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Carissimo Angelo,

poiché amo il vino, quello rosso, il sangue della vite, e di conseguenza adoro l’ebbrezza, sia quella apollinea, rivolta al cielo e che fa bene allo spirito, sia quella dionisiaca che lega alla terra e sconvolge le viscere, ti sono grato per questo dono, prezioso per grazia e saggezza.

Questa sera, lasciata la noiosa monotonia del giorno, mentre il tuo canto aleggerà brioso nell’aria, io berrò per primo e poi per ultimo, attento che il calice non sia mai pieno, non resti mai vuoto. A brindare con me, intorno alla mensa imbandita, la caraffa colma del tuo nettare, ci saranno: Omero che “del soave licor prese diletto”; Senofane che ci assicura che “altro vino è pronto e non mancherà mai: è dolce nelle anfore come il miele e odora di fiori”; Alceo alzerà il calice per dire:” Beviamo. Perché aspettiamo le pallide lucerne? Solo un attimo è il giorno. Prendi, amico, le coppe grandi e variopinte: il vino che fa dimenticare gli affanni lo donò agli uomini il figlio di Zeus e Semele. Versa,mescola uno e due calici, pieni sino all’orlo. Una coppa spinga giù l’altra coppa”. Arriverà Anacreonte che mescola ebbrezza e amore e canterà: ”Orsù fanciullo, portami la tazza | che io beva di un fiato, versa dieci parti d’acqua | e cinque di vino, perché senza violenza | voglio ancora inebriarmi”; Alcmane che tutti i vini ama: “Vini dei cinque colli | o d’Enunte, Dentiade, Caristio, | o d’Onogli, di Statme, che non sa | di fuoco, che sa di fiori”. Si farà largo fra cotanti canti, il canto mio più basso e più modesto: “Vacilla il giorno | all’urto della notte, | pauroso il cuore | cerca conforto. | Accendo i lumi, | fo brillar le coppe, | rapido le svuoto | e pronto le ricolmo | e di nuovo le svuoto | e ancora le ricolmo. | Verso parole d’amicizia | e amore fra gli amici | convenuti alla mensa | e altre voci si uniscono alle voci | colme di gioia | e calde di saggezza, | fresche di sincera lealtà. | Brindiamo amici all’alba che verrà.” Infine a chiudere il frizzante coro prenderà quota il tuo sublime verso: “E quando l’inverno bussa | alle porte mi cingo le spalle | di morbida lana, | e so che lunga vita mi aspetta | se tante volte le labbra | porterò al calice colmo. | Conterò allora a centinaia, | per discendenza romanica, | i boccali e la morte avrà | il sorriso buono dell’annata.”

Già viene l’alba, ti saluto amico, ti sia compagna una piacevole gioia.
Recensione
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