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Si entra nel mondo scritturale di Massimo Conese con circospezione, timore e incertezza, ma anche con molta curiosità. Ci si comporta come viandante in luce crepuscolare che, mentre avanza con cautela, incontra colonne e archi di un tempio culturale le cui volute poggiano su fondamenta ora filosofiche, ora letterarie, ora poetiche e mitiche. Il ritmo che ne percorre gli spazi somiglia a una sonata di Stravinskij che nel suo evolversi richiama, attraverso un melos radicato in una sostanza popolare e lo scatenamento timbrico, caratteristico di questo compositore, il complesso gioco della vita: sogno, stupore, spaesamento, lacerazione dell’anima; scende, cioè, nella profondità delle viscere per poi inerpicarsi, per traiettorie spirituali, verso spazi senza confini.  I versi di Conese richiamano opere che hanno fatto la storia della civiltà letteraria del mondo occidentale.

Già nella prima sezione della breve, ma densa raccolta, Il giardino di Palinuro, nel mito di Miseno e Palinuro, che nell’Eneide trovano posto e canto, si insinua il mito egiziano di Anubi, uomo e cane, frequentatore di tombe, che guidava le anime nel regno dei morti e insieme a Horo, pesava il cuore dei defunti per poterli poi giudicare. Sembra che il poeta individui nella morte del mito, nella perdita di un mondo che si poneva fra il mondo terrestre e il divino, la crisi della scrittura, quella scrittura che trova la sua origine nella grotta di Altamira, in Spagna, sulle cui pareti si susseguono storie e a narrarle sono i segni tracciati da uomini la cui mano è guidata da una sicura intelligenza artistica. La nuova parola, deiezione di vuoti psicologici, non ha la forza, ci dice Conese, di rievocare i “Giganti”, ma debole e incerta piega verso l’afasia, verso il silenzio rumoroso del nostro tempo.  Si entra con “La signorina Drumont” in un crescendo di richiami e di rimandi e, attraverso l’Ulisse di James Joyce, salgono in superficie fiammate dell’Inferno dantesco, s’affacciano nel tremolio della penombra i visi di Virgilio e Catone, Ulisse e Diomede, seguono le grandi peccatrici del V canto dove dominano, non nominati, Paolo e Francesca e il loro amore peccaminoso; siamo presi in un turbinio d’immagini, quando improvviso si sostanzia lo shakespeariano Moro di Venezia. È, l’opera di Conese, un albero le cui radici affondano nel cuore della più fertile cultura e ci permette di attraversare, con volo radente, orizzonti letterari antichi e moderni per assistere alla simbiosi tra il mito e il divino, tra il quotidiano e il mitico. E il volo sarebbe colmo di magnificenza se il paesaggio non venisse deturpato dalla mediocrità del presente dove domina la mortifera chiacchiera e la curiosità senza costrutto. Con “Il giardino delle Baccanti” dove il pensiero presocratico fa da cerniera per aprire le diverse porte, entriamo in un vero e proprio viaggio dell’esserci. Si cammina nella notte alla scarsa luce delle stelle e, assente il sole, si vive tra spade e fuoco di drago, morbi, minime scoperte e quotidiane avventure: separazioni e arrivi, la scarsa luce, i giornali, le notizie, mentre l’occhio della mente indaga il mistero per cercare il principium, l’essere e il tempo, lo spazio e il moto; guarda il relativo per vedere l’assoluto. L’arcano aleggia sulla ripetitività degli avvenimenti, sulla monotonia del mondo fenomenico incombe la domanda ultima che non avrà risposta, ma stimola un moto ironico per una possibile salvezza mentre la tartaruga,al riparo del carapace,consuma misure universali, ferma nell’immobilità di un quadrante invisibile dove passi e lancette percorrono un’entità spazio- temporale ch’è solo loro e che nessun’altro può attraversare. Solo vibrazioni, scaturite da un oscuro brivido, sollecitano una “smania” e scuotono il corpo dell’uomo prima che la sua linfa, il suo sangue diventino linfa per altri esseri e il tempo ne cancelli la memoria. Ma il “guardare”, che chiude il brano, presuppone il cercare e questo la domanda che gli occhi del pensiero e dell’anima si pongono volendo superare il varco, vedere “lo sconosciuto”, sperare nella rinascita, in quella “salvezza che non viene”.

Il linguaggio nuovo, nato da una ricerca scritturale che scardina e frantuma il pensiero nel suo svilupparsi consequenziale, assurge meritoriamente a scrittura sperimentale e quindi originale, che raggiunge la massima espressione nella struttura onirica delle ultime tre composizioni: L’isola, Il musico, Le baccanti. È un linguaggio che, nella sua attualità, pone la cultura quale ente dell’essere nel mondo, l’essere dell’esserci e, continuando nel solco di Heidigger, possiamo dire che “il fine specifico del discorso poetico” di Massimo Conese è “la comunicazione delle possibilità esistenziali della situazione emotiva, cioè l’apertura dell’esistenza” e quindi della cultura e di tutto ciò che comporta. Mondo mitico e mondo reale s’intrecciano, l’insignificante reale fa da contrappunto all’amore, alla morte, all’eterno. Un commercio tra spirito e materia, un baratto in perdita e che non ha fine perché tutto è in vendita. Perseo divorato dalle baccanti diventa l’armonia divorata dalla folla acefala dei moderni supermercati. A ripagare il poeta è il rianimarsi della natura “spinsero i rami in terra | il faggio, il fragile nocciolo | il leccio”, il suono della pura parola e della sua melodia, il ritorno nel “giardino”,nella “radura”delle origini. Ci sono versi trasudanti spirito bucolico, ricchi di un sentire cosmico che affascina e acquieta, degni del IV tempo di Burnt Norton dei Four Quartets di T.S. Eliot. È tempo di concludere, ma non posso non citare i versi che concludono la raccolta e che raccontano la fiera e il banchetto in un giardino della città danese Arhus. Bella, intensa e felice metafora di una grassa e mondana volgarità che tutto distrugge e ingoia assimilando ogni cosa in corpi sgraziati.“Le fauci spalancate che accolgono la testa del cantore” acquista vigore dal precedente “La voce la voce che | si condensa e nutre | la serpe nel bosco”. La chiusura “E la trasformazione | nel sangue via cavo | che tutto permette e a noi si è sostituita.” sa di sconfitta, amara sconfitta di una umanità che va alla deriva.

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