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E continua l’onda poetica di Liana De Luca, percorre i mari infiniti della parola, corre, si ferma, acquista nuova possanza, più piena significanza. Si piega su se stessa, ritrova gli antichi suoni, le più remote radici, germoglia cresce , svetta, s’ingravida per partorire nuovi fiori, più gustosi frutti e farceli gustare, sparge abbondanti semi, frattali minutissimi uguali a se stessi e all’infinito Tutto da cui discendono per riportarne una memoria, un infinitesimale segno, una traccia che ad esso ci riporti. Si guarda dentro la De Luca, apre le porte del suo essere, sorride, alza il sipario dell’umana scena dove un solo attore recita la vita. È il poeta che racconta la sua storia e parla del mondo, prende parole nei fondali della sua anima e le regala al pubblico perché ne apprezzi la magnificenza, se ne impossessi e le offra agli altri. Questa premessa per parlare della più recente raccolta di poesie di Liana De Luca dal titolo che ci proietta in uno spazio di alto contenuto culturale e ci preannuncia un sogno e una beffa: Della buona ventura.

Una raccolta che ci trasmette la capacità e la sapienza inventiva della De Luca, il suo continuo rinnovarsi e trasformarsi partendo ab inizio, dal concepimento della parola nei profondi gorghi del pensiero, come l’onda appunto, che cresce, s’innalza, si espande salendo dai tenebrosi abissi marini, sempre uguale a se stessa, sempre diversa, sempre assetata di luce.

Le sette sezioni in cui è divisa la raccolta servono all’autrice a scandire il ritmo inventivo senza nulla togliere all’unità creativa che dal caldo pulsare della mente passa alla fredda schematizzazione binaria del computer e si esprime, nella versatilità della forma e del linguaggio, nell’adeguarsi alle esigenze scritturali tese a cogliere i giochi dello spirito poetico, nella complicata tela dell’esistere e, per rendere più interessante il gioco e muoversi più agevolmente negli spazi creativi, la De Luca sale sui trampoli di due puri geni dell’arte: Dante e Caravaggio. Da una parte il genio del segno sillabico, dall’altra il genio del segno pittorico, mentre il segno musicale emana, nello scorrere dei versi, dal vibrare della parola. Possiamo concludere queste notarelle sul più recente lavoro in versi della poetessa illirico-partenopea con un ad maiora sapendo che il cammino del poeta è rivolto a cime sempre più alte.

02-06-08

Recensione
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