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Ho ricevuto Tra l’onda e la risacca di Ninnj Di Stefano Busà, ho letto e ho potuto gustare l’essenza di una scrittura poetica, che si sviluppa sempre su corde alte e vibranti dove il pensiero, la fantasia, il sogno e la cruda realtà trovano la giusta tensione. Mi coinvolge il modo di sentire l’umana avventura, come mi ammalia l’oscillare della mente creativa tra terra e cielo, tra passato e presente mentre la parola, scavata nel chiassoso silenzio e nelle affollate solitudini del quotidiano vissuto che trovano nell’urlo non solo, come in Edvard Munch, l’espressione di un angosciante dolore, ma sovente il mezzo del mostrarsi, dell’apparire, corre da una sponda all’altra delle contrapposte frontiere per costruire una verticalità di pensiero che tende all’Assoluto. Una verticalità che richiama il motto latino, per aspera ad astra, dove l’asperità , il marasma del presente, “la frantumazione , la divisione, il relativismo, l’assenza”, come acutamente asserisce Marco Forti nella sua puntuale, profonda e illuminante prefazione, vengono attutite in una luminosità che si evolve su una linea di demarcazione tra la luce e l’ombra, e l’ombra si sfuma nella chiarità dell’alba, nella fiamma della parola tesa verso il puro splendore del divino.

L’architettura scritturale trova sostegno, in questo suo percorso verso l’alto, in una musicalità profonda, intima, in cui sillaba e numero costituiscono il seme che germoglierà per aprirsi agli spazi della solarità poetica. Scrive l’autrice nella nota introduttiva:” La poesia è, quindi, un assoluto creativo che sa dare attraverso immagini di verità, la verità stessa, ed è la sola a congiungere l’anello della nostra spiritualità all’Assoluto, al tutto di cui abbiamo smarrito il senso” e poi “Ma la Poesia è anche una cattedrale per la sofferenza, una condanna a vedere sempre l’azzurro di un cielo, attraverso nubi e cataratte di temperie , pur nei grovigli di pena e sconforto, o nel disagio che pure la domina e la stritola, il poeta descriverà le sue nostalgie, le sue assenze.” Da questo profondo sentire, da questo avvertire il segno poetico quale ponte lanciato dall’uomo nell’oltre del suo sogno per unire la notte dell’attraversamento a l’infinito giorno dell’arrivo, nasce la ricchezza semantica di una parola che si porta dentro l’angoscia della carne e la speranza dello spirito: “L’ombra conduce ad altro tempo./ Il silenzio che rimane è il tremore/ di un’ala dietro i monti, un accento/ senza tempo che dispiega fiotti di luce/ a questo antico paese di pietre” (Antico paese di pietre). Scrive Francesco D’Episcopo nell’introduzione: “Forte si respira, in tutta la silloge, il senso di un “riscatto” che è più propriamente ritorno alle origini, rivelazione di uno stadio essenziale ed esemplare dell’essere, che rispecchia la sua totale fedeltà all’assoluto”. Una poesia, e finisco, da leggere e… farsi leggere.

13/03/08

Recensione
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