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Vaghe stelle e altri racconti

Con Vaghe stelle Marco Ignazio de Santis ci offre dieci racconti pubblicati, su riviste o antologie, in un lasso di tempo che va dal 1984 (La villa di Clelia) al 2009 (La caduta di Gaeta e La città di Dite).

Alcuni di questi racconti sono uniti tra di loro da un sotterraneo e sottile filo che possiamo cogliere nell’intreccio continuo tra realtà e sogno, tra illusione e delusione , tra finzione e verità, la luce del ricordo e il buio del suo vuoto: “Vaghe stelle”, Allo stadio, La villa di Clelia, Ritorno al paese.

Sono a sé stanti i due racconti di contenuto storico: I briganti di Navarino e La caduta di Gaeta, mentre il sospetto caratterizza il breve racconto L’eremita che si conclude con una nobile scena di umano altruismo.

La scrittura di Marco de Santis è fluida e scorre lieve come il raccontare dei nostri vecchi davanti al focolare dove vicende umane, vuoi di guerra, di malavita, di semplici storie familiari o individuali venivano avvolte, complice una voce sempre bassa e spesso rauca, da un’atmosfera di leggenda e proiettate in un tempo lontano e mitico. Nel Nostro la mitizzazione dell’avvenimento scaturisce dal ritmo lento della voce narrante, dall’azione che si svolge sempre al passato se si eccettua “ l’eremita”, raccontato al presente, un presente, comunque, che si avverte distante, avvolto dal tempo.

Non dominante, ma evidente, un intento, spontaneo e non voluto, educativo.

L’illusione di una facile gloria poetica si scontra, nel primo racconto “Vaghe stelle dell’Orsa” , prima con l’ipocrisia e la disonestà degli organizzatori della presentazione di un libro di poesia pubblicato da una giovane poetessa, poi con la cattiveria e la perversità del critico letterario che voleva approfittare sessualmente della scrittrice. A salvare la ragazza è il suo guardare oltre, il cercare la propria Stella Polare, il sapere che l’arte nasce non per compiacere questo o quello, ma per sé stessa, quale espressione di un sentire interiore che nasce dalla profondità del proprio essere superando le stesse barriere razionali. Nei racconti “I briganti di Navarino” e “La caduta di Gaeta” che come ho già detto hanno struttura storica, si esalta la capacità narrante del De Santis che, prendendo le vesti di don Vincenzino, nel primo dei due racconti, inizia a parlare delle malefatte della classe politica per poi inoltrarsi, dopo un rapido accenno sulla salita dei Borboni al trono di Napoli, nella storia dell’assalto dei briganti alla masseria di Navarino di proprietà dell’abate Gadaleta. Il racconto, pur ricco di fatti storici, si snocciola in modo scorrevole e avvolgente da irretire l’attenzione del lettore. Ne “La caduta di Gaeta” l’autore assume le sembianze di un nonno per narrarci la strenua resistenza dei soldati di Francesco II di Borbone al violento assalto dei militari Piemontesi guidati dal generale Cialdini. Commovente e nobile l’abbandono dei soldati napoletani della fortezza di Gaeta, abbandono che sancisce di fatto la fine del Regno delle Due Sicilie. Il successivo e penultimo racconto “Nella città di Dite” è una rivisitazione dell’episodio di Farinata degli Umberti e Cavalcante Cavalcanti, episodio che Dante descrive nel decimo canto dell’Inferno. Questo racconto mette in evidenza, come nota Sandro Gros-Pietro nella dotta e felice prefazione al libro, “ gli interessi di critico letterario e di studioso della letteratura di Marco de Santis, che mette in campo un saggio-racconto alla maniera di Umberto Eco, facendo dell’erudizione filologica e letteraria una fonte più che valida di prosa romanzata …” . Nel racconto “La tarantola” colpisce l’esuberanza della fantasia, la capacità di sostenere un brillante gioco, (forse più consona sarebbe l’espressione: forsennata danza) tra invenzione fiabesca e realtà, tra arcaiche nozioni pseudoscientifiche e superstizione popolare.

“Apocalisse” chiude la serie dei dieci racconti. Evidente è in esso l’influenza della letteratura dell’orrore e in particolare dei racconti di Edgar Allan Poe, ma mentre nell’autore di Boston il personaggio scende nelle profondità dell’animo umano dove il vortice del terrore si forma e da questo vortice viene avvolto, nel de Santis è il vortice che sale in superficie e, attraverso il personaggio, si libera. In entrambi i casi il risultato è la paura, paura che può assimilarsi al dolore provocato da un’arma che infilza un organo (contagio) o dal bisturi che strappa l’organo (terapia). Si potrebbe dire che in Poe il terrore è devastante come un morbo che gli cresce dentro mentre in de Santis è liberatorio, come un intervento chirurgico consistente nell’asportazione dell’organo patologico, come una maschera che togliendosi mostra una normale realtà.

A mio parere “ Vaghe stelle” appare come il simbolo della perfezione e dell’assoluto all’interno del quale rotola il pianeta Terra, simbolo dell’imperfezione e del relativo, del sogno che si sgretola quando incontra la realtà, dello spirito che tende verso l’alto ma non riesce a liberarsi dalla zavorra del materiale e dalla morsa del contingente.

10-02- 2014

Recensione
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