Servizi
Contatti

Eventi


Maria Luisa Spaziani
Tutte le poesie

Una cattedrale d’immagini sopra fondamenta di pensiero e arcate musicali

Ho sempre letto la Poesia di Maria Luisa Spaziani.

Mi affascinava la scorrevolezza del verso, sempre disteso, su una rotondità musicale andante e pensosa, spesso sfociante in ritmi di una trattenuta briosità atta a svelarne lo sguardo acutamente ironico.

Erano gli anni sessanta, studiavo medicina a Padova e di sera mi trovavo, con gli amici, pochi, che amavano la letteratura e la poesia in particolare.

Una ragazza di Brescia, che studiava lettere, mi parlò della raccolta “Le acque del Sabato”. Me la procurai. La prima lettura fu frettolosa, ma “Luna d’inverno mi si attaccò alla memoria. Ripetevo, “Luna d’inverno che dal melograno | per i vetri di casa filtri lenta | sui miei sonni veloci” e poi “lampada sopra il desco incorruttibile | al cui chiarore ad uno ad uno | i visi in cerchio rivedrò che un turbine | vuoto e crudele mi cancella”.

Passeggiando sotto i portici di via Roma, via S. Francesco, via del Santo, via Belludi, abitavo in Prato della Valle, vedevo, anche in piena, densa nebbia padovana, quella “insegna d’oro all’ultima locanda” e tornavo nei miei luoghi lontani, fra le colline che da Catanzaro, degradando, arrivano sino al golfo di Squillace. Mi ritrovavo sulla Sila, nel piccolo paese dov’ero nato e dove passavo i mesi estivi. Paese dei miei avi dove localizzavo “il desco incorruttibile”, cammeo che racchiudeva i cari volti ormai persi “nel turbine vuoto e crudele”. Mi facevano compagnia, nelle fredde sere padane, gli “Alberi nudi dentro un tempo nudo | nel cielo del paese di mia madre” (Il paese di mia madre) e tornavo alle mie strade dove abbondante cadeva la neve e gli alberi erano spogli. Solo in lontananza verdeggiavano i pini dell’altopiano silano. “Bruciano e si consumano le stelle, | regna la Grande Estate” (30 giugno) e si rialzava il ponte, fra due lontanissimi luoghi, pregustavo il ritorno e avvertivo il senso dello scorrere del tempo e il consumarsi dell’esserci che i versi trasmettono. Tutto si trasformava in una sensazione di calma felicità che si distendeva sulla luminosità della “grande Estate” foriera di ritorni, di feste e di abbracci.

Così, di verso in verso, di composizione in composizione, lessi e rilessi “Le Acque del Sabato” titolo che mi trasmetteva una profonda sacralità per quel richiamo all’Acqua Battesimale e al riposo di Dio dopo la Creazione. Contemporaneamente si apriva un varco, non so da quale finestra della mente, e si proponeva “Il sabato del villaggio”. Strane convergenze che parole e ritmi combinano sulla tela della poesia.

“Dolce sera :e la luna si di sfoglia | lenta sulla palude dell’attesa” (Giudecca).

A cui faceva eco il leopardiano “ o graziosa luna, io mi rammento …”.

“Addio, galoppo indomito,rovente | fuga lungo le terre del ricordo” (Ponte Abramo) e sentivo mio quel galoppare del tempo sui prati della memoria che nulla possono contro il perenne precipitare degli orizzonti segnalati da “ un lamento di corni, prolungati | oltre il nostro respiro” e sulla clessidra che divora l’ora pellegrina scendeva il silenzio “quel silenzio | delle fanciulle a maggio sui balconi”. (Silenzio di conchiglia). Amore e Morte di nuovo abbracciati nella conchiglia della vita. E risuonava e mi rapiva, in un vortice muto di ricordi e attese, presenze e lontananze “Bionde conchiglie nella dolce sera!”. Poi, in un crescendo di umanità ferita, allo scorrere delle ore, al silenzio, si univa la solitudine : “Resta con me per sempre, solitudine, | disteso vento lungo le notturne | praterie nel cuore dell’estate” e sentivo che il triangolo: tempo- silenzio- solitudine, sarebbe stato il nucleo pulsante, vivo della poesia di Maria Luisa Spaziani. A sigillare questa convinzione riecheggiava nella mia mente il verso: “ È notte e inverno. E tu sei morto,amore”, e quelli conclusivi di “Le Acque del Sabato ,,“Pure dobbiamo andare, Montglat,| bianco pianeta della terra. | Mille strade ci attendono ancora, | mille traffici, vortici, parole. | E un’esistenza vana, interminabile | oltre il muro del pianto”.

Nell’aprile del 1966 esce la seconda raccolta: Utilità della memoria.

Da circa un anno mi ero trasferito a Torino. Bene inserito nell’ambiente sanitario, mi guardavo intorno per entrare in contatto col mondo letterario, che trovavo più chiuso di quello padovano. Conobbi Italo Calvino: mi fu presentato nella sede dei Venerdì Letterari di via Po. Cominciai a frequentare il Centro Pannunzio e qui incontrai molte personalità della cultura scientifica, storica e letteraria torinese. Speravo d’incontrare la Spaziani essendo Torino la sua città.

A novembre, al Circolo della Stampa, fu presentata “Utilità della memoria”. Mi ero organizzato per non mancare all’appuntamento, ma impegni inderogabili me lo impedirono. Non mi fu più possibile incontrarla. Intanto leggevo la sua poesia e constatavo che lo stupore dello sguardo, l’incanto del pensiero poetante, la visione interiore del mondo e dell’umana avventura, si proiettavano sulla nuova raccolta e si sviluppavano su traiettorie di un più alto sentire, di un guardare oltre, partendo dalle viscere. Una grande poesia nasce sempre dalla sintesi di un sentire intellettivo, progetto spirituale, e un sentire viscerale, progetto carnale, naturale. Musica, impressioni e immagini, creature del mondo sensibile, si dispongono sul nastro del pensiero che le amalgama, le solleva nel regno dello spirito e ne fa parola e canto.

Nel musicale evolversi dei versi compaiono note di uno struggente sentimento della perdita e dell’attesa, una più profonda coscienza della precarietà dell’esserci e del male di vivere: “manda stasera un canto di saluto | l’albero nudo ormai anche nel nome”, (Dedica perpetua). “Di tanto amore simile | alla vampa del grano | non resta sulla terra un solo chicco” (I massoni), e poi “L’antica pazienza”, dedicata alla madre, con quel meraviglioso incipit “Tu che conosci l’antica pazienza | di sciogliere ogni nodo della corda” dove un vento di struggente, ma forte, turbamento porta “la sorda | nenia del mare dentro la conchiglia, | la voce della casa che il perduto | tempo ha ridotto in cenere” e ci mostra il “ forno buio della guerra” e i “ciliegi dilaniati” per concludersi in un continuo e sempre più deciso insinuarsi della speranza tra i “borghi desolati”, dietro il lillà che nasconde il “ massacro” perché “ Nessuno è senza casa se l’attende | a sera la tua voce di conchiglia”. E la parola conchiglia acquista una vastità semantica che non ha limiti né temporali, né spaziali mentre la voce della madre diventa la voce dell’umanità tutta, la voce dell’amore che accoglie chi l’ascolta e gli racconta la storia dell’andare e del tornare., E mentre la speranza allarga le sue ali, cresce la memoria, invade i luoghi e i tempi della poesia per cui il cortile diviene il “Baluardo”, la fortezza, dove la parola tenta vie di fuga disponendosi in lunghi “rampicanti di versi”, tensione e scala verso “ un cielo più lontano” e intanto “di brughiera in brughiera | di frontiera in frontiera || di parola in parola … || di cielo in cielo …” si corre dietro al sogno d’amore, soggetto, come ogni cosa umana, alla legge del , panta rei . ,Solo la memoria si ribella e annodando il filo della vita costruisce “la più lunga sinfonia |, un universo” (Attraccano i terrazzi).

La Spaziani di memoria in memoria lega più raccolte e costruisce l’architettura delle sue rimembranze. Concludendo la prima sezione col testo, “Il peggior danno” pone Leopardi a nume del suo canto: “spenta verrò di questo inferno in cerca | ché lo scemar del male è il peggior danno”.

Verrà poi ,1970, (L’occhio del ciclone) dove il poeta riafferma lo stile alto, la musicalità del verso che comporta un più naturale fluire della voce poetica, il linguaggio colto e non sofisticato; sempre espansiva e invasiva la semanticità della parola, per cui il lettore, oltre a godere dell’armonia, si trova proiettato in una fantasmagorica esplosione di richiami, rimandi e di rimbalzi che difficilmente riesce a staccarsi dalla lettura spinto, com’è, a raccogliere le più diverse ramificazioni di un discorso poetico robusto e disinvoltamente elegante. La prima sezione, dedicata al mare, distende orizzonti, apre balconi d’azzurro, alza stendardi di vento, afferma il metamorfico stato dell’esserci, annoda fili e fili di memoria: “La casa è aperta, battono i portelli, | oblò contro il ruggito delle onde. | La casa è stata sempre aperta, e i chiodi | che reggono cornici ormai svuotate, | s’intaccano di lebbre rugginose | che scardinano il mondo.” (sarebbe tutta da citare) e l’occhio del ciclone si fa metafora della nostra esistenza : tutto, ribolle quando tutto è calmo, nel cuore della quiete cresce il tumulto “nulla atterrisce più di quella calma | che per ore si crea al centro stesso | della tregenda: l’occhio del ciclone.”

Ogni testo della sezione è un tassello per comporre il mutevole volto della verità: “allarmata coscienza, astro caduto, | prima che il filo della brezza azzurra | inavvertito scenda e ti ritenti, | e in altre brevi apocalissi ancora | si turbino le antiche prospettive | e il mare salga, e le strutture esplodano | e l’estate sprofondi, e il plenilunio | crolli sul mondo in tanti variopinti |  frammenti di vetrata”. Solo l’amore e la fede possono aprire spazi di speranza: “siamo antichi pellegrini in marcia | verso un santuario, verso una sorgente, | verso una valle dolce per fondarvi | la cittadella del tuo sogno”.

Qualcuno dei testi che compongono la prima sezione “ il mare” l’avevo letto su “La fiera letteraria”. Di quella lettura conservavo l’ampiezza di sguardo, confermata dalla lettura dell’intera raccolta, del poeta che riusciva a concentrare il naturale, l’umano e il divino. Avevo la sensazione che l’uomo fosse posto al centro di un turbine dove la natura, ora benigna, ora matrigna, e il divino, ora vicino, ora lontano,lo avvolgessero provocandogli turbamento, estasi, disorientamento. Mi rendo conto che queste mie note non sono per nulla esaustive, sarebbe necessario uno studio più articolato, ma poco è il tempo, minimo lo spazio. Così, a volo radente, passiamo sopra le sei composizioni in prosa dell’ Intermezzo, che si fanno amare per la chiarezza, l’ironia, la fantasia e la leggerezza del discorso che pure tocca temi teologici e mitologici e apre ampie finestre culturali. “ La terra”, terza sezione della raccolta, si differenzia dalla prima per una maggiore varietà di temi e di luoghi, mentre la sonorità del verso e la compattezza, la raffinatezza e la padronanza del linguaggio restano gli stessi, sempre ricchi e appropriati i riferimenti culturali, sempre ben coltivato e armonizzato il fermentare delle immagini. “Transito con catene” (1977) e “Geometrie del disordine” (1981), escono nel periodo in cui l’attività medica, a cui avevo affiancato l’impegno sindacale, teso a costruire e a diffondere l’assistenza pediatrica gratuita a tutti i bambini italiani, mi occupava notte e giorno. Tuttavia tra una visita e l’altra, tra una riunione e l’altra, riuscivo a leggere i poeti prediletti, a scrivere qualche verso e preparare le mie future raccolte.

La lettura, per necessità frettolosa, dei testi della Spaziani non mi consentiva di metabolizzarne l’alto contenuto di energia poetica e farne pabulum necessario per nutrire e guidare la mia ricerca sostanziale e formale.

Avvertivo, comunque, un cambiamento, una rottura del ritmo, un verso più libero e diretto, una struttura del testo, insomma, più sperimentale, meno compassata e più viva; senza sacrificare la regola alla sregolatezza, dava più agilità e movimento all’architettura delle composizioni. Quattro versi, la seconda di otto quartine, di un testo di Transito con catene, “Latinie” mi rimasero impressi “Quale radar m’orienta dentro il buio | in cui giri e raggiri, | quale dio m’aiuta de profundis | a trarre altri respiri” perché mi ricordavano quelli certamente più semplici: “ Un compasso dal centro della terra | guida i miei passi. | Un compasso dal centro della terra” di un giovane poeta di qualche anno più grande di me, mentre i versi“Trabocca un olmo: frecce di gomitoli, | strida, richiami,fremiti di ali.” di “Le sette di sera” da Geometrie del disordine, mi catapultavano nella piazza del mio paese, la piazza dei giochi e delle feste, dei sogni e delle preghiere, del volo geometrico e chiassoso delle rondini. Siamo ormai al 1986, l’anno in cui esce “La stella del libero arbitrio. Sono meglio organizzato e posso dedicare qualche ora in più alla poesia. La nuova raccolta della Spaziani mi spiazza. Come sempre mi affascina, ma mi costringe ad una maggiore attenzione per la ricchezza delle metafore, per la dissonanza del ritmo, con versi che tendono alla prosa, per una capacità espressiva più esplosiva, per i continui richiami letterari e culturali, per una visione della natura non tanto con l’occhio stupito del poeta, quanto con lo sguardo di un osservatore attento a cogliere nei fenomeni naturali quelle vibrazioni profonde che possono smuovere le corde sonore del poeta. Qui mi fermo, perché a parlare delle raccolte successive da “Giovanna d’Arco”, (1990) a Poesie della mano sinistra (2002) correrei il rischio, essendo il mio non un lavoro strutturato sul saggio critico dell’intera opera, cosa che avrebbe comportato, non trascurare i numerosi, e di altissimo livello, riferimenti culturali, di perdermi in una miriade di rivoli e rivoletti senza, poi, avere la possibilità, di farli confluire in un vero e proprio fiume dalle sponde ben definite e pronto ad aprirsi nel mare aperto della grande cultura. Aleggia, infatti, su tutta la produzione poetica della Spaziani, anche se in modo non invadente, ma spontaneo e discreto, come è giusto che sia, il pensiero filosofico occidentale. Si avverte il respiro della grande tradizione letteraria che va dal mondo greco al mondo latino e via, via, attraverso Dante, Petrarca, Leopardi sino ai nostri giorni, espandendosi in latitudine e in longitudine e toccando le vette più luminose dell’universo poetico europeo, con un posto particolare a quello francese, e oltre. Possiamo concludere, quindi, affermando che nelle vene della Spaziani, scorre l’onda lunga dei più grandi interpreti del canto poetico antico e moderno.

Recensione
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza