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Carmelo Ciccia

Gli Scrittori che hanno unito l'Italia

Sintetica rivisitazione della letteratura italiana nel 150° dell’Unità (1861-2011)

Libraria Padovana Editrice / Literary 2010

Edizione revisionata nel 2015

© Tutti i diritti riservati

Romanticismo e Risorgimento

Rispetto al resto dell’Europa, in Italia il Romanticismo ebbe una connotazione particolare: quella del patriottismo in funzione dell’indipendenza e unità politica dell’Italia. E perciò da noi si può chiaramente parlare di Romanticismo risorgimentale.

Si precisa che per Risorgimento s’intende quel periodo storico che va dal 1815 (Restaurazione dopo il periodo napoleonico) fino al 1870 (occupazione di Roma e fine del potere temporale dei papi-re): e ciò anche se precedentemente non mancarono isolati casi d’aspirazione all’indipendenza e unità politica dell’Italia (ad esempio, in Dante, Petrarca, Machiavelli, Vico, Alfieri, Foscolo, Leopardi, ecc.) che possono meglio essere definiti prerisorgimentali. Tuttavia sembra opportuno far terminare il Risorgimento con la conquista del Trentino e della Venezia Giulia (1918), mentre si può parlare anche di Secondo Risorgimento intendendo con quest’espressione la Resistenza (1943-1945).

Come si vedrà fra poco, centri del Romanticismo risorgimentale furono in tutt’Italia: a Torino, Genova, Milano, Venezia, Firenze, Bologna, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Catania, ecc. Bisogna ricordare che il Romanticismo si manifestò anche nella musica, dov’era caratterizzato dall’abbondante impiego del violino, strumento più adatto a toccare le corde del cuore: Vincenzo Bellini (Catania 1801 – Puteaux, Francia, 1835) con la sua Norma e altre opere e Giuseppe Verdi (Roncole di Busseto, PR 1813 – Milano 1901) con la sua Traviata e altre opere furono la più grande espressione musicale del Romanticismo italiano. Del Bellini, poi, l’aria “Suoni la tromba, e intrepido” dell’opera I Puritani provocava veementi impeti patriottici; e del Verdi, grande figura anche del Risorgimento, non si può dimenticare che — oltre ad aver musicato un inno del Mameli — musicò una serie d’opere che per contenuto e melodia infiammavano i patrioti italiani, tanto che il suo cognome fu adoperato e inteso come acrostico di “Vittorio Emanuele Re di Italia”: l’espressione W VERDI veniva scritta su volantini, muri e cartelli. Per questo il governo austriaco vietò certe rappresentazioni di sue opere, specialmente di quelle che contenevano accenni alla libertà e che con la loro melodia meglio si prestavano ad essere cantate dalle masse (in teatri trasformati in focolai di patriottismo o anche per le strade), come i famosi cori delle opere I Lombardi alla prima crociata e Nabucco, di cui il secondo che comincia con le parole “Va’, pensiero...” era considerato un irruente inno all’italianità e perciò causò l’arresto (per fortuna provvisorio) del maestro.

In questo periodo si ebbe anche la rivalutazione del dialetto. Ad esempio, Carlo Porta (Milano 1775 – ivi 1821) è considerato il maggior poeta in dialetto milanese. Nutrito d’idee illuministiche, negli ultimi anni della sua vita s’accostò al giornale “Il Conciliatore” e fu amico del Manzoni e romantico anche lui, che scrisse un componimento in difesa della nuova corrente. I temi da lui affrontati vanno dall’anticlericalismo (cfr. La preghiera, in cui una gran dama vanitosa e falsamente religiosa disprezza i poveracci, e La nomina del cappellan) ai problemi sociali (cfr. I disgrazi de Giovannin Bongee, Ninetta del verzee, in cui una prostituta si confida, e Il lament del Marchionn de gambavert). Iniziò una traduzione della Divina Commedia nel suo dialetto, ma riuscì a completare soltanto pochi canti.

Della fondamentale presenza d’Alessandro Manzoni [68 Gli estremi biografici si trovano nel capitolo La questione della lingua unitaria.] anzitutto a noi giovani restava in mente la nobile figura che scaturiva dai versi del carme “In morte di Carlo Imbonati”:

[...] il santo Vero
mai non tradir: né proferir mai verbo,
che plauda al vizio, o la virtù derida
.

Quando compose questo carme l’autore non era ancora “convertito”, ma già appare il carattere fortemente morale che connoterà la sua attività letteraria, tanto che d’esso così scrisse il Foscolo nelle note al carme Dei Sepolcri: “Poesia d’un giovine ingegno nato alle lettere e caldo d’amor patrio: la trascrivo per tutta lode, e per mostrargli quanta memoria serbi di lui il suo lontano amico”. Del Manzoni s’imparavano a memoria brani degl’“Inni sacri”: Era l’alba; e molli il viso... (“La Resurrezione”) e

Madre de’ santi; immagine
della città superna;
del Sangue incorruttibile
conservatrice eterna...
(“La Pentecoste”).

Ma s’imparavano anche le odi: “Il cinque Maggio” (Ei fu. Siccome immobile...) ci dava un’immagine meditabonda di Napoleone e “Marzo 1821” (Soffermati sull’arida sponda...) ci proiettava nel clima risorgimentale. E non si trascuravano le tragedie Il conte di Carmagnola e Adelchi, che, sebbene di difficile rappresentazione, si prestavano ad un’utile lettura, almeno in certi brani significativi: i cori avevano anche risvolti patriottici (S’ode a destra uno squillo di tromba... e Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti...) o presentavano delicate figure come quella d’Ermengarda (Sparsa le trecce morbide...).

Forse la migliore definizione della nazione italiana è quella data dal Manzoni nell’ode “Marzo 1821”:

una d’arme, di lingua, d’altare,
di memorie, di sangue e di cor.

Il Manzoni attribuisce all’Italia un’unità militare, linguistica, religiosa, storica, razziale e sentimentale che la rende nazione. E al riguardo osserva Luigi Russo: “In questi due versi si ha una mirabile definizione del concetto moderno di nazione”. Lo stesso Manzoni ai versi 7-8 della medesima ode aveva scritto:

non fia loco ove sorgan barriere
tra l’Italia e l’Italia, mai più!

e al verso 38 del “Proclama di Rimini”:

Liberi non sarem se non siam uni.

Del famoso romanzo I promessi sposi, di cui la lettura e lo studio — comprendente esercizi vari coi quali s’insegnava il corretto uso della lingua italiana — occupavano uno o due anni, secondo il tipo di scuola frequentato, solitamente s’imparavano a memoria vari brani: Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti... (1°), Non tirava un alito di vento... e Addio, monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo... (8°), Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna... (34°). E alcuni brani, come i dialoghi tra don Abbondio e Perpetua (1°) e tra il frate Cristoforo e il signorotto Rodrigo (6°), venivano recitati come a teatro, a volte con gare e relativi punteggi. Infatti al Manzoni va dato il merito d’aver conferito col suo romanzo (anch’esso patriottico, perché attraverso la prepotenza degli spagnoli alludeva a quella degli austriaci) un forte impulso alla diffusione e stabilizzazione della lingua nazionale: per parecchi anni la sua lingua rimase il modello ufficiale seguito in Italia. E col saggio Storia della colonna infame lo stesso autore chiarì e integrò il suo romanzo.

Come letterato egli parteggiò con determinazione per il Romanticismo e aprì un circolo romantico a casa sua. Come patriota non soltanto difese sempre l’unità politica dell’Italia e per essa si prodigò coi suoi scritti, ma durante le Cinque Giornate spinse tre suoi figli ad andare a combattere per tale unità; e, sebbene avesse un figlio prigioniero, firmò un appello per dare aiuto ai milanesi; e, nominato senatore del Regno d’Italia, nel Parlamento torinese votò per Roma capitale e per il trasferimento provvisorio della capitale a Firenze. Dopo la breccia di Porta Pia, esultò per l’occupazione di Roma, schierandosi contro le gerarchie ecclesiastiche, sebbene profondamente religioso. Fu amico del Rosmini — anche se non riusciva a capirlo bene a causa del dialetto parlato da costui — il quale gli era stato presentato dal Tommaseo. È sepolto nel Famedio, pantheon milanese degli uomini illustri.

Qui ora viene fatta una panoramica, necessariamente parziale, della restante e vastissima produzione del fecondo e fervido periodo romantico-risorgimentale. Quella in versi a volte era musicata e cantata, e per ragioni ideologiche aveva un posto preminente nella nostra istruzione, perché specchio di sentimenti, ideali, sofferenze, fino alla morte; quella in prosa era di narrativa, memorialistica, storiografia e trattatistica, e ad ogni modo l’ideale dell’unità d’Italia era sempre presente.

Anzitutto si rammenta che la scrittrice francese (ma d’origini svizzere) Anne-Louise Germaine Necker, detta Madame de Staël (Parigi 1766 - ivi 1817) nel primo numero della rivista milanese appoggiata dall’Austria “La biblioteca italiana” (1816) pubblicò un articolo intitolato Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni, in cui biasimava i continuatori della classicità perché non riuscivano a lasciare i loro vecchi temi e stili, sempre ripetuti, e li invitava a rifarsi alle letterature europee, specialmente l’inglese e la tedesca, che contenevano delle novità e modernità; e al riguardo qualche anno prima (1810) aveva pubblicato il libro De l’Allemagne [69 “Riguardo alla Germania” (francese).], con cui divulgò in Francia e in tutta l’Europa il Romanticismo tedesco.

Si rammenta anche che al Romanticismo italiano contribuì Alphonse de Lamartine (Mâcon, Francia, 1790 – Parigi 1869), scrittore e uomo politico, col suo romanzo in francese Graziella, storia d’un grande amore fra il poeta e una popolana di Procida (NA), ambientata nella baia di Napoli e narrata con grande nostalgia di lei e dell’Italia, riportando anche usi, costumi e parlata del luogo. [70 Questo romanzo non va confuso con l’omonimo del siciliano Ercole Patti, vissuto nel sec. XX.] Egli ripercorse questa vicenda nell’elegia Le premier regret, posta a conclusione del romanzo stesso, e in altre composizioni quali Le golfe de Baia, Le passé, Tristesse, Adieu, Graziella e La fille du pécheur. [71 “Il golfo di Baia”, “Il passato”, “Tristezza”, “Addio, Graziella” e “La figlia del pescatore” (francese).]

Giovanni Berchet, pseudonimo di Riccardo Michelini (Milano 1783 – Torino 1851), carbonaro ed esule a Londra, si può considerare l’iniziatore del Romanticismo italiano con la sua famosa Lettera semiseria [72 Cioè “mezzo seria”, perché prima dava il consiglio e poi ironicamente lo ritrattava.] di Grisostomo al suo figliuolo, con cui accompagnava la traduzione di due ballate del tedesco Gottfried August Bürger e invitava gli scrittori italiani ad abbandonare la poesia classica e mitologica e a produrre invece una poesia popolare, ispirandosi all’affascinante mondo del Medio Evo, specialmente straniero: infatti, oltre che le ballate suddette, tradusse il Romancero spagnolo. Fondò la rivista milanese “Il conciliatore” (d’indirizzo liberale e quindi opposto a quello conservatore della “Biblioteca italiana”), a cui collaborarono vari scrittori romantico-patriottici; e lui stesso scrisse opere patriottiche, spesso in versi orecchiabili. Dopo il poemetto I profughi di Parga, egli nelle Romanze evocò “Il trovatore” (Va per la selva bruna / solingo il trovator / domato dal rigor / della fortuna); nelle Fantasie — riecheggiando il Manzoni dell’ode “Marzo 1821” — descrisse “Il giuramento di Pontida”, avvenuto ai tempi della lotta dei Comuni lombardi riuniti in una Lega contro l’imperatore Barbarossa (1167), con evidente allusione alla lotta dei patrioti italiani contro l’imperatore austriaco per la liberazione delle belle contrade d’Italia:

L’han giurato. Li ho visti in Pontida,
convenuti dal monte e dal piano.
L’han giurato: e si strinser la mano
cittadini di venti città.
Oh, spettacol di gioia! I Lombardi
son, concordi, serrati a una Lega[...]
Su! nell’irto increscioso Alemanno
[73 “Su! contro l’appuntito e fastidioso tedesco”.],
su! Lombardi, puntate la spada:
fate vostra la vostra contrada,
questa bella che il ciel vi sortì.

E nell’ode “All’armi!” precorse il “Canto degli Italiani” del Mameli:

Su, figli d’Italia! su, in armi, coraggio! [...]
Dall’Alpi allo stretto fratelli siam tutti!
Su i limiti chiusi, su i troni distrutti
piantiamo i comuni tre nostri color!
Il
verde, la speme tant’anni pasciuta;
il
rosso, la gioia d’averla compiuta;
il
bianco, la fede fraterna d’amor.

Gabriele Rossetti (Vasto, CH, 1783 – Londra 1854) per il suo appoggio ai liberali di Napoli, dov’era librettista del teatro “San Carlo”, fu costretto all’esilio, prima a Malta e poi a Londra. Nella capitale inglese passò il resto della sua vita, insegnando letteratura italiana e scrivendo libri. Fu poeta arcadico-anacreontico e produsse poesia sacra e civile, venendo messo all’Indice dei libri proibiti per le sue invettive contro il papa-re Pio IX, da lui prima esaltato quale fautore dell’unità d’Italia e poi biasimato quale transfuga; ma la sua passione principale fu la Divina Commedia, che egli interpretò in senso anticlericale e massonico. L’ammirazione per Dante lo spinse a chiamare Dante Gabriel il suo primogenito, poi dantista anche lui e pittore preraffaellita [74 Il preraffaellismo fu un movimento artistico sorto in Inghilterra ad opera di Dante Gabriel Rossetti ed altri, tendente a riportare la pittura a modelli anteriori a Raffaello, quali quelli del Botticelli, di Leonardo e d’altri contemporanei. Si esaurì presto, finendo nel simbolismo decadentistico.]. Oltre ai saggi su Dante e altri scrittori, lasciò varie opere — dal Carducci curate e diffuse presso il nostro popolo ausonico (= italiano) — fra cui Odi cittadine, Iddio e l’uomo, Il veggente in solitudine e L’arpa evangelica, nella penultima delle quali incluse un inno al vessillo tricolore in cui fra l’altro scrisse:

A te l’intera Italia
I plausi suoi tributa,
Te Roma risaluta.
Vessillo redentor!
(variante: tricolor!)
[…]
L
invitto genio ausonico
In te riviver gode,
Qual difensor custode
Di pace e libertà.
(variante: dellItala Unità.)

Cesare Balbo (Torino 1789 – ivi 1853), cugino del D’Azeglio e presidente del primo Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna dopo la concessione dello Statuto, auspicò la formazione d’una confederazione degli Stati italiani con a capo Casa Savoia. In precedenza, però, era stato mandato al confino. Fra le sue opere lasciò: Vita di Dante, Le speranze d’Italia, L’indipendenza d’Italia e l’avvenire della cristianità, Sommario della storia d’Italia, Frammenti sul Piemonte, Racconti del Risorgimento.

Silvio Pellico (Saluzzo, CN, 1789 – Torino 1854) nel famigerato carcere austriaco dello Spielberg (in Moravia), a quanto lui stesso narrò nel suo libro Le mie prigioni — poiché gli era negata perfino la possibilità di scrivere — compose i primi versi della sua tragedia Francesca da Rimini con gocce del suo sangue, pungendosi una vena. Per il suo patriottismo italiano era stato condannato a morte a Milano, con pena poi commutata a quindici anni di carcere duro; e poi, quando finalmente fu liberato, egli e altri liberati furono condotti nel giardino della reggia viennese affinché (da dietro una siepe in modo che non venissero visti da Sua Maestà e non La rattristassero con le loro figure impressionanti a causa della paurosa denutrizione) vedessero passare l’imperatore e s’inchinassero a lui! Per i patimenti suoi e dei compagni (quali il Maroncelli, a cui fu amputata una gamba, il Confalonieri e altri) questo libro fu ritenuto dall’Austria più dannoso d’una battaglia perduta: e ciò, anche se l’autore dichiarò d’averlo scritto per motivi religiosi, cioè per dimostrare come attraverso la dura sofferenza si possa riconquistare la fede smarrita. E nel leggere un documento del genere ci si commuoveva fino alle lacrime e si capiva quanto fosse costata e quanto fosse preziosa l’unità politica dell’Italia.

Tommaso Grossi (Bellano, LC, 1790 – Milano 1853), mazziniano e scrittore anche in dialetto milanese (era amico del Porta, oltre che del Manzoni), in italiano scrisse il romanzo storico Marco Visconti, il poemetto I Lombardi alla prima crociata (che da Temistocle Solera fu trasformato nel libretto poi musicato dal Verdi) e alcune novelle in versi. Quale notaio a Milano, nel 1848 stese l’atto d’unione della Lombardia al Piemonte, ma per questo poi dovette rifugiarsi in Svizzera. Egli comunicò la sua tristezza con la simpatica e orecchiabile romanza (contenuta nel suddetto romanzo storico e poi musicata) Rondinella pellegrina...

Giuseppe Gioachino Belli (Roma 1791 – ivi 1863) con i suoi 2279 sonetti in dialetto romanesco, che riprendevano la tradizione delle pasquinate di cui abbiamo parlato a proposito dell’Aretino, descrisse la Roma del papa bellunese Gregorio XVI, con le angherie dei potenti e gli stenti dei popolani: e perciò la sua poesia oscilla fra Romanticismo e realismo. Poetò anche in italiano, ma la sua bravura sta tutta nel dialetto. I sonetti erano scritti di nascosto e noti soltanto agl’intimi, per paura della repressione politica. E pensare che da anziano non soltanto non scrisse più, per scrupoli morali e politici, ma dispose la distruzione di quanto già scritto; e furono eredi ed amici a disporne la pubblicazione! Parecchi sono i sonetti famosi, come “La riliggione der tempo nostro”, in cui deplora la religione formalistica e che si conclude con la seguente terzina:

E ttratanto er Vangelo, fratel caro,
tra un diluvio de smorfie e bbell’inchini,
è un libbro da dà a ppeso ar zalumaro.

[75 Cioè da vendere al salumaio come carta per avvolgere la merce.]

Pietro Giannone (Camposanto, MO, 1792 – Firenze 1872), letterato e patriota, visse alcuni anni in esilio e tramandò le sue tristi esperienze nel noto poemetto L’esule, in cui si notano gl’influssi del Berchet.

Gino Capponi (Firenze 1792 – ivi 1876) fu storiografo, patriota e senatore del Regno d’Italia, che si ricorda anche perché fondò la famosa rivista fiorentina “Antologia”, poi divenuta “Nuova Antologia”. Amico di parecchi scrittori e patrioti, caldeggiò l’annessione della Toscana al Regno di Sardegna. Fra le opere lasciò: Frammento sull’educazione, Sulla dominazione dei longobardi in Italia e Storia della Repubblica di Firenze. È sepolto nella basilica fiorentina di S. Croce.

Antonio Guadagnoli (Arezzo 1798 – Cortona, AR, 1858) fu giornalista, poeta e narratore, oltre che patriota; e in quest’ultima veste accolse ad Arezzo (di cui era gonfaloniere) e rifornì di viveri Garibaldi e i suoi fedelissimi, nonostante il superiore divieto. Nelle sue Poesie giocose s’ispirò al Berni, ma con scarso risultato.

Massimo Taparelli D’Azeglio (Torino 1798 – ivi 1866), cugino del Balbo e genero del Manzoni, fu presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna e senatore del Regno d’Italia. Patriota, letterato e pittore, romantico e liberale con legami anche in Lombardia, ebbe un’intensa vita culturale e politica, tanto che dopo la liberazione fu anche capo del governo provvisorio di Bologna e governatore di Milano. Come pittore, dipinse diverse battaglie. Fra i suoi libri lasciò i fortunati romanzi storico-patriottici Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta e Niccolò de’ Lapi, nonché scritti politici quali Degli ultimi casi di Romagna, Proposta di un programma per l’opinione nazionale italiana e I lutti di Lombardia. Notevoli anche I miei ricordi, densi d’insegnamenti morali e civili. A lui (e ad altri) è stata attribuita la famosa frase che suona pressappoco così: “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gl’Italiani”.

Luigi Carrer (Venezia 1801 – ivi 1850), poeta, narratore e critico, nelle sue Ballate diede un esempio concreto di Romanticismo legato al Medio Evo e gradito al pubblico: favoloso, sentimentale e misterioso. Scrisse anche una storia romanzata di Venezia (L’anello di sette gemme o Venezia e la sua vendetta) e — fra le Prose — un saggio sul Foscolo.

Vincenzo Gioberti (Torino 1801 – Parigi 1852), sacerdote, filosofo e politico, dopo essere stato imprigionato ed esiliato, fu presidente — in successione — della Camera dei Deputati e del Consiglio dei Ministri del Regno di Sardegna: ma ebbe alterne vicende, tanto che dopo fu giubilato a Parigi, donde non rientrò più in Piemonte. Convinto del ruolo preminente della Chiesa Cattolica, fondò il neoguelfismo e anche lui auspicò la formazione d’una confederazione degli Stati italiani, ma — a differenza del Balbo — con a capo il papa. Le sue opere politiche sono Primato morale e civile degli italiani e Del rinnovamento civile d’Italia, ma lasciò anche Introduzione allo studio della filosofia e Teorica del sovrannaturale. Quasi riecheggiando il Manzoni, così immaginò l’Italia nel Primato: “Io m’immagino la mia bella patria una di lingua, di lettere, di religione, di genio nazionale, di pensiero scientifico, di costume cittadino, di accordo pubblico e privato fra i vari Stati ed abitanti che la compongono.”

Carlo Cattaneo (Milano 1801 – Castagnola di Lugano, Svizzera, 1869) fu politico, patriota e saggista (Notizie naturali e civili sulla Lombardia, Dell’insurrezione di Milano del 1848 e della successiva guerra, Psicologia delle menti associate, La riforma penale, Archivio triennale delle cose d’Italia, ecc.). Durante le Cinque Giornate di Milano capeggiò il Consiglio di guerra. Fondò la rivista milanese “Il politecnico” e propugnò una Repubblica Italiana basata sul federalismo e sul rispetto delle autonomie locali; e quindi in ogni caso egli inquadrava il suo federalismo nell’unitarietà della nazione e patria italiana.

Alessandro Poerio (Napoli 1802 – Venezia 1849), poeta e patriota, dopo aver combattuto contro gli austriaci a Rieti, nel 1848 si recò come volontario a difendere Venezia, ma qui fu ferito in combattimento e dai medici amputato d’una gamba: Son oebri le sue Poesie patriottiche, vicine a quelle del Tommaseo e del Leopardi, che tanto ammirò; e in quella dedicata a Venezia ebbe il presentimento della sua fine e sepoltura in questa città, dove ora effettivamente è seppellito nel cimitero di S. Michele: “Benché nato colà / dove più ride / sotto limpido ciel l’onda tirrena / e inghirlandata Napoli s’asside, / città della Sirena: // ebbi di te, che di Natura sei / d’Arte e Gloria e Sventura eletta cosa / desio supremo, e altrove non potrei / trovar ricetto e posa.” Alessandro Poerio era figlio di Giuseppe Poerio, fratello di Carlo Poerio e nipote di Raffaele Poerio: tutt’e quattro napoletani, patrioti, combattenti e perseguitati politici.

Angelo Brofferio (Castelnuovo Calcea, AT, 1802 – Locarno, Svizzera, 1866) fu patriota, scrittore, giornalista e politico. Avverso al potere temporale del papa, fu anticlericale, si batté per un’educazione laica della gioventù e come deputato del Regno di Sardegna approvò il riconoscimento della Repubblica Romana del 1849 e, istituito il Regno d’Italia, votò contro il trasferimento della capitale a Firenze. Lasciò parecchie opere, fra cui: Storia delle rivoluzioni italiane dal 1821 al 1848, Storia del Piemonte dal 1814 ai giorni nostri, Storia del parlamento subalpino, alcune tragedie, un’opera lirica e composizioni in dialetto piemontese auspicanti l’unità d’Italia .

Niccolò Tommaseo (Sebenico, Dalmazia, 1802 – Firenze 1874) fu patriota, poeta (Poesie), narratore (Fede e Bellezza), linguista (Dizionario dei sinonimi e Dizionario della lingua italiana), dantista (Commento alla Divina Commedia) e folclorista (Canti popolari corsi, toscani, greci, illirici), ma lasciò altre opere, in un’intensa attività svolta in varie parti dell’Europa. Laureatosi a Padova e detenuto a Venezia con Daniele Manin perché aveva chiesto la libertà di stampa, con lui nel 1848 promosse la nuova Repubblica di San Marco, poi presieduta dal Manin e aderente all’Unione Italiana, che i due patrioti difesero ad oltranza col sostegno militare dei volontari venuti da varie regioni italiane, quali i napoletani Alessandro Poerio e Guglielmo Pepe, comandante della leggendaria resistenza [76 Guglielmo Pepe era fratello di Florestano Pepe e cugino di Gabriele Pepe: tutt’e tre napoletani, patrioti e generali.]. Fra l’altro, ad indicare l’italianità del popolo veneto, la bandiera di questa repubblica era il tricolore italiano con il leone di S. Marco a sinistra, sul verde, posto in mezzo a strisce degli stessi tre colori; mentre la moneta recava scritto da un lato “REPUBBLICA VENETA * 22 MARZO 1848” e dall’altro “UNIONE ITALIANA”. Di spirito molto religioso, il Tommaseo ci faceva meditare con la poesia “Le stagioni dell’universo” (Crescono i mondi a Dio, come foresta...); ma, pur così religioso, dopo il ritorno della Roma repubblicana al papa, egli ebbe il coraggio d’indirizzare “Alla coscienza di Pio IX” l’opera in francese Rome et le monde contro il potere temporale del papato, che — secondo la convinzione di tutti i patrioti — contrastava con la Chiesa voluta da Cristo e quindi nuoceva grandemente al potere spirituale

A sua volta Francesco Domenico Guerrazzi (Livorno 1804 – Cècina, LI, 1873) fu un patriota, che patì il carcere per essere stato posto a capo (quale dittatore) del governo rivoluzionario toscano e per questo fu mandato in esilio, divenendo in seguito deputato del Regno d’Italia. La sua fama è dovuta ad una serie di fortunati romanzi storici (La battaglia di Benevento, L’assedio di Firenze e Beatrice Cenci). Scrisse anche delle favole umoristiche.

Anche Giuseppe Garibaldi (Nizza 1804 – Caprera di La Maddalena, OT, 1882), eroe dei due mondi e padre della patria, scrisse delle opere letterarie: documenti importanti per la conoscenza della storia (I mille, Memorie, Epistolario) e romanzi storico-politici di scarso valore artistico (Clelia / Il governo dei preti, Cantoni il volontario, Elisabetta d’Ungheria e Manlio). Ma ben più importanti sono le sue numerose e straordinarie imprese militari che hanno determinato l’unità d’Italia. Purtroppo all’inizio del sec. XXI da parte d’alcuni — seppure pochi — si è cominciato a parlar male dei padri della patria (Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele II) e d’altri personaggi mitici del nostro Risorgimento, tentando di denigrare loro e l’intero processo d’unificazione dell’Italia. È successo che — con disinvoltura, oltre che con acredine — Giuseppe Garibaldi e gli altri padri della patria sono stati additati come avventurieri senza scrupoli, massoni, criminali, ladri, adùlteri e imbroglioni; e perfino i loro familiari sono stati coinvolti in quest’opera di demolizione. In pratica si è postulata la damnatio memoriae [77 “Condanna della memoria” (latino).], con l’eliminazione di monumenti, lapidi, targhe e commemorazioni, al fine di cercare di svilire quelle grandiose imprese che di fatto hanno portato all’unità e che gli storiografi ci hanno tramandato, sia pure con qualche punta di retorica. Ma è chiaro che quello che conta ai fini della memoria e della gratitudine dei posteri non è la vita privata dei protagonisti, a volte non esente dalle pecche comuni alla debolezza umana, bensì l’impegno profuso a beneficio del risultato raggiunto, che nella fattispecie è l’avvenuta unificazione dell’Italia.

Cesare Cantù (Brivio, LC, 1804 – Milano 1895), patriota antiaustriaco che per questo patì il carcere, fu storiografo, letterato e deputato del Regno d’Italia. Fra le sue numerose opere si ricordano il fortunato romanzo storico Margherita Pusterla, sulla scia del Manzoni, e la monumentale Storia universale, ma anche la Storia della letteratura italiana e Il Conciliatore e i carbonari.

Giuseppe Mazzini (Genova 1805 – Pisa 1872) ci faceva riflettere col suo intenso apostolato patriottico — esplicato nella “Giovine Italia”, cui seguì la “Giovine Europa” — e come triumviro della Repubblica Romana del 1849, e impegnava la nostra mente e il nostro cuore con la prosa “L’angelo della famiglia è la donna” (I doveri dell’uomo, 6°) e con la sua idea di patria (definizione, messaggio e appello) scritta in una pagina indirizzata “Ai giovani d’Italia”, contenuta negli Scritti editi ed inediti del 1859:

«La Patria è una Missione, un Dovere comune. La Patria è la vostra vita collettiva, la vita che annoda in una tradizione di tendenze e di affetti conformi tutte le generazioni che sorsero, operarono e passarono sul vostro suolo... La Patria è prima di ogni altra cosa la coscienza della Patria. Però che il terreno sul quale muovono i vostri passi e i confini che la natura pose fra la vostra e le terre altrui e la favella che vi risuona pur entro non sono che la forma visibile della Patria: ma se l’anima della Patria non palpita in quel santuario della vostra vita che ha nome Coscienza, quella forma rimane simile a cadavere senza moto e alito di creazione, e voi siete turba senza nome, non Nazione; gente, non popolo. La parola Patria scritta dalla mano dello straniero sulla vostra bandiera è vuota di senso com’era la parola libertà che taluni fra i vostri padri scrivevano sulle porte delle prigioni. Quando ciascuno di voi avrà quella fede e sarà pronto a suggellarla col proprio sangue, allora solamente voi avrete la Patria, non prima.

Insieme con Garibaldi, con Cavour e con Vittorio Emanuele, il Mazzini fu uno dei padri della patria; e — in opposizione a quanti, compreso il Cattaneo, propugnavano uno Stato federale — egli propugnò una Repubblica Italiana fortemente unitaria: infatti lottava per l’unità nazionale in senso repubblicano e democratico, vedendo nello spirito municipale e regionale — come del resto il Foscolo e il Manzoni — un pericolo per l’effettiva unità nazionale. E la sua lotta al potere temporale del papato era non ateismo ma difesa della funzione spirituale della Chiesa istituita da Cristo: e ciò, sulla scorta di Gioacchino da Fiore e più recentemente del Tommaseo. Infatti la sua profonda religiosità, pur non ortodossa, discendeva dal culto dell’abate calabrese Gioacchino, di cui egli fu appassionato studioso e sul quale aveva intenzione di scrivere un trattato, poi rimastoci in un’ampia e dettagliata bozza. In particolare era il concetto e la pratica dello spiritualismo che discendevano dall’abate calabrese, come da costui era distillata nel Mazzini la concezione tripartita della storia.

Sulle orme di Gioacchino, il Mazzini antepose la Rivelazione alla Ragione e fece della storia la progressiva rivelazione di Dio, che vi si manifesta attraverso le persone della Trinità, sentendo di vivere nell’Età dello Spirito; perciò la religione dello Spirito è per il Mazzini la religione della libertà, e lo Spirito si rivelerà nella terza Roma. E per sottolineare la sua italianità, il Mazzini assunse lo pseudonimo di “Un Italiano”, con la quale semplice ma altamente significativa espressione amava definirsi e firmarsi. Rifugiatosi sotto falso nome inglese a Pisa, ivi morì e fu sepolto a Genova, sua città natale; e fra i tanti che hanno scritto di lui, il Carducci in “Giuseppe Mazzini” di Giambi ed epodi scrisse: “egli vide nel ciel crepuscolare / co ‘l cuor di Gracco ed il pensier di Dante / la terza Italia.”

Lo storiografo Michele Amari (Palermo 1806 – Firenze 1889) — patriota, senatore del Regno d’Italia e arabista — si dedicò a studi siculo-arabi con le sue opere La guerra del Vespro, Storia dei Musulmani di Sicilia, Biblioteca arabo-sicula - testi e traduzioni ed Epigrafi arabiche di Sicilia.

Francesco Dall’Ongaro (Mansuè, TV, 1808 – Napoli 1873) — patriota, poeta, librettista e drammaturgo — nella sua nutrita produzione fatta d’opere di vario genere, compreso il teatro (cfr. Il fornaretto di Venezia), compose anche gli Stornelli italiani, contenenti liriche famose e poi musicate, come “La bandiera” (Di nostra mano fu trapunta in oro) e “La bandiera tricolore” (E la bandiera di tre colori / sempre è stata la più bella: / noi vogliamo sempre quella, / noi vogliam la libertà!...), mentre sulla stessa bandiera tornò in “Garibaldi in Sicilia” (E i tre colori della sua bandiera / non son tre regni, ma l’Italia intera: il bianco l’alpe, il rosso i due vulcani, / il verde l’erba de’ lombardi piani). A Roma (1849) abbandonò il sacerdozio e la fede cattolica , divenendo stretto collaboratore del Mazzini, triumviro della Repubblica Romana, e — fra l’altro — in una sua circostanziata e documentata relazione dimostrò che i patrioti rivoluzionari delle varie regioni erano non tanto borghesi e benestanti (come poi ritennero Antonio Gramsci e altri che intesero la rivoluzione unitaristica come prodotto aristocratico), ma in massima parte umili popolani, proletari e plebei di tutti i mestieri, fra i quali moltissime donne. Docente universitario a Firenze, poi, il Dall’Ongaro accolse nella sua casa letterati e filosofi (Prati, Aleardi, Fusinato, Imbriani, Capuana, Rapisardi, Verga, ecc.), da lui stimati, consigliati e introdotti negli ambienti culturali. [78 Il Rapisardi poi gli rese onore nel canto XI del suo poema Lucifero, mentre il Verga ne parlò più volte con gratitudine nelle lettere ai propri familiari.] Divenuto fortemente anticlericale — da sacerdote ch’era stato — fu costretto a spostarsi a Napoli. Lasciò anche l'opera Tradizioni italiane per la prima volta raccolte in ciascuna provincia, in cui è riportata anche la famosa leggenda di Bianca di Collalto (TV), fatta murare viva per gelosia dentro il castello.

Il patriota Giuseppe Giusti (Monsummano, PT, 1809 – Firenze 1850), dopo la laurea in giurisprudenza conseguita a Pisa, si trasferì a Firenze, dove venne in contatto coi locali intellettuali e patrioti. Fece viaggi a Roma, Napoli e Milano, dove conobbe il Manzoni. S’arruolò nella guardia civica e quindi fu deputato del Granducato di Toscana. Nel suo Epistolario sentenziò: “Il fare un libro è men che niente se il libro fatto non rifà la gente”. È sepolto nel cimitero fiorentino di San Miniato al Monte. Egli deliziava e stimolava i lettori al patriottismo con i suoi briosi e sferzanti “Scherzi”: Viva la Chiocciola, / viva una bestia / che unisce il merito / alla modestia (“La chiocciola”), Al re Travicello / piovuto ai ranocchi, / mi levo il cappello / e piego i ginocchi... (“Il re Travicello”), A noi larve d’Italia, / mummie dalla matrice, / è becchino la balia, / anzi la levatrice... (“La terra dei morti”), Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco / per que’ pochi scherzucci di dozzina (“Sant’Ambrogio”). E in Delenda Carthago [79 “Bisogna distruggere Cartagine” (latino). Era una frase con cui Catone il Censore concludeva le sue orazioni al senato romano, per ribadire la necessità di quella distruzione: il che s’avverò nel 146 a. C. al termine della terza guerra punica. Qui per Cartagine s’intende l’Austria, come più esplicitamente Gaetano Salvemini (cfr.) intitolò il suo libro Delenda Austria: il faut detruire l’Autriche. Poi la frase è diventata titolo anche d’una canzone di Franco Battiato.] drasticamente concluse:

(Scriva: vogliam che ogni figlio di Adamo
conti per uno: e non vogliam Tedeschi;
vogliamo i capi col capo; vogliamo
leggi e governo: e non vogliam Tedeschi.
Scriva: vogliamo tutti quanti siamo
l’Italia, Italia e non vogliam Tedeschi.
Vogliam pagare di borsa e di cervello:
e non vogliamo Tedeschi e a rivedello...)

Benedetto Musolino (Pizzo, VV, 1809 – ivi 1885) fu luminosa figura del Risorgimento in Calabria. Dopo avere studiato giurisprudenza a Napoli e compiuto un viaggio a Costantinopoli, dove fu consigliere del visir, fondò la società segreta “I figlioli della Giovine Italia”, che — sia pure con certe differenze — era di derivazione mazziniana; e per questo fu condannato a tre anni di carcere insieme con Luigi Settembrini e altri patrioti napoletani. Tornato in Calabria, si mise alla difesa del governo provvisorio sorto a Cosenza, ma per vendetta i suoi congiunti furono massacrati, la sua casa incendiata e lui stesso condannato a morte e costretto all’esilio a Corfù. Quindi accorse alla difesa della Repubblica Romana, esulando poi in Piemonte, Francia e Inghilterra. Quando Garibaldi era in Sicilia, organizzò gli appoggi locali allo sbarco dei garibaldini in Calabria. Dopo l’unificazione fu eletto deputato e nominato senatore del Regno d’Italia. Lasciò le seguenti opere: La rivoluzione del 1848 nelle Calabrie, La Gerusalemme e il Popolo Ebreo, Al popolo delle Due Sicilie, Il prestito dei 700 milioni e la riforma delle imposte, Il trattato di Berlino, Memorandum sur la guerre actuelle Turco-Moscovite [80 “Memorandum sulla guerra attuale turco-moscovita” (francese).], La Riforma Parlamentare.

Aleardo Aleardi, all’anagrafe Gaetano Maria Aleardi (Verona 1812 – ivi 1878), patriota imprigionato nelle fortezze di Mantova [81 Va ricordato che Mantova, in seguito ad una congiura contro l’Austria, nel 1852-’53 fu il luogo dell’esecuzione capitale dei Martiri di Belfiore; e nel 1855 vi fu impiccato anche Pier Fortunato Calvi, l’eroe del Cadore cantato dal Carducci. Cfr. anche Roberto Tognoli, Pagine di Risorgimento mantovano, Sometti, Mantova, 2002.] e Josephstadt (Boemia), fu esponente del 2° Romanticismo, deputato e senatore del Regno d’Italia. Il suo idillio Raffaello e la Fornarina era stucchevole; ed egli ci assillava con l’insistente domanda “Che cos’è Dio?” (Nell’ora che pel bruno firmamento / comincia un tremolio / di punti d’oro, d’atomi d’argento, / guardo e dimando...), ci presentava con personale rammarico dure condizioni di lavoro nella composizione “I mietitori”, così anticipando il Verismo verghiano, e soprattutto ci faceva conoscere la disgraziata sorte del decapitato Corradino di Svevia, il quale Era biondo, era bello, era beato, / Sotto l’arco d’un tempio era sepolto.

Amica del Dall’Ongaro a Firenze fu Caterina Percoto (Soleschiano di Manzano, UD, 1812 – ivi 1887) che lasciò Racconti (con prefazione del Tommaseo), Novelle scelte, Novelle popolari edite e inedite e Scritti friulani. Questa scrittrice e giornalista, che a Firenze influenzò anche la Storia di una capinera del Verga, inaugurò il filone dei racconti rusticali o campagnoli, poi seguito dal Nievo e dal Verga stesso. Rientrata in Friuli, svolse l’incarico d’ispettrice negli educandati.

Luigi Settembrini (Napoli 1813 – ivi 1863), scrittore e patriota, avversò il regime borbonico e per questo subì la prigionia, l’esilio e la rischiata deportazione in America, la quale non s’avverò perché suo figlio fece dirottare la nave, liberando una settantina di deportati (fra cui il De Sanctis), e poi il Settembrini si rifugiò a Londra. Con l’unità d’Italia, egli fu professore di letteratura italiana nelle università di Bologna e di Napoli, divenendo anche rettore di quest’ultima. Scrisse varie opere, fra cui una Storia della letteratura italiana e Le ricordanze della mia vita, utili alla formazione dei giovani.

Carlo Alberto Bosi (Firenze 1813 – ivi 1886) infiammò le truppe con la canzonetta “La partenza del volontario”, che il popolo, mutando il verso iniziale Io vengo a dirti addio, cantava con le parole

Addio, mia bella addio,
l’armata se ne va;
e se non partissi anch’io
sarebbe una viltà [...]

Giovanni Prati (Dasindo di Lomaso, TN, 1814 – Roma 1884) — letterato, patriota, politico e senatore del Regno d’Italia — esaltò la patria, Casa Savoia, l’amore e la vita degli umili. Lasciò sentimentali novelle in versi, Canti per il popolo e ballate, Canti politici, Eros (con musica di Francesco Paolo Frontini). Fu poeta dalla facile vena e testimoniò la sua sincera partecipazione alle lotte per la libertà, l’unità e l’indipendenza dell’Italia: esemplare è il suo “Canto dell’esule”. A Roma fu anche direttore dell’Istituto Superiore di Magistero. Era ricordato particolarmente quale esponente del 2° Romanticismo e fra l’altro cantò la graziosa fata-maga Azzarellina.

Francesco De Sanctis (Morra, AV, 1817 – Napoli 1883) fu patriota, letterato, filosofo e padre dell’estetica contemporanea, basata su idee dei filosofi Vico ed Hegel. Infine divenne deputato del Regno d’Italia e ministro della pubblica istruzione. Allievo e continuatore del purista Basilio Puoti, in una casa privata di Napoli aprì una scuola di grammatica e letteratura, che fu frequentata dai migliori ingegni della città e poi fu detta “la prima scuola napoletana”. Inizialmente fu seguace del neoguelfismo del Gioberti, ma poi divenne unitarista e rivoluzionario. Avversò il regime borbonico e per questo subì la prigionia, l’esilio e la rischiata deportazione in America (col Settembrini), rifugiandosi poi a Malta e a Torino. Prima docente al collegio militare della “Nunziatella” di Napoli, poi insegnò letteratura italiana a Zurigo e — dopo l’unità d’Italia — a Napoli. Conosciuto il Mazzini, ne condivise le idee e aderì al Manifesto del partito d’azione da lui fondato. Lasciò varie opere, fra cui Saggio critico sul Petrarca, Saggi critici e Nuovi saggi critici, Storia della letteratura italiana, Studio sopra Emilio Zola, Studio su G. Leopardi, Lezioni e un’autobiografia da altri intitolata La giovinezza di Francesco De Sanctis. È stato col Russo il critico più citato nelle scuole, specialmente per i vibranti commenti a Dante e ad episodi danteschi come quello di “Paolo e Francesca” e “Il conte Ugolino”.

Arnaldo Fusinato (Schio, VI, 1817 – Roma 1888) lasciò una serie di poesie patriottiche, ma è quella intitolata ”Ode a Venezia” o “L’ultima ora di Venezia” che entrò nelle scuole per essere imparata a memoria; e col suo malinconico ritornello Sul ponte sventola / bandiera bianca (ora ripreso da Franco Battiato) essa induceva tutti a meditare sulla tragicità di quella caduta, dovuta principalmente alla fame e al colera. Il poeta, ancora trentenne, combatté a Vicenza in prima linea, ma dopo la caduta di questa città si spostò a Venezia e continuò a combattere contro gli austriaci. Notevole è anche l’opuscolo Canto dell’esule d’Arnaldo Fusinato / Grido all’Italia di Carlo Pisani.

Carlo Pisacane (Napoli 1818 – Sanza, SA, 1857) fu una luminosa figura di patriota ed eroe mazziniano che, dopo aver combattuto nella legione lombarda contro gli austriaci e nella difesa della Repubblica Romana, organizzò la spedizione di Sapri per liberare il Meridione, ma fu sopraffatto da borbonici e contadini locali, perdendo la vita. Lasciò le opere Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49 e Saggi storici-politici-militari sull’Italia. Con Rosolino Pilo fondò il giornale “La parola libera”, divenendo propagandista del Risorgimento.

Giacomo Zanella (Chiampo, VI, 1820 – Cavazzale, VI, 1888) ci riportava alle epoche preistoriche della terra con i versi Sul chiuso quaderno / di vati famosi... (“Sopra una conchiglia fossile”). Egli fu docente prima di materie letterarie nel seminario di Vicenza, da cui fu costretto ad andar via per le sue idee patriottiche, e — dopo l’insegnamento in varie città del Veneto — insegnò letteratura italiana all’università di Padova, di cui fu anche rettore; e per questo — oltre alle poesie, ammirate anche dal Carducci — lasciò opere di storia letteraria. Amò la natura e ne ammirò misteri e meraviglie come espressione della grandezza di Dio: basta leggere i sonetti della silloge L’Astichello, in cui il poeta esprimeva il rilassamento provato nella sua villa presso questo affluente del Bacchiglione. Nel trattare d’argomenti storico-scientifici, come Galileo cercò di conciliare fede e scienza (erano i tempi della teoria evoluzionistica del Darwin). Non fu dichiaratamente un romantico, ché anzi seguì il Classicismo in modo forse esagerato, ma fu un sognatore, coltivò il sentimento nazionale e alle sue opere conferì sempre un fine morale e religioso di stampo romantico.

Luigi Mercantini (Ripatransone, AP, 1821 – Palermo 1872) ci affascinava con l’avventura di Carlo Pisacane, la cui tragicità era espressa dal ritornello Eran trecento, eran giovani e forti, / e sono morti! ( “La spigolatrice di Sapri”), mentre col solenne “Inno di Garibaldi” inculcava vigore ed eroismo in soldati e volontari:

Si scopron le tombe, si levano i morti,
i martiri nostri son tutti risorti!...

Nino Bixio all'anagrafe Gerolamo Bixio (Genova 1821 – Isola di Sumatra 1873) fu patriota e generale che combatté nella prima e nella seconda guerra d’indipendenza, nella difesa della Repubblica Romana e nella Spedizione dei Mille, di cui fu vicecomandante. Fu poi deputato e senatore del Regno d’Italia. Lasciò il Diario di Nino Bixio 6-13 agosto 1860 in Bronte! e un interessante Epistolario.

Domenico Carbone (Carbonara Scrivia, AL, 1823 – Firenze 1883) si ricorda perché — volontario nelle guerre del Risorgimento — fra le sue satire, sull’onda di quelle di Giuseppe Giusti (fra cui “Don Ciccia al congresso di Villanovetta”), ne compose una intitolata “Re Tentenna”, che alludeva a Carlo Alberto e che gli procurò l’esilio, dato che l’epiteto affibbiato al re da allora in poi diventò abituale presso il popolo e passò alla storia, mentre nel canto popolare “Sono Italiano” egli si collocò nell’ambito del patriottismo mazziniano. Riecheggiò anche autori come Berchet, Dall’Ongaro e Prati. Infine divenne provveditore agli studi di Torino e scrittore per l’infanzia.

Antonio Caccianiga (Treviso 1823 – Maserada sul Piave, TV, 1909), agronomo e patriota convinto, fu un robusto scrittore romantico-verista che — malvisto dagli austriaci — da Milano esulò in Piemonte, Svizzera, Francia e Inghilterra. Rientrato in Italia, si stabilì in una villa di Maserada, mantenendo da qui i suoi contatti e impegni. Ebbe numerose cariche pubbliche: fra l’altro fu podestà e sindaco di Treviso, sindaco di Maserada, deputato del Regno d’Italia, prefetto d’Udine, consigliere della Scuola Enologica di Conegliano (TV) e presidente dell’Ateneo di Treviso. Collaborò a vari giornali e riviste e, sempre elogiando la vita di campagna, lasciò parecchie opere di stampo rusticano, didascalico e moralistico, fra cui: La vita campestre, Il dolce far niente, Le cronache del villaggio, Il bacio della contessa Savina, Frondeggi, Lettere d‘un marito alla moglie morta. Di spirito risorgimentale e antiaustriaco sono poi i romanzi I vampiri e l’incubo, Il convento, Brava gente, Il roccolo di Sant’Alipio, Il proscritto. Scrisse anche un Ricordo della provincia di Treviso.

Alberto Mario (Lendinara, RO, 1825 – ivi 1883), formatosi alla scuola del Mazzini, fu patriota militante fin da giovane e perciò subì persecuzioni, carcere ed esilio. Si unì alla spedizione dei Mille quando questa già operava in Sicilia e da quel momento affiancò Garibaldi, da cui era affascinato, in tutte le campagne militari, al sud e al nord dell’Italia. Ammirato dal Carducci, egli lasciò La camicia rossa, un diario garibaldino, Carlo Cattaneo: cenni e reminiscenze e altre opere — fra cui una Vita di Garibaldi — insieme con la moglie; e fu anche giornalista e direttore di giornali. Negli ultimi tempi s’avvicinò alle idee del Cattaneo.

Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini (Firenze 1826 – ivi 1890) patriota mazziniano e volontario di guerra per l’unificazione d’Italia, fu poi giornalista e celebrato scrittore per l’infanzia: Il viaggio per l’Italia di Giannettino, Minuzzolo, Occhi e nasi, Le avventure di Pinocchio, Storia di un burattino, Storie allegre e Racconti delle fate. Il suo Pinocchio ha fatto e continua a fare il giro del mondo, tradotto dappertutto e anche trasposto in film: in esso non c’è una semplice storia per ragazzi, ché il libro è letto anche dagli adulti, ma anche un ritratto dell’Italia povera d’allora, un’esaltazione della libertà e della creatività, il rifugio in un mondo di sogno durante le asprezze e le difficoltà della vita. E perciò questo capolavoro ha fatto divertire e sognare parecchie generazioni.

Del ragazzo-eroe Goffredo Mameli (Genova 1827 – Roma 1849) — poiché morì a soli 22 anni nella difesa della Roma laica e repubblicana — nella scuola d’una volta s’ammirava il volontario dono della giovinezza e della vita alla grande patria italiana, chiedendoci se un altro della sua età ai nostri tempi sarebbe stato capace d’un simile sacrificio. Con il suo “Canto degli Italiani”, compreso fra possenti Odi e inni e musicato da Michele Novaro — ora inno nazionale italiano — egli lasciò la profezia della nuova Italia, unita in unico Stato con capitale Roma:

Fratelli d’Italia,
l’Italia s’è desta;
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Dov’è la vittoria?
Le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò....

Prima di morire il Mameli aveva composto un altro inno a richiesta del Mazzini, poi musicato da Giuseppe Verdi (Suona la tromba, ondeggiano / le insegne gialle e nere [82 Quelle dell’Austria.]...), il quale però non soddisfece alle aspettative del richiedente e quindi fu trascurato.

Vittorio Bersezio (Peveragno, CN, 1828 – Torino 1900), giornalista e direttore di giornali, scrisse romanzi e commedie di contenuto sociale, fra cui quella in dialetto piemontese Le miserie ‘d Monsù Travet, patetica cronaca della monotona ma rispettabile vita d’un impiegato, il cui cognome è diventato simbolo di certi impiegati italiani, tanto che il termine travet fu subito inserito nel vocabolario del Petrocchi col significato di “piccolo burocrate”. Il Bersezio fu anche deputato del Regno d’Italia.

Amara sorte ebbe Ippolito Nievo (Padova 1831 – Mar Tirreno 1861), letterato e patriota, che fu uno dei Mille ed ebbe incarichi di responsabilità; e, rimandato da Garibaldi in Sicilia l’anno dopo la liberazione per il reperimento e il trasporto d’importanti documenti sulla spedizione (non soltanto finanziari), al ritorno affondò con tutto il vapore nella — per altre oscure circostanze — maledetta fossa d’Ustica (PA): e così perse la vita a soli 30 anni, compianto anzitutto da Garibaldi e poi dagli altri patrioti. Formatosi alla scuola del Mazzini, egli ne assimilò gl’ideali e volle essere italiano anche nel nome, definendosi come lui “Un Italiano”. A parte le liriche raccolte in Lucciole e Amori garibaldini, riprendendo il filone narrativo popolare della Percoto, egli lasciò il Novelliere campagnuolo, La nostra famiglia di campagna, Il Varmo, Il conte pecoraio e 1l pescatore d’anime: opere ambientate in Friuli (da cui discendeva la sua famiglia e dove si recava spesso nella villa famigliare) che avevano contenuti non soltanto arcadico-idilliaci, ma anche umanitari e folcloristici, esaltando la vita degli umili e con ciò anticipando il Verismo. Infatti negli Studi sulla poesia popolare e civile massimamente in Italia (1854) il Nievo sostiene che la letteratura deve rifarsi al popolo. Al riguardo basta leggere il suo Frammento sulla rivoluzione nazionale, in cui afferma che il nuovo Stato doveva tendere anzitutto ad eliminare le differenze economico-sociali, assicurando a tutti una vita dignitosa. Scrisse inoltre i romanzi Angelo di bontà e Le confessioni d’un italiano, il cui titolo per evitare la censura fu dall’editore temporaneamente cambiato in Le confessioni d’un ottuagenario. Questo romanzo è un grandioso mosaico d’un secolo di storia italiana, dalla metà del ‘700 alla metà dell’’800, dal nord al sud della penisola, comprese le cospirazioni e le guerre d’indipendenza; e all’inizio d’esso il protagonista Carlo Altoviti, nato veneziano, è convinto che morirà italiano: “Io nacqui veneziano ai 18 ottobre del 1775, giorno dell’Evangelista Luca; e morrò per la grazia di Dio italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo.”

Jessie Withe (Porthsmouth, Gran Bretagna, 1832 – Firenze 1906), sebbene inglese, fu patriota italiana e seguì il marito Alberto Mario in tutte le campagne di guerra, dove operò anche come infermiera. Scrittrice e giornalista, scrisse opere insieme col marito e dopo la sua morte ne curò la memoria. Come filantropa e per migliorare le condizioni sociali s’occupò della pellagra, della miseria di Napoli, del lavoro nelle zolfare siciliane e di quello minorile. Delle sue numerose opere, vale la pena di citare almeno: Della vita di Giuseppe Mazzini, Garibaldi e i suoi tempi, Le opere pie e l’infanticidio legale, Miseria in Napoli, L’Italia, Roma e la guerra franco-prussiana, Le miniere di zolfo in Sicilia, I garibaldini in Francia, La lotta elettorale e il diritto di voto in Inghilterra.

Antonia Masanella (Cervarese S. Croce, PD, 1833 – Firenze 1862), più che per le sue Poesie, è ricordata per essersi aggregata ai Mille di Garibaldi in abiti mascolini, caporale col finto nome d’Antonio Marinello, le cui eroiche gesta entrarono nella leggenda (cfr. Dall’Ongaro e altri).

Yorick figlio di Yorick, pseudonimo di Pietro Coccoluto Ferrigni, all’inizio chiamatosi semplicemente Yorick dal nome d’un personaggio dell’Amleto di Shakespeare (Livorno 1836 – Roma 1895) fu scrittore, patriota ferito nella battaglia di Milazzo (1860) al seguito di Garibaldi (del quale fu confidente ed esecutore di delicati incarichi), per cui fu anche decorato, e infine avvocato. Collaborò ad importanti giornali e riviste (anche stranieri), fra cui “Fanfulla” e “Nuova antologia”. Oltre ad opere specialistiche nel campo della sua professione, lasciò opere a volte divertenti — brani delle quali entravano nelle antologie scolastiche — fra cui: Su e giù per Firenze, Il re è morto!!!, Garibaldi non è morto!, Lungo l’Arno, La storia dei burattini, Tribunali umoristici. Diverse opere sono uscite postume. Curiosa è la sua poesia Mistero, costruita soltanto con parti invariabili del discorso e musicata da Gaetano Palloni:

Quando talor frattanto,
forse, sebben così;
giammai piuttosto alquanto
come perché bensì?
Ecco repente altronde,
quasi eziandio perciò,
anzi, altresì laonde
purtroppo invan; però...
Ma se perfin mediante,
quantunque attesoché,
ahi sempre, nonostante,
conciossiacosaché.

Giuseppe Cesare Abba (Cairo Montenotte, SV, 1838 – Brescia 1910) coi suoi libri Da Quarto al Volturno / Noterelle d’uno dei Mille, Storia dei Mille narrata ai giovinetti e Cose garibaldine fu praticamente il cronista della spedizione dei Mille, attività in cui rivelò non soltanto capacità d’attenta osservazione e chiara descrizione, ma anche venerazione per Garibaldi, visto quasi come un dio. Celebre nella prima opera, che si può definire la più smagliante del nostro Risorgimento, è la descrizione dello storico incontro di Teano fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, in cui egli percepì il nervosismo d’ambo gli schieramenti per un temuto colpo di mano: il re poteva fare arrestare Garibaldi oppure Garibaldi poteva non deporre la dittatura e restare a capo delle terre liberate. Ma tutto si risolse nel migliore dei modi; e dopo egli continuò a combattere con Garibaldi in altre imprese per il compimento dell’unità d’Italia. Ritornato alla vita civile, l’Abba fu docente d’italiano e preside in istituti secondari superiori; e infine fu nominato senatore del Regno d’Italia. Lasciò anche una Vita di Nino Bixio, poesie e altre pagine di storia.

Contessa Lara, pseudonimo di Evelina (detta Evi o Lina) Cattermole (Firenze 1849 – Roma 1896), figlia d’un inglese e d’una russa, ebbe una vita sentimentale burrascosa e violenta, morendo assassinata: fra l’altro fu amante del Rapisardi. Subì l’influsso estetizzante del D’Annunzio e lasciò una serie di racconti e poesie, quali — ad esempio — Canti e ghirlande, Versi, E ancora versi, Nuovi versi. Numerosi musicisti hanno musicato i suoi testi.

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