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“I giorni chiari e lieti
dell’infanzia sono sassi
deposti nel suo greto;
le orme dei miei passi sui tratturi
vanno dietro i belati delle greggi.”

Bastano pochi versi e ci si trova immersi in paesaggi mitici dove le acque del Mare Jonio offrono onde di una memoria antica carica di leggende e di storia e dove i sentieri, che ora s’inerpicano sui fianchi di austere montagne, riposandosi alla serena luce di una vigna o inoltrandosi in fitte boscaglie di pini e abeti  “Colorata soltanto di verde | in toni sovrapposti | sospesi i sentieri divallanti | tra pini sereni e abeti fruscianti | che giocano con le loro ombre” (Tra pini sereni), ora scendono verso valli dapprima strette e ombrose, percorse da torrenti confluenti in piccoli fiumi, poi sempre più larghe e luminose che si concludono nelle assolate pianure delle marine “ dalle finestre merlate del Castello | Altomonte scruta la valle in mille toni | fino al largo specchio del mare” (Verso Sibari) o “Lasciami bere la freschezza | delle tue acque | che cantano in note distese | il senso della vita d’ogni giorno | e fanno tenera la luce della luna” (Tra pini sereni), risuonano dei passi e delle voci che narrano di uomini piegati al duro lavoro dei campi e di fugaci sguardi di donne altere il cui amore riempie le case e ne tiene accesi i focolari “C’erano i focolari accesi | memoria delle case | nelle serate in corona | luccicanti di carezze | le pareti nere che risplendono | gli occhi non sapevano leggere | ma intuivano” (In una luce incline) o “ La bocca senza pieghe | ridente tacita | s’apriva al lampo di un sorriso | bevuto come luce di promessa” (La donna si affacciava).

Cerminara raccoglie queste voci, segue le orme che tracciano i sentieri, ascolta il respiro della terra, il soffio, ora turbolento ora lieve, del vento, il rumore delle fiumare, osserva le umane vicende e tutto fa convergere nel suo canto pacato e ampio che nel cantare luoghi, suoni, odori e colori ci racconta il viaggio dell’uomo, un viaggio che, rimanendo sempre legato al suo iniziare, prosegue verso quella cifra suprema dell’esistere in cui s’incrociano perdita e attesa, nostalgia e speranza, razionalità e sogno, materia e spirito per aprirsi poi all’universale e all’eterno “ Sono alla ricerca di radici | il nuovo mestiere cui mi dedico | in questo tempo ultimo del vivere | quando s’odono meglio voci antiche” (dove le arance).

Nella poesia di Cerminara, come in tutta la poesia dell’esilio e della lontananza, arrivi e partenze continuamente s’intrecciano costituendo quella ragnatela scritturale che di verso in verso, di composizione in composizione dà struttura alla costruzione poetica. Il linguaggio si adegua a questo gioco di presenza-assenza, dell’osservare e del rammemorare per cui la parola, semanticamente gravida di tutto il vissuto di una intera popolazione che al poeta narrante presta la sua voce, si presta alla descrizione del vivere nel presente e si apre a improvvisi richiami, a rimandi per un’epifania di mondi remoti fissati nello specchio della memoria e il lettore viene come preso in un vortice di sensazioni che vanno dal tatto all’olfatto, dall’udito alla vista.

Questo modo di raccontare la terra delle sue origini e la gente di questa sua terra fa oscillare il canto tra l’adagio della nostalgia e l’andante della concretezza e permette al Cerminara di costruire il suo discorso poetico affidandosi, come puntualmente nota Graziano Giudetti nella postfazione, a tre cifre: “quella memoriale, quella narrativa e quella più propriamente elegiaca, per un insieme articolato e coeso”.

A noi non rimane che seguire il canto di Rino Cerminara “lungo i tracciati” di una storia umana che si svolge tra un inizio e una fine, inizio e fine che coincidono e si aprono “a cercare nuovi approdi” (lungo i tracciati), un canto dove il tragico dell’esistere si stempera nella più serena scenografia della commedia.

9-01-007 Caselette.

Recensione
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