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Si comprende sin dai primi versi, anzi da quello smilzo “Perché”, messo a fare da introibo alla raccolta, che la poesia di Nicola Ruberto si distenda su un sottile filo d’ironia. Non c’è mai il riso sprezzante, amaro del sarcasmo, ci può essere a volte quello aristofanesco della satira, mentre è sempre presente un sorriso simpaticamente ironico che può essere anche malinconico e spesso a cavallo di un gioco verbale, di frasi ossimoriche abilmente accostate. Un sorriso che si posa sulla vita, l’avvolge e in questo suo avvolgerla la spoglia, senza denudarla completamente e comunque disvelandola. Ne mostra i piccoli difetti, le imperfezioni, il muoversi impacciato: turbative, non da poco, della pretesa armonia e che sotto, sotto nascondono un corpo sgraziato dove s’annida l’io con tutti i suoi dilemmi di essere e non essere, eterno e transitorio, conoscere e ignorare, libero o prigione, il bene e il male, vivere e morire. Un io sospeso sui tenebrosi abissi del nostro ricordare e aggrappato a una vaga speranza di trovare,in tanto buio, una breccia, un faro, il deus ex machina dell’umana commedia. Di verso in verso il poeta ci fa prendere coscienza dell’inconsistenza del nostro stato facendo scorrere sul suo palcoscenico scritturale burattini e marionette, il burattinaio appena s’intravede in quella “vocazione” di “mettersi in viaggio,andare dietro il suo richiamo, camminare. Fare il barbiere e il chirurgo viandante, pellegrino, zingaro o semplicemente turista:” Duberti, che usa con perizia forbici e rasoio, fa, per così dire, la barba alla poesia. Le toglie, cioè, quel guardare crepuscolare o aurorale che giustificano il suo andare per penombre, la libera da quello stato di stupore con cui osserva lo scorrere del reale e le offre la chiara luce dell’intelligenza che sdrammatizza la scena liberando la parola dal peso del conflitto esistenziale, abbandonandosi a un gioco di gesti al di fuori della noiosa compostezza con cui si guarda l’umana avventura: “Prendere casa nel Fallimento | trasferirci le masserizie | ma poche”; “E il treno per l’Oriente? | Mi dispiace signore,è troppo tardi | per lei non parte niente” (Indirizzo definitivo) Ci dice la verità sorridendo e togliendole gli aculei che la rendono insopportabile. Ho voluto sottolineare l’elemento ironico e giocoso della poesia di Duberti perché vi vedo una lezione di stile a tanti “poeti” tristi e lagnosi che presentano il cammino dell’uomo tra fiumi di lacrime e covi di serpenti. Per concludere credo di poter dire che la scrittura in questa raccolta poetica si fa specchio di levità e intelligenza che sottende comunque il volto contorto, deforme e grottesco della realtà.

30-09-008 Caselette

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