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 Pasquale Martiniello anche nell’anno 2009 ci regala la sua perla: Le cavallette, una raccolta di poesia etico-civile. Essa fa parte di quei 24 volumi, ricchi di creatività e di sapienza poetica, che a partire da 1976, anno in cui vide la luce Testimonianze irpine, la sua opera prima, si sono inseriti con continuità e direi con prepotenza nella Biblioteca della Letteratura Italiana. Perché con prepotenza? Ma per la ricchezza di idee, per sedimentazione di cultura vasta e profonda, per la modernità del linguaggio che nasce da una lacerazione interiore, per la visione di una realtà che nega l’armonia e la bellezza, per quel sentire l’arte, e la poesia in particolare, quale segno che ci perviene dal perfetto disegno originario, quale parola che discende dal verbo incipitario, capace quindi di creare pronunciando e, per questo, esigente la ripetizione, l’essere riferita a chi non ha capacità di ascolto, sensibilità per percepire quel lieve vibrare della verità, quel lontano palpito di luce che nell’io poetico si manifestano in tumultuose esplosioni, in bagliori che incendiano e sollevano negli infiniti orizzonti dell’anima.

Pasquale Martiniello accoglie negli avvallamenti del suo essere la purezza di quel paradiso perduto e sempre inseguito, la immerge nel magma impuro del suo essere uomo e dopo averla contaminata, la riplasma, le dà forma e ritmo sollevandola nello stupore della creazione e nella chiarezza dello sguardo poetico, le infonde sostanza e peso inseminandola con la forza di un pensiero che scava l’esserci e lo denuda per mostrarci il malefico bubbone in tutta la sua nefandezza. Le cavallette seguono ben altre otto raccolte dove l’autore usa il regno animale quale metafora dell’umana stoltezza o, a volte, di sapienza e di tenacia: Vipere nello stivale, L’ora della iena, Il picchio, La zanzara, I ragni, L’occhio di civetta, Le faine, Il formichiere. Forte la tentazione di un accostamento, almeno per alcune di queste raccolte, al I canto dell’Inferno dantesco, non dimenticando, però, che in Dante le fere mostravano nella forza e nella crudeltà il loro essere, mentre le bestiole di Martiniello si distinguono per la loro natura subdola, infida e sleale, più consona a una voce ora ironica, ora satirica, ora sarcastica come nelle precedenti raccolte o sferzante e colma di amara consapevolezza come nella più recente Le cavallette. Questo insetto, ci spiega Armando Saveriano “rappresenta, l’avidità incontenibile, la capacità ingorda e distruttiva tipica della classe dirigente e degli squali dell’economia”. A questo punto si fa impellente il bisogno di dire che la prefazione di Saveriano è puntuale, meticolosa, colta e che pur sottolineando i punti più salienti della poetica fustigatrice di Martiniello, ne traccia un quadro completo, a tutto tondo, dando al lettore le linee guida per una lettura approfondita e disvelante il ben controllato furore etico dell’autore. Le altre linee, i richiami, i rimandi dovrà, ovviamente, cercarseli il lettore da solo, come da solo dovrà scoprire le radici culturali che la struttura scritturale del poeta eclanense sottende.

Molti sarebbero i testi da segnalare ed esaminare, ma finiremmo con l’essere invadenti, per cui mi soffermerò solo su: Scotta il dolore che mette in evidenza, con la sua densità, la parola bisturi con cui il poeta incide il tumore e mostra il morbo che strazia il corpo sociale e ne stabilisce la fine: “Pure la giustizia implode | Lo sfacelo etico è oltre il pensiero | Ovunque la politica spande vernice | ma dentro l’arnia un verminaio ronza”.

Alla fine della lettura ci si sente in colpa, ci si sente come chi è stato alla finestra a guardare la piazza, chiuso egoisticamente nel proprio tiepido e comodo guscio, senza manifestare un disappunto o meglio senza gridare lo sdegno per gli errori e gli orrori che la società, rappresentazione dell’umanità organizzata e regolata da principi indelebili, in ogni ordine e grado continuamente commette, stracciando concetti, regole e leggi.

In questa raccolta Martiniello mette da parte il sarcasmo, la satira e l’ironia e usa il tono alto dell’ammonimento, indica la reprimenda culpa di cui tutti noi portiamo il peso. La parola del poeta si fa schiaffo morale, onda impetuosa di verità che sommerge chi questa verità cerca di non vedere voltandosi dall’altra parte. È il quotidiano degrado delle coscienze, l’arrivismo collettivo, la diffusa furbizia, l’inarrestabile disonestà che Martiniello condanna.

Dirompente è la forza catartica del dire martinielliano che costringe chi legge o chi ascolta a purificarsi dai vizi e lo sprona, nel contempo, a intervenire per abbattere il male e costruire un mondo nuovo e integro. Non un Savonarola che in nome del suo Dio castiga l’umanità perché non segue la retta via, ma un uomo dei nostri tempi che in nome dell’Uomo fustiga chi ne tradisce, calpestandoli, i sacrosanti diritti di Verità, Libertà, Dignità.

Neppure un Petronio che si aggira fra i lussi e la lussuria, in una trimalcionesca abbondanza dove allignano la bassezza e la volgarità di una Roma più attenta alla gloria effimera e a buon mercato che alla salvaguardia di quelle virtù che l’avevano resa inespugnabile e grande, ma un Catone custode e difensore dello spirito e del costume di una Roma che forse non c’era più e di cui avvertiva i primi segni di una decadenza ormai alle porte.

Incorruttibile in mezzo a tanta corruzione Catone, limpido in mezzo a tanta opacità Martiniello. Sarebbe ora che la Poesia venisse letta nelle piazze per scaldarle e illuminarle col fuoco della Bellezza e della Verità.

Caselette 06-07-009

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