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Esistono nella nostra mente e nella nostra anima antinomie difficilmente conciliabili; una di queste è nella dimensione tutta soggettiva del sogno, del desiderio, cui la realtà contraddice.

Se la realtà fosse lì per realizzare i nostri sogni, essi non ci sarebbero così cari, non soffriremmo rimpianti o nostalgie; niente di struggente pervaderebbe la nostra anima, nessuna spasmodica, nessuna ossessiva tensione ci porterebbe fuori dalla realtà in cerca di qualcosa d’altro. Ecco, ci sembra che in questo la poesia abbia il suo germoglio.

Ad una prima impressione la poesia di Peralta ci colpisce per una pressante esigenza programmatica, per il tono apodittico quasi e per una forza visionaria e catartica, che imprime all’opera un crisma di palingenesi, variamente ricreato nei versi e, con una sorta di caparbia precisione, sottolineato nella parte in prosa. Ma non si tratta solo di questo, non si tratta di uno spunto meramente formale: la minuziosa dissertazione ha la precisione delle costruzioni che si elevano per raggiungere un equilibrio da funamboli.

Nella poesia di Peralta dunque colpisce, in primo luogo, la “forza del volere”, questa ardua, quasi ostinata, determinazione, questo credo profetico da cui trae la linfa che l’alimenta: un clima di attesa messianica che si manifesta negli stessi titoli delle composizioni: Epifania, Angelus novus, Genesi, Creazione, Battesimo e crocifissione, Nascita e resurrezione, Fede; e poi il ricorrere di una sorta di ideografia o allegoria astrale: il cielo, il cosmo, l’universo, gli astri, e tra tutti, la cometa, metafora dell’annuncio, un “nuovo” annuncio del sacro.

Non diversamente da quanto si dà in una ricerca metafisica, il poeta è portato allo sconfinamento dall’ambito della normale conoscenza. La conoscenza del poeta, come quella del mistico – e talvolta del filosofo – è estatica perché è ricerca che oltrepassa la soglia del fenomenico, trascendendone il carattere cronotopico.

Pensando alle accensioni che vivono in Peralta, all’ansia febbrile del novello euanghelion, tanto effusa, delirante quasi, mi nasce il ricordo di quel che Parmenide mette in bocca alla daimon, una volta giunto al di là della grande Porta. Mi nasce dentro la visione di questo incontro.

Parmenide racconta, nel suo “Perì fuseos” di esservi giunto dopo una lunga strada percorsa su un cocchio condotto da due cavalle. Due dee, Themis ossia la “giustizia divina” e Dike, la “giustizia terrena” lo accompagnano. La daimon cioè la dea che egli incontra, forse Mnemosine, si rivolge a lui dicendo: - (…) rallegrati, poiché non un’infausta sorte ti ha condotto a percorrere | questo cammino, infatti, esso è fuori dalla via battuta dagli uomini. – E più in là, in un altro frammento, continua: - Bisogna che tu tutto apprenda: e il cuore che non trema della ben rotonda verità e le opinioni dei mortali, nelle quali non è vera certezza.

Se quanto afferma Parmenide è lo stesso che viene messo in bocca alla dea, la conoscenza più vera, “il cuore immobile della ben rotonda verità” non può essere raggiunto attraverso la strada che tutti percorrono. La strada privilegiata è quella mostrata dalla dea, ed esclude tutte le altre. È la strada che conduce al cuore della realtà, alla Verità più vera, alla Verità come disvelamento dell’Essere; per dirla con Parmenide, alla Verità come Alétheia. Non è quella dei sensi che ci ingannano perché rivolti a cogliere solo l’aspetto esteriore e mutevole delle cose, dandoci una conoscenza relativa ed imperfetta cioè una doxa, una verità umana, transeunte che si oppone alla Verità divina, all’Alétheia.

Come Parmenide il poeta indaga “il cuore della ben rotonda verità”, cioè l’intima essenza della perfezione, attraverso la strada che conduce al sacro. L’Alétheia, non la doxa, è la vera conoscenza per Parmenide, e così per il poeta.

Questa esigenza e questa ricerca ci pare di scorgere nelle pagine del Nostro Autore quando immagina l’Intero come Sogno + Realtà dove il sogno starebbe ad indicare un aspetto antitetico della realtà che chiede l’atto divino di una Sintesi, di una interna coniugazione con la materia del reale.

Vi si potrebbe leggere un’esigenza di riconoscimento del proprio mondo interiore, una sofferta brama che acquisti sostanza proprio in questa coniugazione-accettazione dentro alla realtà. Ma il sogno peraltiano sconfina dalla visione individuale verso quella cosmica dove l’unione dei due elementi diviene panica.

Così, in un’atmosfera di sospensione estatica, i versi di Soaltà invocano il sogno dentro il reale ed educano l’uno e l’altro alla complementarità. Pertanto la poesia di Peralta è tutto un annuncio di quanto nella realtà si pone come paradossale e, tuttavia, necessario; tutta un’istanza che chiede a sé e al mondo la realizzazione di una sua luminosa idea di perfezione.

Recensione
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