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Carmelo Ciccia

Gli Scrittori che hanno unito l'Italia

Sintetica rivisitazione della letteratura italiana nel 150° dell’Unità (1861-2011)

Libraria Padovana Editrice / Literary 2010

Edizione revisionata nel 2015

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Il Barocco e l’Arcadia

Nella prima metà del sec. XVII in Europa si diffuse un genere creativo (espresso in lingua, letteratura, arte figurativa e musica) tendente a sbalordire gli altri con figure, forme ed altre manifestazioni esageratamente ricercate: il Barocco. L’etimologia del termine è incerta: esso potrebbe derivare dal francese baroque = “perla difettosa o irregolare” o dall’omonimo termine della filosofia scolastica indicante un falso sillogismo. Il Barocco, poco dopo, e cioè al tempo del re di Francia Luigi XV nelle arti figurative, nell’arredamento, nella decorazione e nel giardinaggio s’evolvette nel Rococò (dal francese rocaille = “roccaglia, pietrame, ciottolato”, sassi impiegati dai giardinieri per abbellimento, con alla base roc = “roccia”), che a sua volta, se ne alleggerì le linee, lo appesantì con l’inserimento d’ulteriori ornamenti, vistosamente posticci e capricciosi (stucchi, arabeschi, cornici dorate, festoni, ecc. ).

Il verso di Giambattista Marino (Napoli 1569 – ivi 1625) “Rosa, riso d’Amor, del ciel fattura” ci ricorda il discusso poema Adone e il suo preziosismo linguistico-espressivo, che con le sue iperboliche acrobazie diede luogo al cosiddetto marinismo o secentismo (aspetto del barocco): sicché dopo di lui s’ebbero vari marinisti, ma anche degli antimarinisti. La sua tecnica compositiva, con vari virtuosismi, leziosaggini e fregi, sembrò poi ritornare nel D’Annunzio, il quale spesso s’ispirò al postulato marinista della meraviglia e dello stupire gli altri, incluso nell’opera La Murtoleide:

È del poeta il fin la meraviglia,
parlo dell’eccellente e non del goffo:
chi non sa far stupir, vada alla striglia!

Giambattista Basile (Napoli 1575 – Giugliano, NA, 1632), vissuto anche tra Venezia, Candia (Creta) e Mantova, con le sue Rime in lingua italiana non fece altro che inserirsi nel marinismo imperante; ma è con due opere in dialetto napoletano che egli rivelò originalità: Le muse napolitane (nove dialoghi pastorali) e Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de’ peccerille [43 “Il racconto dei racconti ovvero L’intrattenimiento dei bambini”.], quest’ultimo successivamente e notoriamente denominato Pentamerone perché le novelle sono raccontate in cinque giornate, e non in dieci come nel Boccaccio. Tuttavia la differenza col grande narratore toscano non è soltanto questa: le novelle del Basile sono delle fiabe prese dal grande patrimonio della tradizione napoletana, ch’egli rielaborò con passione e competenza, tanto che il Croce, nella sua premessa all’edizione del 1925, scrisse che “L’Italia possiede nel Cunto de li cunti o Pentamerone del Basile il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari”.

Il barocco abbondava anche di metafore e ossimori [44 La metafora è una similitudine abbreviata; l’ossimoro è una contraddizione in termini.] arrivando a presentare una lingua forzata dalle manipolazioni: Claudio Achillini (Bologna 1574 – ivi 1640) scriveva “sudate fuochi a preparar metalli”, Giuseppe Artale (Mazzarino, CL, 1628 – Napoli 1679) “bagnar coi Soli e asciugar coi fiumi” e Ciro di Pers (Pers/Majano, UD, 1599 – San Daniele, UD, 1662/1663) “fare il piombo volar, piombare il volo”.

E se esagerata era la tecnica dei marinisti, all’opposto semplice o scheletrica risultò quella degli antimarinisti come Gabriello Chiabrera (Savona 1552 – ivi 1638), le cui Canzonette (“Belle rose porporine, / che tra spine...”, “La violetta, / che in su l’erbetta...”, ecc.) tentavano un ritorno alla tradizione classica, pur non essendo scevre di barocchismi, che tuttavia si risolvevano in un’allettante musicalità e quindi favorivano l’apprendimento a memoria da parte degli studenti.

La Reale Accademia dell’Arcadia, sorta a Roma verso la fine del sec. XVII intorno alla regina Cristina di Svezia quivi rifugiatasi, prendeva il suo nome dal romanzo pastorale Arcadia del menzionato Sannazaro, ambientato nell’omonima regione greca che in epoca mitologica era sede di pascoli, greggi e pastori esprimenti un tipo di vita primitiva, semplice e serena, improntata a sentimenti di purezza, in una natura solenne e armoniosa. Però nel 1590-93 era stato pubblicato il romanzo pastorale a sfondo politico Arcadia del poeta inglese Philip Sidney (Penshurt 1554 – Zutphen 1586), mentre il pittore Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino (Cento, FE, 1591 – Bologna 1666) nel 1618 aveva dipinto un famoso quadro allegorico di soggetto macabro intitolato Et in Arcadia ego, evocante la vanità dei piaceri della vita arcade-amena di fronte alla morte: e poi, nel sec. XX, quest’ultimo titolo fu assunto da Emilio Cecchi per un suo libro d’arte.

L’Arcadia ebbe una serie di poeti che associarono la leggerezza alla musicalità, come nelle canzonette “Se tu m’ami, se sospiri” e “Solitario bosco ombroso” di Paolo Rolli (Roma 1687 – Todi, PG, 1765).

Questa musicalità giunse al parossismo in Pietro Trapassi, detto il Metastasio (Roma 1698 – Vienna 1782), il quale nelle sue ariette da minuetto rifletteva il macchiettismo della corte viennese da lui stesso allietata coi suoi melodrammi. Ad esempio, è rimasto memorabile il dubbio d’Enea leziosamente espresso nella Didone abbandonata:

Se resto sul lido,
se sciolgo le vele,
infido, - crudele
mi sento chiamar:
e intanto, confuso
nel dubbio funesto,
non parto, non resto,
ma provo il martire,
che avrei nel partire
che avrei nel restar.

Nel clima dell’Arcadia s’inquadrano anche l’Egloga di Morel d’autore ignoto, stampata a Treviso verso la fine del sec. XVI e del cui dialetto veneto s’è occupato il linguista Giovan Battista Pellegrini, e le canzonette “Guarda che bianca luna!” (poi musicata da vari musicisti fra cui Giuseppe Verdi) di Jacopo Vittorelli (Bassano, VI, 1749 – ivi 1835) e “Dimmi, dimmi, apuzza nica” (in dialetto siciliano) di Giovanni Meli (Palermo 1740 – ivi 1815), che agevolmente accarezzavano il nostro orecchio e s’imprimevano nella nostra mente. Quest’ultimo lasciò odi bucoliche, canzoni, favole morali e due poemi: La fata galanti e Don Chisciotti e Sanciu Panza; e fu tanto caro al Foscolo, il quale lo tradusse in italiano; mentre Anton Maria Lamberti (Venezia 1757 – Belluno 1832), fra l’altro autore della celebre canzonetta “La gondoleta” o “La biondina in gondoleta”, lo tradusse in dialetto veneto.

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