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La stella promessa

La poesia di Corrado Calabrò.
Tra visione cosmica e canto d’amore

Inizio a leggere “Roaming”, la prima sezione della raccolta poetica La stella promessa, ma resto un po’ spiazzato, confuso: è un Calabrò diverso da quello che conosco. Mi fermo e decido di saltare, passare alla seconda sezione: “Password”. Qui mi ritrovo, sono in una dimora conosciuta, con una voce amica, anche se più riflessiva, sul ritmo di un andante adagio, mentre sulla lastra della memoria è impressa ancora la misura musicale di altre letture: l’andante giocoso a volte, a volte allegro, ma non troppo, sempre, comunque, disteso sul tono basso del raccontare, anche quando questo si presta alla battuta fulminea, all’inciso che amplifica l’oggetto caduto nel cerchio dello sguardo poetico e dà alla parola una semanticità invadente lo spazio e il tempo del mondo culturale di chi legge. La sacralità dell’atto creativo conquista l’anima e la solleva in luoghi oltre, dove regnano Bellezza e Armonia, s’intravede il Divino. Il canto d’amore diventa il filo nel telaio della vita dove la navetta che intesse la tela è la freccia di Eros. È facile asserire, basta leggere pochi versi, che in Calabrò la poesia amorosa è di una classicità luminosa e, nel contempo, di una modernità scintillante: la serenità del tempo concluso e l’irrequietezza dell’ora che monta, cresce, s’espande o, per ricorrere a un modo di dire, che potremmo considerare tipico di Calabrò, la sontuosa maestà del mare aperto e la felice turbolenza del torrente. Questo avvicinamento dell’universo amoroso al mondo acqueo, mi porta alla successiva considerazione: le radici greche della cultura di Calabrò costituiscono quell’humus che rende la sua poesia aperta a un’onda di luce che oscilla tra l’occhio solare di Apollo e quello lunare di Artemide, sotto lo sguardo di Venere che s’affaccia all’orizzonte mattutino per “annunciare la sera” o appare alla sera per essere “il primo pensiero del mattino”. Si sente da dietro le quinte quel panta rei eracliteo che ci proietta al “carpe diem” oraziano per evitare di precipitare nel regno della Noche oscura di San Juan de la Cruz. Ora, seguendo un processo mentale deduttivo, viene spontaneo affermare che questo mondo poetico si sostenga su due pilastri che fanno di Calabrò un poeta portatore, nelle sue vene, della linfa “magna grecale” con lo sguardo della chiarità apollinea e quello della malizia e della malinconia dionisiache, senza mai cadere nell’abbrutimento dei sensi, ma che possiede, inoltre, il fermento intellettivo della modernità, la capacità, cioè, di cogliere, tra i neuroni immersi nel turbinio gelido delle più svariate scoperte scientifiche, il caldo fluire della vita . Questi due pilastri sono il mare e l’amore, due entità del medesimo ente: l’essere dell’esserci; e dell’esserci l’amore rappresenta l’energia che distrugge e crea, il mare, che per Talete era l’origine della vita, per la sua radice mar significa anche morte. I due termini si coniugano in quel pensiero classico che aveva dell’esserci un concetto naturalistico e cosmogonico e che, attraverso il mito, dava all’amore e al mare la stessa energia generatrice e distruttrice. Nella visione amorosa del poeta reggino, inoltre, s’innesta quel concetto platonico dell’ eros come desiderio e richiamo dell’Idea che l’anima avverte e realizza in una ascetica contemplazione che diviene pura visione dell’Idea medesima. Da qui la tendenza dell’uomo a voler raggiungere la bellezza, l’armonia e quell’Uno da cui è stato per sempre separato e per cui l’anima s’incanta nel cercarlo: “La penuria di te mi affolla l’anima” (Ressa); “La privazione di te | è un faro nero che mi fa da guida; | risente, nelle notti senza luna, | il mare di un’oscura calamita”(da “T’amo di due amori”). Quindi l’amore come negatività e testimonianza di privazione dell’altro, l’Uno, a cui si tende per forza interiore e inspiegabile. In Calabrò, inoltre, l’amore, avendo acquisito il concetto cristiano di compiutezza e di dono di sé, diventa pienezza anche nell’essere finito e aiuta l’uomo a perfezionarsi e tendere all’Assoluto senza rinnegare l’aspetto di forte modernità dovuta all’indagine fenomenica ed empiristica che conduce al sentimento amoroso entro limiti psicologici che negano il carattere metafisico, ma che vengono superati nella visione, stilnovistica prima e romantica poi, della vita. In questa visione amore terrestre e amore celeste si unificano nell’unità della suprema armonia, ritrovando un ancoraggio metafisico, religioso e morale. Tutto questo c’induce ad affermare che l’architettura poetica di Corrado Calabrò sottenda una cultura che va, come già è stato segnalato, dal mondo greco a quello attuale. Dalla classicità del canto di Archiloco,Alceo,Alcmane, del reggino Ibico, di Callimaco, a quello di Catullo, Tibullo, Ovidio; attraversa la poesia trobadorica, voce dell’amor cortese e si sofferma nelle stanze del Dolce stil novo, ascolta Dante, Guinizelli, Cavalcanti, si sofferma su Petrarca, respira la malinconia del Tasso e lo splendore dell’Ariosto per tuffarsi, poi, nella modernità; emergono, allora,dal mare culturale di Calabrò Hölderlin, Shelley, Rilke, Neruda, Antonio Machado, Baudelaire, Eliot, Quasimodo, Montale e tante altre stelle del cielo poetico occidentale e oltre. Una cultura non solo letteraria, ma anche filosofica, scientifica e astronomica come emergerà dalla lettura, che ormai s’impone, della prima sezione “Roaming”.

Il poemetto, che si compone di 601 versi (6-1-7, c’entra la cabala?) è caratterizzato da un susseguirsi di richiami e rimandi che amplificano il testo all’infinito, per cui assistiamo ad un gioco poetico in cui, fenomeni naturali e cosmici, credenze popolari e scoperte scientifiche, letture letterarie, storiche, filosofiche e conoscenza astronomica vengono versate nella fornace della mente creativa dove si amalgamano, si sciolgono, si riuniscono per frantumarsi ancora e dare origine ad una miriade di sfere luminose, come quelle dei fuochi pirotecnici, che si formano in un crescendo fantastico e, in successione, cambiano ampiezza, luminosità e colori facendo intravvedere, nello spazio circostante, oggetti, paesaggi e figure come bloccati nell’attimo che si fa immobilità nel vortice del tempo. Sandro Gros-Pietro nel recensire La stella promessa scrive che il poemetto si presta a varie “interpretazioni in chiave metaforica” e vede nel meteorite “il poema epico stesso che si tuffa sulla luna, che da sempre è simbolo per antonomasia della poesia, e le dà un solenne scossone” sconvolgendo il mondo letterario e cambiando “i registri” degli scrittori, “i punti affidabili di riferimento, le mode, i tic, le care abitudini”. Appropriato sarebbe anche il significato metaforico di una falla, di una nota stonata,de “l’anello che non tiene”, nascosti nelle pieghe della sublime armonia e capaci di distruggere la perfetta struttura del creato. La compattezza cosmica che si polverizza per una minima deviazione di traiettoria di uno dei suoi infiniti elementi. Allora tutto è relativo? La certezza scivola nell’incertezza? L’Assoluto vacilla? È di questi giorni la notizia che una stella stia ingoiando un pianeta orbitante nelle sue vicinanze. Ma c’è sempre la certezza della poesia: l’occhio umano si allarga al divino, ci toglie dalle secche del relativo e ci proietta nell’assoluto.

Un’altra immagine metaforica emerge dall’onda dei versi: lo sgretolarsi del nostro esserci, dall’affascinante, contorta e sconvolgente vicenda umana, alla natura nella sua misura terrestre e cosmica. Per un nonnulla, una ruota che deraglia, un’onda anomala, un terremoto ecc. tutto si rivolta. Proseguendo nella lettura è facile si venga coinvolti a tal punto da trovarsi a vivere, in parallelo, una seconda vita: l’uomo che assiste alla distruzione della propria casa corre, col pensiero, a salvarne la memoria: tutto ciò che in essa si è consumato, ma rimane come impronta sui muri, sui mobili, nel cuore; corre a salvarne il presente: gli oggetti di uso quotidiano, un cappello, una sedia, un chiave,una fotografia; vuole salvare anche tutto ciò che fa presagire il futuro, che lo proietti sul sentiero del vivere e gli apra orizzonti nuovamente sereni. Egli ferma, in quell’attimo, la ruota del tempo, passato, presente e futuro s’annodano e mentre un buco nero divora il suo giorno, in un estremo tentativo di salvezza, in uno stato di stupore, blocca il viaggio sull’orlo del dirupo e dinanzi al vuoto, come smarrito, cerca un altrove dove ricostruire il tutto che ha posseduto e, col poeta, sussurra: “Sotto stupite stelle | si smarrisce per noi la distinzione | tra provenienza e destinazione”. Se poi a precipitare non è la casa e le cose circostanti, ma crollano gli orizzonti del nostro intero universo, se perdiamo i riferimenti che, per una esperienza millenaria, ci hanno guidato sulle vie dell’esserci, lo stordimento mentale è tale che precipitiamo nel terrore per un ignoto diverso e quindi più spaventoso di quello che, in qualche modo, avevamo come sistemato in una dimensione altra ma immaginabile. Nella notte più buia, nel muro dell’ombra più fitta, accorre in soccorso il pensiero, quell’emanazione dell’Essere, quella scintilla sfuggita al fuoco originario, capace di trovare un varco, aprire una breccia. Lo suggerisce lo stesso Calabrò che, al Salone del libro di Torino, presentando il suo poema, immagina un buco nero che divora il nostro universo e lo catapulta in una nuova dimensione dove tutto ricomincia. Se la capacità speculativa dell’intelletto riesce a immaginare questo altrove, ci autorizza, anche, a credere che sia possibile la sua esistenza:” È questo il paradosso degli umani: | solo al buio c’è concesso di vedere | quel mondo cui il giorno ci fa ciechi”. Al poeta resta il dovere di gettare, tramite la poesia, sonde luminose negli abissi infiniti che ci circondano. Numerosi potrebbero essere i versi da citare a cominciare dal primo:” Chi sa perché ho fatto questo sogno”. Un incipit che, col suo contenuto onirico, dà all’autore la possibilità di frantumare e sconvolgere l’architettura scritturale, temporale e spaziale immettendo nel fluire della storia gli avvenimenti più disparati in un disordine da festa culturale e scritturale che nel suo sfavillare e dilagare diventa composta e avvolgente armonia.

Caselette, 01-06-010

Recensione
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