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Le geoepiche e altri canti

Nella poesia di Sandro Gros-Pietro la geoepica trova la sua significanza

Vorrei iniziare questo breve intervento citando un brano di Friedrich Nietzsche con cui inizia una delle cinque prefazioni a libri mai scritti. Tale prefazione, dal titolo “Agone omerico” recita: “Quando si parla di umanità, ci si fonda sull’idea che debba trattarsi di ciò che separa e distingue l’uomo dalla natura. Ma una tale separazione in realtà non esiste: le qualità "naturali" e quelle chiamate propriamente "umane" sono inscindibilmente intrecciate. L’uomo nelle sue capacità più alte e più nobili, è completamente natura, e porta in sé l’inquietante duplice carattere di essa . Le sue attitudini più terribili, che vengono considerate come non umane,sono forse proprio il terreno fecondo, onde soltanto può sorgere ogni umanità,nei moti dell’animo, nelle azioni e nelle opere”. Ho citato questo pensiero di Nietzsche, perché alcuni anni addietro, in pieno Mitomodernismo, movimento letterario concepito da Tomaso Kemeni, Stefano Zecchi e Giuseppe Conte, che poi ne diviene il vero rappresentante e divulgatore, Sandro Gros-Pietro ebbe la felice idea di affermare che la creazione poetica debba evolversi in quell’alveo naturale che sin dagli albori aveva ispirato e nutrito il canto del poeta, il canto di una creatura che, proprio perché creatura fa parte del mondo creato e quindi della natura intesa nella sua totalità, non solo, quindi, terrena , ma universale. Nacque la Geoepica (I° Convegno, dal titolo “Il bosco sillabico” si tenne a Pavullo nel 2005, seguito nel 2006 dal II° convegno dal titolo “Natura benigna, Natura maligna” tenutosi a Torino) Il movimento vuole evidenziare come il poeta assorba, attraverso i sensi, ciò che lo circonda, immerga il tutto nel fuoco del suo sentire e lo sublimi, illuminandolo con la luce del pensiero e sollevandolo con la vibrante tensione dell’anima, dall’immanenza dell’esserci al trascendente dell’Essere. Il poeta si pone in uno spazio di mezzo, ascolta la natura, ne coglie ogni sussulto e lo trasforma in parole che riferisce a tutta l’umanità, rendendola partecipe di quel regno intermedio ch’è della poesia la quale guarda sempre verso un altrove da cui forse proveniamo e verso il quale tendiamo nella ricerca di quella prima dimora persa e dalla quale siamo precipitati nello spaesamento, nell’estraneità, nella precarietà che danno origine all’angoscia dell’assenza e dell’esilio. Mitomodernismo e Geoepica non si contrappongono, ma sovente s’integrano. Il primo, infatti rappresenta una poesia alla ricerca di miti che riguardano la modernità, miti magari nati dalle ceneri di quelli antichi. Giorge Steiner,(studioso della letteratura greca e autore di un interessante studio: “Le antigoni” che va da Sofocle a tutti gli autori della modernità, che hanno trattato il mito di Antigone. Da ricordare l’Antigona di Hölderlin e del nostro V. Alfieri, ma anche Hegel, Kierkegaard, Goethe ecc. hanno trattato il mito della figlia di Edipo) avvalendosi del pensiero di Kierkegaard, Nietzsche e Heidegger, e altri, asserisce che la cultura moderna non è andata oltre l’imitazione della mitologia greca, anche se personaggi come Amleto (Oreste), Faust (Prometeo), Don Giovanni (Giove), Don Chisciotte (forse il più originale), possano raggiungere le caratteristiche del mito: divulgazione delle loro qualità positive o negative, imitazione, rappresentazione del loro agire, e porsi in una zona intermedia tra il terreno e l’ultraterreno. Qui, sulla scena della poesia che, partendo dal precario, guarda all’eterno, Mitomodernismo e Geoepica s’incontrano dopo aver scisso, per vie diverse, la grezza natura della materia dall’umana natura sempre più raffinata perché dotata di una energia interiore, l’anima, che rompe i limiti materiali e corporali e si proietta nello spirituale. È facile concepire, dopo questi due poli, il sorgerne di un terzo, dove i primi due convergono per proseguire verso l’armonia e l’eternità dell’Essere. A questo punto possiamo asserire che tutta la poesia s’inserisca nell’ambito della Geoepica. Nel pensiero poetante di ogni tempo troviamo il respiro della terra, della natura e dell’uomo con i suoi istinti e la sua intelligenza. Dalla poesia sumerica a quella egizia a quella ebraico testamentaria; da Omero a Esiodo e poi Archiloco, Pindaro ai grandi tragici greci, da Lucrezio(De rerum natura) a Virgilio, Ovidio, Orazio, da Dante a Tasso all’Ariosto, da Shakespeare a Goethe ecc. per parlare solo di autori del mondo occidentale. E non dobbiamo dimenticare i primi filosofi-poeti, i Presocratici da Talete, ad Anassagora, da Eraclito a Parmenide (poema Della natura), a Empedocle. Una continua speculazione e un continuo cantare sugli aspetti e sui fenomeni naturali. Pensiero filosofico e invenzione poetica s’incrociano e si alimentano.

In questo discorso della Geoepica ben s’inserisce la recente raccolta poetica di Sandro Gros-pietro “Le geoepiche e altri canti” e non solo per il titolo, ma per il contenuto. In essa si conferma che tutto è geoepica. Il poeta infatti canta la natura in ogni sua manifestazione. Il roccioso, il vegetale, l’animale e l’umano s’affrontano, si scontrano, si evolvono seguendo quel principio hegeliano di tesi, antitesi, sintesi. Nel testo “La via dei Franchi” si compendia l’intera idea della geoepica.

Il cavaliere e il disc-jockey quale metafora della storia umana e del mito del ritorno, il lupo e il cinghiale quale metafora del male del vivere, quel male oscuro che distrugge il sogno e la speranza. Al cavaliere, figura mitica del Medioevo si contrappone il disc-jockey, mito della modernità. Alla figura del lupo, simbolo dell’istinto di sopravvivenza (mors tua vita mea) dei tempi antichi, “e fino le femmine affamate | si rendono audaci streghe invasate” viene contrapposta il cinghiale simbolo del bieco possesso e della cieca distruzione: “il disc-jockey | incrocia lo sguardo con quello oscuro | della bestia che non cede il territorio”, pura malvagità che tutto annienta, caratteristica dei nostri tempi dominati dal benessere materiale e da tanta povertà spirituale.. Ma l’occhio del poeta si sofferma anche sulle Alpi, sui dirupi, le valli, i torrenti, gli alberi e sulle dimore dell’uomo:il monastero, il forno, la discoteca,”Il vento che discende a raso in valle | solleva spuma di neve e spruzzi d’acqua | e scuote cime imbiancate d’alberi”, “Si immagina l’accoglienza dei padri | nel monastero della Novalesa”, “Già si pregusta gli amici stupiti | di vederlo giungere prima del sole | al forno del paese per colazione | insieme a quelli usciti un’ora avanti | di discoteca.”; sullo sfondo la confraternita dei frati, in primo piano il gruppo chiassoso e affettuoso degli amici del disc-jockey. Ma tutta la raccolta, ripeto, si sviluppa nell’ambito della Geoepica. In ogni testo si trovano richiami al mito, ai vangeli, alla storia, alla filosofia, all’esserci nella sua complessità. Delle quattro sezioni in cui è divisa la raccolta, la prima “Le geoepiche” é quella che più palesemente affronta il tema della poesia come espressione della natura. Ho citato “La via dei franchi” , ma altri testi come “Il merlo canterino” dove il merlo “forma lieve del vento” viene osservato dall’uomo che ne ascolta il canto e ne raccoglie la gioia del vivere, ma immancabilmente cade nelle maglie del suo ragionare per cui lo specchio,prima limpido e luminoso, si fa opaco; il razionalismo dell’uomo, infatti, inquina la purezza della natura: l’innocenza sopraffatta dal desiderio di vivere nelle comodità e nell’abbondanza, la serenità soffocata dai lacci dell’insoddisfazione. Unica àncora di salvezza il ritorno, attraverso un “lieve frullo d’ali” alla genuinità della natura, all’innocenza di quegli esseri che non costruiscono la storia con il calcolo e la misura. “Tra corte e cortile” dove la modernità distrugge la vita semplice dei campi, sostituendola col cemento, false immagini offerte al dio denaro e alle”contadine dietro le trine | che sognavano l’America” si sostituiscono le “veline nell’harem novello”. L’opera costante ed eroica della formica, che assurge al ruolo di architetto dell’universo, attrezza la natura a difendersi dalla grossolanità dell’uomo. Nell’opera della formica, che disgrega la struttura del falso mondo del così detto progresso, è chiaro il richiamo metaforico all’opera del poeta. Evidente è, in ogni testo, la scissione nei due poli più strettamente legati alla geoepicità: grezza materia da una parte, più elevata umanità dall’altra, contraddicendo, in apparenza, il pensiero di Nietzsche, in realtà confermandolo, perché rappresenta il continuo intrecciarsi dei due mondi.

Nella seconda sezione “Vernici metafisiche” (Protezione del pensiero speculativo posta sulla superficie di un’esistenza sempre in procinto di perire?) la semanticità della parola diventa più ricca e più esplosiva. Evidente il rimando, nel primo testo, (Delle acque che celano inizio e fine) al pensiero di Talete, ma in successione si aprono finestre che ci ricordano la nave Argo e l’ira di Nettuno (mito degli argonauti), la leggenda di Artemide che durante la notte versa sul nero mare il biancore del latte dalla luna, Paolo di Tarso, l’incredulità dell’apostolo Tommaso e poi i canti degli schiavi negri nel Mississippi, Louisiana e Oklahoma o il Nabucco di Verdi o, infine Ovidio, con l’opera sua più sofferente: I Tristia, sulle sponde del Mar Nero e poi le sirene dalla voce ammaliante e Omero “il cieco aedo delle regge achee”.

Sempre nella II° sezione da ammirare “La tabella del quindici” titolo suggerito dalla teoria de “Il nastro di Mobius, rettangolo piano allungato all’infinito, dove lieve ironia e amaro sarcasmo” pensieri deboli | orientati con biscotti zuppi di vin porto | o con frutti di bosco leggermente cancerogeni | corretti solo lievemente al metanolo” colpiscono una società priva di sani e alti principi, in balia delle più strane illusioni generatrici e generate da quel pensiero debole così di moda. Né ci deve sfuggire quel gioiello della scrittura poetica di Sandro, ch’è “Piccola pisside” dove realismo, storia, cultura e immaginazione, si fondono nel fuoco della creazione. Qui il passaggio dell’uomo sulla terra è colto in tutta la sua drammaticità, registrato da orme di sangue sulle nevi dei ghiacciai e sulla sabbia del deserto. Simbolo di questo cammino doloroso è, appunto, la Piccola pisside, il calice dov’è racchiuso tutta la sofferenza del mondo, materializzatasi nella passione di Cristo, e la speranza di una possibile salvezza nella Resurrezione: “il nudo grido di vita e di morte ci accompagna nel viaggio”. Ma tutta la sezione è una lettura che arricchisce, commuove e ispira per quel vento di religiosità, di letterarietà, di storicità e di umanità che la percorre dall’inizio alla fine.

La terza sezione la definirei dell’amore e dell’amicizia: “Non credere, amore, che sia un arcano, | ma sono io che ti parlo per altri accenti | e nell’assenza ti tengo per mano” (Le voci dell’anima); “Ma la tua gioiosa accoglienza, | Silvio, ricordo nella casa paterna” (Kyrie eleison). In essa i sentimenti della natura umana, sia in quanto corpo, sia in quanto spirito, si esprimono nella leggerezza e nella completezza degli affetti familiari e amicali. Sezione, quindi, più intima e più lirica.

È come se l’io poetico si prendesse una vacanza uscendo dallo scenario immenso del mare dell’esserci, per rivolgere lo sguardo alle piccole isole che sostengono il suo passo e dove il cuore e l’anima trovano una sognata tregua.

Ben costruiti, interessanti e deliziosi gli otto aicù che costituiscono la quarta e ultima sezione. Da notare, e chiudo, la sottile, a volte impercettibile, vena ironica che irrora l’intera raccolta.

03-05-2010

Recensione
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