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Addio a Pasquale Martiniello.
Una partenza che non sarà mai un’assenza

Ho appena ricevuto la raccolta poetica Actis di Pasquale Martiniello e prima ancora di aprirla e gustarne il sapore intenso di pensiero e sogno, d’ironica saggezza e amara satira, prima di poterne seguire l’acuto sguardo sulla scena del mondo per raccoglierne le più nascoste vibrazioni dell’esistere, ricevo la dura notizia, temuta perché da tempo annunciata, del suo passo estremo, del superamento della soglia che chiude al transitorio e si apre all’eterno.

Martiniello, uomo di profonda cultura, maestro di vita e di conoscenza, docente e per anni preside nei licei statali, uomo delle istituzioni, è stato sindaco della città natale, Mirabella Eclano, e ha diretto un’associazione culturale “Linea Eclanese”, ha promosso e realizzato nel 1963 l’istituzione del Liceo Scientifico Statale e nel 1973 quella del Liceo Ginnasio “Aeclanum”. Soprattutto è Poeta. Egli entra nella dimensione del tempo immobile e infinito con le carte in regola, come d’altronde era suo costume nella vita di tutti i giorni. Mai una scalfittura nella sua natura di uomo che fa della vita una espressione di quella verità e di quella giustizia che hanno nel Sacro la loro origine e la loro essenza e di cui è impastato l’io profondo, scintilla dell’Essere e che mai si confonde con l’essere dell’esserci metamorfico, fragile e transitorio. Martiniello ascolta l’uomo, lo denuda e gli parla indicandogli i pregi e i difetti e, sempre nei limiti di vicinanza e affetto, muove i suoi ammonimenti. La sua partenza non sarà mai una assenza perché sentiremo la voce chiara, sornione, intelligente che ci farà compagnia e ci sarà di sostegno nei momenti d’incertezza e di smarrimento. Egli sarà saggio nocchiero a guidarci verso sicuro porto. Ora non ci resta che salutarlo, augurargli buon viaggio e offrirgli, quale dono, alcuni versi, non so se buoni, certamente sentiti e affettuosi:

Lo scoglio e il gabbiano

La poesia e il poeta (a Pasquale Martiniello)

Alto lo scoglio si erge sulle acque,
resiste all’urto dell’onda che l’avvolge,
schiaffeggia i fianchi, s’inerpica, vacilla,
sfiora la cima e rapida discende
precipita nel gorgo
e frusciando e schiumando s’allontana.
Si gonfia il vento, urla, accumula nubi,
quindi li disperde, apre spazi d’azzurro
e subito li chiude, il cielo ondeggia,
qua e là frana l’arco d’orizzonte
che lo sguardo osserva.
S’inchina la pineta e l’uliveto
si contorce e piega.
Il cavallo nitrisce e dalle case
sale il fumo come una preghiera.
Il contadino spaventato e incerto
lascia gli attrezzi da lavoro, cerca
riparo in un antro lungo la collina.
Ogni cosa è sconvolta, ma lo scoglio
saldo rimane in mezzo alla tempesta
e un gabbiano, fermo
sull’appuntita vetta, non si scompone
ma maestoso giudica gli eventi e,
guidato da remota sapienza,
apre le ali, cattura l’aria, prende
quota, sfida cumuli e cirri, torna
e nel planare sfiora alberi e orti,
graffia l’onda, si posa
nel punto da dove era partito,
prende nuovo vigore
e di nuovo s’innalza. Poi ritorna
per chiudere le metamorfosi del mondo
nel perfetto arco del suo cerchio.
Aspetta sereno l’ora del crepuscolo
che tutto versa nel vuoto della notte,
ma lascia l’immagine lucente
di quel volo che lega alba ad alba
stella a stella aprendo
le dimore dell’Eterno.


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