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Metafisica del tempo e dell’amore

L’ultima pubblicazione di Pietro Nigro, dal titolo Metafisica del tempo e dell’amore, è un’antologia con scelta di testi esemplari provenienti da varie sillogi poetiche, pubblicate dal poeta in un arco temporale piuttosto ampio. Dall’opera emerge una ben definita visione della realtà e dell’arte, e il tracciato di una specifica fisionomia interiore, le cui connotazioni consentono un’appropriata collocazione dell’autore nel panorama della nostra letteratura.

Tanto nella premessa che nella prefazione, ad opera rispettivamente di Guido Miano e di Enzo Concardi, se ne tracciano le linee essenziali e determinanti che consentono di ricondurre l’opera nell’alveo della poesia elegiaca, mettendo spesso in parallelo la poetica e lo spirito che informa la visione del Nostro, con quella di altri poeti, anche lontani in tempo e spazio, ma tuttavia accostabili per sensibilità e immagine del mondo. Mi pare che i versi del poeta seguano il fluire stesso di un pensare e di un sentire intrisi del portato di tutte le esperienze, degli infiniti accadimenti della vita che confluiscono nel farsi dell’elegia, nella condizione emotiva primaria da cui scaturiscono parole e versi.

E ho, pertanto, l’impressione di essere di fronte ad una visione, in cui il tempo si declina in Temporalità nel senso heideggeriano del termine, in un presente che contiene in sé, intimamente connessi, passato e futuro, icastici o sbiaditi ricordi, anticipazioni, speranze e desideri, malinconie e rimpianti e immacolati orizzonti sognati, ancora da venire. La dimensione nostalgica è costante perché il presente è in se stesso anche passato, vive dell’atmosfera memoriale, della dolcezza delle immagini rammemorate e delle sensazioni rapite alla fuggevole sostanza di un tempo che tutto divora. Nelle poesie che cantano l’amore, la nostalgia e lo struggimento sono per immagini vagheggiate, lungamente accarezzate nella memoria, vicine e lontane a un tempo.

Hanno qualcosa del femminino goethiano; prive di carnalità, suggeriscono l’incorporeo, l’etereo, l’eletto: non tanto una donna in carne ed ossa, quanto un’idealità pura, un necessario fantasma creato dallo spirito, un essere che è essenzialmente anima. E le carezze per lei sono affidate al vento che si sostituisce all’amante: “Quando sentirai il vento / soffiare tra i tuoi capelli, / sarà la mia carezza, / sarà la mia voce...” (Quando sentirai il vento). Il vagheggiamento è sempre intenerito e dolce, e l’estasi amorosa è tutta intessuta di richiami all’elemento naturale che rendono cosmica la pregnanza del sentimento “ ... onde sublimi i tuoi occhi d’un mare infinito, / verde rifugio di scintillanti riflessi, / ali ai più bei sogni d’amore.” (Guardo nel profondo). Una rêverie nostalgica che, se nelle poesie parigine si mostra, talvolta, come memoria evanescente, esile, sfocata agli occhi, grandeggia, tuttavia, sempre nel cuore. Anche lo sguardo alla Sicilia, terra d’origine del poeta, è nostalgico, racchiude l’idea e il sentimento dolceamaro del nostos (viaggio): un tornare a se stesso non più solo temporale, attraverso il ricordo, ma spesso anche fisico, spaziale: è un tornare alla casa, alla patria da cui venne e dove resistono le radici, gli ancestrali legami con le cose e gli esseri che gli appartennero e gli furono cari.

E l’Isola stessa sembra racchiudere il cuore del nostro poeta, che la sua terra ha nel cuore. Una corrispondenza di affetti, filiale e materna, che consente al poeta di raccogliere con soavità l’essenza della sua terra nel paesaggio agreste e marino, rivisitato nell’ambivalente sentimento dell’esule, e tradotto in fotogrammi che ne illuminano l’anima e ne divengono l’emblema. Talvolta, però, la nostalgia si fa amara e struggente, e si condensa in rimpianto, ad attestare la misura del nostro limite, l’ineluttabilità della nostra contingenza e dell’imperfezione che connota l’esistente. Nei momenti più bui la speranza sembra tendere invano la sua mano “… quando s’annera il mondo / e s’ammassano con le cose le ultime illusioni.” (Scende la notte).

Così, le occasioni mancate, i desideri irrealizzati sono espressi nel correlativo vivissimo delle “… solitudini di rose non colte / splendidamente appese al roseto, ammirate e bramate” (Il silenzio). E tuttavia il sogno, sempre rinasce, sostenuto, nei testi, dalla metafora delle ali che, più e più volte, ricorre a indicare il moto ascensionale del desiderio e delle aspirazioni umane, sublimate in questo slancio dell’anima. Di fronte alla constatazione di un mondo che ha smarrito i suoi valori e i connotati di umanità che aveva un tempo, le ali di questa poesia ci trasportano nella lontananza di orizzonti altri, lontananza che santifica epoche remote, leggendarie, risvegliando, come è nei versi di Utopie, il desiderio di una grecità onirica che potrebbe farsi guida allo sguardo dell’anima. Ma al di là d’ogni altro desiderio, la metafora delle ali traduce l’esigenza di espansione e pienezza dello spirito, afflato costante che cogliamo nei versi e imprescindibile anelito dell’anima. È il tentativo di oltrepassare se stessi, la propria circoscritta individualità, e di trascendere il limite della condizione umana e terrena per un Oltre di incontaminata purezza.

Recensione
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