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Marcello Fois è uno scrittore sardo che sempre più si sta imponendo all’attenzione del pubblico con opere che vincono premi importanti, Premio Dessì,1997 per Nulla, premio Scerbanenco,1998 per Sempre caro, (tanto per citarne alcuni) e per l’attività televisiva e cinematografica di sceneggiatore. Distretto di polizia, Ilaria Alpi. Il più crudele dei giorni e per l’attività teatrale. Ora si presenta con il romanzo Memoria del vuoto, pubblicato da Enaudi nel 2006 e che ha vinto nel 2007 il Premio Grinzane Cavour. In quest’opera l’autore narra le vicende del bandito Samuele Stochino, detto ‘La tigre dell’Ogliastra” una vera leggenda nell’ambito del banditismo sardo che ha ispirato poesie e opere letterarie, sia di carattere agiografico, sia di carattere antropologico. Un tema quindi non nuovo nella letteratura sarda, ma nuovo e originale è il modo in cui Marcello Fois lo tratta. Memoria del vuoto è un romanzo in 5 parti, ognuna delle quali, a sua volta, divisa in capitoli. Ogni parte inizia con l’intervento di un elemento esterno: una protasi, un corifeo, una voce fuori campo, il coro, una controfigura che anticipano l’azione, la universalizzano inserendola in un disegno cosmico, la commentano da un punto di vista esterno, assoluto. Non a caso elementi ricorrenti sono la luna e la morte.

La prima, nel suo algido distacco, osserva gli eventi senza esserne toccata (Canto notturno di un pastore errante in Asia, Leopardi). La morte, ineluttabile coronamento della vita. C’è l’estinto, c’è la madre, figlia, moglie, sorella e c’è la Morte che silenziosa assiste, e si rifiuta di dare spiegazioni, ma partecipa anch’essa.La voce fuori campo che introduce la terza parte, giustifica il titolo del romanzo e ce ne dà la chiave di lettura. Ha lo spirito dionisiaco della tragedia greca. L’uomo rimane un essere primordiale, un anello della catena dell’Eterno Ritorno. Ha provato l’ebbrezza vorticosa di appartenere alla materia e si è sentito immortale, poi è passato alla stazione eretta e ha dimenticato l’origine primigenia di cui però prova avvertimento“Gli uomini avvertono senza sentire“ direbbe il Vico, ma di essa è rimasta memoria e il desiderio irrefrenabile di riempire quel vuoto con la voluttà del sangue. Una sete orgiastica di sangue porta all’eccidio della notte di San Sebastiano e alla carneficina della prima guerra mondiale: un dolore titanico, il male cosmico il piacere della morte. Ne risulta un romanzo epico che per molti aspetti ricorda le opere omeriche. Lo stile è quello del racconto orale, l’ intercalare, l’uso di termini sardi frammezzati al discorso in italiano sembrano fatti a posta per anticipare fatti che saranno ripresi più avanti, per prevenire o rispondere a domande di chiarificazione. Non è uno scrittore che scrive per un lettore, ma un narratore che parla in presenza di un ascoltatore. E questo spiega i passaggi improvvisi dalla prima alla terza persona, l’uso di un linguaggio colorito per l’abbondanza di metafore “Quel monumento di Bartolomeo Crisponi”; “lavatevi bene… non fate come sempre che sembrate gatti” di similitudini .”A Samuele gli sembra che quest’esercito sia diventato un bambinetto spaventato nelle mani di un genitore incapace di educarlo” Gli argomenti sono trattati con lo stile e le conoscenze del popolo per cui anche le spiegazioni sono quelle ricorrenti sulle bocche dei paesani. vedi a pag, 9/ 10 in cui si cerca di spiegare il fatto che un agnello sia caduto dal cielo. Il senso comune nega questo fatto, ma nei quadri si vedono agnelli adagiati sulle nuvole. L’episodio viene interpretato come un presagio di sventura. Infatti muore Bartolomeo Crisponi, padre di un ragazzo e Fois ne approfitta per parlare della vita dei minatori e della miniera di Montevecchio. Molto incisiva la descrizione della morte della moglie di Crisponi: il narratore si immedesima nel personaggio e con uno stile intenso, carnale, sanguigno delinea i suoi sentimenti i suoi stati d’animo, creando immagini realistiche di forte impatto emotivo.

Da laureato in Italianistica, Fois sa scovare nel linguaggio le sfumature più adatte alla situazione. Per esempio, il ritorno di Stocchino dalla Libia è un susseguirsi di piani di narrazione. Non c’è una descrizione discorsiva del viaggio. Esso è narrato attraverso le sensazioni, i pensieri e le immagini che affiorano nella mente del protagonista, o mediante i racconti che egli fa ai diversi interlocutori, il padre, il fratello. Usando metafore e similitudini che danno colore al parlare colloquiale “I bersaglieri dell’11° erano come un gheriglio nello schiaccianoci, .. / Dal notaio dicono che agli italiani gli sta andando come a uno che ha comprato una pecora per giovane e lattifera e invece la scopre vecchia e rinsecchita.. / .All’ospedale i medici come levatrici tirano fuori Samuele dall’utero della morte, l’Autore fa palpare al lettore il compiacimento del protagonista nella narrazione forte, passionale e appassionata, di un estetismo voluttuoso,e il suo piacere della morte, sia nel darla che e nel constatarla. Samuele Stocchino è un predestinato. La sua nascita sembra voluta dal Fato. Tutto quello che farà, lo farà perché stabilito dal destino, proprio come accadeva agli eroi di Omero. Anche se qui l’Autore fa intervenire la Vergine, rispettando la psicologia religiosa della donna sarda. “Antioca lo guarda come si guarda uno che si teme. Lo sa lei perché. Lo sa lei…” Il protagonista, pur non essendo fisicamente molto alto, viene presentato come un figura titanica, una vera e propria forza della natura. La veggente aveva visto, in lui bambino, un cuore di lupo, e come un lupo solitario agisce, da solo, anche quando Rubanu si offre di aiutarlo. Possiamo dire che Fois è un nuovo cantastorie che celebra le gesta del ‘ balente’ ,ma sa descrivere anche la condizione di isolamento, conseguenza del mutare de “su connottu “ e la solitudine che caratterizza lo stato di latitanza per cui le ‘gesta’ del ‘balente’ sono mosse da una sorta di lucida follia visionaria che gli fa assaporare il gusto del sangue, l’euforia dell’uccidere. Stocchino prova un piacere quasi erotico, quando si scaglia contro il nemico, mentre si rivela casto e capace di idealizzare in un amor platonico la sua amata Mariangela. Anche se l’Autore avverte che la sua è una ricostruzione libera in cui verità storica e invenzione si mescolano, nel romanzo si possono cogliere aspetti veristi: l’uso del linguaggio parlato, le caratterizzazioni dei personaggi, e le ambientazioni; aspetti psicologici, i monologhi interiori e tutti i fattori che hanno caratterizzato il fenomeno del banditismo sardo, l’attaccamento alla famiglia, alle tradizioni, (il senso dell’ospitalità, l’importanza del comparatico) la vendetta e la bardana e oserei concludere che lo Stocchino delineato da Fois oltre ad essere un sublimato dei banditi sardi, è uno specchio in cui si può intravedere la forza bruta, l’istinto, la bestia presente in ognuno di noi e che solo la ragione può dominare.

Recensione
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