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Carmelo Ciccia

Gli Scrittori che hanno unito l'Italia

Sintetica rivisitazione della letteratura italiana nel 150° dell’Unità (1861-2011)

Libraria Padovana Editrice / Literary 2010

Edizione revisionata nel 2015

© Tutti i diritti riservati

Realismo, Naturalismo, Verismo

Dopo il fallimento dei moti mazziniani, intorno alla metà del sec. XIX in Italia si diffuse la convinzione che la liberazione e l’unità politica non si sarebbero potute acquistare soltanto con i sentimenti, con gli slanci ideali, con i sacrifici fino alla morte di tanti volontari. Occorreva agire anche con la diplomazia, riportando la causa dell’indipendenza su un terreno di concretezza e di fattibilità. In politica le redini del Regno di Sardegna furono prese dal Cavour, il quale pensò subito d’inserire tale causa fra i problemi internazionali. La guerra di Crimea dal 1853 al 1856, a cui il suo governo partecipò con l’invio d’un contingente di truppe, gli diede la possibilità di partecipare al congresso di Parigi, di presentare ai potenti del mondo il problema italiano, d’acquistare delle simpatie. Seguirono gl’incontri e le trattative di Plombières (Francia), che portarono all’annessione della Lombardia (tranne Mantova), la spedizione dei Mille, le annessioni d’alcune regioni, ecc. E fu detto realismo questo periodo storico, susseguente o affiancato al Romanticismo, non soltanto in politica, ma anche in letteratura, dove fu iniziato dal Carducci e dove a quelli sentimentali si preferirono temi a sfondo storico-sociale, scene di vita quotidiana e popolare, anche crude, immagini folcloristiche, espressioni dialettali.

Facendo un confronto fra Romanticismo e realismo, si nota che all’individualismo del primo s’oppone il socialismo del secondo; al sentimento e alla fantasia, l’impersonalità e l’obiettività; alla spiritualità, alla religiosità e all’idealismo, il materialismo, il fatalismo e la concretezza; al nazionalismo, il regionalismo; all’esaltazione del mondo medievale, quella del mondo provinciale; all’imitazione degli stranieri, l’originalità; al rifiuto della mitologia e delle regole, quello del passato; e resta confermata la preferenza per la lingua popolare. Quindi nel realismo risaltano: l’osservazione dell’uomo e della società, la rappresentazione impersonale e oggettiva, il mondo degli umili, il “documento umano”, l’anatomia e la fotografia delle situazioni.

Aspetto del Realismo letterario in Francia fu il Naturalismo, fondato da Émile Zola (Parigi 1840 – ivi 1902) — giornalista e scrittore, figlio d’un ingegnere italiano — secondo il quale l’opera d’arte doveva formarsi da sé, senza intervento dei sentimenti dell’autore (che doveva celare la sua mano) ed essere vera e naturale come se fosse fissata da una macchina fotografica[85 In quel tempo cominciava a diffondersi l’uso della fotografia, appena scoperta.]: questo era il cosiddetto canone dell’impersonalità. Inoltre la realtà doveva essere sezionata come da un anatomista e analizzata. In una serie di romanzi (Teresa Raquin, Il ventre di Parigi, L’ammazzatoio, Nanà, Germinal, ecc.) egli portò alla ribalta le precarie condizioni degli umili (operai, minatori, spazzini, ecc.) e dei tarati (barboni, tisici, prostitute, alcolizzati, ecc.): insomma le classi più abiette della società. Ecco perché descrisse ciò che avveniva all’osteria, davanti al banco di mescita, detto assommoir = “ammzzatoio”, nonché i bassifondi di Parigi, producendo ogni volta un cosiddetto “documento umano”.

Questo metodo fu importato in Italia da Luigi Capuana, ma fu corretto e si chiamò Verismo. Facendo un confronto fra Naturalismo e Verismo, si nota che alla metropoli del primo s’oppongono la provincia e il colore locale del secondo; ai bassifondi, la campagna e il mare; alle perversioni fisiologiche e psicologiche, il lavoro, la famiglia e il senso dell’onore; alle categorie abiette, quelle povere; ai tarati ereditari, alle prostitute, ai pazzi, ai tisici e agli ubriachi, i contadini, i muratori, i pescatori. Non più classi abiette, ma umili in senso economico. (Gli umili del Manzoni erano tali in senso evangelico.) I nostri veristi, preferendo alla città la provincia e la regione, furono detti provinciali o regionali, perché ricorrevano spesso al cosiddetto colore locale: usi, costumi, credenze, canti e proverbi, feste e religiosità popolare, medicina praticata: insomma, tutto ciò ch’era tipico del popolo. Il Capuana fu il teorico del movimento verista, ma il Verga ne fu la migliore espressione, il maestro del Verismo, e portò sulle scene contadini, pescatori, operai, casalinghe. Il Verga era partito dalle premesse dello Zola (impersonalità, mano invisibile dell’artista, fotografia della realtà, anatomia); ma per fortuna andò oltre, producendo degli scritti in cui l’autore è perfettamente riconoscibile con i suoi sentimenti e la sua commossa partecipazione alle vicende narrate.

Il Verismo si manifestò in tutte le regioni italiane con vari scrittori: per citare i più importanti, in Sicilia (madre del Verismo) Luigi Capuana, Giovanni Verga, Federico De Roberto e Maria Messina; in Calabria Nicola Misasi; in Campania Matilde Serao e Salvatore Di Giacomo; in Abruzzo Gabriele D’Annunzio; in Lazio Cesare Pascarella; in Toscana Renato Fucini; in Sardegna Grazia Deledda, in Liguria Angiolo Silvio Novaro...

Realismo, Naturalismo e Verismo furono presenti anche negli Stati Uniti d’America, grazie a locali scrittori di rilievo.

Infine bisogna ricordare che il Verismo fu presente anche nella musica, dov’era caratterizzato dall’abbondante impiego di strumenti a percussione (piatti, tamburi, grancasse, ecc.), anche estranei alla tradizione musicale (campane, ecc.): basti pensare a Pietro Mascagni (Livorno 1863 – Roma 1945), che con la sua Cavalleria rusticana attinta dal Verga e altre opere fu la più grande espressione musicale del Verismo italiano, anche con l’introdurre i contadini fra i protagonisti, melodie popolari (stornelli, ecc.), precessioni e inni religiosi; e a Giacomo Puccini (Lucca 1858 – Bruxelles 1924) che introdusse il fischio della sirena del battello all’inizio del Tabarro, il suono della campana della basilica romana di S. Pietro e una processione liturgica nella Tosca e il rumore dei bicchieri nella Bohème.

Giosue Carducci (Valdicastello di Pietrasanta, LU, 1835 – Bologna 1907) si collega al Mameli quando Nell’annuale della fondazione di Roma, appartenente alle Odi barbare, libro I, riprende il concetto della dea Roma:

e tutto che al mondo è civile
grande, augusto, egli è romano ancora.
Salve, dea Roma! Chi disconósceti
cerchiato ha il senno di fredda tenebra,
e a lui nel reo cuore germoglia
torpida la selva di barbarie.

Il senso di questo brano è chiarissimo: premesso che tutto ciò che al mondo è civile, grande e augusto, esso è anche romano, e quindi la civiltà coincide con la romanità, il poeta saluta Roma, la superiorità della quale gli sembra conferita dal fato o dalla divinità, e afferma che chi disconosce la funzione storica della stessa Roma ha la mente annebbiata, mentre nel malvagio cuore di tale detrattore si fa strada lentamente la barbarie. E dal punto di vista patriottico si guardano anche alcuni ritratti carducciani, come quelli di Virgilio, Metastasio, Garibaldi e Mazzini.

Dichiaratamente antimanzoniano, antiromantico, anticlericale, miscredente e massone, prima repubblicano e poi monarchico, egli definì il poeta “un grande artiere, / che al mestiere / fece i muscoli d’acciaio” (“Congedo”, in Rime nuove, 19-21) e il cuore — sede del sentimento — “a la grandarte pura / vil muscolo nocivo” (Intermezzo, parte 3^, 117-118), professandosi — nell’associazione da lui fondata degli “Amici pedanti”, oppositori del Romanticismo — “scudiero dei classici”. Da ciò derivò la sua preferenza per argomenti classici, pagani, medievali, in una galleria di concetti, luoghi e personaggi assunti come simboli per il loro valore storico-educativo.

Il suo insegnamento d’eloquenza (poi letteratura italiana) all’università di Bologna, che fu anche un magistero civile e morale; le sue varie raccolte di versi (Juvenilia, Levia gravia, Inno a Satana fautore del progresso, Giambi ed epodi, Rime nuove, Odi barbare, Rime e ritmi); i suoi numerosi discorsi, trattati, studi e commenti; il suo carattere fiero e impetuoso (tipico della Maremma toscana); i suoi intensi rapporti con molti altri intellettuali; il premio “Nobel” per la letteratura da lui ricevuto: tutto ciò ne fa un personaggio eccezionale, che ha posto una lunga ipoteca sulla scuola, sulla cultura e sulla vita italiana.

In Juvenilia dedicò ben tre sonetti (49, 83 e 84) alla basilica fiorentina di S. Croce, nel secondo dei quali a conclusione così scrisse:

Guerra a’ tedeschi, immensa eterna guerra
Tanto che niun rivegga i patrii tetti
E tombe a tutti sia l’itala terra.

E varie composizioni dedicò al drammaturgo Giovanni Battista Niccolini, sepolto in quella basilica e da lui ammirato. Invece avversò vivacemente il poeta catanese Mario Rapisardi, essendosi riconosciuto in alcuni versi denigratori presenti nel poema di costui intitolato Lucifero.

Ma il Carducci non fu soltanto un poeta patriottico, il vate della terza Italia, spesso ridondante di retorica, che inaugurò la stagione del realismo, bensì fortunatamente anche un poeta intimistico e si può dire romantico contro sua voglia, il quale proprio così veniva preferito nelle scuole: “Il bove” (T’amo, pio bove; e mite un sentimento...) dipingeva la robustezza, la mansuetudine e la solennità monumentale del bue; “Funere mersit acerbo”[86 “Morì di morte acerba” (latino).] (O tu che dormi là su la fiorita / collina tosca, e ti sta il padre a canto...) e “Pianto antico” (L’albero a cui tendevi / la pargoletta mano...) c’infondevano la malinconia per due tragedie familiari; “Idillio maremmano” (Co ‘l raggio de l’april nuovo che inonda...), “Traversando la Maremma toscana” (Dolce paese, onde portai conforme / l’abito fiero e lo sdegnoso canto...) e “Davanti San Guido” ( I cipressi che a Bólgheri alti e schietti / van da San Guido in duplice filare...) fornivano alle nostre menti suggestive immagini di paesaggi e costumi; e “San Martino” c’incantava con la descrizione non soltanto del paesaggio autunnale, ma anche dell’animo umano in questa stagione:

La nebbia agl’irti colli
piovigginando sale
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar...

In questa composizione il Carducci non è che abbia fatto chi sa che, non è che abbia usato dei mezzi eccezionali: i suoi sono mezzi semplici, versi appena abbozzati, situazioni appena accennate; ma il tutto è pervaso da un grande sentimento della natura, della vita agreste, semplice e quoti­diana, quale si può avere in un paese della Maremma, che non importa che sia Bòlgheri o Castagneto perché potrebbe essere un paese qualsia­si delle nostre regioni in questa stagione, con lo stesso orizzonte, lo stesso scenario, le stesse figure, gli stessi atteggiamenti, le stesse emozioni: il paese dell’anima. In sostanza è la stagione stessa che coi suoi colori, i suoi umori, i suoi aromi si fa poesia.

Infine è da dire che l’importanza del Carducci era tale che a volte se ne imparavano a memoria dei brani di prosa, come qualche passo di “Le risorse di San Miniato” dall’opera Confessioni e battaglie.

Luigi Capuana (Mineo, CT, 1839 – Catania 1915) fu giornalista e direttore di giornali, scrittore, critico letterario, ispettore scolastico, docente universitario (di letteratura italiana a Roma e di lessicografia e stilistica all’università di Catania), uomo politico (sindaco di Mineo), teorico del Verismo (che derivò dal Naturalismo francese e introdusse in Italia) e difensore a spada tratta del Verga, col quale instaurò un lungo e affettuoso sodalizio culturale. Come patriota, partecipò all’impresa garibaldina. Quindi fu a Firenze, Roma, Milano, Parigi: insomma nei maggiori centri della cultura: e fu un intellettuale prestigioso, grazie anche alle amicizie e frequentazioni coi grandi scrittori del tempo.

Nella sua produzione, nella quale dimostrò anche buona capacità d’indagine psicologica, s’intrecciano quattro filoni d’interesse: la saggistica, la narrativa per adulti, la narrativa per l’infanzia, il teatro (specialmente dialettale). Per la saggistica basta citare L’isola del sole, che fra l’altro comprende l’importante studio storico-etimologico sulla mafia), Studi sulla letteratura contemporanea (raccolta d’articoli) e Gli “ismi” contemporanei, in cui, esaminando le varie correnti letterarie, da lui dette “ismi”, si concentra sulla difesa del Verismo. Per gli adulti scrisse le novelle delle sillogi Le appassionate, Le paesane e Nel paese della zàgara [87 Fiore dell’arancio.], nonché i romanzi Giacinta (in cui palesò la sua vicinanza al Naturalismo), Profumo (esempio di romanzo psicologico moderno) e Il marchese di Roccaverdina (il suo miglior romanzo).

Per i ragazzi scrisse le due raccolte di fiabe C’era una volta e Re Tuono, nonché i racconti Scurpiddu [88 “Fuscellino” (titolo in dialetto siciliano, ma racconto in italiano).], nel quale il protagonista è un simpatico ragazzo così soprannominato, e Gli americani di Ràbbato [89 Collina di Mineo dove si fabbricavano giare e brocche d’argilla. Per analogia nel 2007 Letizia, Carmelo e Alvise Spadaro hanno scritto e pubblicato il libro Le americane di Ràbbato (lettere d’emigrate negli Stati Uniti d’America ).], nel quale è affrontato il tema dell’emigrazione da Mineo (Ràbbato) verso gli Stati Uniti d’America.

Fra le commedie dialettali sono notevoli Lu paraninfu, Cumparaticu [90 “Il ruffiano” (combinatore di matrimoni), “Comparatico” (parentela acquisita fra compari di battesimo o cresima).] e Malìa, poi musicata da Francesco Paolo Frontini. Le sue opere ebbero successo — oltre che nel teatro — anche nel cinema.

Vittorio Imbriani (Napoli 1840 – Pomigliano d’Arco, NA, 1886), patriota e scrittore, — dopo l’esilio col padre a Nizza, a Torino e a Zurigo, dove frequentò le lezioni del De Sanctis — completò gli studi a Berlino, dove rimase affascinato dal pensiero etico-politico del filosofo Hegel, che poi seguì. Fu volontario nella seconda e nella terza guerra d’indipendenza, e fatto prigioniero a Bezzecca. Rientrato a Napoli, fu docente universitario d’estetica, letteratura italiana e tedesca. A Firenze conobbe il Dall’Ongaro e altri letterati che frequentavano il suo salotto. Di carattere bizzoso, ironico e polemico, lo dimostrò nelle sue molte opere: di narrativa (Dio ne scampi dagli Orsenigo, Mastr’Impicca, Merope IV, L’impietratrice), saggistica politica (Per la pena capitale, Alla regina un monarchico), critica letteraria (Dell’organismo poetico e della poesia popolare italiana, Berchet e il Romanticismo italiano, Il gran Basile) e critica d’arte (Del valore dell’arte forestiera per gli Italiani, La quinta promotrice), mentre pacati si rivelano i suoi studi e raccolte di folclore (Canti del popolo meridionale, La novellaja fiorentina, La novellaja milanese). Postumi uscirono i suoi Studi danteschi. Era figlio di Paolo Emilio Imbriani e fratello di Matteo Renato e di Giorgio, tutti patrioti, esuli e combattenti per la libertà.

Giovanni Verga (Catania 1840 – ivi 1922), nipote d’un carbonaro, fu patriota fin da giovane: dopo la liberazione della Sicilia, s’arruolò nella Guardia Nazionale e fondò giornali di stampo patriottico-letterario. In tarda età poi fu interventista: si commosse vedendo sfilare a Catania alcuni soldati della prima guerra mondiale e li giudicò la migliore gioventù. Scrisse alla Sordevolo: “Avanti Savoja! Come dite voi. E avanti anche dove si combatte per l’onore e la fortuna d’Italia, che proprio ora ha preso il suo battesimo. Quando vedo quei giovinotti e quei più che maturi sfilare per la stazione col numero al braccio e la gamella in spalla li vorrei abbracciare... Lì è lo Stato.” [91 Lettera del 27.3.1917 a Dina di Sordevolo, da Catania a Roma.] E infine per il suo ottantesimo compleanno fu nominato senatore del Regno d’Italia, nomina da lui ricevuta con sostanziale disinteresse.

Egli cominciò la sua carriera di narratore (il quale non scrisse mai versi) come romantico, prima ancora che come verista noto in tutto il mondo: infatti i suoi primi tre romanzi possono costituire un ciclo, prendente il nome dal primo d’essi, e cioè Amore e patria, ambientato durante la guerra d’indipendenza americana e da lui mai pubblicato; il secondo romanzo fu I carbonari della montagna, ambientato in Calabria durante il regime napoleonico di Gioacchino Murat, per pubblicare il quale dovette rinunciare alla laurea in giurisrudenza, utilizzando il denaro stanziato dai genitori per i relativi studi; e il terzo fu Sulle lagune, ambientato tra Venezia e Oderzo (TV) e pubblicato nel 1863. In questo terzo romanzo egli perorava la liberazione del Veneto e di Mantova, non ancora annessi al Regno d’Italia, e praticamente intendeva collocarsi nel novero degl’intellettuali italiani che spingevano per la liberazione e annessione di tali terre, la quale poi di fatto avvenne nel 1866.

C’è in Sulle lagune da una parte l’esaltazione del Veneto e dall’altra la deprecazione del regime austriaco, che con sistemi brutali costringeva i cittadini alla sottomissione. Il paesaggio veneziano, descritto dal Verga nei minimi particolari, è da sogno, incanto e favola. Forse in quel periodo non s’era ancora vista tanta passione letteraria per questa città. La vicenda d’un ufficiale che s’innamora d’una popolana e riesce a farla sua in una notte d’amore e morte in una gondola veneziana, nonostante la persecuzione d’un bieco conte austriaco, serviva a smuovere le coscienze e contribuire alla causa veneto-italiana.

Egli si trasferì per alcuni anni a Firenze, raccomandato dal Rapisardi al Dall’Ongaro, il quale lo apprezzò, aiutò e protesse. E in questa capitale d’Italia ebbe l’importante occasione di conoscere il fior fiore della cultura italiana: scrittori (come Percoto, Capuana, Prati, Aleardi, Fusinato, Imbriani) e pittori (come i macchiaioli), frequentando musei, parchi, salotti, teatri, ecc. A Firenze scrisse e pubblicò Storia di una capinera, il più noto dei suoi romanzi minori, che commosse tutta l’Italia con la vicenda d’una giovane costretta a farsi monaca. In quest’opera c’è sì il collegamento ad un filone caro all’Illuminismo — quello delle monacazioni forzate (cfr. La religieuse [92 “La monaca” (francese).] del Diderot) — ma anche un impianto romantico, con avvisaglie del Verismo consistenti in paesaggi etnei ed episodi di vita agreste. Prima dell’uscita dei capolavori verghiani, fu questo il romanzo considerato un capolavoro, tanto che se ne sono avute delle trasposizioni cinematografiche: cosa che poi è avvenuta per altre opere verghiane, sceneggiate anche per la televisione.

Dopo un rientro a Catania si trasferì a Milano, dove — pur con altri periodici rientri — abitò per molti anni, facendone la sua seconda città. Qui fece altri incontri importanti: Boito, Fogazzaro, Praga, Giacosa, Treves, Cameroni; e — oltre ad opere minori, con descrizioni di pittori, sartine, ballerine, salotti e duelli (temi vicini alla Scapigliatura), ma anche con note d’indagine psicologica — dopo la sua “conversione letteraria” espressa con il bozzetto Nedda scrisse i suoi capolavori: I Malavoglia (già prefigurati nella novella Fantasticheria) e Mastro-don Gesualdo, che avrebbero dovuto essere i primi due romanzi del preannunciato “ciclo dei vinti”, rimasto incompiuto dopo il primo capitolo di La duchessa di Leyra [93 I tre romanzi prima preannunciati coi loro titoli e poi non realizzati dal Verga (La duchessa di Leyra, L’onorevole Scipioni e L’uomo di lusso) furono in seguito scritti e pubblicati dal filosofo e studioso verghiano Gino Raya (cfr. più avanti).]. Con questi romanzi e con le Novelle egli unì l’Italia grazie all’interesse suscitato per il mondo degli umili costretti a lottare per la sopravvivenza, di chi vuol passare dalla condizione d’operaio (mastro) a quella di nobile (don) sottoponendosi a fatiche, delusioni e derisioni, di chi fa valere il suo onore con una cruenta vendetta. In queste opere lo scenario è per lo più la campagna siciliana con la sua feracità e la sua bellezza, ma anche con la sua durezza e la sua primitività. Così parecchi personaggi creati dal Verga sono assurti ad una dimensione mitica: padron ‘Ntoni, Maruzza, Mena (I Malavoglia); Gesualdo e Diodata (Mastro-don Gesualdo); compare Turiddu, compare Alfio, Santuzza e Lola (Cavalleria rusticana, poi trasformata in dramma e anche musicata dal Mascagni), Gnà Pina (La lupa, poi trasformata in dramma), Jeli (Jeli il pastore), Malpelo e Ranocchio (Rosso Malpelo), Mazzarò (La roba), i rivoltosi di Bronte (Libertà)...

La notorietà. delle opere verghiane era tale che nella scuola d’una volta s’imparavano a memoria anche dei brani, sebbene in prosa: ad esempio, alcuni del romanzo I Malavoglia, la cui trama si snoda in una continua musicalità, tanto che costante vi è la poesia. Basti pensare all’esordio Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza... (1°) o al brano della famosa tempesta Ma a quel giuoco da disperati si arrischiava la vita per qualche rotolo [94 Antica misura di peso equivalente a kg 0,793.] di pesce... (10°) o alla chiusa del romanzo E se ne andò colla sua sporta sotto il braccio...: commossa poesia, ricca di sentita partecipazione, che annulla la pretesa di freddezza, estraneità ed imparzialità da parte dell’autore, proclamata dal Naturalismo e ribadita dal Verismo.

E poesia c’è anche nell’esordio della novella La roba con quella descrizione del viandante che va per gl’interminabili campi di Mazzarò: un esordio letto o recitato con opportune pause che lo dividono in tre parti e danno l’idea dell’immensità della roba, cioè della ricchezza del protagonista, simile a mastro-don Gesualdo nella disperazione per non poterla portare con sé nell’aldilà..

Sono tante le opere del Verga, e tutte interessanti, anche le minori; ma qui non si può fare cenno di tutte. Piuttosto si deve accennare alla posizione ideologica dello scrittore, dato che alcuni ne hanno fatto un fascista, altri un socialista, altri ancora un comunista e infine lo si è voluto reazionario. Certamente egli fu un borghese benestante, ma non un difensore dei privilegi dei ricchi. Chi afferma ch’egli godesse nel descrivere il crepitio dei fucili del generale Bixio — il quale nel 1860 fece giustiziare alcuni rivoltosi di Bronte (CT) che ritenevano la libertà arrecata da Garibaldi come liberazione dal bisogno economico e quindi come legittimità dell’esproprio e divisione delle terre — sbaglia di grosso, perché lo scrittore mantenne sempre un atteggiamento di distacco, interessandogli soltanto la creazione dell’opera d’arte mediante l’obiettiva e veritiera descrizione dei fatti. Nella novella Libertà (poi trasposta in un film intitolato “Bronte: cronaca di un massacro”) lo scrittore delinea quella triste vicenda con freddezza, non parteggiando né per l’una né per l’altra parte, ma cercando — sia pure con indulgenze preromantiche nella descrizione della carneficina, fra scuri luccicanti, fiumane di sangue e feroci colpi inferti anche in delicate membra — di produrre anche un documento storico di come veniva inteso il Risorgimento dai poveracci: “Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: ‘Viva la libertà!’. Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche, le scuri e le falci che luccicavano [...] Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono [95 Soltanto i ricchi potevano permettersi di mangiare prelibate carni di selvaggina.].” E quando poi ci furono arresti e carcerazioni, alla fine della novella un carbonaio, mentre gli mettevano le manette, balbettava: “Dove mi conducete? – In galera – O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà!...”

Con questa novella praticamente il Verga introduceva nella letteratura il tema del Risorgimento non pienamente attuato, che poi sarà ripreso da altri scrittori, quali Tomasi di Lampedusa e Jovine.

È sepolto nel viale degli uomini illustri del cimitero di Catania [96 Una lunga polemica ha sottolineato l’incongruenza delle autorità ecclesiastiche riguardo alla mancata sepoltura nella cattedrale di Catania: cosa, invece, immediatamente concessa a Vincenzo Bellini.].

Renato Fucini (Monterotondo, GR, 1843 – Empoli, FI, 1922) va ricordato tra i veristi non soltanto per i suoi Sonetti in dialetto pisano, ma anche per le raccolte di novelle e bozzetti Le veglie dei Neri e All’aria aperta, contenenti specie di macchiette dalla sapidità maremmana.

Giannina Spellanzon (Vazzola, TV, 1843 – ivi 1932), sebbene ufficialmente casalinga, ebbe una notevole cultura e fu in contatto con vari letterati. Lasciò sillogi di poesia (Intermezzi d’anima, L’anima s’ascolta, Favole d’amore), racconti (Ergastoli bianchi) e commedie (Fiorella e La maschera). Tradusse anche opere dallo spagnolo, dal portoghese e dall’inglese, fra cui —importanti — alcune del poeta indiano Rabindranath Tagore.

È difficile inquadrare in una specifica corrente il poeta Mario Rapisardi (Catania 1844 – ivi 1912), detto “il vate di Catania”, che — dopo essere stato a Firenze, dove conobbe importanti letterati come il Dall’Ongaro e trovò la moglie (la quale poi lo tradì per il Verga, che da caro amico gli divenne odiato rivale) — fu docente di letteratura italiana e latina all’università di Catania. Dopo aver composto varie poesie religiose, abbandonò il filone religioso e da una parte compose poesia impegnata — trattando di progresso, scienza e ingiustizie sociali (per cui auspicava un’elevazione delle classi meno abbienti) — dall’altra adoperò una forma espressiva classicheggiante e paludata, non adatta a quegli argomenti. Fu geloso, irascibile, irruente, anticlericale, irriverente e blasfemo; e alla sua morte, per non profanare un campo santo, il suo cadavere fu lasciato in un deposito del cimitero di Catania quasi per un anno prima d’essere sepolto nel viale degli uomini illustri, dove ora si trova la tomba. Tuttavia fu profondamente serio e sincero: e concepì la scuola come fonte di valori civili e morali da trasmettere alle nuove generazioni. Fra le sue molte opere meritano d’essere ricordate la sua Introduzione allo studio della letteratura italiana e la raccolta di versi Giustizia in cui affronta temi e problemi sociali, poi ripresi dall’istriana Giuseppina Martinuzzi. Inoltre, imitando il Carducci (che aveva scritto l’Inno a Satana), egli compose il poema Lucifero, simbolo della ribellione religiosa e del pensiero umano che s’afferma: un’opera che portò l’autore in primo piano nel campo letterario anche per l’apprezzamento del De Sanctis e di Garibaldi. Però egli commise l’errore d’inserirvi i seguenti versi offensivi per il Carducci stesso, il quale non glielo perdonò mai, innescando una lunga polemica che ebbe alcuni critici favorevoli e altri contrari:

E chi in aspetto di plebeo tribuno
Giambi

[97 Allusione alla silloge carducciana Giambi ed epodi.]
saetta avvelenati e cupi,
E fuor di sé non trova onesto alcuno:
Idrofobo
[98 Rabbioso.] cantor, vate da lupi,
Che di fiele brïaco e di lièo,
Tien che al mio lato il miglior posto occùpi

[99 “Che, ubriaco di fiele e di buon vino, / ottiene d’occupare il miglior posto al mio lato.”].

Giuseppina Martinuzzi (Albona, Istria, 1844 – ivi 1925) come maestra elementare d’ispirazione socialista si trovò ad operare in scuole ad elevato tasso di proletariato, venendo a conoscere e condividere le condizioni delle famiglie disagiate. Da ciò derivò il suo interesse, anche letterario, per temi e problemi a ciò attinenti; e, oltre a scritti di natura pedagogica, spesso pubblicati in giornali e riviste di varie parti d’Italia, sull’onda della silloge Giustizia del Rapisardi (col quale fu in corrispondenza e consonanza) pubblicò la sua famosa silloge Ingiustizia, in cui deprecò poeticamente tutte le ingiustizie subite da uomini e donne. Di sentimenti patriottici, più volte fu infastidita dalla censura austriaca e per questo durante la prima guerra mondiale dovette interrompere la sua attività. Finita la guerra, aderì al partito comunista italiano, divenendo amica d’Antonio Gramsci.

D’Edmondo De Amicis ( [100 Gli estremi biografici sono nel capitolo La questione della lingua unitaria.] s’imparavano anche brani di prosa a memoria, tratti specialmente dai racconti mensili del romanzo Cuore, intrisi di profondi sentimenti morali e civili. Con questo romanzo, che è anche documento di vita tardo-ottocentesca dell’ex capitale Torino ed è stato trasposto più volte al cinema e alla televisione, nonostante un po’ di retorica l’autore ha educato intere generazioni all’amor di patria e della famiglia, al senso dell’unità nazionale e del dovere fino al sacrificio, all’altruismo, alla solidarietà, all’accoglienza e al rispetto dei meridionali, fornendo anche un modello di lingua italiana. Dotato di fervido spirito patriottico, egli partecipò alla seconda battaglia di Custoza e ammirò la vita militare nei bozzetti del libro La vita militare, vedendola capace di forgiare uomini e coscienze. Fra le altre opere, si ricordano il Romanzo di un maestro e La carrozza di tutti, titolo con cui traduceva il nome omnibus [101 “Per tutti” (latino).] dato ai primi veicoli di trasporto pubblico, poi detti tram, autobus, filobus. Come giornalista assistette alla breccia di Porta Pia e al trionfale ingresso dei bersaglieri in Roma; e ne lasciò un vivace documento nel libro Ricordi del 1870-71. Ma ciò che di lui più facilmente si recitava era la poesia “A mia madre” o “Se fossi pittore”, che, con la sua massima iniziale, ci metteva in condizioni d’osservare nostra madre ed ammirarla:

Non sempre il tempo la beltà cancella
o la sfioran le lacrime e gli affanni:
mia madre ha sessant’anni,
e più la guardo e più mi sembra bella...

Naturalmente a quei tempi 60 anni erano un’età in declino; ma oggi le donne generalmente sono belle anche dopo tale età; inoltre è da aggiungere che allora anche la vecchiaia aveva la sua bellezza, dignitosamente espressa dal viso assolutamente privo di belletti e dai capelli ostentatamente bianchi (e venerandi) che non conoscevano il parrucchiere.

Nicola Misasi (Cosenza 1850 – ivi 1923), poeta e narratore trasferitosi prima a Napoli e poi a Roma, ebbe l’occasione di venire in contatto coi principali scrittori del suo tempo e di collaborare ad importanti giornali. Fu anche docente liceale. I suoi Racconti calabresi vogliono collocarsi sulla scia di quelli del Verga, ma hanno anche tinte romantiche per la presenza d’elementi sentimentali e passionali. E su questo tono si svolge tutta la sua abbondante produzione, che porta alla ribalta vicende di pastori, contadini e briganti, all’insegna del paesaggio, delle tradizioni e dei costumi della Calabria.

Matilde Serao (Napoli 1856 – ivi 1927), moglie d’Edoardo Scarfoglio, a Napoli fu impiegata ai telegrafi dello Stato, ma contemporaneamente svolse un importante ruolo culturale, fondando col marito i giornali “Corriere di Roma”, “Corriere di Napoli” e “Il mattino”. Separatasi dal marito, fondò “Il giorno”. Fu narratrice feconda e fantasiosa, affrontando anche temi di natura femminista: Fantasia, Il romanzo della fanciulla, Scuola Normale Femminile, Telegrafi dello Stato, La ballerina, ecc. Sulla scorta dello Zola, scrisse il documentario Il ventre di Napoli, viaggio tra i bassifondi. Alla fine scrisse anche opere religiose, trattando di Gesù, della Madonna e di S. Gennaro.

Alfredo Testoni (Bologna 1856 – ivi 1931) fu commediografo e poeta, anche in italiano, ma è noto soprattutto per i sonetti del suo poema umoristico La sgnera Cattareina [102 "La signora Caterina"(dialetto bolognese).], in cui portò alla ribalta una simpatica popolana, nello sfondo della quotidianità bolognese. In italiano lasciò — fra l’altro — la commedia storica in cinque atti Il cardinale Lambertini.

Cesare Pascarella (Roma 1858 – ivi 1940) continuò l’attività in dialetto romanesco del Belli, riprendendone temi e motivi, ora legati alla Roma del papa Pio IX; e da una parte nei suoi sonetti, ch’egli stesso recitava in pubblico, tracciò dei quadretti di vita popolana (era anche bravo pittore e — amante degli animali — dipinse numerosi asini), dall’altra attinse a vicende storiche, che egli faceva raccontare da popolani ignoranti in qualche osteria, col risultato che i racconti venivano storpiati e diventavano ridicoli. Maestro in quest’arte, che si può pienamente definire realistica, ci lasciò le opere Villa Gloria [103 Nel 1867 alcuni garibaldini guidati da Enrico e Giovanni Cairoli e di cui fece parte lo stesso Pascarella, tentando la liberazione di Roma e inseguiti da soldati pontifici, francesi e zuavi, furono costretti ad asserragliarsi a Villa Glori, sulla collina romana dei Parioli, e poi furono sconfitti. I cinque fratelli Cairoli (Benedetto, Ernesto, Luigi, Enrico e Giovanni) erano tutti pavesi e patrioti; e ben quattro morirono per la patria.], La scoperta de l’America e Storia nostra. Con i suoi sonetti il romanesco assurse a lingua letteraria e l’autore fu nominato membro dell’Accademia d’Italia [104 L’Accademia dei Lincei fu denominata Accademia d’Italia durante il fascismo.].

Salvatore Di Giacomo (Napoli 1860 – ivi 1934), giornalista e bibliotecario, fu anche poeta, drammaturgo e novelliere. Anch’egli fu nominato membro dell’Accademia d’Italia. Di lui, come verista, si ricordano il dramma Assunta Spina, le Novelle napoletane e le poesie in dialetto napoletano, notevoli per semplicità e musicalità, in cui espresse l’anima di Napoli in tutte le sue sfaccettature, specialmente per quanto riguarda il paesaggio. Tuttavia la sua poesia è velata d’una malinconia tipicamente romantica: e quindi quest’autore è anche romantico. Molte sue liriche sono state musicate da vari compositori e tuttora si cantano, fra cui Era de maggio, ‘E spìngole francese [105 “Gli spilli francesi” (dialetto napoletano).] e la famosissima Marechiare:

Quanno sponta la luna a Marechiare
pure li pisce nce fanno all’ammore,
se revoteno ll’onne de lu mare,
pe la priezza cagneno culore,
quanno sponta la luna a Marechiare...

[106 “Quando spunta la luna a Marechiaro / pure i pesci ci fanno all’amore, / si rivoltano l’onde del mare, / per la brezza cangiano colore, / quando spunta la luna a Marechiaro... ” (dialetto napoletano).]

Federico De Roberto (Napoli 1861 – Catania 1927) col Capuana e col Verga fece parte della triade catanese del Verismo. Nato a Napoli da madre siciliana, ma vissuto a Catania, tranne nella pausa — pressoché obbligatoria per gli scrittori siciliani — di soggiorno a Firenze, abbracciò con entusiasmo il Verismo, però in una forma più vicina al Naturalismo, a sua volta influenzato dallo Psicologismo del francese Paul Bourget, che introdusse nelle sue opere l’analisi psicologica dei personaggi della borghesia e fu varie volte a Palermo, incontrandosi col De Roberto. Ecco perché quando uscì il romanzo I viceré, ambientato a Catania, il De Roberto fu dai critici ammirato e definito novello Bourget. In questo romanzo, che ha avuto anche trasposizioni cinematografiche e televisive, egli ha saputo cogliere la crisi della borghesia siciliana al trapasso dai Borboni ai Savoia: cosa che poi fece anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo romanzo Il Gattopardo. Fra le altre opere, tutte di livello inferiore, si ricordano Documenti umani, Processi verbali, L’imperio (che continua fiaccamente I viceré) e Spasimo, trasposto nel dramma La tormenta; il racconto La paura, invece, va ricordato per il fatto che lo scrittore lo pubblicò per deplorare coraggiosamente la guerra in un periodo in cui imperversava la retorica della guerra stessa. Il De Roberto, che scrisse anche saggi e guide, fu sincero amico del Verga, instaurando con lui un lungo sodalizio, nel quale essi si spalleggiarono a vicenda. È sepolto nel viale degli uomini illustri del cimitero di Catania.

Alfredo Panzini (Senigallia, AN, 1863 – Roma 1939) fu narratore con diari (La lanterna di Diogene, Viaggio di un povero letterato) e romanzi (Santippe, La Madonna di mamà, Io cerco moglie, Il padrone sono me), ma soprattutto saggista (L’evoluzione di Giosuè Carducci, La bella storia di Orlando innamorato e poi furioso, Il conte di Cavour) e linguista (Dizionario moderno, Guida alla grammatica italiana). Firmò il Manifesto degli intellettuali fascisti e fu nominato membro dell’Accademia d’Italia.

Angiolo Silvio Novaro (Diano Marina, IM, 1866 – Oneglia, fraz. d’Imperia, 1938), occupato in una nota azienda olearia d’Oneglia, esordì come narratore verista sulle orme del Verga (del quale fu amico), pubblicando novelle e romanzi di questo tipo (L’angelo risvegliato e La fisarmonica). Ma la sua notorietà è dovuta alle sue poesie (di tendenza crepuscolare) che stanno fra l’aforisma e la filastrocca. D’esse si ricorda volentieri l’aspetto gnomico e tamburellante: basti recitare le sue poesie legate alle stagioni, al clima e al paesaggio, come Che dice la pioggerellina / di marzo, che picchia argentina / sui tegoli vecchi... (“Che dice la pioggerellina di marzo?”) o Gennaio mette ai monti la parrucca. / Febbraio grandi e piccoli imbacucca. / Marzo libera il sol di prigionia... (“I mesi dell’anno”). Scrisse anche delle prose liriche (Il fabbro armonioso).

Luigi Pirandello (Caos di Girgenti/Agrigento 1867 – Roma 1936) cominciò la sua attività letteraria con lo scrivere versi e racconti veristi, ma dopo assunse una linea sua e la seguì in tutta la sua carriera di narratore, drammaturgo e regista: quella della commedia umana, fra false apparenze, assurdità (che pur avvengono) e riflessioni (sia pure pessimistiche). Il suo teatro, dunque, per il quale è noto dappertutto, non tende a far ridere e divertire, ma a far pensare. E al riguardo, per capire la sua arte e la sua personalità, è notevole il suo saggio L’umorismo: l’umorismo pirandelliano altro non è che una profonda amarezza scaturita da una vita difficile, vissuta all’insegna dell’effimero e del contingente. Infatti sulla sua visione pessimistica dell’uomo e della società influirono la pazzia della moglie e le conseguenti traversie.

Egli fu dapprima sinceramente cattolico e poi agnostico-ateo, senza tuttavia cadere nell’anticlericalismo. Studiò nelle università di Palermo, Roma e Bonn (in questa città tedesca si laureò con una tesi sul dialetto girgentino); e quindi cominciò ad insegnare nel Magistero Femminile di Roma e nel frattempo tenne una “lectura Dantis” ad Orsanmichele di Firenze. Del suo insegnamento restano anche numerosi saggi pubblicati in giornali, riviste e volumi a sé stanti, i quali rivelano la buona preparazione dello scrittore in materia estetica.

Per incitamento del Capuana scrisse il suo primo romanzo, L’esclusa (storia d’una donna abbandonata dal marito, convinto d’essere stato tradito, e costretta ad una serie d’incomprensioni sociali e altre difficoltà, sebbene innocente). A questo seguì Il turno (in cui una donna giovane sposa un vecchio per averne l’eredità, conserva l’amante che aspetta il suo turno per subentrare come marito e tenta di fare morire il marito, ma poi se ne pente sinceramente). Però fu con il romanzo Il fu Mattia Pascal, subito tradotto in varie lingue, che il Pirandello assurse al ruolo di grande scrittore: con la vicenda d’un uomo “morto” per volontà della moglie, “rinato”, “rimorto” e infine “risorto”, egli manifestava il suo “pirandellismo” che non è soltanto cerebralismo, ma un richiamo dell’attenzione dei lettori e degli spettatori su personaggi e vicende paradossali che purtuttavia esistono. E non minore scalpore suscitò l’altro romanzo Uno, nessuno e centomila, in cui il protagonista è queste tre cose insieme. Nel frattempo, sempre sulla stessa linea, andava pubblicando delle novelle, le quali poi furono raccolte in Novelle per un anno.

Nella sua raccolta di Maschere nude, fra i drammi più noti, più rappresentati e più discussi ci sono: Pensaci, Giacomino!, Liolà, La giara e La patente (dalle omonime novelle, la prima delle quali divenuta anche balletto con musiche d’Alfredo Casella), Il berretto a sonagli (nato in dialetto come A birritta cu’ i ciancianeddi), Così è (se vi pare) in cui s’accentua la discrepanza fra essere e parere, Il piacere dell’onestà, L’uomo, la bestia e la virtù, Tutto per bene, Come prima meglio di prima, La signora Morli una e due, Ma non è una cosa seria, Enrico IV, Sei personaggi in cerca d’autore, commedia da fare (col coinvolgimento del pubblico), Vestire gl’ignudi, L’uomo dal fiore in bocca, Quando si è qualcuno, I giganti della montagna...

Lo scrittore all’occorrenza s’improvvisava sceneggiatore, regista e capocomico, trascorrendo buona parte della sua vita in platea, sul palcoscenico e dietro le quinte. A sua volta il cinema e la televisione hanno preso spunto da parecchie sue opere, trasportandole sugli schermi.

Nella sua lunga attività il Pirandello aveva conosciuto varie personalità della cultura, fra cui il filosofo italiano Adriano Tilgher, mentre subì l’influenza dell’austriaco Sigmund Freud e del tedesco Martin Heidegger, che a volte traspare nei suoi drammi.

Celebrò con entusiasmo l’ottantesimo compleanno del Verga e scrisse la prefazione alla Centona del Martoglio.

Volle essere cremato e inumato in una roccia, sotto un pino della contrada del Caos, accanto alla casa natale e al cospetto del Canale di Sicilia.

Sullo sfondo della sua parabola umana ed artistica si staglia la ciclopica personalità d’un uomo straordinario, che fece dei suoi dubbi, delle sue amarezze e delle sue convinzioni materia d’una grande arte, in cui si mescolano scetticismo e fatalismo, ironia e umorismo, in un intreccio a volte beffardo che sa di tragedia greca.

E ora il nome di Luigi Pirandello, grazie anche al premio “Nobel”, giganteggia in tutto il mondo e reca grande onore all’Italia tutta.

Nino Martoglio (Belpasso, CT, 1870 – Catania 1921) si ricorda non soltanto per le spassose commedie in dialetto siciliano (I civitoti [107 “Gli abitanti del quartiere catanese Civita”] in pretura, S. Giuvanni decullatu [108 “San Giovanni decapitato”.], L’aria del continente, L’arte di Giufà [109 Giufà era uno sciocco della favolistica siciliana.], ecc.) e per la sua raccolta di versi Centona con prefazione del Pirandello, ma anche per la sua opera La Divina Commedia di Don Procopio Ballaccheri, nella quale, seguendo passo passo il poema sacro di Dante, collocò nell’Inferno personaggi di primo piano della Catania del suo tempo, fra cui il politico Giuseppe De Felice e il poeta Mario Rapisardi. Quest’opera maccheronica uscì a puntate su un giornale catanese, ma poi fu raccolta e ripubblicata da Salvatore Calleri. La godibilità delle opere del Martoglio nasce non soltanto dalle situazioni obiettivamente comiche, ma anche e maggiormente dall’impasto linguistico da lui escogitato, che è un dialetto italianizzato da analfabeti, con soluzioni quanto mai grottesche e ridicole.

Grazia Deledda (Nuoro 1871 – Roma 1936), premio “Nobel” per la letteratura, fu una scrittrice che onorò la Sardegna e l’Italia. Poiché i pregiudizi locali non consentivano che le ragazze potessero andare a scuola, studiò privatamente con l’aiuto d’un professore. Subito cominciò a manifestare la sua vocazione alla creatività artistica, pubblicando poesie e novelle in alcuni giornali. Quando sposò un funzionario ministeriale e si trasferì a Roma, ebbe l’occasione d’incontrare altri letterati, che la incoraggiarono. Le sue opere sono tutte ispirate ad una Sardegna primitiva e rustica, fra sentimenti e comportamenti ancestrali, in cui dominano l’amore, la gelosia, la colpa e la fatalità. Nacquero così opere famose come Elias Portolu, Cenere, L’edera, Canne al vento, Marianna Sirca, La madre, Cosima, ecc., a cui hanno attinto a piene mani il cinema e la televisione. I suoi personaggi sono scultorei e spesso si trascinano in una vita dolorante, sublimata nella saggezza degli anziani; e le sue pagine sono intrise di tradizioni e di tutto ciò che allora si chiamava colore locale, rendendo viva la descrizione della Sardegna più autentica: infatti scopo principale del suo voler eccellere era quello di far conoscere e amare la sua regione, e in ciò lei s’impegnò attivamente. A volte lei manifesta una certa solitudine, che tuttavia è non alterigia (cioè arroccamento su posizioni di superiorità) e neanche isolamento dalla realtà, ma occasione di riflessione in vista delle mete da raggiungere. Apprezzata dai grandi scrittori del suo tempo e di dopo (Capuana, Verga, Bonghi, Pancrazi, Serra, ecc.), per non parlare dei più quotati compilatori di storie e antologie letterarie (Momigliano, Flora, Sapegno, ecc.), solitamente viene inquadrata nel Verismo, anche se fu verista senza volerlo, in quanto che la sua attività rivela pure caratteristiche psicologistiche e decadentistiche (cfr. D’Annunzio) e legami col Naturalismo francese e l’Antropologismo russo.

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