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Il pensiero poetante di Giuseppina Luongo Bartolini fluisce, senza sosta, in una continuità compatta che avvolge e travolge. Sembra che lo sguardo, trovato il varco nel muro delle ombre, assorba, in una dilatazione fotografica, tutto il visibile. La poetessa, assorbita la visione la trasforma in storia da riferire e la riferisce, usando un arco sillabico teso fra il silenzio del non veduto e la loquacità dell’intravisto, nell’attimo della folgorazione luminosa.

Il ritmo del dire poetico si adegua a questo spettacolo amplificato e affollato per cui ci troviamo di fronte ad un lento continuo che accentra su di sé l’attenzione costringendoci a cercare e ad ascoltare il vibrare della lingua racchiuso nella parola e avvertirne il vigore comunicante. Ci sentiamo, allora, sospinti verso l’immane onda dell’esistere e ci accorgiamo che al continuum della nota bassa del canto si contrappone un tracciato semantico attraversante tutta la struttura scritturale e fatto da rapide onde verticali che nel loro passare aprono intensi e vasti scenari esistenziali. Vita e morte, memoria e dimenticanza, presenza e assenza, perdita e attesa, delusione e speranza e, quindi, vita emozionale e vita razionale occupano spazio e tempo dell’umano tragitto, invadono la Terra di passo dove si compie il nostro viaggio. La Luongo presa dall’urgenza del dire salta la punteggiatura, annulla ogni minima pausa, elimina, quasi, il ritmo respiratorio e supera il rischio dell’asfissia e dell’afasia attingendo a una sua interiore capacità di dire, si abbandona, cioè, a quel linguaggio che essendo, come diceva Aristotele, “il respirare dell’anima umana”, non è usato ma vissuto dagli uomini perché “non è uno strumento ma attività vitale come lo sono , ad esempio, il battere cardiaco, il ritmo respiratorio, la pulsazione sinaptica del cervello”( Aristotele) . La vis dicendi della Luongo si concretizza e si evidenzia in una architettura poematica dalla struttura solida e austera che si presenta come una cattedrale gotica che, mentre fa un tutt’uno con la consistenza del suolo, contiene, fra colonne e arcate, uno slancio di possente religiosità che la lega al cielo, comprende cioè quell’ansia di divino che proietta la materia nella sfera spirituale, l’effimero all’eterno. Così evidente è il contenuto concettuale del verso da far risaltare come il canto poetico della Nostra sia sostenuto da un impianto speculativo sotterraneo e profondo il quale, tuttavia, non impedisce di trasformare la sostanza razionale in sostanza poetica. Spia del connubio tra poesia e filosofia è l’evidente unità che si riscontra nell’organica composizione di “ Terra di passo”, ma mentre “ l’unità della filosofia è immobile, non discende ed è accessibile solo a chi può conseguirla con le proprie forze” ( … ),” l’unità della poesia discende per farsi carne nel poema.” (…) “ il logos della poesia è di fruizione immediata , quotidiana ; quotidianamente scende nella vita” ( Maria Zambrano ). Tutta l’opera, e concludo queste mie brevi e certamente incomplete osservazioni, è caratterizzata da una continua epifania di vita vissuta e, direi, di vita sognata, mette in mostra, cioè, quella commedia umana che si recita continuamente sulla scena del mondo. Numerosi sarebbero i brani da citare a conferma di queste mie considerazioni, ma lascio al lettore il gusto di trovare da solo le parole o i versi idonei a giustificare gli orizzonti esplorativi, i campi di conoscenza, gli scorci esistenziali che via, via gli si presentano.

Caselette , 11- 06-007

Recensione
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