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Frammenti

Scrittura e pittura, parole e immagini compongono la raccolta poetica “Frammenti” di Carlo Mosca, un artista che leggo, qui è d’uopo recitare il mea culpa, per la prima volta. Da subito vengo coinvolto dalla freschezza di un linguaggio che apre finestre di vita, spazi paesaggistici e onde di tempo che oscillano tra passato e presente per proiettarsi nel futuro e oltre: “Perché non ci è concesso il numero zero? / Che sia forse questa la prima fase / l’inizio del mutamento, ulteriore gradino / a salire le scale di un tempo sconosciuto / punto di fuga di arcane prospettive” (Ogni giorno) e ancora “ È d’uopo comunque andare lontano / cruna e cammello a crescere sogni/ di atomi azzurri” (La mia vita) per concludere:“Salire dunque in testa d’albero / a fiutare il vento, dominando onde / azzurre e insulti del tempo. Quasi fossimo immortali.” (Non ditemi).

Come nella pittura domina il rosso-sangue, la vita pulsante e transitante, ma anche dello struggimento e della passione, nella scrittura sono i colori del tramonto e dell’autunno, del tempo che declina, a occupare l’orizzonte su cui si posa lo sguardo del poeta: “soglie simboliche di fonemi per flussi/ d’immagini ai margini d’un buio incipiente // Rintocchi a valle per un sole morente” (Fonemi) e poi “Vago sorriso dimenticato in tramonti / di lacca per noi che fummo brivido / di carne nel respiro del bosco. (Penombra) quindi “furtive ombre procedono lungo il greto / del tempo che chiude questo giorno / vissuto alla deriva” (Derive).

Splendido, in Phrònèsis, il verso, ripetuto tre volte “Perde ricordi la voce del passato” che nell’ultima strofa si lega a “ un’ombra di malinconia / il rosa di uno spento tramonto / accompagna” quasi a dare più forza e peso al senso di un perenne sgretolarsi del nostro essere creature di passaggio piegate al divenire.

La linfa culturale, che nutre la poesia di Carlo Mosca, è humus che sale da strati profondi ricco, quindi, di antica sostanza, concentrata in radici e bulbi pronti a farsi germogli e dunque pianta : “Vibrazione di vita a lungo esercitata / se dalle mie mani escono materiche forme / di vuoti e pieni a rappresentare l’onda / della mia esistenza” (La mia vita).

Il linguaggio, mai ricercato, ma spontaneo e pulsante di modernità, sempre proiettato in un continuo cercare, attraverso il dubbio, l’essere e il nulla, la tesi e l’antitesi, dove bene s’incastra il pensiero eracliteo del divenire, dà al pensiero poetante di Mosca l’agilità e la forza della fluidità e dell’incisività nel narrare oscurità e bagliori del nostro esistere, ma anche il principio e la sostanza dell’esserci aggiungendovi quello sguardo dell’anima, che supera il campo visivo eracliteo, ancora fermo alle cose del mondo visibile, materiale e transeunte, per cui l’archè dei primi passi del pensiero greco, diviene l’archè moderno, divino ed eterno: “L’archè dunque è l’evento, / l’armonia del sorriso per noi ciechi / di luce a vedere con gli occhi dell’anima” (Haìresis).

Numerose sono le porte che il poeta apre dinanzi al nostro sguardo, sono varchi improvvisi che ci parlano dell’incertezza dell’esserci: “E non so se la vita è già finita /o deve ancora iniziare:/ si scende o si sale?” (Risveglio), della vecchiaia e della fanciullezza “ma lo specchio rimanda/ un volto di vecchio/ visto con occhi di bambino” (In-perfezioni), dell’amore, della solitudine, del nascere e perire, del dolore infinito e, attraverso il nuraghe Goni, di arrivi e partenze, del transitare degli avvenimenti, delle opere, degli oggetti, “Solitudine dell’evento/ lacrime senza tempo/ nascita e morte/ Goni perduta e ritrovata/la nostra esistenza non ha bisogno/le nostre parole bisogno non hanno/per ballare a sera/sul nulla della contemplazione” (Fonemi ), della finitezza , dell’ eternità e ,quindi, della vita e della morte : “L’eternità si aggira fra umane desolazioni/ ignorando chi spegne parole, quelle vere/ mai vaporate nel viola di mille naufragi./ Verrà il vento che non ha confini/ per chi è seduto sul silenzio dell’onda/ con ali socchiuse in attesa dell’ultimo/ soffio” (Cala de flores).

Per concludere potremmo dire, sintetizzando, che con “Frammenti” Carlo Mosca voglia tracciare, sul firmamento della poesia, le maglie di una tela che leghi passato e presente, essere e non essere, effimero ed eterno. Magnificamente vi riesce immergendo i fili della sua intelaiatura nella luce incerta di un perenne tramontare lungo le basse arcate dei nostri orizzonti. Così il poeta-pittore finisce col regalarci un quadro perfetto dove l’universo, nel continuo e incessante mutare delle forme, afferma la sua perennità e la sua assolutezza nell’unicità delle origini.29-12.013

Recensione
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