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Il senso della mancanza percorre tutto il “lamento funebre”, lamento, non nell’accezione del rito pagano come nell’antichità, ma come raccontare, rammemorare la persona amata in modo premuroso e quasi religioso, che Laura Pierdicchi ha scritto per la perdita del padre. Un lamento, quindi, non angoscioso, tragico, istintivo di un pensiero che considera la morte una punizione o la vendetta di forze arcane, una caduta nel nulla, ma il lamento di un pensiero che ha assorbito secoli di cultura e ha appreso che il morire è un passaggio, un mutare, la resurrezione dell’io imperfetto che ritorna alla perfezione dell’Essere, un pensiero che ha acquisito la consapevolezza della necessità del rigenerarsi e trasformarsi in un processo metamorfico verso l’Assoluto, ma che comunque non ci libera dall’umano sentimento del distacco che diviene pacata tristezza e senso della mancanza. Non assistiamo, per questo, a un coinvolgimento dei sentimenti in modo convulso e scomposto, ma contenuti nella coscienza che l’esistenza è un viaggio nel deserto della materia che ha il suo monte Moab nella morte. La rassegnazione, il dolore, la nostalgia ci sono quel tanto che serve a dare vita alla scrittura e ad arricchirla di quelle profonde vibrazioni dell’anima, di quelle oscillazioni del pensiero tra la dura realtà del morire e il sereno sguardo della memoria, tra il vuoto del distacco e la fiduciosa attesa del risorgere, il dubbio del dissolversi nel nulla e la certezza del persistere nelle vene dell’esistere, che danno alle parole l’incanto della poesia: “E tu padre rinasci vita sommersa | grembo primordiale”. La Pierdicchi, moderna prefica, pone la figura paterna sulle ginocchia del suo dolore, vi piega sopra i rami della sua vita, che si aprono in foglie, in fiori, in gemme e comincia a tessere, col filo dell’affetto filiale le parole del trepido ricordare, del triste presente e del concludente futuro che annulla vita e morte e tutto immerge nel “gorgo universale”.

Il lamento è diviso in tre parti: i tre tempi del morire. Nel primo tempo v’è l’inciampo, il guasto, l’insinuarsi nella sinfonia della vita della nota sbagliata, muta, che preannuncia il silenzio: “povero padre è il bacio nero – quello peggiore | quando lei s’innamora e poi ti risucchia”; nel secondo è l’attesa, il prendere atto, ogni giorno, del passo che s’avvicina col tocco della sua ineluttabilità “Intanto lui non si lamenta | ha un sorriso per ogni nuovo giorno”; nel terzo ci coglie lo stridore della porta che si chiude ai luoghi del mutare per aprirsi all’eterna immobilità dell’immutabile “ti ho sfilato la fede | ultimo tocco”. Solo il ricordo si oppone al progredire del morire rifugiandosi nell’infanzia, stanza della innocenza e del sogno, luce d’alba che non conosce l’ombra della sera. In questa luce Laura Pierdicchi parla al padre morente, lo culla sulla distesa ala del suo amore e offre a noi il pacato fluire dei suoi versi in onde che s’increspano e s’appianano assecondando il vento dell’esistere.

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