Servizi
Contatti

Eventi


Sette storie al femminile

in: Dedalus n. 1

La silloge di sette racconti, di Giorgina Busca Gernetti, che apre il primo numero di Dedalus, quaderni di prosa contemporanea, curato da Ivano Mugnaini, segnala nella narrativa della scrittrice piacentina quattro motivi ispiratori che individuerei in quello psicologico, in quello leggendario in quello sociale, e in quello onirico.

Il motivo psicologico è largamente predominante, inglobando – a parer di chi scrive – ben quattro delle sette prose narrative. Siffatta predominanza, d’altronde, conferma quelle che sono le radici più profonde della produzione letteraria finora data alle stampe dalla Busca Gernetti.

In tale motivo si colloca la prosa d’apertura, che titola: Via Pirandello, dove il paradosso filosofico-letterario del Mattia Pascal, salito alla mente della protagonista Livia per analogia con un momento sconcertante di vita insortole alla visione – incredula - del “suo” funerale, le risolve lo smarrimento seguito a un improvviso vuoto di memoria circa il sito in cui era parcheggiata l’auto col marito in sua attesa.

Nello stesso motivo ci può stare (benché con una caratterizzazione più marcatamente psicanalitica) Fuochi d’artificio, dove il malore di Giorgia di fronte a un fantasmagorico spettacolo pirotecnico trova spiegazione nelle sedimentazioni da panico stratificatesi nel suo subconscio nei ricoveri di fortuna durante i bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Nel racconto qualche eco dalla “Coscienza di Zeno” non manca.

Una lettera d’amore poi denuncia, anch’essa (e non potrebbe essere altrimenti), una genesi tutta interiore, della sfera del sentimento, veicolando un messaggio di amore “platonico”, non inficiato da forzose convivenze da patto matrimoniale. L’unica cosa che non capisco (mi consentirà Giorgina) è quell’Addio per sempre, che chiude il racconto epistolare.

Quarto ed ultimo del medesimo genere può considerarsi Profumo di Haiku, anche se qui l’indagine psicologica cede il passo a una felice intuizione didattica di Mara, utile a salvare una bambina introversa da un irreversibile sbocco autistico.

Nel motivo leggendario si pone senza dubbio alcuno il racconto Amore e Morte nel Castello di Bardi. In esso la scrittrice, dopo aver fornito precisi ragguagli geografici e storici sulla Fortezza Landi dei Conti piacentini (il Castello di cui al titolo), narra dell’amore – ricambiato ma infelice – del Cavaliere Moroello per la bella Soleste, della Casata dei Landi.

Di ritorno – Moroello – da una battaglia vinta, con addosso, in segno di trionfo, i vessilli del nemico, indusse con tale infelicissima trovata Soleste al suicidio gettandosi – la poveretta - dal mastio, dall’alto del quale aveva ogni giorno spiato il tornar dell’amato da vincitore, che aveva invece ritenuto sconfitto e ucciso. È qui ben evidente l’analogia con la tragica morte di Egeo, padre di Teseo, al comparir della vela nera lasciata sulla nave dal figlio al ritorno da Creta.

Da un motivo sociale nasce invece L’ultima lettera di Fatima. Lettera – bisogna dire – indirizzata alla madre Zahira poco prima del suicidio da Fatima, ragazza marocchina che, attratta dalla prospettiva di una vita più decorosa dai modelli sociali dell’Occidente europeo, ne rimane vittima finendo trascinata in una prostituzione coatta, dalle cui bassezze non può uscire se non togliendosi la vita.

Onirico infine l’ultimo racconto: Miraggio a Segesta, dove la protagonista Elena, sola tra le rovine del famoso Tempio, si astrae dal reale fino a percepire in visione un rito propiziatorio in onore di Demetra.

La donna è dunque la figura portante dei narrati, e in quasi tutte, a mo’ di elemento unitario della silloge, si sorprende una sorta di attrazione – ai limiti della “libido” - per il “misterioso”, per il “transmateriale”, per l’“ignoto”, da cui si origina quel che c’è di indefinito, di precario del nostro esistere.

L’impianto linguistico-espressivo fa fede della provenienza classicistica della scrittrice. La consecutio temporum desunta dai classici latini è ribaltata pari pari nell’articolazione sintattica dell’italiano, fino a fare del congiuntivo un incubo onnipresente; e ciò nonostante la ormai nota remissività di questo sfortunato modo del dubbio di fronte all’incalzare disinvolto e spregiudicato di quello della certezza: l’indicativo.

Giorgina Busca Gernetti sente il bisogno – narrando – di dire tutto (quel che non le consente il verso, dove la stringatezza è d’obbligo), e il dir tutto la induce in periodi complessi, con un ricorso alla coordinazione e alla subordinazione molto frequente, con ricaduta evidente sul versante della concisione espositiva.

E tuttavia la pregnanza significante dei racconti tiene avvinto il lettore, coinvolgendolo nella portata emotiva delle storie narrate.
Recensione
Literary © 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza