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Riepitu

Risalente all’Antico Egitto e giunta, attraverso i Greci, sino a noi, la pratica delle lamentazioni funebri ad opera delle prefiche è sopravvissuta fin quasi ai giorni nostri.

Nell’ampia regione della Magna Grecia fu consuetudine poi esportata dai Romani anche in altri centri del Nord della Penisola. Tollerata in epoca cristiana, con alterne vicende è giunta sino alle soglie del terzo Millennio: l’uso di tali pratiche millenarie, di ascendenza per lo più ellenica è infatti documentato non solamente in Sicilia, ma anche nel Salentino, almeno sino alla metà del secolo scorso. Pier Paolo Pasolini ne dà un saggio nel suo documentario “Stendalì, suonano ancora” che riprende uno degli ultimi riti di canto funebre.

È a questo patrimonio culturale che attinge e dal quale trae ispirazione il poemetto di Filippo Giordano. Nato non certo intenzionalmente per tessere le lodi del fratello defunto, ma dalla registrazione di un momento di dolore e desolazione improvvisa di fronte alla sua prematura e imprevista scomparsa, non ci appare quale grido che simuli una disperazione solo apparente, come era appunto nell’uso delle prefiche che si strappavano i capelli e si graffiavano il viso recitando un copione come gli attori di teatro, ma è un pacato scandaglio nelle profondità di questa incresciosa esperienza dell’anima. Esperienza e confronto del proprio se stesso con la perdita, con la mancanza del bene più prezioso, cioè la vita.

E il libro è tutto un rammemorare, a partire dagli istanti dello sgomento e dell’incredulità di fronte all’evento drammatico e inaspettato che coinvolge tutta la persona. Ma l’animo non dispera, appare, anzi, intriso di un rasserenato dolore che dà alle parole del poeta il tono di un sommesso, affettuoso, colloquio col fratello scomparso. Si disegnano, attraverso di esse, i luoghi delle solitarie meditazioni: l’ombra scura delle montagna che sembra segnare il confine tra vita e morte “a sta banna tutti nuaddi vivi; / ri dda via… tutti vuatri morti “, un “al di qua” dei vivi, dunque, e un “al di là” dei morti; e il silenzio dell’anima che annega nel silenzio delle cose: sbigottimento di fronte al mistero della vita e della morte.

E i versi, inesorabilmente aprono questa dicotomia, la dispiegano osservandone la profondità e il Mistero Così, da una parte, “l’ombra” è metafora di morte, come pure lo sono “il fosso senza fondo” e “il buco nero” su cui orbitando, come una stella prossima alla sua dissoluzione, l’uomo viene risucchiato. E la vita, di contro, è la natura stessa che dispiega tutta la sua bellezza di albe e tramonti, di esseri e di cose amate cui bisogna dire addio, nel momento della dipartita: “Addiu lustriu ri luna e stiddi in cielu / addiu cuetu ri campagna, sirinati r’ ariddi / sciauru r’amenta e ri basilicò / vuci ri carusanza ‘ntuornu, addiu munnu!...” E il pensiero ungarettiano sulla fragilità umana anche qui prende la forma del ramo e della foglia prossima a staccarsi da esso: “Pinsannu ca semu fogghie mpinti / o ramu ri l’arbiru /…”

Le lodi del defunto appaiono come lodi alla sua vita attiva e campagnola, intessuta di sanità di principi e di purezza, come è nell’uomo che vive i suoi giorni a contatto con la bellezza del creato, con una natura, ancora incontaminata e benevola, e nutrendo in sé una saggezza antica: “Facevi tutto senza affanno, / a tempo di musica / seguendo il ritmo delle stagioni”.

Ma l’essere gettati in presenza della morte, evento ineludibile cui nessuno può sottrarsi, non può non spalancare le ancestrali paure e i dubbi che da sempre assalgono l’uomo, e il pensiero si arrovella nella ricerca di un senso e di una possibilità che apra alla speranza di fronte all’insondabilità dell’Ignoto.

Questo poemetto di Filippo Giordano ci appare, pertanto, come una sequela di riflessioni, intenerimenti, nostalgie e amati ricordi legati all’affettività familiare, ma una testimonianza, anche, della fragilità dell’uomo che si affaccia alle soglie del suo imperscrutabile destino.

Recensione
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