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Con Le vocali sul rigo Tommaso Mario Giaracuni ci offre una raccolta di poesie dedicate all’infanzia, iniziativa molto rara nel panorama della letteratura italiana. Dobbiamo risalire all’inizio del novecento, come fa notare Daniele Giancane nella dotta prefazione per incontrare “la triade d’oro della poesia per bambini”: Silvio Novaro, Marino Moretti e Diego Valeri. Ci saranno poi Ugo Betti, Alfonso Gatto, Ignazio Drago e, infine, Gianni Rodari. Giaracuni si riallaccia a questi rari, ma preziosi predecessori e sviluppa un canto che “mette in campo tenerezza e lieve malinconia, sogno e dimensione religiosa, senso dell’universo e del mistero della vita, affetti famigliari e sentimenti fini” (D.Giancane), abbracciando l’intero arco della nostra breve e complicata avventura terrena. Non è facile parlare ai fanciulli, ma il poeta di Taranto lo fa con quella semplicità e quella grazia che solo amore e grande sensibilità possono esprimere. Nella prima parte, che dà il titolo al libro, il mondo è guardato con l’occhio largo e stupito dell’innocenza e il poeta si fa datore di sapienza distribuendo, senza mai eccedere, elementari consigli che possano guidare, chi li ascolta, lungo il viaggio appena intrapreso. A dominare la scena sono, comunque, sempre loro, i fanciulli, con la curiosità, la spensieratezza, i sogni e la sorpresa delle scoperte.

Il saggio è in un angolo che osserva e ricorda; un ricordare che si sviluppa nella seconda parte della raccolta, “Treni” dove l’età felice riemerge dal passato come fiamma improvvisa e vivace da ceppo che si sta consumando. Il fanciullo di allora si specchia nel fanciullo del presente e insieme tentano, inutilmente, di fermare il treno dell’esistere lanciato su traiettorie di tempo e spazio verso orizzonti sempre oltre, sempre più invisibili, o visibilissimi per occhi di fede. La favola allora si veste di tristezza, la fanciullezza svapora nella saggezza, si prende coscienza della fragilità e precarietà dell’esistenza, si chiude un ciclo e un altro ricomincia, le stagioni si susseguono con il loro carico d’innocenza e sapienza, di felicità e di dolore disegnando sulla tela del tempo il volto dell’uomo dalla culla sino all’ultima stazione. Si adegua al canto lieve del poeta il segno pittorico che lo integra e lo accompagna.

Recensione
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