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Non è facile entrare nel mondo scritturale di Domenico Cara, perché fatto di spazi immaginativi, linguistici, memoriali e onirici compresi all’interno di una solida architettura di pensiero entro cui si espandono e solo anguste feritoie e basse porte lasciano uscire i bagliori, gli incanti, le appaganti visioni, i sussurri del sangue, le aspirazioni dello spirito. È come assistere alle luccicanti traiettorie delle stelle cadenti nel mezzo di una notte vasta e densa: si resta legati a quei giochi luminosi con gli occhi del cuore e dell’anima mentre il buio ci circonda.

Lungo i percorsi della parola ci nutriamo di scaglie di bellezza che il poeta ci offre, incastonate nei versi, come dono, sottraendole alla mensa scandalosa, luttuosa, festaiola di una realtà che la mente scandaglia, registra e compone. È un nutrimento ad alto valore creativo. Ecco allora l’occhio di carne e sangue che osserva “l’insetto offeso da mani aggressive”, lo “schifo dei pallidi umori” (da La dilatazione del ronzio) e, mentre le ali di una vita misera volano verso la morte superando la domanda di un pensiero cieco agli enigmi dell’universo, si alzano le nuvole dell’indifferenza nei cieli del passare e spronano l’occhio dell’anima a dilatarsi e vedere più lontani spazi partendo dalla concretezza di oggetti che segnarono la lastra della memoria per arrivare, attraverso il sogno della poesia, nei luoghi della speranza: “suppellettili scomposte, forme forse sbagliate” – “i tarli sonnolenti, le confidenziali letture | e gli aneddoti sulla poesia; che offrivano | agli inchiostri fiduciosi un’attendibile speranza.”(da Una metà del cielo). Ed è sempre il distratto andare dell’uomo, il suo guardare le minime cose, gli oggetti senza valore che spinge il poeta a spronare di uscire da” dentro i fossati” e lasciare la “linea | degli enigmi, dove l’immanenza si fonda al disperso | delle cose, ed i carbonai si segnano in fretta, | nel risveglio, dentro una pura alba invadente, | spezzata dal fulgore dei levrieri del sole” perché egli sa che “Per sussulti, ritmi irregolari, la lucciola breve | si porta nell’infinito” (da Arabeschi senza neve). Con “Interni d’immolazione” Domenico Cara, avvalendosi di un linguaggio che trova sostanza espressiva ora nella speculazione filosofica, ora nei “vincoli memoriali”, ora nella sofferta visione del reale coi suoi strapiombi di dolore, le sue insignificanti pianure, le sue vette di orgogliosa nullità, ora nel sogno o in “Altri gradi di vita” o in altri “arcipelaghi”,  ci racconta l’esistere “studiando i sospetti del vissuto | in ogni movimento, qualunque siano le labbra | dei desideri, i nomi che pretendono un posto | nell’esistenza del Tempo pacifico, tra palpebre | di fuochi, all’aperto, ed esse distanti dallo sfacelo”. Un raccontare sotteso a un ritmo lento, riflessivo, in un “movimento fonetico scarno o avviso lieve, || per successioni | e brusii, fino a i cenni d’una deriva; (che) lascia reali | mobilità, epifanie di contrappunto, feste estreme; | ascolta lo scherno dei pugnali, le sfumature d’alito,”(da Contrappunti); si sofferma con fare premuroso e incantato sui “bianchi ricami del mandorlo, diventato pittura instabile, accorto flusso | del tenue fiore che cade e fa crescere trame di libertà” o corrugando la fronte,  si domanda “Come vivrò in un divenire più lento, tra porzioni | di letargo, memorie attive quanto più lontane, | i ladruncoli prime e ultime voci di un imposto riposo?” (da Rischi dell’essere), “Come salpare con uno scarno guscio? | Tra quali falde dire le tempeste | d’una stagione di evidenze un po’ | azzurre, un po’ intorno a uccelli morti?” Dopo il disorientamento e lo sconforto, il poeta ritrova la speranza e la sua “anima attende un alito innocente | dagli asfodeli implosi, per spostarsi | nel mare di un Tuo sorriso”. (da Nel nome del Padre).

Ogni composizione coinvolge il lettore, lo costringe a segnare punti di contatto tra vita e scrittura, perché in ognuna si condensa l’essenza dell’esistere. Cara fa scorrere nella trama del reale il sottile filo del surreale che imbriglia gli oggetti animati e inanimati e li proietta su orizzonti altri, su accennati, fulgidi archi di bellezza. Un’intelligenza vigile, lineare, non coinvolta, si piega sulla storia, sugli avvenimenti, sui grandi e piccoli episodi, li descrive, li giudica, ne prende periferici brandelli e li depone in un suo angolo poetico dove vibrano corde di schiva emozione sollevando una musica lieve ma profonda e sprigionando una fiamma che dapprima sembra fredda, poi lentamente si scalda, brucia, illumina e, nell’immaginario di chi legge, il ripostiglio si espande, occupa la scena mentre gli attori si allontanano, vanno sullo sfondo, lasciando lo scenario al vento della poesia, alla sua voce, a una vivace danza che, sulle maldisposte tavole del palco, disegna armonici passi, sogni d’amore, evasioni verso spazi d’infinito, ma rallenta, quasi si ferma, come sbigottita, dinanzi al “turbine notturno || galoppante, in fuga dalle rose, dalle magiche | erranze, giovani echi, casa di giochi per mani | di bambini,”; dinanzi a “sguardi di donne amare, | che da tempo cercavano brandelli arcani, all’imbarco | dei mariti annegati, vacui, macabri marinai della notte”.(da Lemmi del naufragio). Volendo dire qualcosa di definitorio sulla scrittura di Domenica Cara, ma non è possibile, perché costituisce una struttura in continua evoluzione che apre, quando il silenzio lo permette, improvvise finestre di riflessione e di stupore su paesaggi in successione di spazio e di tempo e poi, oltre ogni spazio, oltre ogni tempo, nel sogno del poeta; e allora tentiamo una possibile conclusione: nei campi scritturali di Cara la parola, quale seme ricco di energia intellettiva, dell’esperienza di un lungo, sotterraneo cammino, germoglia nel solco arido e sghembo della realtà e si consegna alla magnificenza solare della poesia, superando le contraddizioni del vivere, i falsi miti, le ipocrite gioie, le “bugie coraggiose” di bimbi che si “inventano delittuosi per gioco” e portando con sé il sogno “di ritornare sulla scena del disincanto, | in luogo magnogreco”.

14 febbraio 2008

Recensione
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