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Carmelo Ciccia

Gli Scrittori che hanno unito l'Italia

Sintetica rivisitazione della letteratura italiana nel 150° dell’Unità (1861-2011)

Libraria Padovana Editrice / Literary 2010

Edizione revisionata nel 2015

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Le origini della lingua letteraria italiana

Con la fine dell’Impero Romano, dappertutto si fecero strada gl’idiomi volgari[6. L'aggettivo volgare non aveva il senso spregiativo successivamente acquisito, intendendo soltanto l'idioma parlato dal volgo, cioè dalla gente comune], che peraltro continuavano la tradizione del latino corrente o quotidiano, ben diverso da quello classico. L’abate calabrese Gioacchino da Fiore (Celico, CS, circa 1130 – Canale di Pietrafitta, CS, 1202), che però scrisse in latino e fu esaltato da Dante in Par. XII come profeta, nel suo Liber concordiae Veteris et Novi Testamenti[7. “Libro della corrispondenza fra Vecchio e Nuovo Testamento”] (VI 16) ritenne la nostra patria come un’unica nazione con il compito conferito da Dio di spiritualizzare il mondo grazie alla presenza della Santa Sede in Roma. La sua deplorazione delle lotte intestine e la devastazione della “misera Italia” (così da lui definita) da parte degli stranieri assunsero poi presso altri scrittori quali Dante, Petrarca, Leopardi, Foscolo ecc. e presso i nostri patrioti dell’Ottocento come il Mazzini (fra i quali le opere dell’abate erano molto diffuse) il valore d’un grido invocante l’unificazione politica della nazione. Con implicito riferimento alla lotta dei Comuni contro l’imperatore Federico Barbarossa, quando attorno al Carroccio i rappresentanti della Lega Lombarda si proclamarono Italiani e dichiararono di combattere per l’onore e la libertà d’Italia (battaglia di Legnano, 1176), Gioacchino espresse l’idea della nazione italiana compresa dalle Alpi alla Sicilia. Inoltre il suo pressante invito a ritornare al pauperismo evangelico diventò messaggio costante nella Divina Commedia di Dante stesso.

Il messaggio gioachimita fu subito recepito e attuato da S. Francesco d’Assisi (Assisi, PG, 1182 - ivi 1226), che volle come motto del suo ordine religioso la formula “Pace e Bene”. Il suo “Cantico delle creature”, scritto in volgare umbro, col solenne verso d’apertura “Altissimo, onnipotente, bon Signore” e con l’anàfora Laudato si’, o mio Signore proietta i lettori in un mondo di profonda spiritualità, confermandoci l’attualità del Poverello. Ed è coi principi di povertà, castità e obbedienza della sua regola e con l’esempio di tutta la sua vita, improntata alla lode di Dio e all’esaltazione della natura e della fratellanza universale, che S. Francesco — celebrato dallo stesso Dante in Par. XI — ha unificato le coscienze degl’italiani, tanto da essere proclamato patrono d’Italia.

Lo stesso messaggio fu poco dopo recepito dal papa S. Celestino V, al secolo l’eremita Pietro Angeleri da Morrone (Isernia 1215 - Fumone 1296), il quale nel 1294 istituì la cosiddetta Perdonanza, attualmente in vigore a L’Aquila, che poi fece da stimolo e base al papa Bonifacio VIII per l’istituzione nel 1300 del giubileo, attualmente in vigore nella Chiesa Cattolica.

Il primo impulso concreto all’unità nazionale dell’Italia fu dato dalla scuola poetica siciliana, sorta nella Magna Curia di Palermo durante il sec. XIII attorno a Federico di Svevia, II come imperatore del Sacro Romano Impero e I come re di Sicilia. Tale scuola, che era non un istituto scolastico come noi oggi intendiamo ma una corrente culturale con caposcuola lo stesso Federico, si pose il problema di sperimentare una lingua letteraria nazionale adoperando nelle opere i vocaboli del siciliano illustre con l’aggiunta di vocaboli d’altre regioni, anche perché i seguaci appartenevano a varie regioni. Infatti Federico con spregiudicatezza volle circondarsi di persone di varie etnie (compresi gli arabi, che egli apprezzava) e fece di Palermo un faro di poesia, filosofia, scienza ed arte. Fra i più rinomati poeti di questa scuola si ricordano: lo stesso Federico, Manfredi ed Enzo (suoi figli), Pier delle Vigne (suo segretario), Jacopo da Lentini (notaio inventore del sonetto), Rinaldo d’Aquino, Guido e Odo delle Colonne, Giacomino Pugliese, Arrigo Testa, Ciacco dell’Anguillaia. È dubbio se si possa annoverare fra di loro anche Cielo o Ciullo d’Alcamo, autore del famoso contrasto che comincia con le parole Rosa fresca aulentissima.

Questi poeti, fin dai tempi del Petrarca detti semplicemente “siciliani”, cominciarono a distaccarsi dalla tradizione trovadorica[8  I trovatori provenzali cantarono la donna come una fredda statua posta su un piedistallo, ai cui piedi il poeta deponeva i suoi omaggi. A volte, quasi anticipando il novecentesco Ermetismo, il loro trobar (= “poetare”) era clus (= “chiuso”), incomprensibile.] e finirono con l’anticipare temi e stilemi del “dolce stil novo”, tant’è vero che alla morte di Federico (1250) alcuni di loro, trasferitisi in Emilia e Toscana, vi importarono le loro esperienze poetiche. Dante stesso riconobbe la validità di quella produzione; e, lodandola, nel De vulgari eloquentia (I 12) dichiarò di derivare da essa il suo modo di far poesia: “Tutta la produzione che i nostri predecessori hanno lasciato in volgare può essere definita siciliana: cosa che francamente anche noi [io e gli altri toscani] abbiamo acquisito e che i nostri posteri non riusciranno a modificare.” E questo certamente è il più alto riconoscimento del patrimonio culturale della Sicilia, che Dante si vanta d’avere ereditato e possedere. Ecco perché nella Divina Commedia s’incontrano espressioni che alcuni critici intendono coniate da Dante e che invece appartengono alla lingua siciliana, quali — per fare qualche esempio — s’assetta dal verbo siciliano assittarisi = “sedersi” (Inf. XVII 22), canoscenza = “conoscenza” in Sicilia pronunciato con la o larga e così scritto da poeti siciliani quale l’imperatore Federico II (Inf. XXVI 120), ramogna che altro non è se non il siciliano rimunna o ramunna = “rimonda, potatura” (Purg. XI 24) e t’insusi dal verbo siciliano susìrisi = “alzarsi” (Par. XVII 15).

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