco; / incline a minute finezze / ha smussato la punta di diamante, / la Sua tenerezza incarnando nel pudore / e nelle fragili grazie dei fiori».

C’è stupore davanti al divino che è in ogni uomo, perché “il seme del sacro e del bello” ha assunto fattezze umane, quello stesso che è in ogni altra creatura in quanto emanazione del medesimo fuoco creativo: «Siamo scintille del grande fuoco / creativo del Big Bang, o dell’amore di Dio, cadute tra corpi astrali / incandescenti». E come tali tendiamo verso la luce d’origine uniti in un rapporto d’Amore, estraniandosi dal quale ognuno di noi sarebbe «un atomo disgiunto, che manca / il proprio fine, votato a perdersi / nel risucchio di forze oscure».

Materia e spirito, ragione e sentimento, si giustappongono e si intrecciano, senza che l’uno neghi mai l’altro: «Al cuore umano sta la ragione / come stanno all’azzurro del cielo / le nere evoluzioni della rondine». E se «La ragione elabora il mistero / con mezzi sottili ed infecondi», il cuore «ne attinge la luce / segreta ed il soffio, che in infinita / bellezza d’amore traduce». Nella piena consapevolezza che il tutto è Amore, «l’eternamente vivo senza limiti, / l’impescrutabile indiviso», sicura della forza del Bene che «da un confine all’altro della terra / indistruttibile, svetta e purifica», Mariateresa Giani può riconoscere la preziosità di ogni frammento, la perfezione assoluta di un narciso, cogliere il fremito dell’aria che dà il segnale di partenza allo stormo, sentire la protezione tenera del manto di neve, la forza comunicativa del silenzio che “dello spirito è canto”, provare umana pietas per le ossa profanate degli scavi archeologici, capire il dolore, “roditore finissimo”, che scava fino alla “fibra nobile dello spirito”.

E soprattutto andare oltre “la divina indifferenza” montaliana quando un fringuello dal petto rosso vince la sua gara contro il sole, e con le ali la gazza nera manda lampi elettrici nell’aria e ne smuove la paralisi, mentre un brivido, una scossa passano tra i rami dell’abete. In continuità con Mario Luzi che ha sentito il respiro “dell’unico principio” nella tempesta che sconvolge l’aranceto, perché “Ibi ipse est”.

29 giugno 2014

Recensione
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