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LunaMajella

I sentieri
Acque Sacre d'Abruzzo

"Lunamajella. Questo è il titolo dell’ultima raccolta di poesie pubblicata dal poeta e critico letterario romano Gian Piero Stefanoni. Una parola-universo, così come la definisce Anna Maria Curci, la quale di tale raccolta ha curato la prefazione, che ben racchiude l’intenzione da parte del poeta di raccordare il cielo e la terra, di trovare un punto di incontro tra la spiritualità e la fisicità, tra l’astratto e il concreto. Non a caso, Stefanoni, nella prima delle numerose omonime poesie che danno il nome all’intera raccolta, definisce la Majella, secondo massiccio montuoso più alto dopo il Gran Sasso, situato nell’Appennino centrale abruzzese, “globo sospeso”, vista indubbiamente l’imponenza dovuta alla sua altezza (2793 m s.l.m.) che, però, “quasi ci tocca”, è proteso, cioè, verso il basso, verso l’uomo, quasi a volerlo avvolgere in un abbraccio, proteggere. La Majella è solo uno dei tanti rilievi, che insieme a spazi geografici e vari corsi d’acqua citati e spesso personificati, contribuiscono ad animare un universo altrimenti inanimato, un universo in cui non c’è più poesia, in cui risulta difficile distinguere i luoghi dell’abbandono (pietre), da quelli in cui c’è, invece, ancora vita (case).

“E non sai
se sono pietre, o case
le figure col bastone
che s’incamminano
appoggiate ai costoni.

Qui i poeti
non ti accompagnano,
devi procedere solo.”

La gente, però, pur essendo circondata da una vita aspra, non si arrende, ma resta fedele alla sua terra e fa affidamento ai suoi Santi, “dentro quel ciel che mai vuole perderci”, afferma il poeta in Lunamajella (VII). Le persone, difatti, sono abbarbicate alle montagne e alla rocce “maledette dal cuore”, come se il cuore avesse ricevuto la dolce condanna, usiamo volutamente un’antitesi, di non far scivolare via dal petto questi posti.

Appare, dunque, evidente che il poeta non canta il suo luogo natìo, ma bensì un’area del teatino, quella dolce e amara Lunamajella, divenuta per lui “madreterra”, terra, cioè che custodisce il suo animo, e che gli regala quelle sensazioni che si traducono, poi, in scrittura, più precisamente in poesia.

Il testo è impreziosito da tocchi dialettali, grazie alle accurate traduzioni nell’abruzzese dell’area teatino-frentana di alcuni componimenti, realizzate da Mario D’Arcangelo. La lingua dialettale ha, infatti, la capacità di esprimere il suono, o meglio la musica, intonata dal cielo, dalle pietre, dagli alberi, dal vento e conferisce al lettore la possibilità di immergersi completamente e quasi proiettarsi fisicamente nei luoghi ivi descritti.

Dal punto di vista prettamente linguistico è possibile notare che le ripetizioni verbali, le iperboli, gli anacoluti, le curiose scelte lessicali presenti in questo lavoro poetico, non sono altro che espedienti attraverso i quali si tenta di concretizzare stati d’animo e sensazioni che l’autore prova di fronte alla maestosità e alla bellezza del paesaggio che lo circonda (potremmo quasi parlare di una sorta di sindrome di Stendhal). La Natura diventa, per Stefanoni, come una vera e propria migliore amica, che prende il poeta per mano e lo guida, permettendogli di raggiungere i meandri più oscuri della sua anima. Il desiderio del poeta è quello di volare oltre le cose finite, ma, al tempo stesso, il peso del profumo della terra che ama glielo impedisce, radicandolo al suolo. “Forse è per questo che oggi lo sguardo si alza ma non supera i tetti”, scrive, infatti, lo stesso Stefanoni.

9 novembre 2019.

Recensione
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