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L’anima e il lago, silloge breve (tredici liriche in tutto) ma intensa per ispirazione ed essenzialità formale, è paragonabile a una di quelle cime innevate che nei mattini d’inverno talvolta si elevano dalle folte coltri nebbiose del piano, donde si dipartono le loro pendici. Intendo dire che nell’appiattito panorama della poesia contemporanea, melmosa palude, ricettacolo di centinaia, forse migliaia di rauche raganelle ermetiche, si tira un sospiro di sollievo quando d’improvviso si profila alla vista un’opera di vera poesia.

La silloge, il cui Primo Premio “Città di Pomezia 2010” rende testimonianza di una Commissione di Giurati all’altezza del compito, nasce da un substrato psicologico ipersensibile alle prese con i grandi, irresolubili interrogativi della vita. E il lago, metafora dell’insondabile mistero della Creazione, rappresentato sempre in uno scenario contestuale a tinte fosche (si tenga conto di quel “livido” prevalente su ogni altro attributo) è anche elemento simbolico in che si proietta la devastante esperienza di una creatura (la poetessa) cui la guerra negò il contatto caldo e rassicurante del paterno abbraccio.

Il libretto (per mole – s’intende – non certo per spessore artistico), che segnala qua e là, sparsi alla brava, echi del Grandi della tradizione letteraria italiana e straniera, dal Carducci (così presente con gli sdruccioli delle Odi Barbare) a Edgard Allan Poe, di cui Simulacri sul lago richiama – raccapricciante – La mascherata della Morte rossa, evidenzia una gestione del verso autorevole, dove l’impianto metrico, ben lungi dall’esser rimesso al caso, tanto meno piegato a peregrine soluzioni eufoniche, ubbidisce a un eccellente senso del ritmo, veicolo – anch’esso – delle turbe, degli incubi, dell’angoscia di una dolorante anima.
Recensione
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