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La sapienza critica di Giorgio Bárberi Squarotti mette subito in evidenza, nel presentare la raccolta “Un alambicco per favore” di Antonella Kubler, come l’autrice si sia “ inventata un genere poetico di tenace originalità, nell’essenzialità del ritmo e delle figurazioni sì prosciugati, ma per più efficacemente allora offrire il passaggio del discorso dal quotidiano e dal minimo dell’esperienza, delle considerazioni, dei commenti, delle situazioni che ogni giorno s’incontrano, fino alla sentenza suprema, alla rivelazione sublime del senso del mondo e della vita.” E la lettura già del primo testo: “Abito la tazzina | del mio caffè, mondo | contaminato-bacio | bendato-indenne in fondo, | residuo | vagabondo, dimora | innocente | di chi non chiede niente” ci dà conferma dell’originalità e della maestria della Kubler ponendoci nel bel mezzo del suo gioco poetico che mette sul tavolo le parole del quotidiano comunicare, gli oggetti più consueti e usuali del nostro fare e, nel mentre che le pronuncia e li mostra, li avvolge di una patina eterea che li proietta in uno spazio misterioso, affascinante e seducente facendo leva sulla forza semantica dei singoli significanti che, chiamati in causa, si aprono in una improvvisa, quanto esaltante, esplosione, come girandola pirotecnica, squarciando per un attimo le tenebre, che immediatamente si richiudono, lasciandoci il senso della scoperta e del vuoto. L’esperimento si ripete di componimento in componimento per tutte le cinque contenutissime sezioni in cui è divisa la snella e brillante raccolta e noi veniamo abbagliati, di volta in volta, da lampi improvvisi e inaspettati, ma che sono richiami e rimandi culturali, ampi paesaggi o vere e proprie fenditure, dove trascorre l’umana giornata e quindi il nostro esserci. L’alambicco allora assurge a metafora della complessa ampolla dell’esistenza in cui sono contenuti i piccoli e grandi eventi, i minimi oggetti e quelli più rilevanti, gli incanti e i disincanti, l’odio e l’amore e dove, per variazioni e mutamenti, tutto si trasforma, si libera dalla zavorra per acquisire leggerezza e purezza. Il punto, secondo l’autrice, dove avviene il fenomeno metamorfico è il cuore, la strozzatura” che filtra i sentimenti carnali e viscerali, filtra cioè il mondo materiale e reale e lo lascia passare, attraverso la malia del continuo divenire, in cui forte è il vibrare dell’anima, e che culmina con la morte, fine e trionfo del mutare, nel regno dello spirito: “Ci vuole un alambicco | per passare | da amore ad amore, | per cambiare colore | e non perdere il mondo, | ripetere passaggi  | d’anima, morire | di trasformazione.

Ci vuole un alambicco, | per favore: | ma | la strozzatura | è il cuore.”

Il linguaggio si coniuga all’originalità dell’apparato scritturale formando il materiale sillabico e musicale che permettono una struttura moderna che capta lo sguardo, lo meraviglia e, a volte, lo confonde, capacità di ogni vera poesia che spiazza, disorienta e incanta. Anche la mente viene coinvolta e stimolata, quasi obbligata, a frugare fra un verso e l’altro per trovare ora la tragica fine di Ofelia e la precarietà dell’esistere, ora il vino e il pane dell’Ultima cena e poi Cenerentola, Biancaneve e Arianna; miti e leggende, favole, episodi biblici ed evangelici, e credo di non sbagliare se vi trovo anche velate, forse inconsce, allusioni erotiche: “Ancora il tuo pennello | carezzerà la soglia dell’esistere, | mentre alla notte | lento cadrà il velo”, oppure “ Sei le onde: | mi muovi, scovi | l’abisso – è concesso? – | mi piovi | bagnata, sei | toccata | e fuga, | anima sul bagnasciuga.” Amore, in questo caso Eros, quale ponte che lega il materiale allo spirituale, l’umano al divino. Concluderei citando per intero il testo che chiude la raccolta: “dal buco nello scoglio esce di fianco, | matura – da granchio – |quell’ultimo livello del pensiero laterale, | si lascia risucchiare | quasi adatto || dentro al buco tutt’a un tratto” dove vago erotismo e visione fantastica vengono amalgamati da uno scarto del pensiero che improvviso precipita “si lascia risucchiare” e, nato da un vuoto in un vuoto ritorna sognando, forse, il Tutto.

Caselette, 14-03-009

Recensione
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