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Liana De Luca con Scrittoio ha completata una sua prima figura geometrica: il triangolo, che però prefigura una seconda figura geometrica: il quadrato il quale, a sua volta, prefigura il cerchio, che non sarà comunque opera definitoria, come la chiusa rotondità potrebbe suggerire, perché il cerchio prefigura la raggiera, già annunciata dalle “Occasioni” che compongono la 3a sezione di questi tre primi volumi di saggi. La scrittrice, quindi, ha dinanzi a sé un campo geometrico infinito dove la sua perizia scritturale potrà evolversi e acquisire spazi sempre più vasti per la sua gioia creativa e per il nostro desiderio di sempre più apprendere.

Non ci deve, però, sfuggire il particolare che il primo concluso triangolo racchiuda altri tre triangoli: le tre sezioni che compongono le tre raccolte saggistiche, ( non è che la De Luca giochi con la cabala del tre come Saba?).

A questo punto ci si deve chiedere cosa ci riservi l’intelligenza organizzativa. Della nostra autrice. Si potrebbero prevedere successive ampliazioni in eventuali frattali. Aggirandosi fra le geometriche composizioni deluchiane si staglia chiaro nella mente la figura con cui Leonardo da Vinci descrive le proporzioni e l’armonia del corpo umano, ma mentre il genio leonardesco esalta il perfetto gioco creativo della natura e di Dio che la governa, la De Luca traccia le linee di un vivace gioco del pensiero che indaga la creatività e l’armonia nell’arte.

Conciso, ricco, forte è il suo “San Gerolamo” con quell’incipit “ Parce mihi Domine, quia dalmata sum” che ci annuncia un uomo avviato alla santità dopo aver attraversato l’esistenza terrena con tutto il peso di “una personalità tanto tormentata e complessa da meritare la particolare comprensione divina”.

La figura del Santo balza in tutta la sua grandezza nella scrittura della Nostra che non perde occasione, lungo il percorso, di avvicinarlo, in rapidi confronti, con altri grandi iniziando da Tommaseo, dalmata anche lui, e continuando con Cicerone, con Sant’Agostino ecc. Interessanti, puntuali ed esaudienti le notizie con cui tratteggia l’attività culturale del Santo a cui si devono e la traduzione dei Vangeli e “la traduzione della Bibbia di prima mano dall’originale direttamente in latino”. Con “Taccuino di Coazze” l’autrice ci presenta un Pirandello che si aggira per le strade del piccolo centro della Val Sangone, in Piemonte, prendendo appunti “sul paesaggio, sull’ambiente, sui personaggi del luogo più emblematici”. Molti gli aneddoti e le curiosità. L’occasione serve alla De Luca a parlarci di Pirandello poeta e commediografo, sempre in cerca di materiale per il suo lavoro di artista. Subito dopo incontriamo Guido Gozzano e l’autrice, con mano esperta, amalgama vita e poesia in una equilibrata sintesi per cui la personalità artistica e umana del poeta originario di Agliè appare in tutta la sua interezza. Non abbiamo ancora girato l’angolo del nostro dotto salotto che ci viene incontro un altro grande piemontese: Cesare Pavese, scrittore e poeta di Santo Stefano Belbo. È un incontro rapido e intenso che ci porta nel mondo delle Langhe , fra colline e vigneti, lavoro e solitudine, ma anche tantissima umanità. In sette pagine la De Luca ci fa conoscere l’universo umano e artistico di Pavese, con lo sguardo penetrante del critico ne coglie i punti essenziali e disegna un profilo preciso dello studioso, dello scrittore, del poeta e ci fa notare come questi tre elementi confluiscano nell’uomo, o forse si potrebbe dire il contrario; ci fa notare come la sua storia, la sua sensibilità, il vivere tra passato e presente, tra sogno e realtà, irrori tutta l’opera costituendo quell’amalgama dove percorso esistenziale e percorso artistico finiscono per fondersi. Ne viene fuori un ritratto a tutto tondo, illuminato qua e là da luccicanti schegge di luce intellettiva che fanno del saggio un vero gioiello. Illuminante l’accostamento della visione mitica e contadina pavesiana al mondo arcaico , mitico e agricolo del “Ramo d’oro” di J.G. Frazer dove i più profondi istinti vengono manifestati nel rapporto con la natura, dall’amore, dall’odio, dalla paura, attraverso un percorso orgiastico religioso, mentre nel mito pavesiano, più moderno e meno cruento,è la donna che trova spazio e si fa terra e collina, si fa genitrice e madre, nutrice e guida. Ispirate, scorrevoli e coinvolgenti sono le “Notarelle pascoliane” in cui, facendo finta di niente, quasi con trascuratezza, la De Luca ci fa una lezione sulla immortalità dell’arte e della poesia. Inizia con l’oraziano non omnis moriar e di pagina in pagina sorvola, in rapido volo, ma con occhio largo e attento, la letteratura greca, latina e italiana (Non cita Catullo e la sua Lesbia, perché?). Pascoli balza prepotente insieme a Orazio nella seconda pagina e il connubio tra i due continua nelle pagine successive quasi a dirci che i poeti sono legati l’uno all’altro a formare una catena che lega il primo verso scritto a tutti i versi che sono e che verranno. E la lezione continua, sempre in forma quasi schiva, sorniona e affronta la poetica del Pascoli e la modernità di sensibilità e di linguaggio che precedono e innervano tutta la poesia italiana del ventesimo secolo. Tutto da gustare il brevissimo saggio “La pipa di Saba”, un poeta conosciuto personalmente, ma non solo per questo, ammirato, stimato e studiato dalla De Luca. Pochi tratti e il poeta triestino, figlio del mare e del vento, come sono tutti i triestini, ci si mostra in tutta la sua umanità con e senza la sua pipa.

Con “Le memorie di Garibaldi” l’autrice affronta l’aspetto meno noto dell’eroe dei due mondi, Garibaldi scrittore: quattro romanzi e “Le memorie”. La studiosa\ si muove in questa storia garibaldina, poco nota ma certamente interessante per l’importanza del personaggio, con eleganza e straordinario senso di diplomazia letteraria. Ci dice la poca sostanza di un Garibaldi alle prese con la penna e le parole, senza nulla togliere all’eroe alle prese con le armi e all’uomo coraggioso, onesto, spontaneo,dalla simpatia seducente e coinvolgente e per questo carismatico; un romantico innamorato della vita e delle donne, della patria e dell’avventura. Nei sette capitoli che formano la seconda sezione del libro, “I protagonisti” Liana De Luca tratteggia alcuni argomenti a lei molto cari e se si toglie il primo brano “ L’arcobaleno dopo il diluvio”,dove fa un escursus tra filosofia e storia, religione e letteratura nel rapporto tra uomo e natura, tra spirito e materia, tra fede e ragione, tra il sogno di una vita eterna e divina che tutto può e tutto conosce (Dio) e la realtà di una vita metamorfica che si auto distrugge e auto riproduce (Natura), gli altri sei sono parimenti distribuiti tra eroine ed eroi. Curiosità letteraria, acume critico e profonda cultura caratterizzano “O bella man” dove ci viene consegnato un Petrarca che accoglie e riversa nella sua poesia tutta la tradizione stilnovistica sublimata in versi celestiali, come celestiale è la figura di Laura, la cui fisicità, sempre presente, serve al poeta a più innalzarla e dove, ancora una volta, l’autrice si mostra espertissima a trovare punti di contatto tra i vari poeti. In questo caso trova assonanze e connivenze tra Petrarca, Dante, Tasso, Ariosto e poi Foscolo, Leopardi, d’Annunzio, Montale, ma anche con Catullo e Tibullo.

Nel capitolo dedicato alle “Eroine di carta” assistiamo a una sfarzosa, elegante, ma anche puntigliosa, sfilata di tutte le donne guerriere, quelle donne che alle arti domestiche e muliebri sostituiscono l’arte della lotta e della guerra. Comprende un arco di tempo che va dall’amazzone guerriera Ippolita, attraverso la virgiliana Camilla e poi Bradamante, Marfisa, Clorinda, Angelica, Giovanna D’Arco, Eleonora Fonseca, alle odierne soldatesse che, preparate nelle accademie militari, vanno al fronte, portando sull’elmetto la fotografia dei figli, per dare e ricevere morte. La figura di Eleonora Pimentel Fonseca, eroina della rivoluzione napoletana del 1799, viene ripresa nel successivo, breve saggio, ricco di sapienza storica e letteraria “Eleonora partenopea”. La nada de nada, come amava definirsi e tale definizione, la Fonseca, scelse come epigrafe della sua vita. Andando avanti nella lettura ci si rende conto come ogni capitolo sia un concentrato di conoscenza dei testi, di capacità critica e di facilità espositiva. “Le ali dell’albatro” è un vero e proprio pezzo di storia letteraria e di bravura esplicativa. Nel trattare il tema del tradurre poesia l’autrice, prendendo spunto della poesia “L’albatros di Boudelaire, chiama a raccolta un vero manipolo di “eroi” della parola: Montale, Oscar Wild, Walter Benjamin, San Gerolamo, Vincenzo Monti, Benedetto Croce, Giacomo Leopardi, Giovanni Roboni ecc.ecc. E non manca una breve lezione di metrica e di linguaggio. Gemma fra le gemme “L’Angelus di Millet” dove, utilizzando come pretesto il quadro di Jean François Millet, vengono messe in risalto la personalità complessa e il genio artistico di Salvador Dalì attraverso le opere ispirate a “L’Angelus”. Chiude la seconda sezione il “Principe Tamerlano”. È la storia di un uomo che si fa metafora delle contraddizioni dell’animo umano. In questo personaggio, infatti, si condensano ambizione, passione, violenza, amore, altruismo, fede; l’orrore e la bellezza, la rassegnazione di fronte alla morte. Un saggio per nulla storico, ma certamente letterario, che raggiunge l’apice quando la De Luca osserva il “Principe” con lo sguardo di E. A. Poe. Credo sia utile far notare che l’autrice ha una vera e propria ammirazione , se non passione, sia per Dalì, sia per Poe, numerosi, infatti, sono i suoi interventi su questi due artisti, come frequenti sono, nei suoi vari scritti, i richiami e all’uno e all’altro. Sulla scia delle prime due sezioni si sviluppa e prosegue la terza: le “Occasioni” dove continua quel creativo oscillare della De Luca tra i diversi aspetti del sapere umano: scienza, arte, scrittura. “Il ritmo del cuore” si snoda tra scienza e letteratura e diventa traslato del pulsare di una mente curiosa e indagatrice all’interno dell’unico libro che raccoglie l’immensa biblioteca dell’umano sapere: La Cultura. Il brano “La creazione poetica” è una vera lezione su come fare poesia , sempre dimostrando padronanza della materia di cui parla senza segni di autocompiacimento, tanto la bravura emana dallo scritto, è lì e non si può non vederla. Illuminante e inaspettata ne “L’Isola della bellezza” l’idea di avvicinare la bellezza computerizzata alla bellezza immaginata e realizzata da Prassitele nelle sue grandiose opere. Meritevole di attenta lettura il brevissimo capitolo “Elogio del saggio”: un confronto fra critica e autore, fra critica inventiva-creativa e critica esplorativa. L’autrice mostra maggiore attenzione al metodo inventivo-creativo che a quello esplorativo elogiando il “saggio” che va oltre il lavoro della critica, in quanto coinvolge tutte le componenti che costituiscono l’opera d’arte, non solo lo stile, la forma, il contenuto, il linguaggio, gli elementi strettamente connessi all’opera, e saltando lo steccato del mero giudizio affronta un discorso sulle infinite connessioni che una composizione scritturale ha nel suo interno, tutti i piccoli affluenti che ne costituiscono l’alveo principale e tutti i minimi emissari che da esso defluiscono. “Immagini sullo schermo” è l’occasione per gettare uno sguardo attento e penetrante sull’opera cinematografica sia del piccolo che del grande schermo. Per concludere si può asserire che tutte le sezioni costituiscano il salotto letterario della De Luca e che i personaggi che via, via incontriamo ci offrono spunti di riflessione e di felice meraviglia. A volte è un paesaggio, a volte un’immagine, a volte un piccolo particolare, messo lì come per caso, a volte un’osservazione filosofica o un vero e proprio intervento di critica letteraria, tutto comunque teso a tenere desta la nostra curiosità e attenzione. In breve un libro di saggi senza la pesantezza del saggio che si legge in scioltezza e con entusiasmo perché ricco di spunti critici, aneddoti, richiami storici e filosofici in un gioco continuo di rimandi e confronti facendo scorrere il filo robusto della sua cultura nel telaio della storia letteraria.

08-02-08

Recensione
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