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In questa breve, ma densa raccolta, dall’emblematico titolo L’ombra dei gigli infranti, Antonio Coppola ci regala una poesia che, nata dall’accumulazione di esperienze esistenziali, distende uno sguardo disincantato e lucidamente critico sulla scena del mondo. Uno sguardo fisso nella bolgia del presente, ma che ora si rasserena in oasi di memoria: “Ma torno alle mareggiate sulla spiaggia” – “Musa pensosa, amore di tempi lontani”, ora si accende e brucia nel fuoco del transeunte: “rumba di voli | nel lento incarbonarsi | di ogni cosa” – “si viaggia sopra infinite ali e quello | che resta si consuma atrocemente” , ora precipita negli abissi del futuro annunciato dal tempo crepuscolare che si chiude in “un confuso altrove” di salvezza.

Nel dramma che rappresenta, il poeta non si pone ai margini o, del tutto, al di fuori della scena, ma ne fa parte integrante, occupa il centro per meglio osservare e riferire, adempiendo a l’alta sua missione che è quella di raccogliere sillabe incontaminate, parole pulsanti nel cuore dell’umana avventura, porle sulle note del canto e aprire ai suoi compagni di viaggio spazi di verità e di bellezza superando i deserti del silenzio e il muto frastuono di una Babele sempre rigogliosa e mai spenta. Nell’architettura scritturale dell’opera la raffigurazione del presente è continua, insistente e assilla la mente con un continuo stridore che lacera l’anima e annienta il pensiero finchè, da qualche parte, comincia a insinuarsi, dapprima esile e incerto poi sempre più sicuro, un ritmo lento, quasi consolatorio, che ci prende per mano e ci guida su brevi baie di un passato dalla luce fievole e riposante, ma che in realtà sono minime frazioni temporali che rapidamente svaniscono nel magma nauseante di una realtà che condensa nel suo corpo tutto il marcio d’una umanità dedita al dio della gloria passeggera. Qui la voce del poeta si fa amaro sarcasmo, lama che incide le maschere, denuda e mostra “Intrighi di ‘drine”, la “Fistole purulenta”, “l’ortica che batte alle caviglie”, “le strade del piacere” per raggiungere l’acme ne “La pioggia nel canneto” testo dove il sarcasmo si fa struggente dolore, infinito amore verso chi soffre, per rendere più devastante il fendente contro i potenti di turno, a volte nascosti nelle stesse istituzioni, che rubano, deturpano, uccidono. Siamo all’apice dell’indignazione e ritorna a placarsi l’anima in “Natale a Roma” dove prende forma una sommessa dichiarazione di fede e si alza improvvisa l’invocazione di un novello Giobbe:”Dammi un cuore forte a cui aggrapparmi” – “Dammi un segno in questo | punto estremo dell’eternità”. Possiamo avviarci alla conclusione asserendo che “L’ombra dei gigli infranti” si proietta sulla nostra sensibilità di lettori che accoglie la caduta e la ripresa, l’acre e il dolce, il veleno e l’antidoto della storia umana, come quel mare Jonio che cullò i sogni del giovane Coppola e che ora, nella sapienza degli anni, gli mostra la violenza dell’onda che travolge e distrugge per poi placarsi e dare conforto coi colori e il calmo dondolio dell’onda in un perenne giuoco di ruoli tra ombra e luce, urlo e silenzio, matrigna e madre.

Caselette, 02-04-009 Giovanni Chiellino.

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