Servizi
Contatti

Eventi


Si chiede Carmine Tedeschi, nella dotta e attenta prefazione,” Chi poteva mai pensare, uscendo dal chiacchierare per generalia, si potessero raccogliere ed elaborare così tanti riferimenti alla vista (all’occhio,alla  visuale,all’immaginazione, ecc.) e al suo contrario (Alla cecità, al sogno, all’apparizione, ecc.) nelle arti e nel quotidiano?” E una risposta, fra le tante possibili, viene spontanea: perché nel Lume degli occhi converge la molta sapienza che l’uomo ha sviluppato guardandosi attorno, guardandosi dentro, guardando oltre, nel buio e nella luce. Domenico Cara, dopo averla assorbita, questa sapienza, ne metabolizza le infinite visioni da cui nasce e ce la restituisce, in nuove schegge sapienziali  portatrici di quella luce dello sguardo che le ha strappate al compatto masso di una potenziale, non evidente, conoscenza, ponendola nel giardino del nostro scrutare, sulla mensa del nostro sapere. E ci porta, l’autore, da uno sguardo all’altro, si sofferma fra le ciglia per indagare nell’occhio che lo indaga e lo denuda, poi, in un turbinio rapidissimo di luce, ci mostra le perse testimonianze, gli angoli inesplorati, si fa bello nella sua perentorietà, per poi tornare in una semi oscurità dubbiosa e, per questo, ricca di intuizioni, scoperte, inattese ribalte, ma lo insidiano la cecità, il vuoto della notte, quindi il non visto, il non saputo; s’inventa allora le ombre, le chimere e li materializza in uno spazio immateriale della mente, crea una vita parallela su cui, quasi obbligatoriamente e immediatamente, salta, la cavalca, ma s’accorge che nulla è mutato e che il suo viaggio avviene sempre sulla stessa traiettoria tra luce e ombre, tra amore e odio, tra presente e passato, tra fede e diniego, tra vero e falso: ”Ad occhi chiusi vedo quello che mi ripropone l’esperienza, e in essa incalza la stessa curiosità a disposizione di qualsiasi vissuto” (p. 36)
“Tuttavia l’occhio s’interessa alle traiettorie che vestono il cielo d’agosto di fumi ellittici e presunti, o di strisce a segni estesi e ostili, indubbiamente felici, prive d’ombra o di pioggia” (p. 65)
“Dio ti vede”(anche quando subisci una violenza e di Lui hai disperso il senso della tua maggiore affinità, e trasformato la misteriosa acuzie del celeste obiettivo”
(p. 48).

Poi l’occhio si fa tatto, olfatto, gusto, udito, si forma un turbine di reciprocità e i cinque sensi, facendosi uno o traslato del Tutto, indagano l’esistere nella sua complessità: ”Ho amato l’occhio giallo e ghiotto sulle foglie di ottobre e, qua e là i misti colori dovuti all’umidità autunnale, quasi lenta catastrofe del tempo (stagionale) dentro spazi per la caccia e acque chete in uno stagno” (p. 67)
“E c’è un cieco che scruta e palpa, con un fine tatto, ad ogni passo della strada deserta o affollata dopotutto, da cui riemerge” (p. 69).

E lo sguardo s’inerpica, va oltre i limitati orizzonti, oltrepassa le nuvole, va oltre ogni buio e cerca Dio, lo avverte, lo spia: “So che ci sei in quell’Oltre, dove ognuno Ti vede, o ti scorge scontroso dalla sua ombra diafana e scontenta: reticenza del Mistero, catarsi distesa di un’eloquente e silenziosa musica d’echi” (p. 59)
“Soltanto Dio ha occhi per vedere l’Ignoto, e noi quel buio (se vogliamo) possiamo frugarlo dal suo stesso Oltre”
(p. 60)
“Come te pietà voglio lo sguardo grande del Dio “Pantocratore”, il suo assoluto occhio, di cui parla intanto la universale festa dell’Arte”
(p. 98). Lo vede, quel Dio, attraverso lo sguardo dell’angelo caduto: “Ma l’occhio dell’angelo caduto si riattiva in una diversa tersità, mai patetica, anzi riaccesa dal Sublime, e continua la rappresentazione celeste.” (p. 105); lo vede attraverso l’ignoto: “C’è un profondo mistero nelle visioni totali o vertiginose ed esso fa capo solo a Dio!” (p. 120); lo vede attraverso la tragicità visionaria di Georg Trakl: “Taciti sopra il Calvario si aprono gli occhi d’oro di Dio”.

La fatica (o il gioco?) di scrivere aforismi costringe il pensiero a farsi acuto e guardare nell’occhio della mente per osservare il suo osservato anche quando tra sguardo e oggetto c’è una cecità: la notte buia dell’assenza. Superare questa cecità è la scommessa dell’intelletto: la vela di Ulisse che supera le Colonne d’Ercole puntando verso l’infinito oltre. In questo volo tra sponda e sponda  la sentenza aforistica getta ancoraggi, crea appigli per fermare  un concetto oscillante tra un reale visto, toccato e un reale immaginato che esiste nello svaporare del pensiero e che può essere testimoniato da un interposto occhio che vede ciò che l’altro immagina e glielo trasmette come vero.

Ma credo sia opportuno non guardare oltre nell’occhio di Domenico Cara per non restare abbagliati dai continui fasci luminosi. Concludere è difficile, in cauda venenum,( non nel senso di un volpino tradimento , ma come arduità del definire), ci si può perdere nel seminato o disperdere il raccolto, quindi meglio tacere e lasciarsi andare in un viaggio scritturale luminoso e fascinoso.

Caselette 10-03-008

Recensione
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza