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Leggere il delizioso libro di Ferdinando Bianchini Brevi incontri e spigoli è come immergersi nella quotidiana vicenda dell’esserci, coglierne le azioni, i più piccoli avvenimenti, i più normali fenomeni, le più nascoste o evidenti espressioni dell’agire e osservarli ora con lo sguardo superficiale dell’occhio materiale, ora con quello indagatore del pensiero, ora con quello abissale, arcano e profetico dello spirito. La vita umana, animale e vegetale, ci si presenta nel suo continuo fluire, mutare, finire. Tutto un mondo compresso nel meraviglioso segno scritturale, nell’onda sonora della parola che si distende nell’ampio spazio del raccontare o si condensa nella vibrazione del verso che apre fessure e finestre, spalanca porte sulla vita e sulla morte.

Banchini disegna e scolpisce coi pennelli e gli scalpelli della scrittura tutto ciò che cade nel raggio del suo osservare e ce lo consegna, dopo averlo avvolto sapientemente col velo luminoso dell’atto creativo, per gustarne la forma, gli intimi sussulti, il fremere dei sentimenti, il guizzo della mente. Allora ci si trova, ora incantati, ora curiosi e vigili, ora critici e sospettosi, a seguire le moine di un gatto, le sue necessità, l’istinto per realizzarle.

Quanti schizzi leggeri, ad acquarello, che indugiano sull’occhio sonnacchioso del simpatico felino domestico che attraversa l’esistenza con sorniona calma , nell’ozio dell’attesa di una carezza, di un boccone, di un rapporto procreante per continuare la specie attraverso un processo istintuale, tracciato dalla natura ab aeterno! L’affaccendarsi dell’umanità nelle piazze, nelle vie, sull’uscio di casa, dietro le finestre, con le speranze, i dolori, le passeggere gioie, gli sguardi che offrono e chiedono ora sul filo dell’amore, ora su quello del rancore, sempre nell’intreccio di sentimenti contrapposti, ci lascia sorpresi e incantati. Sullo sfondo, ma parte integrante del quadro, il composito alveare della città eterna, Roma antica e nuova, pigra nel fare, alacre nel parlare, idonea al vorticoso far nulla della politica. E il viaggio dell’uomo si dipana dalle origini alla fine, col peso della Croce dell’esistere sulle spalle, con la malvagità, il bisogno d’amore e il desiderio, profondo, occultato a volte, dalle infinite maschere del vivere, della morte per poter tornare al suo principiare, alla dimora della perfezione e della luce. Bella, lieve, colma di curiosità e di spirito d’osservazione la passeggiata a Venezia “Da San Marco a San Michele” per calli, campi, campielli, corti, fondamenta, rii terà e salizade” dove si avverte la vetusta bellezza, quasi da favola della città lagunare, la dolcezza carezzevole della parlata veneta, il flessuoso ondeggiare del mare che sembra cullare ogni cosa nel suo sussurrante silenzio mentre racconta una storia remota, persa nei secoli, mescolando materia e anima, vita e morte. Colta, profonda, vibrante di sensitività e d’intelligenza con sprazzi di controllata malinconia e leggere pennellate d’ironia, la breve storia di “Un calendario”, realistica e sognante tra il presente che scorre e si frantuma e la memoria che ricuce e annoda.

Genesi”poi è un concentrato di conoscenza e di sapienza scritturale illuminato all’improvviso da un raggio d’incandescente ironia.

Per poter gustare la felicità inventiva di Brevi incontri e spigoli bisogna leggerlo nel silenzio della solitudine. Solo così si può seguire un volo, ora veloce, ora lento e disteso di uno stormo di uccelli e ci si può immergere nei suoni, nei gesti, nelle infinite manifestazioni del quotidiano che l’autore depone nel paniere della sua scrittura dove abbondano bellezza, armonia e fede nel divino. E non si può chiudere questa breve nota senza accennare all’ironia, alla satira e al sarcasmo che di verso in verso corrono per tutti i ventotto, pregevoli epigrammi di “Spigoli”, con cui si conclude il libro e che ci lasciano un uomo sezionato e spogliato per metterne a nudo furbizia, egoismo, disonestà, ipocrisia, stupidità, e quindi il vuoto dell’anima e la grossolanità della carne.

Caselette 19-03-010

Recensione
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