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Carmelo Ciccia

Gli Scrittori che hanno unito l'Italia

Sintetica rivisitazione della letteratura italiana nel 150° dell’Unità (1861-2011)

Libraria Padovana Editrice / Literary 2010

Edizione revisionata nel 2015

© Tutti i diritti riservati

Dante, Petrarca, Boccaccio e altri prosatori

Dante Alighieri (Firenze 1265 – Ravenna 1321), padre della lingua, della letteratura e della nazione italiana, prima del suo celebre poema scrisse il trattato De vulgari eloquentia[9 “L'idioma volgare” (latino)], opera in latino perché se fosse stata scritta in volgare i dotti (a cui è rivolta) si sarebbero rifiutati di leggerla[10. Nelle università si continuò ad usare il latino fino al sec. XVIII,]. Questo trattato può essere considerato patriottico per vari motivi: anzitutto perché l’autore indica chiaramente i confini dell’Italia, così delineati: “Quelli che nell’affermare dicono , tengono la parte orientale dai confini dei Genovesi fino a quel promontorio d’Italia [Istria], dove comincia il seno del mare Adriatico, e alla Sicilia” (I, 8); e poi perché egli, dopo aver passato in rassegna tutti i dialetti italiani (nessuno dei quali lo soddisfa), addita all’Italia una lingua nazionale, da lui definita illustre (capace di dar lustro, quale quella usata dai dotti italiani, fra cui i poeti siciliani), cardinale (al di sopra dei dialetti, che ruotano intorno ad essa come ad un cardine o punto di riferimento), aulica o regale (perché degna d’essere usata in un’aula o reggia, se questa ci fosse in Italia) e curiale (degna d’essere parlata in una corte: parlamento, senato, tribunale).

Da Gioacchino da Fiore e dal Poverello d’Assisi, poi, egli prese le mosse per il suo poema sacro, nel quale fece del loro messaggio l’essenza della Divina Commedia, ripetendo in qualche passo anche moduli espressivi del “Cantico delle creature”, che perciò egli dimostra di conoscere: basti ricordare la famosa parafrasi del Pater noster che contiene l’espressione “laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore / da ogni creatura” (Purg. XI 4-5), eco d’evidente matrice francescana. In questo viaggio nella memoria, dunque, uno dei primi scrittori non può che essere proprio l’Alighieri, e ciò non soltanto per motivi cronologici, ma pure per il ruolo occupato dalla sua personalità, tanto che tuttora dire Dante significa dire Italia: infatti parecchi sono nella sua produzione gli aneliti di patriottismo.

In un celebre sonetto della Vita nova, che s’inserisce a pieno nella scuola del dolce stil novo (i cui primi esponenti furono i suoi amici Guido Guinizelli e Guido Cavalcanti) in Beatrice egli delinea una figura di donna angelicata ed esprime sentimenti difficilmente riscontrabili:

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta
ch’ogni lingua devèn tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare [...]

Ma è con la Divina Commedia, composta per esaltare la stessa Beatrice, che egli dà concretamente agl’italiani la lingua nazionale e si colloca in un posto di primissimo piano nel mondo intero: con grande emozione, e per tutto quello che rappresentano, ne ricordiamo sempre interi brani e particolarmente versi quasi proverbiali. Anzitutto lo storico inizio del poema:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita [...]

E poi: Caron dimonio, con occhi di bragiaGaleotto fu il libro e chi lo scrisseFatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenzaPoscia più che il dolor poté il digiunoE quindi uscimmo a riveder le stellePer correr migliori acque alza le veleAhi, serva Italia, di dolore ostelloEra già l’ora che volge il disio / a’ navicanti e ‘ntenerisce il core Non è ‘l mondan romore altro ch’un fiato / di ventoLa gloria di colui che tutto moveVergine madre, figlia del tuo figlioL’Amor che move il sole e l’altre stelle. Sentimenti così elevati, scene icastiche, personaggi noti e versi musicali fecero sì che il poema sacro acquistasse una facile popolarità, tanto che veniva recitato nelle piazze e nelle botteghe, costituendo anche motivo d’orgoglio e vanto per studenti e docenti che ne conoscessero e sapessero recitare più versi.

C’è da aggiungere che in quest’opera eccelsa anche Dante, dopo aver biasimato le lotte intestine, considerò l’Italia il giardin de lo imperio (Purg. VI 105), terra prediletta da Dio e predestinata ad una missione universale; egli la chiamò bel paese là dove il sì suona (Inf. XXXIII 80) e ne ridefinì i confini: a est il Carnaro, / ch’Italia chiude e suoi termini bagna (Inf. IX 113-114) e a nord l’Alpe che serra Lamagna / sovra Tiralli (Inf. XX 62-63), cioè l’Alpe che tiene al di là del castello di Tirolo (BZ) l’Austria, la quale parla una lingua germanica. Inoltre condannò aspramente il potere temporale dei papi, vedendo in esso un intralcio al potere spirituale:

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!

(Inf. XIX 115-117).

Nel suddetto canto VI del Purgatorio, da un occasionale abbraccio fra i due concittadini Sordello e Virgilio, scaturisce un’amara invettiva che è un prorompente grido d’amor di patria e d’italianità: il poeta, vedendo l’Italia (per colpa del temporalismo dei papi) abbandonata dall’imperatore, divisa in vari Stati e dilaniata dagli odi politici e familiari, col cuore straziato la vorrebbe ad ogni costo unita, in pace, domata come una cavalla già ribelle e saldamente governata dall’imperatore, tanto che, dopo aver pronunciato delle maledizioni contro i responsabili, esprime il timore che Dio stesso ignori la sua patria:

Ahi, serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiero in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

(Purg. VI 76-78).

Quest’episodio è stato ritenuto importante anche in epoche successive a Dante, specialmente quando la situazione politica e sociale è stata piuttosto disordinata e confusa. Ad esempio, quando i trentini, riuscendo a farlo accettare al regime austriaco, nell’omonima piazza davanti alla stazione ferroviaria e di fronte alle Alpi (che il divino poeta con la mano indica come confine italiano), eressero il maestoso monumento a Dante, inaugurato nel 1896, nell’iconografia che lo arricchisce posero in evidenza l’incontro con Sordello, il quale esclama verso il suo concittadino Virgilio: “io son Sordello / de la tua terra”.

Secondo Dante, poi, la potestà di guidare i cittadini nel benessere terreno spetta soltanto all’autorità civile, essendo i due poteri provenienti entrambi direttamente da Dio:

Soleva Roma, che ‘l buon mondo feo,
due soli aver, che l’una e l’altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.

(Purg. XVI 106-108).

Perciò egli auspicava il passaggio dei territori pontifici all’autorità politica italiana: cosa che poté avvenire soltanto più di mezzo millennio dopo, durante il nostro Risorgimento, quando prevalse il principio di Camillo Benso di Cavour “Libera Chiesa in libero Stato”, un principio ora ovvio e fatto proprio dalla Costituzione italiana, ma per molto tempo pervicacemente osteggiato dalla curia pontificia, a cui quei territori dovettero essere tolti con la forza il 20 Settembre 1870 per essere annessi all’Italia con plebiscito e che poi per quasi sessant’anni tenne il broncio al governo italiano.

Il Foscolo definisce Dante “ghibellin fuggiasco” (Dei sepolcri 174), per sottolineare la sua forte aspirazione alla monarchia, anche se il divino poeta era stato prima guelfo e poi indipendente; Giuseppe Mazzini nello scritto Dell’amor patrio di Dante così ammonisce: “O Italiani! Studiate Dante...”; Cesare Balbo apre la sua Vita di Dante dichiarando: “Dante è gran parte della storia d’Italia; la sua vita è quella dell’italiano che più di niun altro raccolse in sé l’ingegno, la virtù, i vizi, le fortune della patria; insomma dell’italiano più italiano che sia stato mai.”, e il grande critico Francesco De Sanctis così scrisse di lui: “Dante è una delle immagini più poetiche del Medio evo e più compiute. In quest’anima di fuoco si riverbera l’esistenza in tutta la sua ampiezza, da ciò che vi è di più intellettuale a ciò che vi è di più concreto.”[11. Francesco De Sanctis, Carattere di Dante e sua utupia, 4a parte in “Rivista contemporanea”, Torino, dicembre 1858.]

E innumerevoli sono tuttora coloro che parlano e scrivono di Dante: basti pensare a ciò che da più d’un secolo fanno per lui la Società Dantesca Italiana di Firenze e la Società Dante Alighieri di Roma, quest’ultima diramata in tutto il mondo, dove diffonde e difende la lingua e la cultura italiana.

Infine Dante può essere considerato un precursore della ricerca scientifica, perché nella sua Quaestio de aqua et terra[12. “Questione intorno all'acqua e alla terra” (latino)] sostenne che la terra emersa è dappertutto più alta della superficie del mare; e nella Divina Commedia dimostrò di conoscere la sfericità della terra e la forza di gravità, precedendo gli studi di Galileo Galilei.

La sua sepoltura è a Ravenna, accanto alla chiesa dei frati minori conventuali, ma nella basilica fiorentina di S. Croce, tempio dei grandi italiani, c’è un cenotafio[13. Mausoleo vuoto.] con la scritta “Onorate l’altissimo poeta” (Inf. IV 80)[14. È un verso da Dante riferito a Virgilio.].

Il nome di Francesco Petrarca (Arezzo 1304 – Arquà, PD, 1374) è simbolo d’inquietudine, di tormento interiore, di sospensione fra terra e cielo: cose che fanno di questo poeta un antesignano del Romanticismo. Il sonetto iniziale dell’opera è la sintesi di tutto il Canzoniere[15. Rerum volgarium fragmenta (“Frammenti di cose scritte in lingua volgare”: latino) o Rime sparse.]:

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,
del vario stile in ch’io piango e ragiono
fra le vane speranze e ‘l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono [...]

Il Canzoniere si potrebbe definire un breviario d’amore e di dolore. Erano parecchie le sue poesie che a scuola venivano imparate a memoria, fra cui quelle che cominciano coi seguenti versi: Movesi ‘l vecchierel canuto e biancoSolo e pensoso i più deserti campiBenedetto sia ‘l giorno e ‘l mese e l’annoPadre del ciel, dopo i perduti giorniDi pensier in pensier, di monte in montePassa la nave mia colma d’oblioO cameretta che già fosti un portoLa vita fugge e non s’arresta un’oraSe lamentar augelli, o verdi frondeGli occhi di ch’io parlai sì caldamenteLevommi il mio pensier in parte ov’eraZefiro torna e ‘l bel tempo rimenaVago augelletto che cantando vaiVergine bella che di sol vestita. In particolare ci attraeva la canzone “Chiare, fresche e dolci acque”, in cui (come in molta parte del Canzoniere) domina la delicata figura di Laura.

Oltre a quelle d'amore, il Petrarca compose poesie patriottiche: nel sonetto "O d'ardente vertute", variando la definizione data da Dante, definì l'Italia il bel paese / ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe; e le canzoni “Spirto gentil” e “Italia mia“ trattano delle condizioni dell’Italia, che il poeta vede come nazione risorta all’antica gloria romana, auspicando per essa un futuro senza lotte intestine e invasioni straniere.

La popolarità di questo poeta s’espresse con imitazioni ed echi che costituirono il petrarchismo e permearono le epoche successive, consolidando la lingua italiana, rendendo lui stesso attuale e facilitando così l’apprendimento a memoria, anche per la dolcezza dei versi.

Ma il Petrarca fu anche l’iniziatore dell’Umanesimo: si rivolse al mondo classico, scoprì opere di Cicerone e sognò di vivere nell’humanitas; e non soltanto scrisse anche in latino, ma fu lui che usò per primo la parola “umanesimo”. L’umanesimo del Petrarca s’estrinsecò anche nell’andare in cerca durante i suoi viaggi delle tracce della romanità classica, piuttosto che di quella medievale, nell’indirizzare lettere a personaggi dell’antichità e nel raccogliere intorno a sé negli ultimi anni un cenacolo d’amici devoti, che chiamava con nomi classicheggianti quali Socrate e Lelio, come essi chiamavano lui Cicerone: con loro svolgeva dialoghi impostati sulla cultura classica ed essi collaboravano con lui — come lui stesso disse — “in umanesimo”, cioè nei suoi studi e nelle sue ricerche tese a quel sapere capace d’arricchire l’uomo di vera umanità. In questo spirito, perfino la figlia Francesca fu da lui ciceronianamente ribattezzata Tullia.

È sepolto nella piazza principale d’Arquà, vicino alla sua casa; e il Foscolo lo definì “quel dolce di Calliope labbro / che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma / d’un velo candidissimo adornando, / rendea nel grembo a Venere Celeste.”[16 “Quella dolce espressione di Calliope, Musa della Poesia, che coprendo con un velo di candore il dio Amore, il quale prima era nudo (cioè profanato) nella poesia classica della Grecia e di Roma, lo restituiva nel grembo della Venere Celeste (cioè spirituale)”. Gli antichi distinguevano in Venere un aspetto sensuale e uno spirituale. ] (Dei sepolcri 176-179).

Giovanni Boccaccio (Certaldo o Firenze o Parigi 1313 – Certaldo, FI, 1375), in gioventù amante di Fiammetta, è noto soprattutto per la licenziosità e sapidità delle sue novelle; ma il suo Decameron[17. “[Novelle] di dieci giornate” (greco).] (ch’egli verso la fine della sua vita voleva bruciare per paura della dannazione eterna e che invece conservò grazie all’intervento del Petrarca) portò a maturazione quel processo d’affermazione del nuovo volgare iniziato da Dante e prima ancora dai siciliani. Tuttavia il suo stile, che pure contribuì alla formazione della lingua nazionale, ha un periodare complesso e tortuoso riecheggiante Cicerone: uno stile che spesso rende pesante e non agevolmente comprensibile l’opera, tanto che successivamente si sono avute delle vere e proprie traduzioni nell’italiano corrente, anche se in ogni caso egli rimane il maestro della narrativa italiana.

Egli per il Decameron attinse anche al Novellino, una raccolta di cento brevi o brevissime novelle d’autore ignoto del sec. XIII o XIV, detta anche Libro di novelle et di bel parlare antico o pure Cento novelle antiche.

Memorabili sono alcuni personaggi del Boccaccio: Ser Ciappelletto (I 1), Melchidesech (I 2), Martellino dal beato Enrico a Treviso (II 1), Andreuccio da Perugia (II 5), Lisabetta da Messina (IV 5), Federigo degli Alberighi (IV 9), Nastagio degli Onesti (V 8), Cisti fornaio (VI 2), Chichibio cuoco (VI 4), Guido Cavalcanti (VI 9), Frate Cipolla (VI 10), Calandrino, Bruno e Buffalmacco (VIII 3 e 6, IX 3 e 5), Biondello e Ciacco (IX 8), Ghino di Tacco (X 2), ecc. Nella novella di Lisabetta lo scrittore sembrò anticipare i gusti del Preromanticismo descrivendo non soltanto l’uccisione dell’amante della donna da parte dei fratelli di lei, m anche il trapianto e il culto della testa dello sventurato in un vaso di basilico; e nella citazione finale della canzone

Qual esso fu lo malo Cristiano
che mi furò la grasta (?)

dimostrò di conoscere la poesia popolare del Meridione d’Italia, da cui fu attratto.

A sua volta la cosiddetta cornice che inquadra le novelle è essa stessa una novella. Ai cento canti di Dante, tutti basati sul divino, il Boccaccio oppose le sue cento novelle, tutte basate sull’umano: e ad esse hanno attinto imitatori vari e poi anche il cinema. Egli, nell’esaltare l’intelligenza e la mondanità dell’uomo, non soltanto s’accostò alla laicità espressa dall’umanesimo del Petrarca, ma l’accentuò, fino ad essere considerato un precursore del Rinascimento. E sulle orme del Petrarca scoprì le Storie di Tacito nel Monastero di Montecassino.

Oltre alla sua grande opera, egli scrisse poemi, opere in latino e Rime, tutte cose di scarso interesse ai nostri giorni. Importante è invece il Trattatello in laude di Dante: sincero ammiratore del divino poeta, il Boccaccio fu il primo lettore pubblico (nella chiesa fiorentina di S. Stefano di Badia) della Divina Commedia e ne lasciò il commento (Esposizioni della Commedia) fino al canto XVII dell’Inferno, tuttora prezioso.

La sua tomba è a Certaldo, nella chiesa priora dei Santi Michele e Iacopo, vicino alla sua casa.

Dopo del Boccaccio scrisse Il trecentonovelle — che oggi ne possiede meno del numero indicato — il narratore Franco Sacchetti (Ragusa di Dalmazia 1332 – San Miniato, PI, 1400), il quale s’allontanò dal modello boccacciano; e dopo ancora, agl’inizi del sec. XV, un altro autore ignoto compose La novella del grasso legnaiuolo, ancor più lontana dal Boccaccio, mentre Tommaso Guardati, detto Masuccio Salernitano (Salerno circa 1410 – ivi 1475) compose un altro Novellino. Tutte queste opere sono segno del crescente favore della novellistica.

Imitatori della prosa trecentesca furono due importanti frati. Il francescano Bernardino da Siena (Massa Marittima, LU, 1380 – L’Aquila 1444) fu predicatore infaticabile che si spostava per quasi tutta l’Italia e lasciò i testi delle sue prediche: fra l’altro propugnò il culto del SS. Nome di Gesù all’insegna del monogramma IHS o JHS (Iesus Homo Salvator o Iesus Hominum Salvator[18. “Gesù Uomo Salvatore” o “Gesù Salvatore degli Uomini”]), che diventò sua bandiera e segno del suo passaggio, e fu proclamato santo. Il domenicano Girolamo Savonarola (Ferrara 1452 – Firenze 1498) fu predicatore infuocato e anche lui lasciò i testi delle sue prediche, oltre che trattati religiosi e politici (fra cui Trattato circa il reggimento di Firenze): fra l’altro fu censore dei cattivi costumi (specialmente del papa Alessandro VI e d’altri ecclesiastici che guazzavano nelle ricchezze e nella corruzione), a Firenze dopo i Medici fondò una repubblica teocratica e vi si pose a capo e fu impiccato, bruciato e in cenere gettato nel fiume Arno, mentre nel sec. XX è stato riabilitato e ha in corso il processo di beatificazione.

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