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La casa editrice Garzanti ha raccolto in un unico volume le ultime opere di David Maria Turoldo, già da essa pubblicate, separatamente, nel 1991 Canti ultimi e nel 1992 Mie notti con Qohelet, quest’ultimo con la prefazione di Giancarlo Ravasi. Questa edizione invece non presenta alcuna introduzione o commento.

E’ lo stesso David Maria Turoldo a spiegare al lettore, con una breve nota introduttiva, gli accorgimenti adottati per esprimere il suo colloquio “con il Tu necessario, ossia con Dio e delle notazioni grafiche a per i termini simbolo ‘Notte' ‘Tenebra’ ‘Luce’. Gli preme che sia capito soprattutto il “divino Nulla”, “Il Vuoto Santo”. Sono questi termini che danno la chiave di lettura dei testi in cui si condensa l’intensa attività spirituale dell’Autore:”notte” è il buio conoscitivo, perché la nostra mente non riesce a spezzare la barriera del tempo e dello spazio e l’oltre ci rimane ignoto.

Senza questa decodificazione sarebbe arduo per il lettore e cogliere a pieno la profondità di significato delle liriche, che pure affascinano per il ritmo dei versi «Io sento i tuoi passi inseguirmi | di deserto in deserto, | passi | infaticati e discreti | per non farti impaurire: | Tu, divino Inquieto | che rompe gl’incanti | e distrugge le paci | e non concede tregue…» e la bellezza delle immagini «Ora che arrotolato mi hai | come il pastore fa con la tenda».

Il titolo della raccolta Canti ultimi ci introduce nella tematica dominante dell’opera: la condizione umana, il dolore, la morte, anelito all’infinito. Temi che l’autore aveva già affrontato in altri testi, ma che in queste liriche, scritte con la consapevolezza della malattia già avanzata, diventano più pressanti. «…il Drago è certo | insediato nel centro | del ventre come un re sul trono … il fruscio delle nostre passioncelle | del quotidiano, uguale | a un crepitare di foglie | sull’erba disseccata.» L’imminenza della morte (Essere-per-la-morte direbbe Heidegger) costringe il poeta ad intensificare il dialogo con Dio.

L’opera si presenta come una lunga confessione (in senso agostiniano) con la quale Turoldo manifesta il suo mondo spirituale.Già la dedica di Canti ultimi a Camillo, (Padre Camillo Piaz con il quale aveva fondato la ‘Corsia dei Servi’) ad Abramo, a Elena Gandolfi-Negrini, (definita da Giancarlo Mattana “madre putativa” che con infinita pazienza assistette Turoldo fino all’ultimo respiro) ai suoi frati ed amici e a Ermanno Ancona, il suo chirurgo, dimostra come questo sentimento che porta alla collaborazione e condivisione fosse importante per lui.

Questo intenso dialogo poetico diventa: un itinerario che passa continuamente dalla condizione dell’uomo, essere fragile, limitato, ma che aspira all’infinito, a quella divina, inesprimibile con parole umane. L’uomo non ha mezzi adeguati per dire l’Assoluto, perciò si serve di «Parole, e segni e immagine | ringhiere alla nostra solitudine | maschere» e la lirica si conclude con un tono di dolorosa sconsolazione, ma anche di fiduciosa speranza. «Là tu permani | oltre lo stesso Dio: | ed io di qua | in muta attesa.»

Le tappe di questo cammino, verso l’ineluttabile, sono segnate dalla suddivisione dell’opera in tanti capitoli, in ognuno di essi ritornano le domande che da sempre l’uomo si pone: finitezza dell’uomo, onnipotenza divina – rapporto anima – e corpo temporalità dell’esistenza umana ed eternità divina.

Ripercorriamo la strada compiuta da D.M. Turoldo E’ una strada non facile per l’uomo assillato dal problema esistenziale che ha scoperto che la ragione non riesce a dare risposte esaurienti, accettabili sui fini dell’esistenza «Era l’urlo degli oceani | l’urlo dell’animale ferito | l’urlo del ventre squarciato | della partoriente | urlo della stessa morte | "perché?"» L’infelicità provocata dal conflitto tra la limitatezza della natura umana e il desiderio d’infinito provoca uno stato di angoscia. Angoscia che porta Turoldo ad indagare sul peccato. Scrive Turoldo: «ha ragione l’esistenzialismo che predica il peccato come valore, come posizione dell’umano, anzi come tracciato del limite necessario nel quale resta chiuso l’oscuro ricordo dell’io; quando cioè dichiara che in noi ci dev’essere stata una frattura ontologica, una caduta fuori dell’essere a causa di una colpa, forse di un errore; e che tale colpa sia proprio il limite, la nostra categoria originaria e vitale». Ecco la chiave di lettura di uno dei temi delle sue poesie: il bene e il male. Il bene come essere e il male come nulla. «Il Nulla: | tuo necessario limite | nera fonte | di ogni altro male |:tuo dramma | di essereDio!»

Ma D.M. Turoldo va oltre la riflessione filosofica, e i grandi interrogativi dei filosofi: vita e morte – anima e corpo – tempo ed eternità – il libero arbirio – il male in questa raccolta trovano risposta in una dimensione teologica. La vasta cultura dell’autore è alimentata e rinvigorita dalla Fede. Fede che sottrae alla conoscenza scientifica ogni aspetto teorico ed astratto: il solo cercare non giungerà mai a cogliere il significato profondo della vita mai che si giunga al centro. La ricerca umana è come un girotondo intorno a un fico d’India. Solo la fede può dare all’uomo il senso dell’esistenza. «mentre solo | batte | il cuore.» Fede che diventa in Turoldo, canto poetico: unica forma espressiva che permetta di dire in modo adeguato il rendimento di grazia: «La vita che mi hai ridato | ora te la rendo | nel canto.»

D.M. Turoldo sa, come afferma Carlo Bo, di aver avuto da Dio il dono della fede e il dono della poesia e nel corso della sua vita ha messo a buon frutto i talenti ricevuti sia con l’intensa attività svolta: costante attenzione verso gli “Ultimi”, fondazione del giornale ”L’uomo”, Le prediche nel Duomo di Milano, la Corsia dei Servi, Nomadelfia, Il Centro studi ecumenici Giovanni XXIII sia con la poesia .In questi ultimi versi continua la sua attività di ‘cavaliere della fede’ (per usare un’espressione kierkegaardiana) e affida al testo poetico il canto di Dio.

Canto che non è celebrazione, ma ricerca «L’uomo è un essere che non ha nulla sotto i piedi e nell’animo, nello spirito la bramosia dell’infinito». Il linguaggio poetico è l’unico a rendere possibile questa ricerca. Le Ultime poesie Di Turoldo anticipano, a mio avviso, temi esposti nell’enciclica ‘Fides et Ratio’: quando la ragione umana s’imbatte nel ‘muro’ dei propri limiti, subentra la fede. Solo la fede può rispondere ai grandi interrogativi dell’uomo. La fede del poeta è una fede salda, anche se non mancano debolezze proprie dell’essere umano, come la paura della morte «Ma là consuma la mente, | onde erompe l’eterno | nascere e morire | e rinascere delle cose | nell’infinito Gorgo».

Oppure: «ma tu, Amica, | quando verrai | sarà sempre tardi: | e Lui sa perché |… Sapere di dissolversi è triste.» San Francesco aveva chiamato la morte “sorella”, per padre Turoldo essa è “amica”. Potrei dire che tra le due appellativi c’è una differenza sostanziale i fratelli e le sorelle non si scelgono, gli amici sì. In questo appellativo vediamo, quindi, come David Maria Turoldo dimostra quasi affetto verso la morte perché la sua vicinanza gli fa amare ancor di più la vita: «amica segreta | di colloqui interminabili: per dirti, per dirmi | che soluzione unica | è accettarti, | e volerti bene | e amare | ancor di più la vita! | Non dunque | rancore di vinto, o spavalda ironia sigilli | il nostro incontro. Tu stessa mi darai | una mano.»

Sono pagine in cui la poesia diventa teologia e la teologia si fa poesia.. Solo il canto poetico può entrare in intimo colloquio con Dio .

«Dio e il Nulla – sepure | l’uno dall’altro si dissocia – senza voce sono nell’assenza.» Antitesi assoluta:sembrerebbe che il filosofo Turoldo parafrasasse Hegel. Ritornano spesso nelle sue poesie termini come Essere, Nulla «Ecco, c’è l’Essere e il Nulla. E’ da lì che nascono tutte le cose.e senza Nulla non c’è l’essere e senza Essere tu non sai nulla del Nulla»1) ma il Dio di Turoldo non è il dio dei filosofi, non è un principio ontologico, è un Dio persona, un Dio che ama l’uomo e che soffre per lui «E come peccato non te ma noi | –solo noi! – ferisce a morte | e tua pietà scatena, così | non vi è costrizione che valga | (…) ancor di più con noi tu piangi | d’un pianto che lava la terra– | e solo grazia ci salva!.» Il Dio di Padre Turoldo è un Dio che dona, un Dio che perde sempre. Adamo si ribella e Dio lo lascia andare. L’umanità si ribella e Dio le viene incontro. Il problema del male, il più insondabile dei misteri trova spiegazione nel libero arbitrio. Dio rinuncia alla sua onnipotenza per lasciare l’uomo libero di agire. Dio cerca di rimediare al nostro male pagando di persona. Dio si incarna in Cristo, «figlio | della Bellissima» e quindi il “senza volto” il senza nome diventa «coscienza | della terra», punto di riferimento per il «nostro | ultimo esistere!»

E’ pressante in queste liriche il tema del rapporto anima e corpo. Il «corpo scialuppa che ti salva | Sull’acqua del nulla (…) Corpo, spirito che si condensa | all’infinito: nostro corpo | cattedrale dell’Amore, | e i sensi | divine tastiere». Il nostro corpo è lo strumento per cantare, per vivere secondo il modello di Cristo. E quindi anche per accettare il mistero del dolore «No, credere a Pasqua non | giusta fede: troppo bello sei a Pasqua | Fede vera | è al venerdì santo | quando Tu non c’eri | lassù.» E all’uomo liberato non resta che assumersi le proprie responsabilità. Ora l’uomo deve fare la sua parte: «Spezziamo per la casa dei poveri il pane.»

Nell’opera, che si conclude con un’appassionata meditazione su tre libri della Bibbia:’L’Ecclesiaste’, ’Il Cantico dei Cantici‘ e ‘Il Libro di Giobbe’, sono presenti liriche ispirate ad autori a lui cari: Tolstoj, Dostoevskij. Giancarlo Mattana ricorda che quando padre Turoldo andava nella clinica Mangioni per le cure, portava con sé I fratelli Karamazov e che nella sua camera al Pime consultava spesso ‘ Guerra e pace 2) «Lenta rilettura di Guerra e pace | m’accompagna |disponendomi | all’addio che sarà non so quando: | Riassunto di tutta una vita.»

1) M.NICOLAI PAYNTER, Perché verità sia libera. Memorie, confessioni, riflessioni e itinerario poetico di David Maria Turoldo, Rizzoli, Milano 1992.

2) GIANCARLO MATTANA, Turoldo, l’uomo, il frate, il poeta, Paoline, Milano 1995.

Recensione
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