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Un aspro canto

Il valore ossimorico del titolo di quest'ultima silloge di Francesca Simonetti compendia tutte le antitesi che vivono nell'uomo e nella realtà di cui esso è prodotto e produttore. Un canto, dunque, che avverte le disarmonie e le asprezze del vivere del nostro tempo, le discrasie di un mondo che ondeggia tra le immani tragedie che ci travolgono e il sogno a cui la mente e il cuore cercano di tenersi ancorati per una possibile salvezza.

“Il tempo non ha dimensioni dentro di noi / pulsa come eterno presente” scrive l'autrice. Una temporalità circolare che riconduce a noi l'intera vita in ogni istante senza demarcazioni tra ciò che è stato e il nostro presente, il quale s'affaccia in un futuro anch'esso presente nell'istante in cui irrompe nella forma dell'ansia del domani e della paura che invade il cuore delle nostre giornate.

Ma pure in questa circolarità, il tempo declina, dileguano gli anni “come farfalle silenziose” inavvertite, e l'unico appello è al “giudice equo” perché resti accesa la sua “lampada” a illuminare la via della giustizia dentro un mondo infame, perché “...diventi canto l'urlo di dolore / dei secoli trafitti e nenia d'amore / si propaghi nelle notti fredde / dal canto mesto della madre per tormentare / il sonno dei tiranni: (...)”.

La drammaticità di certi versi è quella dell'anima divisa tra cielo e terra, tra bene e male, tra pace e perenne conflittualità. Un'anima che è lo specchio di tutti i mali dell'odierna società, tuttavia consapevole e inorridita del baratro che le si apre davanti.

Ed è questa consapevolezza che schiude alla possibilità di una redenzione, che nei versi appare voluta, cercata, coltivata. Quelli che chiudono la lirica “Fedeltà alla musa” sono di straordinaria bellezza e incisività, con similitudini che rendono, appunto, l'aspra dicotomia di un mondo in frantumi in cui, tuttavia, sopravvive la ricerca e il sogno di un Bello “che si fa poesia”.

Ma nella realtà sembra operare un destino che ha la cieca forza delle immani catastrofi, di uragani e maremoti, tale è l'accanimento e la furia insensata, il vortice che domina gli accadimenti. Il riferimento è ai versi di “Mare di morte”, vale a dire all'infelice sorte dei migranti; e l'immagine di quelle “madri avvinghiate ad esseri / appena partoriti condannati alla fine”, nella sua icastica rappresentazione ci dà la misura di una immane tragedia, riconducendo alla memoria la biblica “strage degli innocenti”.

In “Poema smarrito” e in altri versi ancora, si ripropone la stessa valenza etica ed esistenziale insieme, che esplora le contraddizioni del nostro vivere, le antitesi brutali che spaccano i cuori, tra malefici e i dolci sortilegi dell'illusione che ancora sopravvive in un'epoca malata, schizofrenica. Così “...noi / travolti dall'eterno moto / vaghiamo nello spazio terrestre /come marea lunare senza approdo”.

Ma dopo la catastrofe dei sogni e della vita, l'autrice tenta di ripercorrerne il binario morto, smarrito, e di ritentare l'arduo viaggio della vita e dell'arte, con il peso e l'appiglio di “ritrovati sogni”. Una forza d'animo e un coraggio che rivive nelle sue parole e nelle stupende immagini che chiudono i versi di “Binario in disuso”: “...ora rivivo i miei giorni come fossero / nuovi e ne conto le ore / come fossero monete d'oro / da spendere con parsimonia- / spero soltanto di non diventare / schiava della paura che la morte / impone ma invano - / se ogni giorno mi alleno / per incontrare il sole.”

Ma la caducità della vita che fugge - il fugit hora della classicità, insieme all'antico tòpos del “morire delle foglie” - ritornano a più riprese nella silloge a dire, con un'immagine lungamente rivisitata nella tradizione letteraria, la precarietà dell'esistenza umana, il suo limite e la sua dolorosa fragilità.

E in tal modo rinascono i ricordi, i paesaggi della memoria, addolciti da una tenue nostalgia: in certi momenti quasi crepuscolare e gozzaniana come è in “Vintage crudele” dove la vista degli abiti allineati in un armadio, riporta la memoria al passato, al chiaroscuro di gioie e di dolori di cui è fatta la vita.

Queste, in sintesi, le tematiche che si alternano, si scavalcano e si compenetrano nei versi della silloge di Francesca Simonetti, a testimoniare la visione di una temporalità circolare che, nell'attimo, compendia e sostanzia la percezione di un'intera vita e di un intero mondo, un vissuto di anima e mente che abbraccia tutte le drammatiche e sofferte contraddizioni dell'esistenza terrena

Recensione
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