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Carmelo Ciccia

La brutta estate del ’43
e antologia di Storie paesane

con note e commenti

1a edizione - 2004 • C.R.E.S. Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania
2a edizione riveduta - 2009 • Literary.it

© Tutti i diritti riservati all’autore

Indice e presentazione

La brutta estate del '43

Antologia di Storie paesane


Indice:

° ° °

Una tragedia

Era l’ultimo giorno dell’anno; e, nonostante che si fosse in tempo di guerra, le strade brulicavano di gente che comunque cercava di fornirsi di qualche regaluccio da presentare in famiglia.

Piovigginava; e la nebbia, che avvolgeva il campanile come se di soppiatto volesse farlo scomparire, non permetteva di vedere tanto lontano, formando così una barriera che solo qualche lenta automobile riusciva a superare coi suoi fari. (1)

L’ora del tramonto era passata col suono festoso dell’angelus; e l’ultima notte dell’anno solo a pochi consentiva di rispettare la tradizione.

In casa Vallesini era stata preparata una festicciola, benché fosse assente il figlio Paolo perché chiamato alla armi, soprattutto per festeggiare il prossimo compleanno della fidanzata di lui.

Quando l’ingegner Vallesini ritornò a casa dal lavoro, tutto era pronto per la festicciola. Un discreto numero d’invitati, tutti parenti, e un’orchestrina allietavano la serata.

L’ingegnere posò i pacchetti comprati e diede l’avvio al ballo, danzando con la futura nuora.

La sala in cui si ballava era piuttosto vasta e per l’occasione era stata addobbata con piante e fiori. Strisce multicolori pendevano dal lampadario ed erano collegate agli angoli della sala. Tutt’intorno girava un festone di palloncini, pure multicolori, fissati a breve distanza l’uno dall’altro sulle pareti. Durante il ballo qualcuno lanciava strisce filanti in alto o in direzione di Clara, la fidanzata del militare assente.

Questa era una graziosa giovane, col viso di un bel colore roseo e di statura regolare. I suoi occhi a mandorla erano castani, dello stesso colore dei capelli. Lei sorrideva a tutti gentilmente, mostrando la sua bella dentatura. Il suo comportamento esprimeva saggezza e serietà; perciò era l’orgoglio dei suoi genitori.

L’ingegnere le si avvicinò, ad un tratto, e la invitò a brindare: “Beviamo — egli disse — a tre cose: all’anno nuovo, al compleanno di Clara e alla prossima fine della guerra, in modo che questi figlioli possano presto coronare il loro sogno d’amore”.

Uno scroscio di mani battute approvò il suo discorso. Si sturarono le bottiglie di spumante e si cominciò a mescere. Il brindisi fu molto semplice: “A Paolo e Clara futuri sposi!”.

La serata si era accesa e tutti erano allegri. Anche l’ingegner Vallesini era allegro: beveva ed era quasi brillo.

Un improvviso ed insistente trillo del campanello suscitò l’attenzione di tutti. La signora Vallesini corse ad aprire, chiedendosi chi potesse essere a quell’ora. Forse qualche invitato, che prima aveva detto di non poter intervenire a causa dei suoi impegni, dopo, liberatosi da questi, voleva partecipare almeno alla fine della festicciola per poter porgere i suoi auguri.

La signora affrettò il passo, fece scivolare il paletto (2), aprì e vide due carabinieri. Subito pensò che il baccano della festa avesse potuto creare disturbo a qualcuno o che la festa stessa fosse vietata in tempo di guerra; e stava per giustificarsi. Ma i due cercavano del signor Vallesini, dovendo parlare con lui personalmente.

Quando venne l’ingegnere, quello dei due carabinieri che sembrava un graduato (3) cominciò a parlare stentatamente, quasi balbettando. Non sapeva da dove cominciare e s’impappinava tutto. Quando riuscì a farsi capire, i coniugi Vallesini intesero che il loro figlio Paolo era morto in battaglia: lo aveva comunicato il ministero della guerra con un dispaccio. Il graduato, come meglio poté, aggiunse le condoglianze sue e quelle del ministro. Poi entrambi salutarono e se ne andarono.

Il festino fu turbato e la gente accorse all’ingresso, richiamata da un urlo della signora, che poi fu trovata distesa e priva di sensi, mentre si udivano voci diverse:

— Che succede?

— Scostatevi. La signora sta male.

— Non è niente.

— Andate a chiamare un medico.

L’orchestra smise di suonare e qualcuno andò a chiamare un medico; il quale, appena arrivato, dopo aver tentato di rianimare la signora, ne constatò il decesso.

L’ingegnere allora cominciò un soliloquio. Malediceva la guerra e chi l’aveva inventata, aumentando sempre più il tono della voce e rovesciando sedie e suppellettili. Continuava a smaniare, ripetendo quasi sempre “Che cos’è la guerra?”, “Chi l’ha fatta?” e “Credeva di giocare una partita a carte?”. Si cercò di placarlo, ma senza riuscirvi. Egli, dopo aver rotto bottiglie e specchi, schiantò il lampadario, mandandolo in frantumi e lasciando la casa al buio. Sicché fu necessario portarlo subito al reparto neuro-psichiatrico dell’ospedale della città.

Una sciagura ne aveva chiamate altre.

S’improvvisò la camera ardente e vi fu composta la salma dell’ancor giovane signora Vallesini.

Clara stava seduta in un angolo; il suo volto pallido era in un atteggiamento di rassegnazione. Tanti la confortavano, ma lei non poteva ascoltarli perché pensava.

Pensava a quel festino diventato tragedia; tragedia di cui essi stessi erano personaggi ed interpreti. Pensava al suo destino infranto, ai suoi sogni spezzati. Quante volte aveva sognato! Sì, aveva sognato, ma i suoi sogni non sarebbero diventati mai più realtà: sarebbero rimasti per sempre sogni.

Che tristi pensieri e che triste realtà! Aveva pensato ad una casa propria, ad una famiglia propria con quello che lei riteneva l’unico uomo degno della sua vita. Ma ora tutto era vano.

In quel momento sentì che doveva dedicarsi a lui per tutta la vita, a lui che aveva tanto amato e che avrebbe dovuto diventare una parte di sé stessa.

Si vide in un monastero, si sentì tagliare i capelli, le sembrò di essere vestita di marrone e di avere un velo bianco in testa. Si vide circondata da suore in coro...

Dio aveva chiamato a sé Paolo e ora chiamava Clara a pregare, votandosi, perché non ci siano più guerre.

° ° °

Una tragedia

Scritta nel 1951, pubblicata in “Il sentimento” di Ravenna del 15.IV.1954 e inclusa nelle due edizioni delle Storie.

Ogni giorno i mezzi di comunicazione di massa portano nelle nostre case notizie di guerre e di lutti da esse provocate, anche a danno di famiglie italiane. Questa storia, dunque, sembrerebbe scritta adesso; e invece è stata scritta più di mezzo secolo fa, da un ragazzo d’allora che la guerra l’aveva subita sulla sua pelle e che da essa è stato determinato a diventare scrittore quando frequentava la prima classe del liceo classico. Per lui la guerra è una tragedia; e al no alla guerra, energicamente gridato sotto forma di maledizione, si sottintende un sì alla pace, che per il ragazzo-scrittore è un’aspirazione grande e profonda per sé e per l’intera umanità.

Forse, nonostante la preoccupante attualità delle tristi vicende qui narrate e del sotteso messaggio, oggi l’alta drammaticità, la semplicità strutturale, la forbitezza lessicale, la chiarezza e la correttezza di un testo del genere potrebbero non essere ritenute autentiche in un autore di appena 17 anni (allora si diventava maggiorenni a 21 anni), né essere comprese e adeguatamente apprezzate da un pubblico aduso ad un nuovo tipo di narrativa; ma si tratta di un autentico documento di stile e di sentimenti di un ragazzo appartenente ad una famiglia estremamente “deprivata”, i cui genitori erano addirittura analfabeti (cfr. alla fine dell’antologia la storia Quasi una favola).

(1) Piovigginava; e la nebbia...: si noti l’attenzione ai particolari descrittivi ed espressivi di questo e di altri brani.

(2) paletto: chiavistello per fermare porte e finestre.

(3) graduato: militare con diritto di comando sui subalterni semplici.

• “Una tragedia [e alcune altre] sono novelle giovanili, piuttosto sentimentali o moralistiche, scritte sotto l’influsso del Manzoni e del De Amicis.” (Barbaro Conti, Carmelo Ciccia scrittore romantico-verista, “La procellaria”, Reggio di Calabria, 4/1978, pag. 208)


La mano del morto

Quella sera mi ero coricato più tardi del solito, perché avevo litigato con mia moglie. Alla luce della lampada notturna mi voltavo di qua e di là, fantasticando mille cose irrealizzabili. Di tanto in tanto sollevavo una mano e la lasciavo cadere da sé, guardando il movimento dell’ombra sulla parete. Per caso paragonai la mia mano con quella di un morto recente, cercando di trovarvi qualcosa di diverso; ma nient’altro vi trovai che questo: la mano del morto non si muove. Io invece potevo ben muovere la mia, sollevarla, batterla sulla parete; e ne facevo la prova.

Poi pensai che per morire non occorrono cento anni; anche trenta sono buoni. Trenta? La mia età! Trasalii per un po’, ma mi dominai osservando che non avevo nessuna malattia.

Infine pensai che per morire non occorre nessuna malattia, né un terremoto o un deragliamento di treni, né un temporale o un investimento automobilistico. Basta anche una paralisi cardiaca e... finis! Uno si corica per dormire o per riposarsi un po’, ed ecco durante il sonno un colpo che fulmina sull’istante, e tutto è finito... Del resto alcuni scienziati sostengono che la morte naturale non produce dolore. Si può morire, quindi, senza neanche avere il tempo e il modo di avvertire la propria moglie che giace sull’altra sponda del letto.

Guardai quella mano e con moto naturale tentai di portarla in alto, come prima. Non vi riuscii...

Ora nella stanza s’era fatto buio.

Rifeci l’esperimento una e un’altra volta ancora, ma tutto era inutile, poiché la mano non si muoveva. Poi mi rassegnai.

Indubbiamente ero morto.

* * *

Povero me! E chi poteva mai immaginarlo? Un ragioniere pieno di vita com’ero io, a trent’anni, morire improvvisamente... Addio, dunque, speranze e illusioni: ormai tutto era finito! Sperare e illudersi invano, finché viene la morte e spazza tutto... Le avevo sentito dire tante volte queste cose; ma quando c’è la vita nessuno ne tiene conto. Solo ora che ero morto potevo afferrarne la verità.

Passai subito in rassegna tutti i piani che avevo per il futuro: l’ammodernamento della casa, la macchina fuori serie, la televisione. Ma ormai che m’importava di queste cose se ero già morto? Dopo di me il diluvio, tanto non mi sarei bagnato.

La prima ad accorgersi della mia morte fu, naturalmente, mia moglie. Dopo il primo svenimento di rito, cominciò a gridare come un’ossessa finché quella stanza non si riempì di vicini; alcuni dei quali andarono a chiamare un medico, che constatò (1) il decesso; altri corsero dai parenti; altri ancora dal fioraio, in tipografia, in chiesa, al municipio e altrove.

Quando mi ebbero vestito e messo al centro della stanza con quattro candele attorno, cominciò la festa dei ragazzi: venivano, guardavano e scappavano. Alcuni addirittura battevano le mani, gridando: “Evviva il morto!” (2). I visitatori invece erano coscienti; alcuni si segnavano entrando e recitavano qualche preghiera per la pace dell’anima mia, altri si fermavano a fare due chiacchiere d’occasione.

— E com’è stato?

— È morto improvvisamente.

— Dunque, non c’è stato nessun soccorso?

— No, affatto.

— Poveretto!

Uno di essi leggeva sui giornali gli annunci:

__________________________________

Stanotte spegnevasi (1) improvvisamente
all’età di trent’anni il
rag. SISTO BARBARO
Affranti dal dolore ne danno il triste annunzio
la moglie e i parenti tutti.
I funerali avranno luogo alle ore 16.
Non fiori ma opere di bene.

__________________________________

Il sindaco e il personale partecipano la dipartita (1) del
rag. SISTO BARBARO
avvenuta improvvisamente stanotte.

__________________________________

L’Associazione Cittadina “Concordia e Pace”
partecipa con vivo dolore la perdita
del suo Presidente,
rag. SISTO BARBARO

__________________________________

Finalmente venne l’ora dei funerali. Mi misero nella cassa e poi sul carro funebre. Precedevano le corone di fiori e il clero: seguiva un corteo numerosissimo con diverse bandiere. La campana della parrocchia suonava il mortorio (3). I negozi abbassavano le saracinesche e i passanti si scoprivano: come per tutti i morti. Davanti al cancello del cimitero i soliti discorsi: prima quello del sindaco, poi quello del vice-presidente dell’Associazione Cittadina Concordia e Pace. Le solite cose che avevo udito in tutti i necrologi: “Uomo onestissimo, amante della famiglia e del lavoro. La disgrazia ha colpito tutta la cittadinanza. Non troveremo un altro impiegato fedele come lui” ecc. ecc.

Certo, non avrei mai immaginato che il sindaco dovesse recitarmi il necrologio; settanta contro trenta: eppure era proprio lui, con quel pancione in avanti e il naso all’insù, presente a tutti i funerali, nonostante i suoi settant’anni, col suo bravo discorsetto sempre pronto.

Dopo di che, il corteo si sciolse e ognuno ritornò ai suoi affari, alla sua famiglia, alla sua vita (4). Vidi per l’ultima volta mia moglie, coperta di gramaglie, smunta dal dolore e bagnata di lacrime; si aggrappava al cancello, perché non aveva la forza di stare in piedi, e quando la sorreggevano urlava che voleva buttarsi nel burrone. Poveretta! Se in primo tempo fui indifferente di fronte a quelle manifestazioni di dolore, forse per quella lite della sera precedente, ora ero pieno di compassione.

Il cancello si chiuse stridendo dietro di me; e io, il morto, solo allora mi ricordai ch’era giunto il momento di fare i conti con l’eternità. Allora capii che ero stato un cattivo ragioniere, e perciò un terrore mai provato s’impossessò di me.

La compassione e il terrore mi vinsero, e mi svegliai. La lampada era ancora accesa, e alla sua fioca luce sollevai la mano: ero vivo!!!

Subito mi colpì il respiro di mia moglie. Non gramaglie, né gemiti, né lacrime; essa giaceva scomposta accanto a me, il volto roseo, la bocca leggermente socchiusa, il seno ad intervalli proteso in alto.

Guardando quella donna che apparteneva a me, credetti di scorgere in lei il simbolo della vita. Ed io che avevo bisogno di vita, alla quale aggrapparmi, mi aggrappai a lei. Sentivo di amarla come mai, perché solo allora capivo che era un tesoro, di cui prima non avevo scoperto il valore.

* * *

Più tardi mi alzai per andare al consueto lavoro. Rividi i colleghi e il sindaco, e nel mio ufficio trovai una catasta di pratiche da sbrigare. M’immersi nel lavoro e dimenticai il malaugurato sogno. Cercavo la vita, e la vita mi aveva ripreso nel suo vortice (5).

° ° °

La mano del morto

Scritta nel 1955 (molti anni prima che lo scrittore si sposasse, e quindi non autobiografica), segnalata al premio “Picchi” di Napoli nel 1959, inclusa nelle due edizioni delle Storie.

Pirandello ha insegnato qualcosa allo scrittore, che in questa e in altre storie ne evoca assurdi e paradossi. Quante volte sentiamo dire che è morto qualcuno, quante volte viviamo il dramma della morte di qualche persona cara! Eppure, la morte riguarda altri; finora, finché viviamo, la morte è una cosa che riguarda gli altri, non noi. Anche se grande è il nostro compianto, noi siamo vivi: sono gli altri che muoiono. Noi assistiamo ai consueti riti funebri e possiamo compiangere.

Invece il rag. Sisto Barbaro muore, è lui che muore, si accorge di esser morto, assiste ai soliti riti funebri, che però stavolta riguardano lui stesso, e si compiange...

C’è quasi un sadico compiacimento del morto-vivo in quel rituale macabro: la vestizione del cadavere, le candele attorno alla bara, gli annunci sui giornali, corone di fiori, bandiere, campane a morto, funerale, discorsi, cimitero, cancello che stride... Tutte cose che vediamo e sentiamo spesso, con maggiore o minore indifferenza perché riguardano gli altri. “E invece stavolta il morto sono proprio io, incredibilmente...” pare che dica il bravo impiegato comunale; perché “il corteo si sciolse e ognuno ritornò ai suoi affari, alla sua famiglia, alla sua vita”.

Pirandellismo o no, questa storia offre tanti spunti per riflettere: “in fondo la vita e la morte sono proprio così, per tutti, compreso me”.

(1) constatò il decesso, spegnevasi, dipartita: gergo burocratico e funerario.

(2) “Evviva il morto!”: l’innocente grido dei ragazzi è una contraddizione in termini (come può vivere un morto?), ma rappresenta una voluta nota di gaiezza e di spensieratezza in mezzo a tanta mestizia, un incontro-scontro fra la vita e la morte.

(3) mortòrio: in Sicilia è un tipico suono di campane fatto per annunciare la morte di qualcuno, per accompagnare il passaggio del corteo e durante le cerimonie funebri.

(4) alla sua vita: solo il morto non può tornare alla vita.

(5) cercavo la vita e la vita...: c’è nella chiusa una rivincita della vita sulla morte (si noti la ripetizione della parola vita), sicché anche il lettore alla fine emette un sospiro di sollievo.

• Questa storia “si snoda fra verismo, umorismo e autoironia. Efficaci alcuni infiniti presenti descrittivi ed esclamativi: ‘Un ragioniere pieno di vita com’ero io, a trent’anni, morire improvvisamente... Sperare e illudersi invano’.” (B. Conti, saggio cit., pag. 209)


Incartatrici

Quand’ero ragazzo, mio padre mi conduceva spesso in campagna per farmi svagare. Io ero assai timido; e in inverno mi accontentavo di fermarmi davanti al magazzino per assistere al deposito delle arance raccolte. Gli operai mi volevano bene tutti; e fra una cassetta e un’altra mi davano qualche arancia o si fermavano a farmi qualche carezza quando non c’era il caposquadra pronto a sgridarli. Ma se le giornate erano piovose o faceva troppo freddo, mio padre non mi permetteva di stare fuori; e perciò ero costretto ad entrare nei magazzini, sebbene i miei occhi si adattassero malvolentieri alla luce artificiale che illuminava quei vastissimi locali.

Nei magazzini lavoravano quasi soltanto donne. Il loro lavoro consisteva nel prendere le arance da un gran mucchio, pulirle, incartarle e deporle in certe madie che, appena colme, venivano subito sostituite da alcuni operai. Questo lavoro era fatto meccanicamente: trascorrevano pochi secondi da quando le incartatrici prendevano le arance a quando le avvolgevano con la carta velina variopinta; e anche le madie si riempivano in breve tempo; però i mucchi erano sempre alti, perché i panierai venivano a scaricare continuamente altre arance, in un perenne frastuono di casse, madie e panieri gettati a terra, di carri e autocarri, di uomini che vociavano e di donne che cantavano.

Ogni donna aveva il suo mucchio e la sua madia. Io andavo accostandomi ad ognuna di loro, mi fermavo a guardare quello strano lavoro e mi chiedevo perché dovessero incartare le arance dal momento che, per mangiarle, occorreva poi strappare quella carta. Conoscevo di nome quasi tutte le incartatrici: Maruzza, Anna, Barbara, Rosa, Nedda, Giulia... Spesso mi mettevo a chiacchierare con loro o imparavo le loro canzoni; qualche volta, anzi, dopo esserne stato sollecitato, ne cominciavo io qualcuna:

La primavera arriva,
caldo comincia a fare...

— Che bravo giovanotto! — mi disse un’incartatrice una volta che mi ero infervorato di più. Io diventai rosso come un peperone e scappai fuori. Mi parve, però, di non aver mai visto quella donna; e, appena fui calmo, entrai di nuovo e sostai accanto a lei.

— Canti bene! — riprese lei. Io arrossii di nuovo, ma stavolta non scappai; anzi le domandai subito: — Come ti chiami?

— Elena — mi rispose.

— Ma non sei di Paternò.

— No, sono di Aci (1).

— Per questo non ti ho mai vista!

Il dialogo sembrava essere finito qui, e lei riprese con lena il suo lavoro. Io guardavo incuriosito quelle mani che andavano e venivano e ogni particolare del suo corpo; e quella donna mi sembrava diversa dalle altre incartatrici, non dimostrava la loro rudezza. Se ne stava quasi sempre appartata e non cantava mai. I suoi occhi, poi, avevano qualcosa di veramente strano; e nel corso della giornata, anche quando fuori guardavo i tagliapeduncoli seduti su quelle sedie nane (2) che altre volte mi facevano sorridere, mi fecero pensare a lei.

L’indomani andai subito da lei e le chiesi il permesso di aiutarla. Pensavo che in lei dovesse esserci qualche mistero. Lei fu molto gentile, mi accarezzò e mi permise di sedermi accanto a sé, su una cassa. Avvolgevo lentamente qualche arancia e la buttavo nella madia.

— A me le arance piacciono senza carta e con le foglioline — dissi per attaccare discorso. Poi aggiunsi: — Ma se sei di Aci, perché vieni a lavorare così lontano?

— Perché al mio paese non posso trovare lavoro — rispose.

— Sei sposata?

— No.

— E perché non ti sposi? Potresti evitare di lavorare (3).

— Gli uomini non mi vogliono.

Mi chinai sul mucchio e dopo un po’ di silenzio ripresi:

— Non capisco perché gli uomini non ti vogliono.

— Dicono che sono una donna cattiva.

— Cattiva? E che fai? bestemmi o hai rubato? hai forse ucciso qualcuno?

Elena si limitò a fare un cenno negativo col capo, continuando il suo lavoro.

Mi sembrava strana quella donna che gli uomini dicevano cattiva e non volevano sposare, mentre secondo me era buona e bella. Mi piaceva ogni giorno di più restare a chiacchierare con lei, sentirla descrivere il suo paese, parlare delle chiese, delle case e delle persone di quello che per me era un altro mondo. Io le parlavo di me, del mio paese, dei premi che prendevo a scuola, del mio compagno di banco, del cagnolino che stavo allevando. E lei mi piaceva quando parlava e quando rideva: mi piaceva in modo particolare quando mi accarezzava diversamente dalle altre operaie, con la sua mano fine, che mi suscitava sensazioni mai provate. Poi, quando mi guardava, mi pareva di scorgere nei suoi occhi verdi qualcosa d’indefinito, come quando mio padre mi portava a vedere il mare di Catania (4) e il mio sguardo si perdeva nell’infinito.

Ero felice. Sognavo di lei e di baciare quegli occhi, ma sapevo che era una cosa proibita e rabbrividivo al pensiero che lei o qualche altro potesse immaginarlo.

Ma una mattina Elena non venne al lavoro. Ne chiesi alle altre donne, che però non sapevano nulla al riguardo. La sera, mentre con mio padre tornavo a casa sul carretto (5), domandai a lui perché quell’operaia di Aci non fosse venuta.

— È stata scacciata — mi rispose — perché si è saputo che era una donna cattiva.

Non dissi altro a mio padre. A casa non riuscii ad addormentarmi quella sera, pensando a Elena e ai suoi occhi verdi che avevo sognato di baciare. E nel calduccio del mio letto piansi nascostamente.

° ° °

Incartatrici

Scritta nel 1956, 4^ classificata al premio “Misasi” di Guardia Piemontese Terme nel 1958, pubblicata in “Calabria letteraria” (Longobardi) di sett.-ott. 1958, inserita in un ciclo d’incontri sulla condizione femminile organizzato dalla scuola media “Dusmet” di Nicolosi (CT), inclusa nelle due edizioni delle Storie, nelle Histoires, in 20 Racconti e in Internet.

Il favoloso mondo dell’infanzia ha ispirato questa storia, che sembra essere attinta alla realtà, almeno in buona parte.

Paternò — come si sa — coi bei “giardini” che l’attorniano è città degli agrumi: arance di tante specialità (tarocco, moro, sanguinello, biondo, zuccherino, ovale, ecc.) e poi mandarini e mandaranci. Il territorio perciò è sede di numerose ditte operanti in questo settore, nel quale le incartatrici, nonostante il progresso dei macchinari, continuano ad esistere. Ed è a queste incartatrici, spesso umili ragazze, che lo scrittore rivolge il suo interesse, in particolare ad una, Elena, per la quale l’io-narrante comincia a provare i primi turbamenti dell’adolescenza.

Per questo ragazzo innocente la cattiveria consiste solo nel bestemmiare, nel rubare e nell’uccidere. Egli non sa che è cattiveria anche lo scacciare dal lavoro una donna che può avere sbagliato, ma che ora mostra chiaramente di volersi redimere proprio col lavoro, e con un lavoro umile e pesante, ma onesto.

Che poesia negli occhi di Elena, che poesia dell’infinito! Come quella che si può provare al cospetto del mare. Inconsciamente questo ragazzo vorrebbe entrare nel mistero di Elena, penetrare nel fondo del suo infinito e gustare quella poesia che è in esso. Ma lei è scacciata, e a lui non resta che tenere per sé, nascostamente e pudicamente, il suo dolore e il suo pianto, che altro non sono se non il segno di un’occasione mancata di cominciare a diventare uomo.

Una vicenda simile a questa era stata evocata da Guido Gozzano nella poesia “Cocotte” dei suoi Colloqui.

(1) Aci: in provincia di Catania esistono vari Aci; probabilmente qui si tratta di Acireale.

(2) sedie nane: perlopiù fatte di fèrula, erano sgabelli bassissimi ad uso esclusivo degli operai che tagliavano i peduncoli delle arance appena raccolte.

(3) potresti evitare di lavorare: in Sicilia a quei tempi il lavoro retribuito era competenza pressoché esclusiva dei maschi.

(4) a vedere il mare di Catania: avvenimento importante per chi, abitante nell’entroterra, non aveva frequente occasione di vedere il mare, che qui è il mare Ionio. Ma c’è anche l’ansia d’infinito dell’io narrante.

(5) carretto: tipico mezzo di trasporto siciliano, specialmente nell’agricoltura; un carro a due ruote, tutto dipinto con scene del ciclo carolingio e con scritte varie, tirato da un cavallo o mulo o asino. Quasi completamente sparito dalla circolazione, perché sostituito dagli automezzi, ora se ne vede qualche esemplare nei musei o nelle sfilate folcloristiche.

• “Le donne di Ciccia, esseri non certo deboli ma rassegnati al loro destino, vivono, talvolta a mala pena, spesso rafforzate dall’insorgere di vaghe speranze, un’esistenza all’insegna della sopportazione. Elena, incartatrice di arance che viene cacciata dal lavoro perché ‘era una donna cattiva’, mentre agli occhi del giovane io-narrante appare ‘buona e bella’, è la protagonista silenziosa di Incartatrici.” (Annalisa Bottacin, “Gazzetta di Parma”, 1.XI.1978, pag. 3)

• “La novella, soffusa di grazia, è notevole per i sentimenti e per l’introspezione psicologica.” (B. Conti, saggio cit., pag. 209)

• “Carica di realismo e che descrive appieno i principi gretti paesani è la novella ‘Incartatrici’ dove un fanciullo si chiede invano perché una donna che lui giudica bella e buona sia scacciata dagli uomini e non le viene permesso di lavorare onestamente.” (Maria Luisa Santanoceto, “Il diario di Catania”, 28.III.1979)


Barbarella la tedesca

Donna (1) Serafina guardava spesso sua figlia con particolare trasporto e sospirava. Barbarella si era fatta grande, ormai, sebbene avesse solo sedici anni, ed era tempo di procurarle un marito. A volte, si sa, le ragazze crescono presto e le loro mamme non vedono l’ora di maritarle. Questo era proprio il caso di Barbarella, la quale, cresciuta rapidamente sotto gli occhi della madre, che la covava (2), si era fatta una gran bella donna, con tanto di petto prorompente e certe gambacce belle e sode che facevano venire la voglia di pizzicarle a Filadelfio, il garzone del mulino. Ma a lei non gliene importava niente di Filadelfio; e non gliene importava neanche di suo padre, il quale, poiché non aveva altri figli, voleva che lei sposasse il garzone, affinché il suo mulino andasse in buone mani.

Don (1) Santo era un uomo rude: aveva lavorato tutta la vita per arrivare a quella posizione, e ora voleva mantenerla a tutti i costi. Aveva cominciato il suo mestiere facendo il garzone anche lui nel mulino di Turi Scapa, ai tempi della guerra (3). Brutti tempi, quelli; ma don Santo aveva saputo mantenersi a galla, con l’aiuto dei soldati tedeschi alloggiati nelle vicinanze.

Donna Serafina ai tempi della guerra era bellissima: si era sposata da poco con don Santo, che la portava a spasso come una madonna (4) e se ne vantava con tutti, anche con i tedeschi. Fu per questo che essi si affezionarono a lui e a sua moglie. Egli passava la santa giornata a rimestare grano e farina e lei riceveva le visite dei tedeschi.

Una volta Turi Scapa glielo disse: — Sta’ attento, ché tua moglie dà troppa confidenza ai tedeschi, con la scusa d’impastare il pane per loro — . Santo, a cui non era piaciuto il discorso, qualche giorno dopo lo fece cadere tra le macchine; e poi, con l’aiuto dei tedeschi, dimostrò che si era trattato di una disgrazia, impossessandosi del mulino in base ad un documento falso che lo dichiarava consocio.

Donna Serafina continuò ad impastare il pane per i tedeschi. Quando poi nacque Barbarella, una vicina maligna insinuò subito che era nata la tedesca. La ragazza era cresciuta alla svelta, coccolata e viziata dai genitori, che non le facevano mancare mai niente. La madre sognava grandi cose per lei: sognava di vederla sposa di un professionista: un avvocato, per esempio, o un medico. Don Santo, però, era contrario a questi progetti. — Ma che cosa vai pensando! — le disse una volta. — Vorresti cercare un professionista? un mangiacarte, che scialerebbe alle nostre spalle, portando alla deriva l’azienda? Ci vuole un operaio per noi: Filadelfio, il garzone. Anch’io cominciai da garzone: ed eccomi a questo stato.

Barbarella, però, non voleva sentire parlare di Filadelfio: farina sul letto non ne voleva. E poiché i professionisti non la guardavano perché sapevano che era tedesca, la poveraccia si accontentava di farsi ammirare da Luigino, quello che suonava il trombone il giorno ventotto di ogni mese, davanti agli altarini eretti in onore di santa Barbara a ricordo della protezione ricevuta durante il terremoto del 1908.

Luigino era un ragazzaccio (5) di diciott’anni, circa; ma sapeva suonare così bene il trombone che il direttore del complessino bandistico lo aveva subito assunto per il “ventotto”.

Don Santo era devoto di santa Barbara e aveva anche lui sulla facciata della casa una statuetta della Santa, a cui faceva suonare il “ventotto”. Allora Barbarella si affacciava dal balconcino, con la veste scampanata di seta; e Luigino ammirava le sue gambacce belle e sode. Se Filadelfio aveva avuto la voglia di pizzicare quelle gambe, Luigino gliele pizzicava davvero con quel trombone che saliva, scendeva e risaliva, raggiungendo anche le inferriate del balconcino, che non era tanto alto.

Peccato che il “ventotto” fosse una volta al mese! Quella era per lei l’unica occasione di vedere Luigino. Barbarella lo guardava dal balconcino mentre lui suonava: ogni pum pum del trombone se lo sentiva rintronare nello stomaco; ed era una delizia. Fortunatamente venne la novena di Natale (6), e poté vederlo ogni giorno. Donna Serafina, infatti, era devota del Bambino Gesù; perciò aveva collocato un quadro della Natività accanto alla statuetta di santa Barbara e vi faceva suonare e cantare le canzoncine natalizie.

L’ultimo giorno della novena i suonatori avevano fretta e facevano durare di meno l’esecuzione. Il fuochista sparava a casaccio quattro petardi, senza aspettare i momenti convenzionali, e il cantore concludeva la litania, dopo averla accorciata, con le tradizionali parole:

Dateci l’omaggio
di ceci e di fave
con vino e formaggio:
ora pro nobis!

Anche donna Serafina aveva preparato un piccolo trattamento per i suonatori; ma invece di ceci, fave e formaggio, come voleva l’antica tradizione, offrì loro dolci e liquori di buona marca. Intanto, mentre lei badava al servizio, Barbarella discuteva con Luigino. Sua madre la rimproverò, poi, quando se ne furono andati i suonatori, perché aveva dato troppa importanza a quel ragazzaccio occhialuto: santa Barbara doveva fargliela la grazia di farle trovare un professionista per sua figlia!

Ma la ragazza sapeva il fatto suo, e santa Barbara la grazia non volle farla: del resto, meglio un ragazzaccio occhialuto oggi che un professionista chissà quando. Dopo Natale, infatti, Barbarella scappò con Luigino (7) e se lo portò per qualche giorno in campagna, in un vecchio mulino abbandonato di suo padre.

Don Santo allora montò su tutte le furie, e se la prendeva con donna Serafina che non aveva saputo educare sua figlia. Da parte sua donna Serafina mostrava indignazione per l’oltraggioso gesto di sua figlia: smaniava con le vicine e giurava che non l’avrebbe riconosciuta più per figlia. Questo, proprio, non se lo meritava, dopo tutto il bene che le aveva voluto e i sogni che aveva alimentato per lei. Arrivò perfino a mettere il lutto sulla porta, a significare che sua figlia era morta.

Ma il sangue non è acqua (8); e, appena la figlia tornò a casa, pallida, stanca e con gli occhi infossati, tanto che non si riconosceva più, i genitori si calmarono. Bastò solo che Barbarella si umiliasse a chiedere perdono, inginocchiandosi davanti a suo padre e baciandogli la mano (9).

Luigino fu ammesso nella famiglia e si assicurò l’avvenire senza andare a suonare il trombone ogni mese. Barbarella, dal canto suo, ebbe così un marito, ché altrimenti forse non l’avrebbe trovato, essendo tedesca.

° ° °

Barbarella la tedesca

Scritta nel 1959, segnalata al premio “Ciclope d’argento” di Acireale nel 1972, 5^ classificata al premio “Ungaretti” di Roma nel 1973, inclusa nelle Storie del 1977 e nelle Histoires.

Appare in questa storia un personaggio, don Santo, che ritornerà in un’altra storia, intitolata Santo, ricco e fortunato. È un personaggio rozzo, malvagio e falsamente devoto. La moglie è una figura piuttosto scialba. La figlia Barbarella deve fare i conti con quest’ambiente, ma alla fine la spunta con una “ribellione” che rientra anch’essa nei canoni sociali del luogo e del tempo.

Lo scrittore approfitta di questa vicenda per fare una scorribanda fra certe usanze e tradizioni.

(1) Donna, don: titoli di un certo prestigio, che provengono dalla dominazione spagnola, superiori a gnà (per le donne) e a gnù, mastro e massaro (per gli uomini).

(2) covava: come una chioccia che fa sviluppare i pulcini.

(3) guerra: la seconda mondiale.

(4) come una madonna: si allude alle processioni religiose, con statue cariche d’ori e d’altri preziosi.

(5) ragazzaccio: si allude più ad una dote fisica (malmesso, malvestito, poveraccio) che ad una morale.

(6) novena di Natale: si cantava e pregava anche davanti agli altarini esterni, posti sulle facciate delle case. Spesso c’era il suono della ciaramella o di un complessino, e veniva chiamato anche un fuochista per lo sparo di bombe.

(7) scappò con Luigino: è la classica fuga d’amore allora molto diffusa in Sicilia per costringere i genitori a dare l’assenso al matrimonio in caso di loro opposizione. Tale fuga a volte presso famiglie povere avveniva al solo scopo di evitare cerimonie dispendiose, che l’usanza non ammetteva per i “fuggitivi”, in quanto che, andando a convivere prima delle nozze, erano pubblici peccatori.

(8) il sangue non è acqua: è forte il richiamo dell’amore materno.

(9) baciandogli la mano: gesto allora frequente, ma obbligatorio in caso di fuga d’amore, per rimediare alla “ribellione” ai genitori che la fuga rappresentava.

• “Barbarella la tedesca, marcatamente verghiana per il clima e per l’ambiente, procede in un misto di profano e di sacro. Si noti l’uso doppio o pleonastico di pronomi, che ci riconduce a certe inflessioni verghiane e alla parlata popolare: ‘Ma a lei non gliene importava niente di Filadelfio; e non gliene importava neanche di suo padre’.” (B. Conti, saggio cit., pag. 210)


Notte dei morti

Tuccio era un bambino cattivo e malizioso: non voleva assolutamente credere che i Morti potessero alzarsi dalle loro tombe, uscire dalle fessure delle lapidi e andare in giro per le città, carichi di doni da portare ai bambini buoni.

— Vedi quei buchi? — gli disse sua madre il pomeriggio del I° novembre, mentre visitavano il cimitero. — È proprio di là che escono i Morti per fornirsi dei regali che i bambini buoni avranno stanotte.

— Io non ci credo — sentenziò Tuccio da piccolo superuomo. — Io non posso credere che i Morti escano dai buchi e vadano in giro come tanti sonnambuli. Io sono un ragazzo intelligente, e queste storielle non vanno più per me. Perché non mi dai subito, anche stasera, i regali che hai comprato per me e che tieni nascosti per la sorpresa di domani?

Allora, quella notte, mentre Pierino e gli altri bambini poveri dormivano serenamente, in attesa che i Morti lasciassero nella cartella accanto a loro mele, castagne abbrustolite e qualche maglione che li riparasse dall’imminente freddo, il Genio del sonno prese Tuccio dal suo morbido lettino (1) e lo condusse verso il mulino grande. Qui il bambino vide un contadino che sferzava un asinello caduto sotto il peso di parecchi sacchi di farina. L’asino non voleva alzarsi. Passarono per caso due individui vestiti di bianco, i quali si offrirono di aiutare quel contadino. Uno di essi afferrò l’asino per la coda e l’altro per la testa; ma, per quanti sforzi facessero, essi non riuscirono a muovere d’un millimetro quell’animale. A questo punto il contadino esclamò: “Che non ne avete forza? Sembrate proprio morti!”. Allora i due individui scomparvero immediatamente. “Signore, perdonatemi — sussurrò quello; — erano veramente anime dei morti...”.

Poi il Genio del sonno condusse Tuccio sotto l’immensa scalinata della matrice (2), la quale formicolava di individui vestiti di bianco, come quelli visti prima. Essi scendevano salmodiando e si dirigevano verso la città. Un uomo si avvicinò ad alcuni gruppi e chiese se avessero visto suo padre; e tutti sempre rispondevano in coro, come il ritornello di un canto funebre: “Appresso, appresso viene tuo pà!”. Quell’uomo saliva la scala e quegli individui scendevano, rispondendo sempre la stessa cosa. Allora egli giunse davanti al cancello del cimitero, entrò e non si vide uscirne più.

Quando la processione era terminata da un pezzo, passò per quella strada una donna avvolta in uno scialle nero e il Genio del sonno fece in modo che Tuccio potesse leggere nel suo pensiero. Egli seppe allora che la sera precedente una comare di quella donna aveva promesso a lei che sarebbe andata a chiamarla all’alba, per andare insieme alla prima Messa della giornata. Quella donna non aveva potuto dormire; e ad un certo punto aveva aperto una finestra per guardare il cielo (3) e vedere quanto ci volesse ancora per l’alba. Ma il chiarore della luna piena le aveva dato l’impressione che il giorno fosse vicino e che sua comare avesse dimenticato di chiamarla. Essa quindi aveva preso il suo scialle nero e si era avviata verso la chiesetta di san Giacomo.

Allora il Genio del sonno condusse Tuccio sulle orme di quella donna, verso la chiesetta di san Giacomo, ai piedi della collina del cimitero. Quando giunsero, la Messa era già in corso e la chiesetta era gremita di fedeli vestiti di bianco. Alla Comunione, anche lei si accostò all’altare ed ebbe, come tutti gli altri, il Sacramento e una focaccia. Dopo, uscì dalla chiesetta e si avviò verso casa. Ma mentre passava davanti alla matrice, un suono colpì la sua attenzione: una campanella scandiva dei tocchi. Ne contò una sessantina, accelerando sempre più il passo. Cento tocchi erano scoccati, quando infilò la chiave nella toppa della sua casa. “Bella Madre Santissima, — gridò terrorizzata — il cento (4)! Dunque è mezzanotte e io sono stata alla Messa dei Morti!”. Si strinse al petto la focaccia che portava e si chiuse in casa.

A questo punto il Genio del sonno riportò Tuccio nel suo morbido lettino.

L’indomani, appena sveglio, egli trovò accanto un biglietto, sul quale era scritto: “Per i bambini cattivi non abbiamo doni. I Morti”. La scrittura gli sembrava della mamma, ma non ci fece caso.

— Mamma, — le disse appena alzatosi — io ho visto i Morti stanotte.

— Ma che dici mai!? — esclamò lei incuriosita.

E Tuccio raccontò tutto quello che aveva visto, per filo e per segno, senza dimenticare nulla: parlò dell’asino caduto, della processione di anime e della Messa di mezzanotte. Sua madre capì allora che lui era diventato buono e si commosse.

— Vieni — gli disse, conducendolo nella camera grande; — i Morti hanno dato a me i regali che erano preparati per te. Vieni a prenderli, perché non saprei che farmene.

Così Tuccio anche quell’anno ebbe in regalo dai Morti le squisite “ossa di morto” (5) e tanti giocattoli. Ma Pierino e gli altri bambini poveri ebbero soltanto frutta e qualche maglione di lana o la cartella della scuola (6). Essi avevano dormito serenamente quella notte e non avevano aperto gli occhi neanche quando avevano sentito un certo rumore accanto al guanciale. Infatti sapevano che, se avessero aperto gli occhi in quel momento, i Morti li avrebbero punzecchiati con i loro spilli o li avrebbero cosparsi di cenere.

° ° °

Notte dei morti

Scritta nel 1959, pubblicata in “Il santuario di Maria SS. della Consolazione” (Paternò) di nov. 1978 e nov. 1981 (riduzione), inclusa nelle due edizioni delle Storie, nelle Histoires e in 20 Racconti.

Paese che vai, usanza che trovi — dice il proverbio. Chi porta doni ai bambini buoni? In certe regioni san Nicolò, in altre santa Lucia, in altre ancora il Bambinello Gesù o Babbo Natale o la Befana o Babbo Gelo... Non c’è da meravigliarsi, dunque, se in Sicilia sono proprio i Morti. Attenzione, però: i bambini non devono essere smaliziati, come Tuccio, e non devono aprire gli occhi quando sentiranno un piccolo rumore accanto al loro letto, la notte del I° novembre; altrimenti i Morti punzecchieranno proprio gli occhi coi loro spilli, o glieli cospargeranno di cenere.

È, questa, un’usanza che tende ad inculcare nei bambini il culto per i propri cari defunti, i quali così potranno guadagnare qualche prece in più o una maggiore “corrispondenza d’amorosi sensi”, lungi dal suscitare macabri pensieri. Del resto è accertato che analoghe usanze esistono non solo in tutta l’Italia Meridionale e Centrale, ma anche in Piemonte, nel Trentino, nel Friuli Orientale e in Istria. Credenza comune è che a mezzanotte del I° novembre i morti si alzino dai loro sepolcri per recarsi alle loro case d’un tempo; e per questo i vivi o lasciano le porte aperte o preparano cibi anche per i defunti (naturalmente si tratta di cibi particolari, raffinati o caratteristici o di stagione, come le castagne). E i Morti in cambio portano doni, andando in giro con bianche lenzuola addosso, per rientrare nei sepolcri prima dell’alba, magari dopo avere assistito a qualche messa. (Vedi Domenico Lo Curlo, I “morti” in Sicilia, “La tecnica della scuola”, Catania, 25.X.1979, pag. 14; l’autore è morto anche lui poco dopo aver pubblicato questo saggio.)

In questa storia, che ricorda un po’ la novella verghiana La festa dei Morti e in cui il personaggio di Tuccio fa da tramite, sono esposte le suddette tradizioni e inoltre alcune leggende di Paternò relative alla notte dei Morti: quella dell’asino caduto; quella della processione dei Morti vestiti di bianco e salmodianti lungo la scalinata della matrice, ai quali un vivo chiede se avessero visto suo padre, salendo in questa ricerca fino al cimitero, dove poi lui stesso sparisce; quella della Messa dei Morti celebrata nella chiesetta di san Giacomo, presso il cimitero, alla quale partecipa anche un’incauta vivente. Gli anziani ricordano bene queste leggende e le rievocano ai loro figli nella notte dei Morti, nelle famiglie in cui si sta tutti riuniti in preghiera, come in attesa di un mistero, magari del fruscio di un lenzuolo, di un passo ovattato, del soffio d’un’ala, della carezza d’una mano amata.

La madre dello scrittore raccontava ogni anno queste leggende; e quindi la storia è anche un implicito commosso ricordo di lei.

Per ciò questa storia è come una fiaba e appartiene al favoloso mondo dell’infanzia dello scrittore.

Suggestiva, più che spettrale, è la descrizione della processione dei fantasmi; il loro ritornello “appresso appresso viene tuo pà” veniva recitato dagli anziani con voce cavernosa o cantato in gregoriano.

I nomi Tuccio (sofisticato) e Pierino (semplice e popolare) distinguono due classi sociali: i ricchi e i poveri. Tuccio qui è ipocoristico di Salvatoruccio.

(1) morbido lettino: quello di un bambino ricco.

(2) matrice: chiesa principale, madre delle altre del paese. È errata la forma madrice.

(3) guardare il cielo: a quei tempi era raro che esistessero orologi nelle famiglie povere, e per conoscere l’ora si guardavano le stelle.

(4) il cento: fino ad alcuni decenni fa esisteva a Paternò l’uso di segnare la mezzanotte con cento tocchi di una piccola campana stridula della matrice. La posizione della chiesa (sulla collina) e il silenzio della notte facevano sì che il suono si udisse in tutta la città, che allora non era estesa come oggi e dove la mezza notte era proprio a mezzo del silenzio e della quiete della notte.

(5) ossa di morto: squisiti dolci a forma di scheletri, teschi, tibie, ossa incrociate, ecc., dure da masticare. Nella pasticceria siciliana occupano un posto di riguardo: si vendono solo nel periodo dei Morti e costano parecchio. Sicché i bambini poveri allora non potevano riceverne dai morti-poveri.

(6) bambini poveri...: nella loro povertà si accontentano delle poche e semplici cose che trovano e sono felici senza pretendere leccornie e giocattoli costosi che, per le solite ingiustizie sociali, sovrabbondano nelle case dei ricchi.

• “Très belle la légende des cadeaux de la nuit des Morts.[...] C’est là toute la Sicile avec ses sortilèges.” (Hubert Gravereaux, prefazione a Petites histoires siciliennes, Barré-Dayez, Paris, 1977, pag. 5)


Mauro

Mauro era un ragazzo inquieto e non sapeva lui stesso quello che voleva. A sedici anni non andava più a scuola, ma faceva l’aiutante barbiere. I suoi compagni di scuola, che continuavano quasi tutti a studiare, lo chiamavano “tagliapelo”; e questo nomignolo a lui non piaceva. Certamente un po’ d’intelligenza ce l’aveva; e avrebbe voluto continuare a studiare anche lui, se suo padre non avesse deciso d’impiegarlo per aiutare la famiglia.

— Io non voglio essere “tagliapelo”! — aveva detto un bel giorno a suo padre, che si affannava a spiegargli la nobiltà del lavoro, ma che effettivamente era rimasto colpito dal nuovo atteggiamento del figlio e dal suo linguaggio. Però la famiglia aveva bisogno di aiuto, e Mauro dovette continuare ad essere “tagliapelo”.

Tuttavia egli non sapeva proprio rassegnarsi a questa sua condizione. E una volta che gli era capitato tra le mani un giornale in cui si parlava della legione straniera organizzata dal governo francese, chissà come, pensò di tagliare la corda e di arruolarsi anche lui in quella legione.

Aveva con sé poco più di tremila lire; e queste non gli bastarono che per il primo biglietto ferroviario. Il resto del viaggio lo compì nascondendosi nei gabinetti dei treni o con mezzi di fortuna, finché arrivò a Genova.

Intanto suo padre aveva denunciato la scomparsa di Mauro; e alla polizia ferroviaria di Genova non fu difficile notare quel ragazzaccio (1) disordinato, pallido e spettinato, che si aggirava come un vagabondo. Così egli fu fermato; e con un foglio di via obbligatorio (2) fu costretto a tornare a casa.

Ma Mauro era molto furbo; e invece di prendere il treno che andava verso il Meridione, prese quello che andava verso il confine di Stato e scese a Ventimiglia, dopo avere evitato la sorveglianza dei controllori. Riuscì a raggiungere il confine, ma fu pescato dalle guardie di finanza, le quali lo rifocillarono, lo fecero dormire una notte nella loro camerata e poi lo rispedirono al suo paese con un altro foglio di via obbligatorio.

L’impresa di quel ragazzo inquieto sembrava, dunque, fallita; e adesso lo aspettava di nuovo suo padre, che lo avrebbe trattato chissà come, il barbiere, il suo mestiere di “tagliapelo” e i suoi compagni, che lo avrebbero deriso più di prima.

Questi pensieri lo torturavano durante quel viaggio di ritorno; e, non sentendosi più di proseguire, scese a Bologna e strappò quel foglio di via. Bighellonò un po’ nella stazione e poi tornò indietro, su un treno che andava in Francia.

Inerpicandosi su strani sentieri, tra neve e ghiaccio, con la morte sul collo, ma con una tenacia e una forza di volontà che sbalordivano lui stesso, Mauro riuscì a passare in territorio straniero.

Ora il suo sogno sembrava realizzato, e la legione straniera lo aspettava. Rosicchiava i biscotti di un pacchetto che un viaggiatore sconosciuto aveva voluto regalargli e pensava a quello che aveva lasciato e a quell’altro che lo aspettava.. Niente più “tagliapelo”, niente compagni pronti a deriderlo e genitori incomprensivi. Una nuova vita lo aspettava, una vita di libertà.

Libertà?

A questo punto si ricordò di certe storielle che aveva sentito raccontare sulla legione straniera e che lui giudicava frottole. Aveva sentito dire che quelli che militavano nella legione straniera erano considerati come carne da macello e perciò inviati a sedare le rivolte dell’Indocina e delle altre colonie francesi.

— Chi si arruola nella legione straniera — aveva concluso un cliente del suo barbiere — non torna più né in Italia né in Francia. O, se torna in Italia, lo aspetta la galera.

Rifletté per la prima volta sul contenuto di queste parole e per la prima volta da quando era fuggito da casa sentì un po’ di sconforto. Da un canto le rivolte dell’Indocina, la carne da macello e la galera; dall’altro il “tagliapelo”, i compagni e i genitori... e Nilva. Nilva? Già, non ci aveva mai pensato: la figlia del suo principale.

Nilva veniva spesso da suo padre a portargli la colazione o a dargli certi avvisi da parte della mamma. Era una ragazza di quindici anni, procace (3), coi capelli rossicci tagliati sul collo e la faccia piena di lentiggini. Mauro le piaceva e se n’era innamorata. Per questo veniva diverse volte al giorno a parlare con suo padre. Ma a Mauro non importava niente di lei, perché aveva in testa la libertà e la legione straniera. Chissà quante belle straniere avrebbe fatto innamorare di sé! Però, un giorno che il barbiere non c’era e nessuno poteva vederli, egli aveva voluto baciarla, così, come aveva visto fare tante volte al cinema, sulla bocca. Nilva gli si era abbandonata con tutto il suo ardore; e a lui quel momento era parso migliore di qualsiasi libertà e di qualsiasi legione straniera.

— Nilva! — mormorò fra di sé, mentre si rimetteva in cammino verso l’Italia.

Ma questa volta le guardie di confine lo scorsero e gl’intimarono l’“altolà”. Forse erano le stesse guardie che lo avevano spedito a casa quattro giorni prima col foglio di via obbligatorio; egli lo sospettò e per questo non rispose.

Le intimazioni si susseguivano, ma Mauro continuava a non rispondere; e già qualche sparo echeggiava nell’aria.

Accanto a un cespuglio spinoso fu colpito e cadde supino. Da lontano, quasi da un altro mondo, gli giungevano agli orecchi un insistente abbaiare di cani e un parlottare confuso di uomini.

Nella notte scura le stelle ammiccavano nel cielo e si facevano ora grandi e ora piccole piccole (4), fino a scomparire.

Poco dopo un fiotto di sangue gli uscì dalla bocca e gli riscaldò le labbra. Ma lui credette che in quel momento Nilva lo baciasse forte come quel giorno e lo trasportasse con sé, nel mondo soprannaturale dei sogni e delle beatitudini.

° ° °

Mauro

Scritta nel 1960 e inclusa nelle due edizioni delle Storie e nelle Histoires, questa storia porta alla ribalta un’altra ingiustizia sociale: un ragazzo fornito d’intelligenza e di buona volontà non può continuare a studiare per difficoltà economiche, mentre i compagni che lo denigrano forse sono poco dotati d’intelligenza o svogliati e magari costretti a studiare dai genitori.

Ogni anno centinaia di ragazzi fuggono da casa o per dissensi coi genitori o per avventure e nuove esperienze o perché stanchi del proprio ambiente familiare o semplicemente in cerca di un futuro diverso e migliore. Mauro è uno di questi, il quale alla decisione unisce la capacità, la caparbietà e la fantasiosità tipica dei meridionali. Egli cerca la libertà e la cerca nella legione straniera, i cui giovani venivano mandati al macello nell’Indocina.

Ma forse, sotto sotto, c’è l’astio per gli ex compagni di scuola, i quali, nella loro incoscienza determinano questo gesto, denigrando Mauro per il suo lavoro e non considerando che tutti i lavori hanno pari dignità, ed in particolare sono lodevoli quelli compiuti dai giovani meno abbienti.

Questa è dunque la molla che spinge Mauro ad una folle avventura, che si trasforma in una tragica fatalità. Soltanto il pensiero della ragazza, che con la sua procacità rappresenta il sopravvento della realtà e della concretezza, lo richiama indietro. Ed è col bacio immaginario della ragazza che Mauro attinge la beatitudine eterna, in una morte pudicamente accennata appena, eppur gravida di commozione e di poesia.

(1) ragazzaccio: il dispregiativo qui è dovuto al disordine esteriore.

(2) foglio di via obbligatorio: quello con il quale l’autorità di pubblica sicurezza impone a qualcuno di andar via da una località, accreditandogli il costo del viaggio.

(3) procace: provocante.

(4) ora grandi e ora piccole piccole: effetto della progressiva perdita di lucidità del ferito.

• “Mauro è tra le migliori novelle per l’equilibrio delle parti e la padronanza linguistica. La fine ricorda quella del Prete bello di Parise. Mauro ha qualcosa di Cena, il ragazzaccio ladruncolo e smaliziato del Prete bello. Come questo muore immaginando di correre sulla bicicletta verso il cielo, così Mauro muore credendo di essere trasportato nel regno dei sogni e delle beatitudini, grazie al bacio di Nilva, sua coetanea.” (B. Conti, saggio cit., pag. 211)

• “[...] la vision de la mort au baiser de sang d’un jeune héros — Mauro — dont l’âme s’envole sereine emportant vers le béatitudes le rêve qui fuit l’homme, une triste fin pour un envol vers la liberté et peut-être un art de mourir.” (Estelle Rousseau, Carmelo Ciccia: Petites histoires siciliennes, “Courrier des Marches”, St Jean de Luz, France, IV trim. 1978, pag. 17)


Il principe

— Altezza, ce lo raccontate come conosceste la principessa?

— No, niente. L’ho raccontato tante volte! Lo sa tutto il paese; anche i giornali ne hanno parlato.

— E va bene: ma noi vogliamo risentirlo.

—Avanti, Altezza!

Il principe si guardò intorno e notò con sorpresa e piacere che il gruppo dei richiedenti era numeroso. Godeva di questa sua popolarità e di quella specie di rispetto che gli proveniva dalla povera gente. Certo era un privilegiato, se era vero che la sua vicenda sentimentale riusciva ad interessare a distanza di tanti anni.

Di statura inferiore alla media, pur non essendo più un giovane egli conservava un aspetto giovanile; solo i capelli brizzolati tradivano la sua età di oltre quarant’anni. Poiché soffriva il freddo, anche nei mesi tiepidi lo si vedeva gironzolare perlopiù con un cappotto grigio, sempre lo stesso, su cui le macchie di sudicio andavano accumulandosi di anno in anno.

Questo strano personaggio soleva andare a sedersi, per passare il tempo, in un negozio di giornali; e leggiucchiando e guardando il passeggio, spesso, quasi quotidianamente, raccontava a tutti “come aveva conosciuto la principessa”.

— Avanti, Altezza!

— E va bene. Ma vi dirò solo due parole. Fu al tempo della Grande Guerra e io ero ricoverato all’ospedale militare; sapete: dove ci sono le sbarre. Un brutto posto; però anche là s’incontra brava gente. Per esempio, c’era un maresciallo che veniva...

— Altezza, andiamo alla principessa!

—Be’, scusate. Ma i ricordi vengono così... spontanei, e non si può fare a meno di riferirli. Dunque, ero in quel brutto posto, quando un giorno mi sento chiamare dal piantone: “Ehi, vogliono te. La figlia del Re (1)”. “La figlia del Re?”. A me non mi (2) pareva di crederci, quando nella sala d’aspetto mi trovai davanti veramente alla figlia del Re. Dice: “Siete voi Lizzotti?”. Dico: “Signorsì, Altezza”. Dice: “Ho sentito parlare di voi e vi assicuro che mi state tanto a cuore”. Vi ripeto che a me non mi pareva di crederci che ero davanti alla figlia del Re; eppure era proprio lei. Voi direte: ma come mai la principessa aveva scelto proprio te? Eh, cari miei, questione di destino. Mi aveva visto, aveva sentito parlare di me e non aveva potuto fare a meno di cercarmi. Be’, voi sapete quello che mi aveva portato quel giorno...

— No.

— Be’, guardate.

Trasse fuori dalla tasca sgualcita un portasigarette e un mazzo di cartacce logore e insudiciate, una delle quali mostrò agli ascoltatori.

— Questo è il portasigarette d’argento e questa è una fotografia pubblicata dai giornali. E vedete che ci sono io e la principessa che mi dà il portasigarette.

— Venne a trovarvi ancora la principessa?

— No. Capirete, gli affari di Stato... Ma non dimenticò mai; e finché fui all’ospedale mi mandava ogni giorno le sigarette. Infatti il piantone (3), quando mi dava le sigarette, mi diceva sempre: “Queste te le manda la principessa”.

— Allora si era innamorata di voi, Altezza.

— Senza dubbio.

— E vi fidanzaste?

— Sì, ci fidanzammo quando io, ritornato a casa, le mandai una cassetta d’arance (4), in cui chiusi una lettera, dicendole che, visto che Sua Altezza Reale mi aveva onorato del suo amore, io accettavo di diventare il suo legittimo sposo secondo la Santa Romana Chiesa.

— E che cosa vi rispose?

— Veramente ancora non ha risposto. Capirete che con queste rivoluzioni... (5)

* * *

Il principe girava per le strade, sempre disoccupato, vivendo di rendita con quei pochi aranci che aveva nel suo giardino (6). A volte i ragazzi gli correvano dietro come a un frate per baciargli il cordone, e si facevano mostrare il portasigarette, il ritaglio del giornale e la fotografia della principessa (7).

— Altezza, volete un bicchiere di vino?

— Altezza, come sta la principessa?

— Altezza, quando vi sposerete?

Altro che sposarsi! Gli anni passavano per tutti, e anche per lui, povero principe. Tutti ormai lo conoscevano per principe, tutti lo chiamavano col titolo di “altezza”, anche se misurava un metro e cinquantotto; da un’iniziale presa in giro, ormai si era passati ad un’abitudine, a volte ad una necessità per riferirsi a quell’individuo.

Egli, pur rendendosi conto spesso dell’intenzione poco benevola di qualche interlocutore, ormai si era convinto che quel titolo gli spettava, come gli spettava il ruolo di principe. Non c’erano altri principi in quella zona; uno ci voleva: ed era lui. Si era chiuso in quel modulo; e dopo molti anni, quando anche lui cominciava a convincersi che il matrimonio principesco era solo una chimera, era costretto ad essere ancora “il principe”, a recitare ancora quella parte.

* * *

Gli ultimi anni del principe furono veramente tristi. Sempre carico di bronchite, andava in giro tossendo e scaracchiando. Curvo, dentro il suo cappotto sdrucito, bisunto e rattoppato, appariva ancor più basso del solito, nonostante il suo cappellaccio di feltro.

Ora nessuno più nelle strade gli rivolgeva il saluto col titolo principesco. La gente si limitava a dargli il buongiorno senza appellativi.

A volte, però, certi ragazzacci cercavano di punzecchiarlo con la solita storia:

— Altezza, come sta la principessa?

— Altezza, quando vi sposerete?

Lui si voltava istintivamente verso chi lo chiamava con quello che ormai era il suo titolo, ma non rispondeva. Continuava la sua strada, silenzioso e triste, insaccato nel suo cappotto secolare (8), scuotendosi ad ogni colpo di tosse e sputando con fragore di qua e di là.

° ° °

Ii principe

Scritta nel 1960, segnalata al premio “Silarus” di Battipaglia nel 1975, pubblicata in “Silarus” già cit. di nov.-dic. 1975, inclusa nelle due edizioni delle Storie e nelle Histoires.

Fa un bel contrasto quest’“Altezza” con la bassezza della statura. Il racconto sembrerebbe umoristico, e in parte lo è nella descrizione di questo tipo strano, ma è fondamentalmente umano e drammatico. Quest’uomo che ha conosciuto la grande guerra (che nelle sue evocazioni è Grande Guerra) e il reparto neuropsichiatrico dell’ospedale militare, “dove ci sono le sbarre”, più che divertire commuove. Ecco un altro emarginato, cui va lo scherno di un intero paese: uno che è rimasto così legato al Re, a Sua Altezza Reale, alla Santa Romana Chiesa (si notino le maiuscole, che rappresentano il senso di ordine, disciplina e deferenza). Lui continua a sentirsi principe come il pirandelliano Enrico IV; ma quando non è più in grado di divertire, viene abbandonato da tutti, “insaccato nel suo cappotto secolare” (che è la sua divisa di principe) e in preda alla bronchite cronica. Eppure non grida, non bestemmia. Soffre e basta.

(1) la figlia del Re: ai tempi della guerra i reali usavano girare per gli ospedali militari a confortare i malati.

(2) a me non mi: appartiene alla parlata popolare (si noti per ciò tutto il brano, anche il colloquio).

(3) il piantone: sorvegliante, che si divertiva ad inventare.

(4) cassetta d’arance: in elegante confezione, era dono frequente e gradito per chi viveva in zone lontane da colture agrumicole.

(5) rivoluzioni...: probabilmente allude al referendum del 2.VI.1946 che abolì la monarchia in Italia.

(6) giardino: in Sicilia e Calabria significa esclusivamente agrumeto.

(7) A volte i ragazzi...: il principe potrebbe sembrare una macchietta, ma è una figura commovente.

(8) secolare: vecchissimo, come se avesse cento anni.

• “Il principe alterna tratti di drammatico verismo ad una bonaria compassione”. (B. Conti, saggio cit. pag. 211)

• “Ciccia accetta da una parte il verismo del Verga e la tesi di Pirandello basata sull’eterno conflitto tra l’essere profondo e l’apparenza della personalità umana; dall’altra ama la ricerca della serenità e della speranza nei suoi personaggi così come li ha conosciuti e li ricorda in una dimensione che sa di innocenza e di favola.” (Aldo Priore, La rassegna dei libri, “Il piccolo”, Trieste, 11.I.1978, pag. 3)


Poveri santi

Nel giorno fissato per l’udienza, la commissione della festa paesana si recò in città per essere ricevuta da monsignor vescovo e ottenere il visto del programma. Ma il monsignore non voleva proprio sentirne, quell’anno, della festa di san Giuseppe a Cuddé (1), dopo tutti gli incidenti e i tafferugli che si verificavano da parecchi anni.

— Mi dispiace, signori; ma quest’anno niente festa di san Giuseppe a Cuddé.

Il parroco, presidente della commissione, toccò l’argomento della fede: — Ma Eccellenza! Possiamo lasciare san Giuseppe senza festa? È una cosa che si è sempre fatta ogni anno e che si deve sempre fare. La gente perde la fede, Eccellenza, se non facciamo questa festa!

Ma il monsignore era sempre ostinato: — Festa in chiesa, signori; festa in chiesa, e basta.

E dopo queste parole, alzandosi, diede la sua benedizione: il che equivaleva a un congedo.

I componenti di quella commissione ringraziarono il vescovo per la benedizione, gli baciarono l’anello (2) e se ne andarono borbottando, col pensiero fisso al povero san Giuseppe, che, senza aver fatto nulla di male, quell’anno doveva essere privato della sua festa. Il parroco ripensava alla fede che si perdeva e alle migliaia di monetine che non sarebbero entrate nella cassetta delle offerte; il presidente dell’associazione turistica aveva in mente le belle luminarie, le girandole, le bombe “uso baiocchi” (3) e l’illuminazione artistica, che avrebbero richiamato fiumane di gente dai paesi vicini; e il sindaco, eletto da poco per la prima volta, rimpiangeva il decoro del paese e la bella fascia tricolore che sarebbe rimasta in un cassetto del municipio proprio quando lui ci teneva moltissimo a cingersene il pancione (4) e a farsi vedere in giro.

Indubbiamente queste erano ragioni validissime perché san Giuseppe avesse la sua festa, che a Cuddé si celebrava proprio nel pieno dell’estate, come coronamento della villeggiatura per tutti i forestieri che vi si recavano a trascorrere le loro vacanze, tra dancings, fuoriserie e cacce al tesoro.

— San Giuseppe non può restare senza festa! — furono le prime parole del parroco, appena fuori dalla cattedrale: e, naturalmente, tutti gli altri componenti della commissione furono pienamente d’accordo. Il sindaco propose di fare interessare immediatamente qualche deputato: — L’onorevole Comi, per esempio!

Il presidente dell’associazione turistica osservò che l’onorevole Comi faceva parte di una corrente politica non proprio ben vista dallo schieramento governativo e quindi dalle autorità ecclesiastiche. — Sarebbe il caso — aggiunse — di ricorrere all’onorevole Ronto, uomo politico di primo piano, sempre fedele ai suoi principi.

L’idea parve buona; e stava per essere accettata, quando il farmacista, detto “Sputaveleno”, volle dire la sua: — Ma che bisogno c’è di ricorrere all’onorevole Comi e all’onorevole Ronto? Abbiamo l’onorevole Stellinito che è ministro e che proviene dalla nostra circoscrizione!

Certamente nessuno aveva prima pensato al ministro Stellinito; e fu così che dopo qualche giorno monsignor vescovo ricevette una telefonata da Roma. Il ministro gli assicurava che quella sua richiesta di fondi per l’ammodernamento del palazzo vescovile aveva trovato un po’ di “ostilità” negli organi responsabili; ma che, dopo un suo “oculato e decisivo intervento”, essa stava per essere condotta “felicemente in porto” (5). Successivamente, e stava quasi per dimenticarsene, il ministro informava Sua Eccellenza di avere ricevuto alcuni giorni prima una lettera per una festa di san Giuseppe: — In un paesino chiamato Futté o Cutté (6), mi pare; non ricordo più — . E concludeva: — Veda quello che può fare.

Così (con qualche giorno di ritardo, è vero) apparve sui muri di Cuddé il programma della festa, con tanto di visto del vescovo. Purtroppo tutto era ridotto a un solo giorno (gli altri anni tre giorni erano addirittura pochi, e si pensava quasi di aumentare la durata della festa); ma pazienza! Meglio questo che niente. Del resto, il sindaco avrebbe avuto la possibilità di andare in giro con la fascia tricolore sul pancione; il presidente dell’associazione turistica stava facendo mettere a punto l’illuminazione artistica e le bombe “uso baiocchi”; il farmacista “Sputaveleno” poteva vantarsi di essersi reso utile senza ammazzare nessuno coi suoi intrugli; e il parroco avrebbe avuto la fede della gente e centinaia di monetine nelle cassette delle offerte.

Chi godette di più della riduzione dei festeggiamenti, però, furono gli abitanti di Civita Marina (7), i quali avevano il preciso interesse di fare sopprimere completamente quella festa di san Giuseppe, che distoglieva a Cuddé molti loro villeggianti. Ecco perché essi ogni anno accorrevano a Cuddé e fomentavano tafferugli e provocavano incidenti, durante la festa. Il primo passo era riuscito: ora bisognava costringere il vescovo ad eliminare quell’unico giorno che aveva concesso.

Il piano sembrava ben congegnato; e i facinorosi si diedero all’opera. Questa volta si trattava non di promuovere risse e incidenti, come negli anni precedenti, ma di combinare qualcosa di tanto grave ai danni degli abitanti di Cuddé, che questi non avrebbero più osato tentare i festeggiamenti.

Quel giorno della festa, tutto sembrava filare liscio; e gli organizzatori godevano in cuor loro. La sera fu accesa l’illuminazione artistica e furono sparate le bombe. Fiumane di gente invadevano le stradicciole, sostando dai venditori di angurie e d’uva piazzati alle cantonate. Si diffondeva nell’aria l’odore caratteristico della “càlia”, ceci abbrustoliti nella sabbia rovente. Il cielo s’illuminava di tanto in tanto dei bagliori delle fiaccolate che accompagnavano il passaggio del Santo, il quale troneggiava sul fèrcolo (8) e dietro il quale il sindaco col frac e la fascia tricolore insieme con la giunta comunale e con il segretario recavano torce accese.

A notte alta, quando le bombe erano state tutte sparate e le luci cominciavano a spegnersi, il fèrcolo era già davanti alla matrice (9) per rientrare; ma gli abitanti di Civita, che con inosservate sostituzioni si erano resi padroni dei posti di guida, con un’ardita manovra riuscivano a spingere il sacro veicolo fuori della piazza e a fargli imboccare la strada statale.

La gente non capiva ancora quello che succedeva e stava per gridare al miracolo; il sindaco, però, che cominciava a capire l’antifona, dopo aver interpretato il gesto degli abitanti di Civita di volere trasportare il Santo con le loro spalle come un gesto di iniziata concordia tra i due paesetti e un segno di devozione, gridava davvero, rivolgendosi ai carabinieri e agitando il suo torcione acceso. Ma, mentre i carabinieri in alta uniforme rincorrevano il fèrcolo, questo aveva già preso la discesa; e dopo una pazzesca scorribanda continuata per alcuni chilometri, andava a fermarsi proprio alle prime case di Civita, dove i facinorosi, per fortuna tutti incolumi, si diedero alla fuga e scomparvero, quando le autorità e i carabinieri cominciavano a giungere su automobili e motociclette.

Il fèrcolo rimase di traverso sulla strada; e fu un vero miracolo che il Santo dovette compiere per non andare a fracassarsi in qualche parte; tuttavia da una sua mano era caduto il bastone fiorito (10).

Le autorità e i carabinieri giunsero sul posto per constatare i fatti. E mentre si accingevano al loro compito, sembrò loro che san Giuseppe, dall’alto di quel fèrcolo sconquassato e con quella mano protesa in avanti, in atto supplichevole, volesse dire:

— Ma insomma, abbiate pietà di me (11): perché non vi decidete a lasciarmi in pace?

° ° °

Poveri santi

Scritta nel 1960, pubblicata in “La procellaria” di lug.-sett. 1966, 5^ classificata al premio “Ungaretti” di Napoli nel 1971, inclusa nelle due edizioni delle Storie e nelle Histoires.

Finalmente una storia non tragica né drammatica, ma umoristica, anche se di un umorismo che fa riflettere. Comincia qui la trilogia della “Guerra di Santi” per usare il titolo di una novella verghiana, trilogia composta dalle storie Poveri Santi, Fine di una festa e La scoperta di Sputaveleno. E comincia con essa la serie delle storie ambientate a Cuddé, un immaginario paese che potrebbe essere un paese qualsiasi del Meridione o di qualsiasi parte del mondo.

Nel titolo c’è quasi una commiserazione per questi Santi costretti a subire festeggiamenti che essi non chiedono e forse non gradiscono. Tutta la storia mette in luce i sottili maneggi e le alchimie di personaggi vari interessati in vario modo a questi festeggiamenti che ben poco hanno di sacro. Essa, però, è anche un documento di un modo di vivere del Sud, che è nello stesso tempo folclore, turismo e appropriazione (o riappropriazione: si pensi alle feste sacre spostate in estate a richiesta degli emigrati che ritornano ai paesi natii) della propria identità e del proprio passato. Certe manifestazioni insensate, come bombe di vario tipo e potenza o processioni o entrate di cantanti, potranno sì essere biasimate da persone ben pensanti, anche degli stessi luoghi, ma difficilmente saranno eliminate.

Ecco dunque una Sicilia variopinta e rumoreggiante come si vede nei documentari e come esiste nella realtà di tutti i giorni e di tutti i suoi paesi!

Naturalmente il lettore accorto scoprirà da sé l’ironia che serpeggia fra una riga e l’altra.

(1) Cuddé: paese immaginario, che ritorna spesso nelle Storie paesane come in una saga. Il cognome siciliano Cuddé, conosciuto dallo scrittore molti anni dopo la stesura, non ha nulla a che vedere con queste storie.

(2) baciarono l’anello: gesto usuale dei fedeli nei confronti dei vescovi (ma qui eseguito malvolentieri e quasi brontolando).

(3) “uso baiocchi”: tipo di fuochi d’artificio, con bombe a ripetizione e cascate concentriche di faville variopinte.

(4) cingersene il pancione: allora la fascia tricolore dei sindaci si portava attorno alla vita, e non a tracolla come oggi.

(5) “ostilità”: fra virgolette le parole precise dette dal ministro.

(6) Futté o Cutté: strano questo ministro che non ricorda i nomi dei paesi che gli hanno dato il voto! In ogni caso i due nomi da lui pronunciati al posto del corretto Cuddé risultano ridicoli, se non osceni.

(7) Civita Marina: altro paese immaginario.

(8) fèrcolo: carro trionfale per il trasporto delle statue durante le processioni, spesso rivestito di materiali pregiati ed eseguito come vera e propria opera d’arte.

(9) matrice: vedi note a Notte dei Morti.

(10) bastone fiorito: attributo iconografico di san Giuseppe, al quale fiorì un secco bastone.

(11) abbiate pietà di me: sembra ridicola questa richiesta in bocca ad un Santo; ma lo scrittore vuole criticare queste feste profane, lontane dalla vera fede.

• “Poveri Santi ci riconduce, con le sue processioni e la festa paesana, al clima verghiano. La novella è pervasa qua e là da sottile e bonaria ironia, che tocca anche la vanagloria e i facili compromessi degli uomini politici, religiosi, ecc., onde essa potrebbe anche intitolarsi ‘Poveri uomini’.” (B. Conti, saggio cit., pag. 211)

• “Esaltatrice degli ideali paesani è la novella Poveri Santi dove lo scopo più nobile della gente è quello di realizzare ogni anno una festa al Santo Patrono del paese affinché le autorità (il sindaco, il presidente dell’associazione turistica e il parroco) aggiungano lustro alla loro personalità.” (Maria Luisa Santanoceto, Le “Storie paesane” di Ciccia, “Il diario di Catania”, 28.III.1979, pag. 9)

• “Tutto un filone è poi riserbato alla provincia siciliana: con le sue beghe, le sue manie, i suoi fanatismi (Poveri Santi, Fine di una festa, La scoperta di Sputaveleno, Due pubblici ufficiali, Caccia al titolo, Scherzi di Carnevale); in questi brani, decantata da un lungo periodo di lontananza, la rappresentazione del paesaggio siciliano e della vita che in esso pullula assume un colorito di indubbia efficacia bozzettistica e al tempo stesso consente all’autore di indulgere a un moralismo bonario e non fastidioso, e non lesivo della spontaneità della narrazione.” (Casimiro Nicolosi, Carmelo Ciccia: Amare da lontano, / La Sicilia col cannocchiale, “La Sicilia”, Catania, 28.IX.1979, pag. 3)


Fine di una festa

Le cose cambiarono decisamente a Cuddé (1) quando s’insediò al Comune un’amministrazione di sinistra. Mancavano giusto poche settimane alla festa patronale, e il nuovo sindaco ricevette dal parroco questa polemica lettera:

“Egregio Signor Sindaco,
                ho il dovere d’informarLa che, a norma delle vigenti disposizioni ecclesiastiche, Ella e la Giunta da Lei presieduta non possono partecipare alla processione di san Giuseppe.
                Pertanto, onde evitare spiacevoli incidenti, invito la S.V. e la Giunta Comunale a non prendere parte alla suddetta processione”.

Il neo-sindaco, soprannominato Figaro, il quale conosceva bene le teste umane per averle bene esaminate durante lo svolgimento del suo lavoro di barbiere, se la rideva sotto i baffi e mostrava la fatale lettera ora all’uno e ora all’altro degli assessori.

— Vedete — diceva; — perché uno fa gl’interessi del popolo deve ricevere una lettera di questo tono!

Cominciarono le consultazioni fra gli assessori. Qualcuno proponeva di lasciar perdere la festa: c’erano tante cose più importanti per il bene del popolo! Qualche altro, per evitare questioni, proponeva di fare la festa senza parteciparvi. Qualche altro ancora voleva che si rispettassero le tradizioni. Infine Figaro sembrò deciso e parlò così:

— Se non facciamo la festa per non parteciparvi, siamo fessi, dando partita vinta al parroco. Se poi sosteniamo le spese della festa e non vi partecipiamo, siamo doppiamente fessi. Bisogna che non manchiamo. E allora la festa si farà: prepariamola degnamente!

Prepararla degnamente significava mettere a punto tutti gli accessori e i contorni della festa vera e propria: illuminazione, banda, bombe. Per il resto, non si poteva fare a meno del parroco, al quale il sindaco così fece rispondere:

“Reverendo Signor Parroco,
                l’attuale Giunta Comunale e chi la presiede sono espressione vera e sincera del popolo, che rappresentano.
                Pertanto, ho il dovere di avvertirLa che, poiché la festa di san Giuseppe è voluta dal popolo, noi la prepareremo degnamente e prenderemo parte alla processione”.

La dichiarazione di guerra era, dunque, fatta; non restava che iniziare le ostilità.

Il parroco ne informò monsignor vescovo, il quale rispose pressappoco così: “In materia religiosa nessuna autorità civile può interferire. E poiché una festa di san Giuseppe celebrata in agosto è fuor di luogo, sopprimiamo tale festa, lasciando alla venerazione del Santo le giornate stabilite”.

La soppressione della festa fu notificata al sindaco; e fu come gettare legna al fuoco. Figaro in persona si presentò in canonica a protestare contro il vescovo: egli non aveva paura né di cento vescovi né del papa. Ma la festa si sarebbe fatta lo stesso, perché il popolo la voleva. E siccome lui era lì per difendere gl’interessi del popolo, la festa si sarebbe fatta con o senza l’intervento delle autorità religiose.

— Benone! — esclamò il parroco. — Vedremo come vi farete codesta festa. Io vi do la statua e il fèrcolo (2): al resto penserete voi.

— Al resto penseremo noi — concluse Figaro.

Gli sembrava una cosa da nulla pensare al resto: il fèrcolo avrebbe potuto essere spinto da una dozzina di nerboruti “compagni”, le candele sarebbero state portate dai fedeli e la predica... Già! E la predica? chi avrebbe fatto la predica? Be’, per un anno si sarebbe fatto a meno della predica... A meno che non accettasse di predicare il compagno Dimoro che aveva preso la licenza d’avviamento alla scuola serale ed era lui che faceva i comizi rionali e presentava i compagni onorevoli nei comizi di piazza.

Così, nel giorno principale dei festeggiamenti, la porta della matrice (3) rimase chiusa, ma le strade erano imbandierate e attraversate continuamente dai corpi musicali; al calar del sole, poi, fu accesa la suggestiva illuminazione straordinaria e si cominciò a sparare le bombe che annunciavano la prossima uscita del Santo. Questo, stavolta, usciva dall’atrio del municipio; mancavano i preti, il suono delle campane, le associazioni cattoliche e le confraternite; ma non mancava la folla, specialmente le donne del popolino che aspettavano la festa patronale per indossare i nuovi abiti.

Davanti alla matrice, il compagno Dimoro, con la mantellina bianca e la faccia rossa per l’emozione o la rabbia, fece la predica. Aveva iniziato con la parola “compagni”, ma poi si corresse:

“Cittadini! Come sapete, il parroco voleva impedire al sindaco e alla giunta di partecipare alla festa del santo patrono; ma noi non lo abbiamo permesso, perché il sindaco e la giunta sono i rappresentanti del popolo. Noi rispettiamo la religione e le cose sacre; perciò abbiamo voluto che la festa del santo patrono si svolgesse ugualmente come gli altri anni. Noi siamo per la libertà e la democrazia; noi difendiamo gli interessi del popolo; e nel vostro interesse abbiamo voluto che la festa non mancasse. Così, alle prossime elezioni vi ricorderete che noi siamo i veri difensori del popolo e ci confermerete la vostra fiducia. Viva san Giuseppe!”.

Il Santo fece il suo solito giro per i quartieri del paese, mentre in piazza la banda eseguiva il solito concerto; a notte, poi, i fuochi d’artificio illuminarono il cielo.

Così si concluse la festa patronale, con la soddisfazione di quasi tutti: sindaco, giunta, cittadini e Santo. Ma chi non si dava pace era il parroco. Appena le acque sembrarono calme, egli riunì a concilio gli esponenti delle organizzazioni cattoliche e i più ragguardevoli fedeli. Le forze del male (4) avevano vinto stavolta, ma non avrebbero vinto più. Con l’aiuto di Dio, la festa estiva di san Giuseppe, durante la quale in precedenza non erano mancati incidenti anche gravi, sarebbe stata cancellata dalla memoria dei cittadini; bisognava studiare un sistema per debellare definitivamente i nemici di Dio e della Chiesa. E per questo egli aveva riunito quel concilio e ora si rivolgeva alla saggezza dei puri di cuore.

Dopo lungo tergiversare, fu il solito farmacista che sputò la sua proposta: “Bisogna creare una festa, un’altra festa da contrapporre a quella di san Giuseppe”. “Già, ma se san Giuseppe è il patrono!”. “Vuol dire che avremo un compatrono o una compatrona. Non ci sono tanti paesi coi compatroni?”.

L’idea parve accettabile; e la scelta cadde sulla Madonna del Basilico, la cui festa cadeva proprio in estate, un mese prima di quella di san Giuseppe, la quale perciò avrebbe potuto essere danneggiata e a poco a poco soppiantata.

Per l’anno successivo si fecero grandi preparativi: quella festa doveva essere una meraviglia, una cosa mai vista. Si chiesero contributi agli enti pubblici, ai fedeli e all’Amministrazione Provinciale; perfino la Santa Sede volle contribuire (5).

Venti giorni prima della nuova festa, in un raggio di cento chilometri apparvero i programmi firmati dal vescovo: “Festa cittadina in onore della gloriosa compatrona Madonna del Basilico”. Si annunciavano cose mai viste: concerti della superbanda dei Carabinieri; illuminazione artistica delle vie e piazze con figure semoventi; gare motociclistiche e automobilistiche con premi inviati dalla Camera dei Deputati; intervento di S. E. il Sottosegretario alle Poste, degli eccellentissimi arcivescovi e vescovi della Regione, di ordini religiosi e di associazioni cattoliche; bande per dieci giorni; girandole e fuochi d’artificio a propulsione atomica; insomma, cose dell’altro mondo.

Il farmacista voleva addirittura un cardinale.

— Un legatus a latere (6)? — chiese il parroco.

— Non so come si dice.

— Quello ci costa più di tutta la festa e per quest’anno non possiamo permettercelo. Sarà per l’anno venturo.

La folla accorse da tutti i paesi vicini; e c’era gente perfino di Caropepe (7). Tutti rimasero sbalorditi e capirono che quella era la festa che ci voleva a Cuddé; ormai san Giuseppe poteva essere messo da parte.

E infatti fu messo da parte. L’Amministrazione Comunale non otteneva fondi per la sua festa; e questa andava ogni anno peggio. I cittadini e i forestieri preferivano la grande festa, la vera grande festa, che era ormai quella della compatrona Madonna del Basilico.

Dopo alcuni anni Figaro e i suoi compagni si stancarono anch’essi. Avevano altro per la testa: elezioni, cellule da organizzare, ispezioni, aggiornamento culturale, ecc. Altro che san Giuseppe!

Un bel giorno al municipio si decise di sbarazzarsi anche della statua di quel Santo. Figaro non se la sentiva di restituirla al parroco, dopo tutto quello che c’era stato; e poi questi ne aveva acquistata un’altra per la festa liturgica del 19 marzo. Fu più semplice nasconderla in un’alcova che c’era nell’atrio e il cui ingresso fu murato e imbiancato come le altre pareti.

Così si perse anche il ricordo della festa estiva di san Giuseppe a Cuddé. Ma qualche vecchierella, che sa dove fu murata la statua, di tanto in tanto vi s’inginocchia accanto, deponendo fiori e qualche lumino acceso (8).

° ° °

Fine di una festa

Scritta nel 1962, pubblicata in “La procellaria” già cit. di ott.-dic. 1966, inclusa nelle due edizioni delle Storie, questa storia appartiene alla serie di Cuddé e ha parecchi elementi di Poveri Santi, di cui è continuazione. Il fatto nuovo è l’avanzata dei partiti di sinistra nella realtà sociale italiana e quindi lo scontro del potere politico con quello religioso. Sono gli anni del successo della serie di romanzi e film su Don Camillo ideata da Giovanni Guareschi, ed in particolare di Don Camillo e l’onorevole Peppone. Però non si dimentichi la citata novella verghiana Guerra di Santi, che può avere influito anch’essa su questa Fine di una festa. Ad ogni modo, episodi conflittuali come quello descritto in questa storia accadevano negli anni ’50 un po’ dappertutto in Italia.

Qui, da una parte c’è ironia per il facile populismo (si noti come a sinistra la parola “popolo” sia sempre sulla bocca), dall’altra si vuol criticare, come in Poveri Santi, la falsa religiosità o almeno quella mondanità camuffata da religiosità. E chi ne fa le spese sono sempre i Santi e le Madonne, compresa questa Madonna del Basilico che, se non esiste nel calendario, è inventata e pronta per poter coesistere con le altre centinaia di Madonne, a volte ornate di titoli quanto mai strani e bizzarri. E naturalmente qui lo scrittore vuole ironizzare sui titoli e non sulla Madonna.

Il sindaco-barbiere, detto Figaro come nella famosa opera lirica Il barbiere di Siviglia di Rossini, pretendeva di conoscere le teste umane per averne esaminato il cuoio capelluto; e allora bombe a non finire da una parte (dove stavano arroccati Figaro e il suo seguito) e bombe a non finire dall’altra (dove stavano arroccati il parroco e il suo seguito). E in più, da quest’altra parte, bande per dieci giorni e fuochi d’artificio a propulsione atomica, nientemeno! Tutto per sconfiggere le forze del male o per stordire i fedeli.

Il legatus a latere (cioè il cardinale inviato speciale del papa) non poterono permetterselo perché costava più della festa (costano anche i cardinali, perbacco! — vuol dire lo scrittore). Però la gente accorse anche da Caropepe, che è un povero paese in provincia di Enna, oggi chiamato Valguarnera.

Insomma, una vera girandola di fuochi d’artificio, di soldi e di personaggi importanti, con sfoggio di vestiti nuovi e divertimenti vari: ecco la religione!

Solo alla fine spunta la vera religiosità, in una breve chiusa che sa di favola e poesia. Ma la vecchierella probabilmente ignora che il volto effigiato nel simbolo del Fronte Popolare (socialisti e comunisti) non è quello di san Giuseppe, come gl’interessati a carpire il voto facevano credere, bensì quello di Garibaldi (vedi più avanti la storia La campagna elettorale). E non è escluso che questo fosse uno dei motivi delle onoranze di quell’Amministrazione Comunale a san Giuseppe. Significativo perciò potrebbe essere il fervorino finale del compagno Dimoro nella sua predica-comizio.

Infine si noti la lingua usata dallo scrittore, che si piega ai moduli dei “laici” come a quelli dei “cattolici”.

(1) Cuddé: vedi note a Poveri Santi.

(2) fèrcolo: vedi note a Poveri Santi.

(3) matrice: vedi note a Notte dei Morti.

(4) le forze del male: gli esponenti delle organizzazioni cattoliche definiscono così i partiti di sinistra, con un linguaggio che sembra quello delle crociate.

(5) perfino la Santa Sede...: si vede che lo scopo era ritenuto valido.

(6) legatus a làtere: “delegato che sta a fianco” (latino), cardinale che in certe cerimonie rappresenta il papa. La pretesa appare quanto mai ridicola se si pensa alla piccolezza d’una festa paesana.

(7) Caropepe: il nome dialettale Carrapipi nei dintorni suonava spregiativamente. Si ricordi la protagonista della commedia dialettale siciliana di Nino Martoglio L’aria del Continente, interpretata dai famosi Angelo Musco e Rosina Anselmi, in cui la protagonista si dava arie da continentale, mentre poi nel grido di Musco che glielo rinfacciava risultò essere carrapipana.

(8) qualche vecchierella...: gesto di vera fede, umile e semplice, ma spontaneo e sentito.

• “Zampilla in essa una sottile vena di ironia e di umorismo. Vi si sente il clima del Don Camillo di Guareschi, ma in alto, lontana, pullula di immagini e di battute veriste, la novella verghiana Guerra di Santi.” (B. Conti, saggio cit., pag. 211)


La scoperta di Sputaveleno

Chi vedeva Sputaveleno nella biblioteca universitaria, aveva l’impressione di trovarsi di fronte ad uno studioso bibliofilo (1): tali erano l’assiduità e l’attenzione con cui egli si dava alle ricerche. Infatti, quando poteva, ed in particolare quando doveva recarsi al capoluogo di provincia per prelevare nuovi medicinali, egli si faceva sostituire in farmacia dalla moglie per intere giornate: e si sapeva dove rintracciarlo in caso di necessità, perché bastava telefonare alla biblioteca universitaria.

Pareva che Sputaveleno da farmacista si fosse trasformato in topo di biblioteca. Egli, però, non si sentiva uno studioso improvvisato, sia perché era abituato alle ricerche nel campo della chimica e della botanica, sia perché da giovane aveva lavorato parecchio sulla tesi di laurea, fornendola anche di riferimenti storici. Tuttavia, questa sua nuova attività stupiva tante persone che pure lo avevano conosciuto come persona dotta; particolarmente le stupiva la passione che egli vi dedicava e il mistero di cui circondava le ricerche.

In biblioteca, dove naturalmente non indossava il solito camice bianco, che era quasi una divisa per lui, Sputaveleno portava grossi occhiali piuttosto scuri, e di tanto in tanto si serviva anche di una grossa lente a mano. Egli leggeva e scriveva con una rapidità sorprendente: pareva, anzi, che compisse le due azioni contemporaneamente. A volte il custode doveva sollecitarlo ad uscire, perché la campanella di chiusura era suonata da un pezzo e lui non l’aveva sentita. Allora egli si affrettava ad apporre i suoi timbri su certi fogli: e non si seppe mai quali fossero le parole di quei timbri.

Per il suo misterioso lavoro egli frugò anche in qualche chiesa e nella biblioteca del convento dei Cappuccini; e si recò anche a Civita Marina (2), dove visitò la chiesa principale, quella di santa Veneranda. In questa, senza rivelare il suo scopo, ottenne di consultare alcune opere dell’archivio.

Finalmente, quando fu sicuro del felice esito delle sue lunghe e pazienti ricerche, si decise a dare la buona novella a quanti da tanto tempo lo tempestavano di domande: “Voglio dimostrare che santa Veneranda, la patrona di Civita, non è mai vissuta sulla faccia della terra”.

— Santa Veneranda mai esistita?! — . Gli interlocutori rimasero sbalorditi. Ma come “mai vissuta”?! E la festa? e le cerimonie? e i preti? Possibile che i preti fossero degli imbroglioni? Qualcuno ebbe questo sospetto. Ma il farmacista ridacchiava sotto gli occhiali. — Vedete questa borsa? — egli chiese retoricamente. — Ebbene, in essa sono contenuti i documenti necessari per dimostrare che santa Veneranda non è mai esistita, dico proprio mai esistita! —. E calcava la voce su queste ultime parole.

Da lì a qualche giorno, dall’ufficio postale di Cuddé (2) partì un grosso plico raccomandato, indirizzato a S. E. (3) monsignor vescovo. In esso erano contenute molte cartelle dattiloscritte e fotocopie, oltre ad una lettera autografa del farmacista, il quale chiedeva l’interessamento di S. E. presso la Santa Sede per la soppressione del culto di santa Veneranda; in subordine, egli chiedeva a S. E. che vietasse la festa della patrona a Civita Marina, “per la cagione che la cosiddetta santa Veneranda non è mai vissuta, come risulta palesemente dalla documentazione da me fornita”. Ad ogni buon conto, egli trattenne per sé una copia della documentazione.

La notizia di questa scoperta di Sputaveleno si diffuse in un baleno a Cuddé; e tanti concittadini andarono a congratularsi con quell’uomo così intelligente che faceva onore a se stesso e a tutta la cittadinanza. Anche il parroco andò a stringergli la mano; lo definì “degno cittadino di Cuddé” e aggiunse: — La verità deve trionfare; la verità trionferà. Meno male che noi di Cuddé onoriamo san Giuseppe e la Madonna del Basilico, sulla cui esistenza nessuno, né ora né mai, potrà nutrire il benché minimo dubbio.

Il presidente dell’associazione “pro loco” era forse il più contento di tutti: — Avranno pan per focaccia, quelli di Civita. Occhio per occhio, dente per dente (4). Guai a loro! Noi continuiamo ad avere la nostra magnifica festa estiva, con enorme concorso di pubblico; ma essi, che volevano fare sopprimere la nostra festa, perderanno la festa e la patrona — . E il farmacista concluse: — Chissà come resteranno a Civita senza patrona!

Naturalmente la notizia arrivò anche a Civita e colpì i più diretti interessati, per i quali, poveretti!, fu come una bomba atomica. Il sindaco Cirillo si fece di mille colori e immediatamente decise di scrivere al vescovo, pregandolo di considerare benevolmente e paternamente la situazione in cui sarebbero venuti a trovarsi gli abitanti di Civita Marina se si fosse giunti alla soppressione della festa della loro amata patrona. — Tutto questo — affermava Cirillo — è frutto della perfidia degli abitanti di Cuddé; e la perfidia non deve vincere — . E proseguiva così la sua perorazione: — Pensi al Comune che resta senza patrona e all’imbarazzo della popolazione, specialmente di quei cittadini che portano il nome di Veneranda o Venerando, come i loro nonni, in ossequio ad una onesta tradizione; pensi alla squadra di calcio, al cinema, alla banca popolare, al conservatorio: cose tutte che portano il nome di santa Veneranda. Pensi al festival, alle coppe e perfino al premio letterario intitolato annualmente alla Santa. È come se un giorno qualcuno scoprisse che santa Barbara non sia mai esistita (5): non si dovrà pensare allora all’esercito, alla marina, ai minatori, agli elettricisti, ai pompieri, prima di dichiararne soppresso il culto? — E concludeva con la preghiera (“umile ma ferma”) di riflettere prima di prendere una decisione che avrebbe potuto essere “rovinosa”. Quindi, nel far firmare la lettera ai più ragguardevoli cittadini, non gli fu difficile scegliere, fra di essi, alcuni degli innumerevoli che portavano il nome della santa patrona: “ad esempio e monito”, come diceva Cirillo.

Intanto i mesi passavano e nessuna risposta arrivava dal vescovo a Sputaveleno, tanto che questi s'insospettì; e i suoi sospetti aumentarono quando si arrivò alla festa di santa Veneranda, che fu celebrata con la solita grandiosità. Quell’anno anch’egli volle assistere ad essa, nella speranza che fosse l’ultima e che da lì a qualche anno un decreto della Santa Sede sancisse la fine di quel culto. Perciò, avendo atteso inutilmente per qualche anno una risposta, che non arrivò mai, Sputaveleno chiese udienza al vescovo. Quel giorno, però, fu ricevuto dal vicario generale: S. E. aveva in uggia questa interminabile polemica campanilistica fra Civita e Cuddé; e perciò rimase fuori sede “per sopravvenuti gravi impegni, inerenti al sacro ministero”.

Senza tanti preamboli, il vicario parlò chiaro e tondo al farmacista: — Sappiamo benissimo perché ella, dottore, si trova qui: Sua Eccellenza m’incarica di dirle che apprezza i suoi studi nobilmente impiegati nella ricerca della verità; ma non può esaudire la sua richiesta.

Sputaveleno trasalì. Possibile che avesse sbagliato nella sua tesi? — Monsignore, — disse — se lei ha letto la mia documentazione, dovrà convincersi che questa santa Veneranda non è mai esistita. Nessuno potrà confutare le mie affermazioni. L’urna cineraria rinvenuta nell’anno 746 conteneva alcune ossa di martiri del IV secolo; ossa sancta veneranda diceva l’epigrafe sopra la cripta, cioè ossa sante da venerarsi. Altro che ossa di santa Veneranda!

Il vicario sorrise paternamente. — Sapevamo, dottore; sapevamo da molto tempo.

— Ma come: sapevate? E allora avete permesso un culto vuoto, di una vuota statua? E la messa? e le cerimonie? e le bombe? — . Sputaveleno si accalorava sempre più. Ma il vicario lo interruppe, rimproverandolo dolcemente, come fa un padre con un figlio impulsivo: — Dottore, ella è dei nostri e dovrebbe capire. Per questo le parlo chiaramente. Mi creda: non è un problema di facile soluzione. Capirà tante cose quando avrà ben riflettuto anche lei.

— Ma io ho scoperto la verità! — . Il farmacista cercava di difendere sé e la sua scoperta. Ma il vicario cominciava ad impazientirsi; e infine sbottò, cambiando completamente tono (6):

— Bella scoperta la sua, dottore: la scoperta di Pulcinella!

— Monsignore, questa è la verità. La verità deve trionfare! Allora le preghiere indirizzate ad una santa inesistente... le preghiere sono fumo?

— Dottore, fede ci salva, non legno di barca (7)! — concluse il vicario. — La sua è perfidia di campanilista, non amore per la verità — . E se ne andò infuriato, sbattendo la porta sul naso del farmacista, il quale cercava di trattenerlo ancora.

Il risultato fu molto deprimente per Sputaveleno, il quale ritornò a Cuddé e per due giorni non volle vedere nessuno. Per colpa propria egli diventò lo zimbello degli abitanti di Civita, i quali gli indirizzarono lettere di scherno. E per fortuna santa Veneranda poté continuare ad avere la sua festa (8).

° ° °

La scoperta di Sputaveleno

Scritta nel 1967, pubblicata in “La procellaria” già cit. di apr-giu 1967, inclusa nelle Storie del 1977.

Questa storia, che è l’immediato seguito di Fine di una festa, oltre al solito campanilismo, alle solite beghe paesane fra Cuddé e Civita Marina e all’esigenza di una vera religiosità, mette in luce i fermenti del mondo cattolico per la storicizzazione della religione e la sua definitiva liberazione da tutto ciò che è favola, leggenda o magia. Essa precorse i tempi, preconizzando la soppressione o la riduzione del culto di alcuni santi, che dopo, nel 1969, fu sancita con un decreto pontificio di riforma del calendario liturgico.

E non è escluso che questa storia possa avere influito sulle decisioni vaticane.

Vale dunque per questa storia quello che è stato detto per le precedenti due di questa trilogia. Non mancano gli spunti umoristici: il farmacista trasformato in topo di biblioteca e poi schernito; il sindaco Cirillo che elenca tutte le cose intitolate a santa Veneranda (squadra di calcio, cinema, banca popolare, conservatorio, festival, coppe, premio letterario: tutte cose che hanno ben poco da spartire con la religione!) e fa firmare la petizione da chi portava il nome di Venerando o Veneranda (come non si può non pensare, sia pure sorridendo, che l’”onesta tradizione” comportava il fatto che in quei paesi circa metà della popolazione portava il nome dei santi patroni, con la conseguenza di un’incredibile confusione generale?); il vescovo che se la squaglia “per sopravvenuti gravi impedimenti”; il vicario che, come don Rodrigo di manzoniana memoria, passa dai toni ossequiosi a quelli violenti, gridando alla fine: “Fede ti salva, non legno di barca!”. È un quadro vivace e polemico.

Stranamente il Martirologio Romano (1950) nel giorno 14 novembre presenta sia san Venerando sia santa Veneranda, due santi martirizzati in Francia, rispettivamente sotto l’imperatore Aureliano e sotto l’imperatore Antonino; ma Emidio De Felice in Nomi d’Italia afferma che in parte della Sicilia santa Veneranda altro non è se non santa Venera (patrona d’alcuni comuni siciliani), chiamata anche santa Veneranda in certe fonti, per la quale egli, definendola martire in Sicilia secondo una tradizione leggendaria, fa risalire il nome al latinoVeneris dies = “giorno di Venere”, collegandolo alla ricorrenza del venerdì santo.

Infine sembra opportuno ricordare che per il poeta Giuseppe Giusti (1809-1872) Veneranda e Taddeo sono “nomi rotondi, larghi di battuta, / e da gente posata e ben pasciuta”: così egli scrisse nello scherzo “L’amor pacifico”.

P. S. Quasi 40 anni dopo la pubblicazione di questa storia, nel dotto articolo Giacinto Platania e la rappresentazione iconografica di Venera-Parasceve, pubblicato nel numero di gennaio 2005 della rivista “Bohémien” d’Acireale (CT), Alfonso Sciacca ha documentato con ampiezza di particolari l’“invenzione” del culto di santa Venera nella stessa Acireale.

(1) bibliòfilo: amante dei libri.

(2) Civita Marina e Cuddé: i due paesi immaginari, rivali (vedi note a Poveri Santi). Personaggio importante di Cuddé era il farmacista, detto “Sputaveleno”.

(3) S.E.: Sua Eccellenza; la ripetizione, che sembra piuttosto ironica, rientra nel linguaggio del farmacista, cattolico.

(4) Occhio per occhio...: bella pratica del cristianesimo ispirata alla vendetta!

(5) santa Barbara non sia mai esistita: il congiuntivo è potenziale. Santa Barbara è patrona di Paternò e di numerose altre località del mondo (vedi Santa Barbara di California, con cui è gemellata Paternò) ed è oggetto di particolare culto per ottenere protezione contro bombardamenti, incendi, terremoti, eruzioni vulcaniche, scosse elettriche, temporali, alluvioni e pestilenze. È patrona anche degli artiglieri, dei genieri, dei marinai, dei vigili del fuoco, dei minatori, degli elettricisti e di altre categorie. Con la riforma del 1969 questa santa, di cui si conservano e venerano le spoglie in una chiesa dell’isola veneziana di Burano (già di Rialto e di Torcello), è stata cancellata dal calendario liturgico, e il suo culto, antichissimo e diffuso in tutto il mondo, è stato ridotto a causa di scarsi riscontri storici. Al riguardo si vedano: Pietro Amato Frutaz, Paternò in onore di santa Barbara, Roma, 1977; Salvatore Gennaro, I cicli dei temi narrativi nei testi agiografici e nella “Passio Sanctae Barbarae”, in “Scritti classici e cristiani offerti a Francesco Corsaro”, Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, 1994; Carmelo Ciccia, recensione al suddetto saggio di Salvatore Gennaro in “La procellaria” già cit. di genn.-marzo 1995, in cui si fa riferimento alla storia La scoperta di Sputaveleno.

(6) paternamente... dolcemente... cambiando tono: c’è un crescendo nel comportamento del vicario che poi sbotta nella frase proverbiale covata da tanto tempo.

(7) Fede ci salva, non legno di barca!: a proposito di questa proverbiale esclamazione si racconta che essa sia stata rivolta da un crociato a chi pretendeva di essere guarito per il contatto con la reliquia del legno della Croce, mentre in realtà quel legno apparteneva alla barca del crociato stesso; e che l’abbia pronunciata anche fra’ Prosdocimo di Massa Carrara, compagno di san Francesco di Sales, in occasione della guarigione di un pescatore a Massa Marittima.

(8) E per fortuna...: lo scrittore ironizza ancora sul modo e sull’utilità religiosa di simili feste.


Due pubblici ufficiali

Si presentarono con un’ora di ritardo all’appuntamento fissato, mentre la folla degli agricoltori quasi tumultuava davanti a quella porta chiusa dell’ufficio tecnico erariale. L’uno, il geometra, opportunamente chiamato ingegnere, era un uomo alto, coi capelli un po’ brizzolati e un cipiglio che esprimeva autorità e incuteva soggezione; l’altro, il perito agrario, piuttosto basso e grassoccio, con gli occhialoni sempre sul punto di cadergli dal naso, sembrava una specie di lacché (1), sempre pronto ad obbedire agli ordini, anche ai più sgarbati, con un fare tutto ossequioso e untuoso: a lui la folla diede subito il nomignolo di mezzacartuccia (2).

— Signori miei! — cominciò il geometra — Sapete bene perché siete stati convocati qua. Dobbiamo accertare la veridicità delle dichiarazioni da voi fatte circa le nuove piantagioni. Come sapete, la dichiarazione dev’essere stata fatta entro un anno. Qualora risultasse che tale termine non sia stato rispettato, sareste assoggettati a gravi multe.

— Ma si può sapere che cosa va cercando costui? — chiese un agricoltore ad un suo vicino.

— Soldi! — rispose categoricamente l’altro. — Vedrai che va cercando soldi.

Il perito cominciò a chiamare a voce alta, uno per uno, i convocati. Tutti confermarono sistematicamente le dichiarazioni fatte: cioè che la piantagione era stata denunciata entro l’anno.

— Bene! — concluse il geometra. — Quand’è così, siete tutti a posto. Vi avverto, però, che visiteremo i fondi... Faremo un sopralluogo ai frutteti... E, se gli alberi risulteranno avere più d’un anno, allora fioccheranno le multe. Perciò, se qualcuno vuole modificare la dichiarazione, è ancora in tempo, prima che ci rechiamo in campagna, con questo caldo che fa —. Ma gli agricoltori affermarono che erano disposti ad andare in campagna per far visitare i frutteti. E così fu.

Ad onor del vero i due pubblici ufficiali pensavano che la cosa si sarebbe risolta senza dover andare in campagna. Quel giorno il sole spaccava le pietre; e certamente il dover girare due o tre ore fra sassi e tufo, sotto la canicola, non era una prospettiva allettante. Per questo il geometra era particolarmente irritato: — Vedrai che li metterò a posto io, questi quattro villani. Ma che cosa vanno aspettando? perché non ci offrono subito quello che devono? — . Così diceva al perito.

Il perito parlava poco e dimostrava calma: — Sono villani e bisogna trattarli con le dure. Soltanto quando si vedranno la corda al collo, allora si decideranno a mollare. I villani hanno la testa dura e sono molto attaccati alla lira.

— Ma quando si civilizzerà questa gente? (3) — riprese il geometra. — Per costoro progresso e democrazia sono parole senza senso.

— Eh, caro mio — concluse il perito — il popolo alza la cresta. Sono i comunisti che lo portano su.

In campagna il geometra poté constatare quello che già sapeva: i frutteti risultarono di cinque o sei anni ciascuno. — Basta! — disse lui, accalorandosi sempre più. Ci siamo convinti. Credevate che noi fossimo degli imbecilli. Questi sono alberi di un anno o due? E questi frutti? Basta! Adesso vi aggiusto io. Volevate prenderci in giro, anzi volevate prendere in giro lo Stato... Ricordate che siamo pubblici ufficiali!

Gli agricoltori erano tranquilli. Uno disse: — Nessuno volevamo prendere in giro. Ingegnere, lei sa. Cerchiamo di metterci d’accordo. Siamo padri di famiglia.

Ma l’altro nicchiava e faceva finta di no, di no, che non era possibile; anzi con voce stentorea gridava: —Limasi, cinquecentomila lire di multa; Tonello, seicentomila; Arpagone (4), quattrocentocinquanta... Adesso vi aggiusto io.

A questo punto, mentre l’altro sbraitava ai quattro venti, un gruppetto di agricoltori chiamò in disparte il perito: — Noi siamo padri di famiglia... Non lo sa l’ingegnere che siamo qui per metterci d’accordo? Non si ricorda che tre anni fa ci siamo messi d’accordo sulle altre denunce? Senta lei, per favore: noi siamo disposti a metterci d’accordo.

— Il fatto è — rispose il perito — che l’ingegnere si ricorda benissimo dell’altra volta. Voi veniste con diecimila lire l’uno e lui poté acquistarsi appena una Cinquecento. Parliamoci chiaro: quest’anno l’ingegnere vuole una Giulia.

— Se è per questo — concluse uno degli agricoltori — possiamo trovare un compromesso. L’importante è conoscere le intenzioni dell’ingegnere.

Cominciarono le consultazioni fra gli agricoltori, mentre proseguiva il sopralluogo. Si decise così la somma che ognuno doveva pagare in proporzione all’estensione del suo fondo. Il geometra fece finta di non vedere e di non sapere niente. In una casa colonica egli scrisse tutti i verbali, mentre fuori gli altri trattavano con il lacché. Alla fine ognuno ebbe la copia del verbale del sopralluogo, e quei due se ne andarono sollevando una nuvola di polverone dietro l’utilitaria.

Gli agricoltori-proprietari emisero un sospiro di sollievo. Qualcuno, però, brontolava che aveva dovuto sborsare troppo: — Non avevo previsto una cifra così alta — diceva. Ma qualche altro sottolineava i vantaggi dell’operazione: — Guarda: io avrei dovuto pagare seicentomila lire di multa e invece ho speso solo centomila lire. In cambio ho evitato la multa, ho l’esenzione dalle tasse per molti anni ancora e intanto ho venduto i primi raccolti di questo frutteto, che mi risulta di un anno. In conclusione, anche stavolta è andata bene.

° ° °

Due pubblici ufficiali

Scritta nel 1967, pubblicata in “La procellaria” già cit. di lug.-sett. 1967, inclusa nelle due edizioni delle Storie e in Dei nostri giorni.

Fra i mali della società contemporanea ci sono anche le bustarelle, le tangenti, le raccomandazioni e l’usurpazione di titoli, che imperversano un po’ dappertutto in Italia, anche se con maggiore frequenza nel Meridione. Questi due pubblici ufficiali, che dovrebbero dare l’esempio della serietà e della severità dello Stato, anche per dimostrare la sua esistenza, sono i primi ad esigere di essere corrotti; e gli agricoltori-proprietari, che non credono nello Stato, sanno che se vogliono ottenere un illecito possono benissimo averlo, grazie alla generale corruzione.

C’è in questa storia un senso di pessimismo verso la figura giuridica dello Stato, rappresentato e gestito da individui come questi due pubblici ufficiali: essi possono permettersi di presentarsi con un’ora di ritardo come tantissimi dipendenti pubblici, imbrogliare gli agricoltori-proprietari, esigere il prezzo del tradimento e pretendere una civilizzazione a modo loro, lagnandosi però che per colpa dei comunisti i contadini cominciano ad alzare la cresta.

Ci può essere un riscatto sociale? Sembra ancora lontano, se è vero che pubblici ufficiali come questi restano tranquillamente impuniti e gli agricoltori-proprietari, tutto sommato, lodano i risultati dell’operazione.

Nel 1967 era ancora lontanissima Tangentopoli: nessuno o quasi denunciava fatti del genere, e le forze dell’ordine e la magistratura li ignoravano, sebbene si trattasse di un malcostume pressoché generale. Eppure, in mezzo al disinteresse altrui c’è stato chi ha scritto e pubblicato questa storia, lanciando l’allarme, uno dei primi. Tangentopoli poi scoppierà nel 1992, più che altro per cause e scopi politici.

Vedi anche più avanti le storie Il fessacchiotto e Il santo assessore, che con Due pubblici ufficiali costituiscono una trilogia che potremmo dire di Tangentopoli ante litteram.

Si noti poi che per questi due pubblici ufficiali progresso e democrazia vorrebbero significare corruzione, concussione, imbrogli, intrallazzi: e così purtroppo queste due parole sono state intese per quasi mezzo secolo da politici e funzionari, dando luogo ad una democrazia imperfetta.

(1) lacché: servo in divisa per signori in carrozza.

(2) mezzacartuccia: persona di scarso valore.

(3) quando si civilizzerà...: si noti l’assurdo concetto di civiltà.

(4) Arpagone: nome dell’avaro di Molière, nell’omonima commedia.


Passato remoto

Quando l’avvocato Venanzi ritornò al suo paese, dopo molti anni d’assenza, tutti, sapendo d’una fidanzata ch’egli aveva dov’era stato, si aspettavano di vederlo sposato e con figli; invece egli ritornò ancora celibe. Pochi vennero a conoscenza successivamente delle vere ragioni di questo ritorno e del suo stato civile, poiché solo a pochi egli, che era un uomo schivo e chiuso, disse che la sua fidanzata era morta in seguito ad un incidente automobilistico. E solo a qualche amico intimo egli confidò che era rimasto sconvolto, che si sentiva un fallito e incapace di rifarsi una vita.

Fra le tante cose che gli rimasero di lei e ch’egli non restituì alla sua famiglia, c’erano le lettere. Non che queste dovessero servirgli per farle vedere agli altri: infatti ne sapeva qualcosa solo quel suo amico intimo, al quale egli aveva qualche volta accennato intorno a quella triste vicenda. Le lettere servivano solo a lui, perché in certi momenti di nostalgia e di rimpianto si chiudesse nel suo studio, ne rileggesse qualche brano, ne rivedesse i caratteri e ne risentisse gli effetti, abbandonandosi a sogni e fantasie di una realtà ormai sepolta. E dire che lavoro ne aveva fin troppo, ed era uno dei più apprezzati avvocati del mandamento (1). Così, rileggendo quelle righe, tornava indietro di anni, riviveva scene e atteggiamenti, risentiva voci, ed in particolare quella voce, la voce di lei; voce che gli turbinava spesso nel cervello in tutte le gradazioni e sfumature esprimenti i vari stati d’animo delle varie circostanze.

La scrittura di quelle lettere era piuttosto vivace e affrettata, non priva di errori, confusioni e ripetizioni. Una volta lui l’aveva rimproverata e umiliata, dicendole che i bambini delle scuole elementari scrivevano più correttamente di lei. Ne era sorta una lite, del resto ricomposta subito come le altre. Certamente gli errori erano dovuti alla concitazione, all’affollarsi tumultuoso di sentimenti e passioni, che rivelavano tutto il suo carattere impulsivo, impetuoso, a volte focoso, non senza una certa ansia di fare giungere al destinatario quelle lettere quanto più presto possibile. Così, com’erano nati, anche se non venivano riveduti, i concetti, quegli scritti, quegli sgorbi restavano sulle pagine. Eppure doveva essere stato un grande amore, un amore straordinario, se è vero che l’avvocato Venanzi continuava a vivere di esso: bastava che rileggesse spesso quelle lettere o parte di esse, ch’egli aveva sottolineato e che già aveva imparato a memoria.

* * *

“... Sai come sono contenta che io ti piaccia e che tu sia innamorato di me! Vorrei che questo durasse per sempre e che il nostro amore aumentasse sempre più, proprio come c’è inciso sulla medaglia che mi hai regalato: oggi più di ieri e meno di domani. Spero che tu non abbia pensato male di me se, scoprendomi un po’ vicino al lago, ti ho chiesto se ti piaccio...”

“...Dio, com’eri buffo quel giorno a Forni, quando ti scivolavano i piedi sul terreno argilloso! Ho visto subito che eri emozionato e timido. Ma quella macchiolina che mi hai fatto sulla veste fiorata non va via più, neanche coi migliori detersivi. E tu non ti arrabbiare, caro, se ti ho sporcato la camicia nuova: almeno ti è rimasta l’impronta delle mie labbra...”

“... Sapessi come sono stata felice quel giorno in mezzo al bosco. Ero felice soprattutto perché vedevo te felice, perché ti leggevo negli occhi la felicità. Tu hai voluto darmi un fazzolettino imbevuto di profumo, che però mi bruciò la pelle. Lo sento ancora quel bruciore, ma non mi fa male; anzi!...”

“...Vorrei che tu venissi più spesso a Sabbiadoro. A me piace tanto nuotare con te, anche perché voglio che manteniamo la linea. E poi è così bello laggiù, specialmente alla pineta...”

“...Non dirmi più che non capisco niente. Non sono una bambina. Se mi dici ancora che non capisco niente, non mi vedrai più. Capito?...”

“...Io desidero solo la nostra felicità. Siamo stati tanto felici insieme. E se il matrimonio è d’amore, non ci si sente più soli per tutta la vita. Tu non puoi immaginare come mi sono sentita sola in questi giorni che sei arrabbiato con me. Credo che anche tu ti senta solo...”

“...La mia vita senza di te non è più vita. Tutto qui mi parla di te e di quanto siamo stati felici insieme in questo o in quest’altro posto. Perché dunque deve finire così il nostro amore? Non posso essere felice con un altro uomo. Amore mio, sai che per me non c’è felicità senza di te. Non ho cercato sempre di accontentarti in tutto, per vederti felice accanto a me? Sono il tuo sogno, e non puoi vivere senza di me...”

“...Buon Natale e buon Capodanno da una persona che ti ricorda. Pensami alla mezzanotte, perché anche il mio pensiero volerà a te in quell’istante...”

“...La poesia che mi hai dedicato è molto bella ed esprime nobili sentimenti. Sapevo che non avresti resistito a lungo senza di me: hai detto più volte che io sono il tuo destino e che mi senti nel tuo sangue. Ti ringrazio di cuore e ti aspetto presto...”

“...Sono proprio avvilita e disperata. Per il gelo mi si sono rotti i tubi dell’acqua e ora ho la casa allagata. Vedi se puoi venire quanto prima...”

“...L’anello che mi hai regalato è così bello! È piaciuto a tutte le mie amiche. A me piace di più perché non è il solito anellino di fidanzamento, ma perché è diverso e originale. Questo anello conferma e rassoda il nostro amore e per me è come una catena che mi lega per sempre a te. Ti confesso, anzi, una strana sensazione: ogni tanto mi sento tua come se fossimo sposati; tua per sempre!...”

“...Io vorrei una casa a pianterreno. Sai, mi piacerebbe avere un orticello con qualche animale domestico e allevare anche galline. Ma forse hai ragione tu: è meglio andare in condominio perché si risparmia e si hanno più comodità, anche se con alcuni fastidi...”

“...Ho pensato anche che, se mettiamo da parte qualche soldo, possiamo comprarci un po’ di terreno in campagna, così, per avere uno svago, la possibilità di qualche evasione e qualche buon frutto...”

* * *

“Sono il tuo sogno” era la frase che all’avvocato Venanzi era rimasta più impressa nel cervello, perché era la più vera. Seguiva “Non puoi vivere senza di me”, ma questa era vera solo in parte, poiché egli continuava a vivere senza di lei, anche se il suo era più un vegetare che un vivere. Infine, “Non posso essere felice con un altro uomo” era la frase che lo impegnava ad una vita solitaria, non potendo essere felice neanche lui con un’altra donna, perché, nonostante fossero trascorsi dodici anni da quel triste giorno, egli se la sentiva sempre nel sangue, come parte di sé, e si convinceva sempre più che il suo destino era lei, solo lei. Per questo era rimasto celibe e viveva del passato.

Certe volte, immergendosi totalmente nelle sue meditazioni, si astraeva dal presente e inseguiva la sua fantasia.

Un ricordo, un sogno, un perdersi con la fantasia dietro mille immagini di un passato remoto, riviste e rivissute come in un film; un parlare con se stesso e con fantasmi; un commuoversi ed esaltarsi per essere stato tanto amato, anche se quella felicità era durata solo un anno: questa era ormai la vita dell’avvocato Venanzi, eterno scapolo, misogino convinto e ateo professo. Una vita nel passato, anziché nel presente: un passato remoto.

E se qualcuno, per stuzzicarlo o per invogliarlo, vedendogli i capelli brizzolati perché aveva superato la quarantina, gli diceva “Ma non ci pensa, lei, a sposarsi?!”, egli rispondeva con un’alzata di spalle che voleva dire “macché!” e con uno sguardo assente e vagante che sembrava sconfinare e fissarsi su un’immagine inesistente.

Però, alcuni che erano entrati per caso nella sua camera da letto raccontavano di aver visto, incorniciata e appesa alla parete, una grande fotografia a colori riproducente una donna giovane e bella, con un vestito di lana verde lavorata ad uncinetto e una ciocca di capelli biondicci pendente su una guancia: seduta su un prato e col busto proteso verso il fotografo, come se, affacciandosi sorridente da quel rettangolo, volesse dire qualcosa, sembrava la grazia in persona. Egli sosteneva che fosse una fotografia artistica comprata in Jugoslavia; ma tutti sapevano che era quella della sua fidanzata di dodici anni fa, con la quale egli parlava ogni sera.

° ° °

Passato remoto

Scritta nel 1968. Lauro d’oro al premio “Italscambi” di Ivrea. Pubblicata in “Italscambi” (Torino) di sett.-dic. 1968, in “Rivista / The Journal of the British-Italian Society” (Londra) di genn.-febbr. 1972 e in “Il Leonardo nuovo” (Conegliano) di genn.-febbr. 1978. Tradotta in inglese da Alfred Alexander col titolo Remote Past. Trasmessa (in inglese) dalla terza rete radiofonica della B.B.C. il 17.X.1975, alle ore 21,50 (attori: Robert Rjetty e Carole Boyd; regista Adrian Johnson). Replicata sulla stessa rete il I°.I.1976, alle ore 17,15. Diploma di merito al premio “’Città di Roma” nel 1975. Menzione d’onore al premio “Tolentino Terme” nel 1976. Tradotta anche in francese. Inclusa nelle Stories, nelle Storie del 1977 e nelle Histoires.

(1) mandamento: circoscrizione giudiziaria.

• “Carmelo Ciccia’s prize-winning Remote Past features romantic Sicilian love, and a character scketch which is depicted with considerable virtuosity.” (Alfred Alexander, Stories of Sicily, Elek, London, 1975, pag. 2)

• “In Lampedusa (1896-1957) irony reverses live itself. Later still, there is a sensitive story by Carmelo Ciccia about a solicitor who lives with the memory of his dead fiancée. Everything in it, howerer, refers to the past.” (John Berger, “New Society”, London, 23.I.1975)

• “Alfred Alexander, l’appassionato biografo inglese di Giovanni Verga, continua ad occuparsi della cultura siciliana. L’elegante volume delle sue Stories of Sicily comprende 17 racconti di dieci autori: Verga, Capuana, Pirandello, Brancati, Lampedusa, Sciascia, Raya, Titone, Danilo Dolci, Carmelo Ciccia.” (Antonio Aniante, “La fiera letteraria”, Roma, 16.III.1975, pag. 20)

• “Lettore spregiudicato, l’Alexander non esita ad affiancare, accanto a narratori illustri, scritti di Danilo Dolci e di Carmelo Ciccia. Passato remoto, la novella di quest’ultimo, rievoca con finezza un amore siculo-romantico.” (Salvatore Lo Presti, Narrativa siciliana in inglese, ”La Sicilia”, Catania, 16.IV.1975, pag. 3)

• “Alexander ha voluto, uscendo dal modello usuale, offrire ad un contesto estraneo quel mondo vivo ed assolutamente peculiare che lo aveva affascinato.” (Giovanni B. Catalano, I nostri scrittori tradotti da Alfred Alexander / Stories of Sicily, “La Sicilia”, Catania, 19.IX.1975, pag. 3)

• “The stories by Carmelo Ciccia (Remote Past) and Gino Raya (How Filippa Died) may be familiar in the original to readers of Rivista.” (M.K.G., “Rivista / The Journal of the British-Italian Society”, London, sept.-oct. 1975)

• “ 9.50 Remote Past

[...]This story, translated from the Italian by ALFRED ALEXANDER, tells of romantic Sicilian love and is a character sketch of considerable virtuosity. [...]” (“Radiotimes”, London, 17.X.1975)

“Stasera alla BBC / Delicato racconto di Carmelo Ciccia” (“Il gazzettino”, Treviso, 17.X.1975)

• “Il racconto, delicata storia di un uomo votato ad un’incancellabile memoria d’amore, fa parte del libro Stories of Sicily.” (“Italia turistica”, nov.-dic. 1975, pag. 95)

• “5.15 Remote Past

A short story by the Sicilian writer CARMELO CICCIA translated by ALFRED ALEXANDER [...]” (“Radiotimes”, London, 1.I.1976)

• “Accanto a questi illustri scrittori l’Alexander non esita a porre i meno noti Danilo Dolci e Carmelo Ciccia.” (Sarah Zappulla Muscarà, “Orpheus”, Catania, genn.-dic. 1976)

• “Passato remoto è forse la novella che ha avuto più successo. Premiata nel 1968 e pubblicata da una rivista italiana, fu ripubblicata da una rivista inglese, tradotta in inglese da Alfred Alexander, inserita nel suo libro Stories of Sicily (Elek, London, 1975) comprendente 10 scrittori siciliani (Verga, Capuana, Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Dolci, Titone, Raya, Ciccia), trasmessa in inglese dalla B.B.C. nel 1975 e replicata nel 1976 dalla stessa emittente londinese. Nel 1978 è stata ripubblicata da un altro periodico italiano, con accanto la bella illustrazione fatta dalla pittrice Còrbos. È tra le novelle meglio realizzate per le venature autobiografiche e per il tono romantico sempre caro alla nostra umana sensibilità. Molto lusinghieri sono stati anche i giudizi della stampa inglese: infatti è probabile che, sebbene la novella abbia poco di siciliano, agli inglesi sia piaciuta perché molto vicina alla loro sensibilità. Alcuni frammenti sono soffusi di lirismo, e si ritrovano quasi con le stesse parole in Quella felicità [libro di liriche di C.Ciccia edito nel 1974]. Nella novella: ‘La mia vita senza di te non è più vita’; nella lirica ‘Canto dell’uomo solo’: ‘La vita di un uomo solo / non è una vita’. La lirica ‘Non ci sei più’ è quasi la versificazione di un brano di Passato remoto: “Un ricordo,un sogno, un perdersi con la fantasia dietro mille immagini di un passato remoto; un parlare con se stesso e con fantasmi...’.” (B. Conti, saggio cit., pag. 212)

• “E sarebbe impossibile parlare di passato senza citare la splendida novella Passato remoto dove il presente reale è subito scalzato dal ritorno a un passato divenuto ormai perturbante: l’esistenza delle piccole cose dell’avvocato Venanzi, ‘un ricordo, un sogno, un perdersi con la fantasia dietro mille immagini di un passato remoto, riviste e rivissute come in un film; un parlare con se stesso e con fantasmi; un commuoversi ed esaltarsi per essere stato tanto amato, anche se quella felicità era durata solo un anno: questa era ormai la vita dell’avvocato Venanzi, eterno scapolo, misogino convinto e ateo professo. Una vita nel passato, anziché nel presente. Un passato remoto.’. Il vecchio Venanzi vive ormai racchiuso nel ricordo della fidanzata morta da molto tempo, racchiusa ‘nella grande fotografia a colori’ appesa in camera da letto.” (Annalisa Bottacin, Storie paesane, “Gazzetta di Parma”, 1.XI.1978, pag. 3)


Un caso strano

Era stato un incontro casuale e freddo. Più casuale di così? Un uomo e una donna s’incontrano in treno dopo cinque anni che si sono lasciati; con la differenza che lei ora era sposata e in stato interessante.

Lui aveva anche stentato a riconoscerla, così cambiata e sformata com’era. Certo, tanti ideali accarezzati per tanto tempo rischiano di crollare sotto il peso della realtà, se non sono sostenuti da sentimenti autentici. Infatti, lui non aveva mai supposto che lei, sua ex fidanzata e quasi moglie, avrebbe potuto trasformarsi così. Forse uno scapolo tante cose non le capisce; forse ad uno scapolo può fare nausea una donna così, non soltanto col pancione, ma anche pallida e con gli occhi infossati. Eppure Frediano l’aveva tanto amata.

— Come stai?

— Bene. Grazie.

Il tono della voce era uguale; anche i capelli erano uguali.

Perché si erano lasciati? Ma! Lui non se ne ricordava più: liti e rappacificazioni sono caratteristiche dei fidanzamenti; solo che quando ci sono orgoglio e puntiglio le rappacificazioni sono difficili; del resto — si dice — l’amore è per gli uomini una delle tante attività, mentre per le donne è lo scopo della vita. Lei invece se ne ricordava benissimo; e perciò quell’incontro riapriva una ferita e raggelava le parole.

— Vedo con piacere che ti sei sposata. Ti prego di gradire i miei rallegramenti ed auguri.

Un cenno del capo di lei voleva dire “grazie”; e perciò la conversazione sembrava essere finita prima di cominciare. Ma dopo un po’ egli osò chiederle dove fosse diretta; e da parole rare e spezzettate apprese che andava a Roma, dove risiedeva da quando aveva sposato un alto funzionario ministeriale, e che ritornava dalla Sicilia, dove aveva accompagnato il marito per un suo grave lutto. Ora il marito era rimasto laggiù, dovendo sbrigare alcune pratiche relative all’eredità, mentre lei aveva preferito rientrare subito a Roma, a causa del suo stato.

Frediano spiegò che tornava dalla Tunisia, dove aveva lavorato in un’impresa italiana di costruzioni. Avrebbe voluto parlare dell’ambiente africano e del lavoro; ma capì che i suoi discorsi non la interessavano e si congedò:

— Ho una cuccetta al sesto compartimento e vado a dormire perché sono stanco — concluse. E si ritirò con un freddo augurio di buona notte, a stento ricambiato.

Ma la notte non fu buona per nessuno dei due. Quell’incontro aveva turbato anche lui; e il sonno non gli fu facile. Gli tornavano alla mente scene del loro fidanzamento: erano passati cinque anni, e gli pareva un secolo. Adesso si ricordava benissimo perché l’aveva lasciata. Provò un rimorso tardivo per le lacrime che le aveva fatto versare, per le implorazioni, le suppliche e le disperazioni a cui non aveva badato. “In fondo” si consolava “lei ha fatto un ottimo matrimonio. Ha sposato un alto funzionario e ha acquistato una posizione sociale che io non avrei potuto darle”.

Faceva caldo e nei compartimenti non si respirava quasi. Che ora era? Chissà quando si sarebbe arrivati a Roma! Peccato che lo sciopero dei piloti lo avesse costretto a viaggiare in treno; con un aereo sarebbe arrivato cento volte prima! Così non avrebbe neanche avuto occasione d’incontrare Renata. Meglio non vederla e non saperne niente, come niente fino ad allora ne aveva saputo!

La porta si aprì e un controllore accese la luce bianca (1). Accidenti! Quando mai s’è fatto un controllo in piena notte? Ma il ferroviere era lì per cercare l’amico della signora in stato interessante.

Frediano si rizzò immediatamente, calzò le scarpe e corse da lei. La trovò più pallida di prima.

— Che hai? — le chiese preoccupato.

— Non lo so. Sto male. Il treno mi dà fastidio e vorrei scendere.

La sua voce era fioca e rivelava uno stato di agitazione. Dopo un po’, essa aggiunse: — Scusami se ti ho fatto disturbare. Siccome io penso di scendere alla prima fermata, ti sarò grata se vorrai occuparti di questa valigia fino a Roma e farla giungere a questo indirizzo qui segnato.

— Che discorsi! — la interruppe lui. — Se scendi tu, scendo anch’io.

— Preferirei scendere da sola.

— Ma che idea! Non ti lascerò affatto sola.

Si recò a prendere le proprie valigie e si tenne pronto per scendere. Il ferroviere aveva detto che potevano scendere a Salerno, ma lei diventava sempre più pallida e affannata. Frediano avrebbe anche voluto fare arrestare (2) il treno; ma con quale risultato in aperta campagna? Si trattava di resistere trenta o quaranta minuti ancora; e poi l’avrebbe accompagnata all’ospedale di Salerno. Intanto cercava di distrarla.

Finalmente quel benedetto treno si fermò, e poterono scendere. Lei affermava di non avere bisogno dell’ospedale; ma lui per prudenza l’accompagnò là.

* * *

Che ora era quando scesero dal tassì ed entrarono all’ospedale? Lui non lo seppe mai. Certo è, però, che ricordò per tutta la vita quella notte. A chi ha rifiutato le gioie della famiglia riesce difficile accettarne i fastidi, le ansie e, peggio, le sofferenze. Ma in Frediano quella notte tutto diventò spontaneo e sofferto; egli sentiva di obbedire ad una voce imperiosa che gli ordinava dall’interno e che era la voce del dovere e del sentimento.

All’ospedale le condizioni di Renata apparvero subito preoccupanti. Si profilava un parto anticipato con dubbie conseguenze. Il tempo scorreva lentamente in quella lunga notte, che sembrava interminabile. Frediano avrebbe anche voluto chiamare qualcuno per non restare inerte, ma non sapeva chi.

Finalmente un’infermiera gli diede una buona notizia: — È una femminuccia, in discrete condizioni, ed è stata messa nell’incubatrice.

— E la signora? — chiese lui ansioso.

— Ha una leggera emorragia.

Altre informazioni arrivarono dopo, disordinatamente: “La signora sta ancora male”. “L’emorragia s’è aggravata”. “La signora ha chiesto il prete”.

Frediano cominciava a non ragionare più. La vista del prete, poi, gli fece nascere una serie di pensieri nuovi, strani e imprevisti. Egli sentiva il bisogno di chiamare qualcuno, ma non certo il marito di lei. Ormai quella notte era sua, e il ruolo di marito lo stava svolgendo lui. Tutti lì immaginavano che fosse lui il marito; del resto, non era il marito mancato?

Chiese di poterla vedere, ma non gli fu consentito. In quei momenti egli la sentiva come cosa sua, come parte di se stesso, e soffriva come e più di un marito.

Le quattro, e ancora niente di nuovo. Egli passeggiava nervosamente nel corridoio, mentre un brivido gli attraversava le ossa. Ad ogni infermiera o medico che percorresse frettolosamente il corridoio voleva rivolgere la stessa domanda, ma quelli gli rispondevano con gli occhi: “Niente!”.

Finalmente un medico gli si accostò: — Sua moglie sta meglio. L’emorragia s’è fermata, ma la paziente è spossata e ha bisogno di riposare.

Frediano sembrava stordito e dovette ripetersi più volte quelle parole prima di convincersene. Uscì dal corridoio e respirò profondamente. Poi guardò il cielo nerastro, che ormai cominciava ad albeggiare (3). Ora era tempo di pensare al telegramma per il marito. Preferì un telegramma, anziché una telefonata, perché voleva restare ignorato. Per fortuna l’indirizzo lo trovò nell’agenda di Renata. Il testo fu molto semplice: “Natami bimba prematura ospedale Salerno. Io sto bene. Renata”.

Tornando dall’ufficio postale, notò che in un mercatino di periferia qualche banco aveva esposta la sua merce. Egli ne approfittò per acquistare qualche regalo: un corredino rosa, una camicia da notte come quella che voleva regalarle per la prima notte matrimoniale e un po’ di fiori.

Quando rientrò in ospedale, potè essere ammesso nella camera. Si precipitò sulla mano di lei e gliela baciò a lungo. Lei era fredda e pallida, e sembrava che l’ala della morte l’avesse sfiorata; ma nel suo pallore conservava freschezza e bellezza.

— Renata!

— Frediano!

Stettero così a lungo. Lui le confidò quanto aveva sofferto in quelle ore e lei l’accarezzò sui capelli. Poi parlarono di quando erano fidanzati, della felicità che allora avevano provato, dei bisticci e delle rappacificazioni. Pareva che lei avesse dimenticato tutto quello che le era capitato in quella notte; ma non la bimba.

— Sai, la bimba voglio chiamarla come avevamo deciso tu e io.

— Lui non se ne ricordava più.

— Ma sì! La chiamerò Giancarla.

A questo punto Frediano non si trattenne più e la baciò dolcemente sui capelli, sulla fronte, sulla bocca. Erano passati cinque anni che non la baciava, eppure provava le stesse sensazioni di allora: capiva che era lei l’unica amata veramente.

Mentre Renata lo accarezzava ancora, egli ripensava a quello che era stata la sua vita senza di lei in questi cinque anni trascorsi: un inutile vagare alla ricerca di qualcosa che non aveva potuto trovare; e lei gli era rimasta nel cuore, senza che lui potesse avere la pace che cercava.

* * *

Nel pomeriggio arrivò il marito. Guardando dalla finestra, Frediano lo vide arrivare e, sebbene non lo avesse mai visto, lo riconobbe dalla fascia nera (4) sulla manica, classico segno di lutto.

Renata dormiva serenamente; ed egli allora partì senza svegliarla, prima che entrasse quell’altro uomo.

Come un raggio di luce che, riflesso in un
frammento di specchio sia proiettato in uno
spazio buio, così spesso nel mezzo del
presente riluce, in modo spaventoso e
inquietante, un pezzo di vita, da tempo
passato e dimenticato, acceso da un nonnulla.

Hermann Hesse, Pellegrinaggio d’autunno (5)

° ° °

Un caso strano

Scritta nel 1968, menzione d’onore al premio “Goldoni” di Venezia nel 1972 e al premio “Tolentino Terme” nel 1976, inclusa nelle Storie del 1977 e nelle Histoires, 3^ classificata al premio “Fanum Fortunae” di Fano per un soggetto cinematografico nel 1979.

(1) luce bianca: era già accesa quella azzurra da notte.

(2) arrestare: fermare.

(3) cominciava ad albeggiare: buon segno se anche il cielo, prima nerastro, si schiarisce.

(4) fascia nera: indice di lutto allora usuale non soltanto in Sicilia, ma anche altrove e anche nell’ambiente militare.

(5) Hermann Hesse: grande scrittore tedesco, premio Nobel, autore di numerose opere fra cui Siddharta, Il lupo nella steppa e Il gioco delle perle di vetro (1877-1962). La citazione vorrebbe essere il richiamo e la sigla di tutta questa storia.

• “Un caso strano è il racconto, profondamente umano, di un amore perduto, vivo nella memoria. Il lettore vi respira quasi lo stesso clima di ‘Passato remoto’ con un senso autobiografico di malinconia, di rimpianto, di sognata e mai toccata felicità, che rende queste novelle tra le più intime e personali. C’è qualche reminiscenza di Maupassant (cfr. Notte di Natale) per l’incontro sul treno, il parto e il ruolo di marito svolto da Frediano, ma l’impostazione è nuova e felicemente rielaborata.” (B. Conti, saggio cit., pag. 212)


Una mattina di febbraio

Calogero quella mattina s’era alzato di cattivo umore. Si avvicinò alla porta-finestra (1) della stanza-casa (2), scostò con un gesto violento la cortina (3) affumicata e guardò fuori bestemmiando.

Nonostante che fossero le sette passate, arrivava appena qualche filo di luce e le case di fronte disegnavano una cupa sagoma nel vicolo ancora buio. Alcuni nuvoloni interrompevano il cielo piatto e cadeva una fitta pioggerellina, insistente e monotona nel suo ticchettare ovattato.

Una mattina di febbraio, ancora una tragica mattina.

— Piove — disse Calogero. — Piove ancora.

La moglie si alzò lentamente e venne a guardare in silenzio. Con la sottana sbilenca per la pancia grossa e coi capelli irti sembrava una fantàsima o una strega. Poi spense il lume a petrolio e sulla cucina di mattoni accese un po’ di legna per far bollire un pentolino di latte. I bambini, che dormivano in un lettuccio affiancato al letto grande, cominciarono a tossire per il fumo.

Calogero sostò a lungo accanto alla porta-finestra. Quello era il sesto giorno consecutivo che non poteva andare a lavorare a causa della pioggia; e in quell’invernata (4) ben pochi giorni era andato a lavorare.

— Sono sei giorni — borbottò — e dopo che avrà smesso bisognerà restare ancora a casa, perché le zolle saranno fradicie e non vi si potrà poggiare i piedi.

Il latte era pronto e la moglie lo versò.

— Questo latte è acido! — gridò Calogero appena lo ebbe assaggiato.

— Come vuoi che ne compri dell’altro, se soldi non ce n’è? — ribatté la moglie. E poi aggiunse: — Sarebbe meglio che tu cercassi un altro lavoro, perché così non possiamo vivere. Sono più i giorni che resti a casa di quelli che vai (5) a lavorare.

— È mia la colpa se piove sempre? — urlò Calogero rabbioso. E bestemmiava.

— Non dico questo — rispose lei. — Ma so che tanti braccianti lavorano nei magazzini. Se tu pregassi il sensale (6), un posto nel magazzino potresti averlo. Così non perderesti altre giornate (7) e in casa entrerebbe un tozzo di pane.

— Come se la colpa fosse mia — ribatté lui. — Se tutti i braccianti andassero nei magazzini, nessuno andrebbe a lavorare in campagna; e allora sarebbero licenziati tutti quelli dei magazzini. Ci vogliono le pedate (8). E poi c’è la politica di mezzo (9). Bisogna essere iscritti ai partiti. Tu non sai che cosa vuol dire essere iscritti ai partiti. Vuol dire che se oggi comanda il tuo partito ti trovi bene e quando il tuo partito non comanda più tu puoi finire in prigione. No, niente partiti. Il governo dovrebbe pensare a queste cose, anziché costringerci a votare, ora ch’è finita la guerra.

— Niente partiti e fame sì, allora — concluse lei.

— La vuoi smettere, o ti do uno schiaffo? — minacciò lui. E si alzò per uscire.

Intanto i bambini s’erano svegliati e piangevano nel vedere che il papà voleva picchiare la mamma.

Nell’indossare un vecchio cappotto, Calogero si accorse che una manica scricchiolava.

— Non hai ancora rattoppato questa manica?

— L’ho rattoppata ieri.

— Si vede come l’hai rattoppata. Non sei buona a nulla. Non sai fare il più piccolo servizio. Non capisco perché t’ho sposata.

— Sì, avrei fatto meglio a non sposarti, io che ne ho avuto sempre il sangue amaro (10).

— Perché, non è vero che non sai fare nulla?

— Senti, vuoi andartene o me ne vado io? Dove devi andare? all’osteria? Vattene!

— Vado dove mi piace. Tu bada ai bambini e fatti la calza (11).

Calogero aprì la porta-finestra e se ne andò sputacchiando (12) e bestemmiando.

— Finalmente se n’è andato quel cattivo di vostro padre — disse sua moglie ai bambini, che strillavano ancora. — State tranquilli ora che non c’è lui. Speriamo che non torni più, tanto sono stufa di lui e della vita. Oh, povera disgraziata che non sono altro! Come farò con queste creature innocenti? Magari mi volessero per serva, che andrei (13) in qualsiasi parte del mondo, anche sulla punta della montagna (14).

E piangeva nel metterli in ordine.

Più tardi venne la vicina a chiedere un po’ di prezzemolo. — Mi serve per le uova — precisò. Ma la moglie di Calogero non ne aveva.

— Non ho nulla di nulla — si scusò, aprendo le braccia.

— Tuo marito non lavora? — chiese l’altra.

— Sì, con questo tempo è andato a spingere fumo con la stanga (16).

— Capisco — annuì sommessamente la vicina. Poi aggiunse: — Quando sarà la prossima nascita, se Dio vuole?

— In aprile dovrebbe essere — rispose la moglie di Calogero.

— Ma per quella data sarà tornato il bel tempo. Auguri! — E se ne andò saltellando nel fango.

Il cielo ormai s’era fatto tutto chiaro e il vicolo cominciava ad animarsi. Aveva smesso di piovere, ma faceva freddo. La campana di santa Caterina chiamava alla messa. (17)

° ° °

Una mattina di febbraio

Scritta nel 1972, pubblicata in “Silarus” già cit. di marzo-apr. 1974, tradotta in neo-greco da Irena Adamidis col titolo Ena prwino tou Flebarh, inclusa in 56 Mikra dihghmata, nelle due edizioni delle Storie e nelle Histoires, ripubblicata in neo-greco nel quotidiano di Nicosia (Cipro) “O fileleuqeroV” dell’ 11.I.1977, 5^ classificata al premio “Riccione” del 1977.

Una mattina di febbraio è un bozzetto di vita elementare e primitiva, abbrutita dalla miseria conseguente alla guerra; un quadro pessimistico che intristisce e incupisce il nostro animo.

Lo scrittore, che può aver conosciuto esperienze simili, ha calcato la mano su pennellate sempre più fosche, fino a provocare nel lettore una sensazione di fastidio, e quando si è stancato di descrivere ha lasciato il campo al dialogo, per rendere più reale, più vivo e più fotografico il suo racconto.

In quest’atmosfera gravida di pessimismo, su cui incombono un cielo piatto con i suoi nuvoloni e un vicolo buio con la sua cupa sagoma, i quali simbolicamente rappresentano l’angoscia e l’incapacità di uscire dalla tragica situazione, si possono enucleare tre motivi dominanti: la miseria, i dissensi fra i coniugi e la loro mancanza di civismo.

La miseria si nota chiaramente nella porta-finestra, nella stanza-casa, nel vicolo, nella tendina affumicata, nella sottana sbilenca e nei capelli irti, nel lume a petrolio e nella cucina di mattoni, nel lettuccio dei bambini affiancato a quello dei genitori, nel fumo che fa tossire i piccoli, nel latte acido, nella fame persistente, nel vecchio cappotto, nei rattoppi e nella manica che scricchiolava, nella mancanza di prezzemolo, di soldi e di un tozzo di pane, nell’impossibilità di trovare lavoro anche come servi. E dove c’è più miseria ci sono più figli.

Dalla miseria nascono i dissensi fra i coniugi, la violenza, le bestemmie, l’abbrutimento. Il matrimonio, che dovrebbe essere fondato sull’amore e sulla stima, qui è fondato sul bisogno di servizi e di mantenimento; e quando questi ultimi cominciano a scarseggiare, allora nascono la disperazione e l’odio. In pratica, questa è un’unione nulla o inconsistente, tenuta formalmente in piedi dalla convenzionalità. Calògero e la moglie di fatto hanno rinnegato quel sì richiesto dal prete e rivendicano ciascuno la propria libertà. E si noti che non è solo il marito ad avere la lingua lunga, perché la moglie, esasperata e scaltrita dalla miseria, non è da meno.

Anche la figura umana è abbrutita: la donna, che dovrebbe essere scelta e amata anche per la sua grazia, qui è ridotta ad un fantasma o ad una strega. Priva d’umanità, il suo compito è quello di far figli, allevarli e fare la calza e altri servizi. A sua volta il padre è presentato ai figli come un bruto, un nemico, un essere malvagio che sa fare solo del male, tanto che non si vede l’ora ch’egli vada via e si allontani dal focolare: così nei figli viene instillato l’odio per il padre, odio che potrebbe durare per tutta la vita.

Quanto alla mancanza di civismo, è evidente che dove c’è miseria ed ignoranza si arriva a fare quei discorsi strampalati che Calògero fa a proposito dei magazzini d’arance (dove si lavora al coperto), sui partiti e sull’obbligo del voto.

Soltanto alla fine s’intravede una schiarita. La presenza della vicina di casa, che nella generale miseria gode di un certo benessere e quindi di armonia col marito, la sua vivacità nel saltellare nel fango (per scansarlo, ma anche per una certa spensieratezza) e l’assenza in lei dei gravi problemi della moglie di Calògero, il pensiero della nuova vita che sboccerà da quella pancia grossa — se Dio vuole — e che apre a nuove speranze e a nuove prospettive, anche perché per quella data il tempo si sarà rimesso al bello, e soprattutto la fine della pioggia, lo schiarirsi del cielo e l’animarsi del vicolo: tutto ciò ci fa emettere un sospiro di sollievo per essere usciti — anche se provvisoriamente — da una situazione così drammatica che ci aveva oppressi.

Il bozzetto si conclude con una nota di ottimismo, confermata anche dal suono della campana, che nella sua usualità quotidiana, viene a collocare le grandi e piccole vicende umane in una dimensione molto più vasta.

Lo stile, semplice e piano, qualche volta assume un andamento musicale e cantabile, come — ad esempio — in quel “Sì, avrei fatto meglio a non sposarti, io che ne ho avuto sempre il sangue amaro”. Rifiutando il dialetto e il facile folclorismo, lo scrittore ha cercato di penetrare nella mentalità di quei disgraziati, facendosene interprete in buon italiano, nel quale ha trasposto il loro modo di pensare e di esprimersi, restando quanto più vicino alla loro elementarità.

Infine non si sottovaluti il blando intento moralistico. Quei bambini che strillano e che lo scrittore guarda con tenerezza (si noti il vezzeggiativo lettuccio) hanno avuto un’infanzia diversa da quella dei bambini d’oggi. Probabilmente essi sono diventati adulti portandosi dietro il marchio di quelle tremende esperienze. Ebbene, in tempo di consumismo e di sprechi, in tempo di gioventù viziata e drogata, violenta e omicida, non sembra inutile un ricordo di quegli anni terribili, un invito ad un maggior rispetto da parte dei giovani per gli anziani, che (forse loro genitori o nonni) allora hanno sofferto tante privazioni e amarezze, e in conclusione un sommesso monito per tutti.

(1) porta-finestra: unica apertura della stanza-casa, divisa in due parti a metà, di cui la parte superiore serviva da finestra e l’intero da porta.

(2) stanza-casa: casa costituita da un’unica stanza.

(3) cortina: tendina.

(4) invernata: parola più lunga rispetto ad inverno, quasi a mettere in rilievo l’interminabilità di quella stagione di maltempo.

(5) di quelli che vai: di quelli in cui vai (uso popolaresco).

(6) sensale: mediatore.

(7) non perderesti altre giornate: a quei tempi non esistevano assicurazioni sociali che garantissero la retribuzione dei giorni in cui non si poteva lavorare a causa di forza maggiore.

(8) pedate: raccomandazioni, spintarelle, appoggi; i classici “calci nel sedere” per mandare avanti qualcuno.

(9) c’è la politica di mezzo: Calògero per politica intende maneggi, imbrogli, essendo essa considerata una cosa “sporca”.

(10) sangue amaro: il matrimonio ha portato solo amarezze.

(11) fatti la calza: non è solo l’ordine di eseguire un lavoro domestico, ma anche quello di non impicciarsi. A quei tempi quasi tutte le donne, nei momenti liberi da lavori più impegnativi, lavoravano a far calze per sé e i familiari.

(12) sputacchiando: probabilmente aveva contratto la bronchite lavorando in mezzo all’umido della campagna, ma il gesto esprime anche sfogo e disprezzo.

(13) che andrei: perché andrei.

(14) montagna: per antonomàsia è l’Etna.

(15) uova: una può permettersi le uova col prezzemolo, l’altra non ha nulla di nulla. Quadro desolante.

(16) spingere il fumo con la stanga: frequente modo di dire che significava far nulla, essere disoccupato.

(17) Il cielo ormai s’era fatto tutto chiaro...: tre periodi, tre cenni di apparente ritorno alla normalità.

• “Particolarmente bella ed efficace Una mattina di febbraio.” (Ketty Daneo, Storie paesane di Carmelo Ciccia, “Italia turistica”, Padova, lug. 1977, pag. 77)

• “Una mattina di febbraio è un’altra novella che ha avuto successo. Tradotta in neo-greco da Irena Adamidis, è stata inserita in un suo libro comprendente 56 scrittori di tutto il mondo da lei tradotti (Casa editr. Hestia, Atene) e ripubblicata da un quotidiano di Cipro. È una novella verghiana per il pessimismo che la pervade e per alcune particolarità linguistiche, specie nell’uso dei pronomi io e che.” (B. Conti, saggio cit., pag. 212)

• “Storie paesane. They were highly praised, commented and translated in England and France. The one story that I consider the best of the collection, Una mattina di febbraio, has also appeared in Greck translation.” (Gaetano A. Iannace, “World Literature Today”, University of Oklahoma, Norman, Stati Uniti d’America, aut. 1978)


La salvezza della regina

A Timpatà quell’anno non pioveva da tre mesi. Mai, a memoria d’uomo, s’era avuta in quella zona un’estate così asciutta. Soffrivano le piante e soffriva particolarmente la vite, che era la coltura principale. A poco giovava l’irrigazione periodica: anche l’acqua dei canali era scarsa e perciò veniva contesa dai molti agricoltori. Si profilava ormai un raccolto scarso e per giunta di scarsa qualità. Altro che uva regina, onore e vanto di tutta la provincia! I grappoli avevano acini radi, rachitici e cianotici, sofferenti come esseri umani in preda ad una lunga agonia.

C’era poi il rischio che, dopo una così lunga siccità, il cielo prorompesse in un violento temporale, capace di distruggere anche quel poco di buono che s’intravvedeva sui tralci. Così, quando cupi nuvoloni si addensavano e cadeva qualche gocciolone, molti erano i cuori che palpitavano e molte le bocche che bestemmiavano.

Un giorno il cielo si fece cupo in maniera preoccupante. Neri s’era buttato a dormire, il pigrone, per dare un po’ di sollievo alla sua pancia, a causa dell’afa stagnante che gli rendeva difficile il respiro. Ma Boco non dormiva: o che fosse magro come un asparago o che avesse più interessi, fatto sta che egli era sempre in piedi. “Quest’anno — aveva detto — se non ci aiuta il Padreterno, avremo uno scarso raccolto, o anche niente”. E qui una bestemmia.

Appena caddero le prime gocce, Boco andò a svegliare Neri: entrambi poi corsero a guardare il cielo dalla piazza, verso tutte le direzioni, e notarono che esso era cupo, sì, ma in maniera discontinua.

Dopo le prime gocce, cominciò a piovere a dirotto. Di tanto in tanto lampeggiava, e subito dopo si udivano dei tuoni, ma non tanto vicini. In concomitanza si misero in azione le batterie antigrandine.

Nella piazza e nei vicoli circostanti, la gente s’era affacciata alle porte e alle finestre; alcuni sostavano sotto i poggioli, negli androni, dentro le automobili e perfino sotto il carrubo (1).

Ora nessuno parlava, ma si stava in attesa. Sui volti tesi si alternavano la soddisfazione, la curiosità, l’incertezza, la paura. Si osservava il cielo, la direzione delle nuvole, la quantità della pioggia. Qualcuno protendeva le mani a bacinella e poi beveva o assaggiava l’acqua che vi si era raccolta.

S’era fatto un concerto. Dapprima si udì soltanto il crepitìo sui tetti e sulle strade, poi si associarono lo scroscio delle grondaie e il fluire dei rigagnoli. Continuava il brontolìo delle batterie. Alle narici arrivava con violenza l’odore pungente della terra bagnata.

Dopo un’ora il nuvolone ruotò. Al nero-piombo che incombeva subentrò il grigio e poi il bianco. Larghi squarci cominciarono ad incrinare il tessuto di quella cappa, attraverso i quali, ad intervalli, faceva capolino qualche raggio di sole.

Il pericolo sembrava cessato. Al silenzio degli astanti successe un certo brusìo, che in seguito si trasformò in vocìo. Sui volti, che cominciavano a distendersi, apparivano la fiducia e la speranza.

Mentre ancora continuava a piovere, qualcuno attraversava di corsa la piazza; qualche altro sembrava indugiare sotto la pioggia, come per gustarne l’effetto rilassante; qualche altro ancora usciva dal caffè, si bagnava un po’ e poi rientrava gocciolante. Infine nella piazza apparve anche la Lena, la quale non restò impassibile sotto la pioggia, ma sembrava bearsi della frescura che i rivoletti formati dalle gocce, insinuandosi fra le sue vesti, le procuravano.

— Si sta purificando di fuori e di dentro — commentò maliziosamente Boco, osservandola con attenzione.

Intanto la salve delle batterie si era rarefatta e di rincalzo cominciò uno scampanio. Dall’alto del campanile, frammista e confusa col suono delle campane, arrivava a ondate la voce reboante degli altoparlanti, che urlava (2): “Ringraziamo il Signore per la grazia che ci ha fatto. La regina è salva. Viva la regina!”.

Pasqualotto fu il primo a rispondere:“Viva la regina!”. Poi gli fecero coro Neri, Boco e tanti altri:

—Viva la regina!

— Viva!

— Evviva!

Più tardi, quando ancora non era spiovuto ma il pericolo era veramente cessato, Neri e Boco si recarono alle loro vigne. Stentarono a camminare a causa delle pozzanghere, ma erano felici osservando i grappoli.

La grandine non era venuta e il raccolto non era compromesso. La pioggia aveva vivificato tralci e grappoli; e l’uva, gocciolante, sembrava avere assunto nuove dimensioni e un nuovo colorito. Fra qualche mese, già matura, coi suoi chicchi robusti, biondi e profumati, che ne facevano un prodotto ricercatissimo, essa sarebbe stata raccolta in abbondanza ed esportata dappertutto, pronta a diventare la Regina delle mense.

A sera la gente si era riunita a crocchi nella piazza e discuteva animatamente di quantità, di qualità, di prezzi, di lavoro e di guadagno. Pasqualotto ascoltava ora qua e ora là, e ogni tanto ripeteva: “Viva la regina!”.

Sul balcone del municipio, illuminato a festa, il sindaco fece esporre il tricolore (3).

° ° °

La salvezza della regina

Scritta nel 1973, inclusa nelle due edizioni delle Storie, nelle Histoires, in Dei nostri giorni e in Racconti d’Italia, questa storia è tutto un correre verso l’ottimismo; e tutto si risolve al meglio.

La natura è capricciosa: a volte piove per settimane impedendo il lavoro all’aperto, a volte non piove per mesi danneggiando l’agricoltura.

Anzitutto bisogna sgombrare il campo da un equivoco: il titolo ci fa pensare a qualche testa coronata, un’Elisabetta o un’Isabella, salvata dal pericolo di cadere nelle mani di pirati o turchi. Invece questa regina altro non è che l’uva regina salvatasi dalla siccità e dalla tempesta. Oggi l’uva regina è una qualità d’uva. In Sicilia, invece, racina o raggina (in francese raisin), vuol dire semplicemente “uva”. È probabile che certi commercianti di questo prodotto, provenienti da regioni in cui si produce uva di qualità diversa e inferiore, venuti a contatto con commercianti e produttori che, per reclamizzare l’uva, dicevano o scrivevano racina o raggina, abbiano inteso che “regina” fosse una qualità, e non invece il nome comune dell’uva stessa, che in realtà è regina della tavola e delle altre qualità di uve.

Per capire meglio il titolo si può tener presente che il grappolo d’uva pendente dalla pèrgola è sempre stato un oggetto di desiderio per la sua dolcezza, e ha indotto nella tentazione di staccarlo anche se un po’ aspro perché non ancora del tutto maturo. E l’uva stessa, specialmente se nera, nell’immaginario dei sogni popolari è simbolo di peccato e di malaugurio. Al riguardo si veda la novella verghiana Cavalleria rusticana, dove Santuzza è chiamata da Alfio “racinedda mia”, con l’uso (rarissimo in Verga, che si preoccupò sempre di scrivere in italiano, anche se in un italiano da lui stesso adattato ai moduli linguistici del siciliano) di un termine dialettale.

Per il resto la storia si snoda fra echi dannunziani e comissiani. C’è come una magica atmosfera d’attesa prima dell’esplosione del temporale; Boco, che auspica l’aiuto del Padreterno e insieme bestemmia, ha un modo tutto suo di pregare, che è caratteristico di tanta gente del Sud: piegare la volontà dei santi e degli dei del cielo a forza di bestemmie, sfidando la loro potenza.

La pioggia produce un concerto e uno spettacolo, in cui sono annotati particolari e sequenze, in una cronologica successione, che può rispecchiare anche il modo di dipingere di un pittore: il passaggio dai toni violenti e cupi a quelli chiari e tenui.

Circa l’effetto rilassante e purificante della pioggia, si tenga presente che esso è una pratica presso certe popolazioni africane, dove si crede anche che la pioggia dia fecondità alle donne.

L’apparizione di Lena (donna poco seria, reminiscenza della Léena dei Dialoghi delle meretrici 5 di Luciano di Samòsata, della Lena dell’Ariosto e della “lèna” di Maia V del D’Annunzio) è un fuori-programma, in quanto che serve a distrarre l’attenzione dal problema dominante. In questo scopo rientra anche la battuta maliziosa di Boco. Nel piacere per l’insinuarsi della pioggia c’è una specie di sensualità.

Dopo il biasimo per certi preti che installano altoparlanti sui campanili, la cui voce reboante è lontana dalla voce di Dio (che si esprime più e meglio con le campane), subentra Pasqualotto, che, sebbene sciocco, riesce a trascinare altri nei suoi “viva!”.

L’uva quindi è salva, la gente ora può parlare di lavoro e di guadagno e il sindaco fa esporre il tricolore al balcone del municipio illuminato a festa. Insomma la salvezza della regina è come una festa nazionale per la comunità dell’immaginario paese di Timpatà. E si noti la magia della bandiera italiana, ben capace di sottolineare e alimentare uno stato d’animo gioioso. Ci manca solo la banda: ma noi possiamo immaginarla lo stesso, sfilare per le vie suonando il “Dio salvi la regina” di elisabettiana memoria.

(1) carrubo: albero sempreverde delle leguminose, con frutti gustosi ma duri a forma di banane schiacciate, di color bruno o marrone, che raggiunge notevole altezza e larghezza.

(2) urlava: evidente la critica all’uso degli altoparlanti sui campanili.

(3) esporre il tricolore: allora era obbligatorio esporre il tricolore sui palazzi pubblici solo nei giorni previsti dalle disposizioni.


Il nuovo barbiere... un barbiere vecchio

Entrai difilato nel salone, con la precisa intenzione di liberarmi della mia zàzzera (1), considerato che il caldo afoso mi rendeva più pesante la testa, come pure il cervello e i pensieri (2).

Il barbiere era seduto su una sedia bassa, piegato su un tavolinetto e immerso nella lettura di un giornalino a fumetti. Il mio barbiere, piuttosto anziano, era solito fare di queste letture: lo conoscevo come dedito più alla lettura che al suono di fisarmoniche o di altri strumenti che si sentono suonare negli altri saloni. Ed aveva parecchio tempo libero, perché, essendo il suo locale ubicato in periferia, era frequentato più che altro da persone anziane, sempre rare, a cui piaceva chiacchierare o leggiucchiare.

—Barba e capelli!—gridai dopo aver salutato, con un’irruenza che esprimeva anche l’impazienza.

Destato dalla mia presenza e dalla mia voce, il barbiere si alzò. Mi accorsi subito che non era il mio barbiere, ma uno nuovo. In quella positura (3), con quel solito camice e con quegli occhiali, nonché per una certa simile fisionomia, non lo avevo riconosciuto prima. Se avessi saputo di non trovare il mio barbiere, al quale ero abituato da anni, non sarei andato lì: avrei atteso il suo ritorno oppure mi sarei scelto un altro barbiere che godesse di buona fama. Ma ormai ero lì e certo non potevo dire che rinunciavo al taglio. Così, dietro un suo bonario invito (4) accompagnato da un largo gesto della mano, mi accomodai sulla poltrona, squadrando quell’uomo.

Mi accorsi subito che il nuovo barbiere era... un vecchio barbiere. Se definivo anziano il mio, questo avrei dovuto definirlo decrepito. E dovetti sbalordirmi ancor più, quando, a mia richiesta, m’informò che il barbiere titolare era andato a fare la stagione in montagna (5), lasciando come sostituto lui, cioè il padre. Mi sbalordì questa affermazione, in quanto che non avrei mai pensato che il mio barbiere a quella età potesse avere il padre ancora vivente.

Nello studio che feci di quell’uomo, la prima cosa che mi colpì fu l’estremo pallore. Certamente era ammalato; tisico, per esempio, o leucemico o ipoteso (6). Poteva crollare a terra da un minuto all’altro, e magari poi avrei passato dei guai con la giustizia per testimonianze, interrogatori, accuse, ecc. Ma chi me lo aveva fatto fare ad entrare con quella baldanza? Perché non avevo aspettato di vederlo in faccia, prima di chiedere il taglio? Così avrei potuto chiedere soltanto dove si trovava il deposito di frutta e verdura, anziché sottopormi ad un rischio sicuro.

Successivamente mi colpì il tremito della sua bocca, che mi confermò la mia opinione sulla gravità di quella malattia. Guardandolo attentamente sulla bocca, avevo l’impressione che quel poveraccio, ansimando e boccheggiando, stesse per esalare l’ultimo respiro. Non capivo come quell’incosciente di un figlio avesse lasciato un moribondo a sostituirlo: certamente doveva essere un incosciente. Perché non aveva chiuso quel baracchino, invece di mettere a repentaglio la vita dei clienti, oltre che quella di suo padre?

Infine mi terrorizzò il tremito delle sue mani. Non capivo come avrebbe potuto maneggiare strumenti così delicati e (nelle sue mani) micidiali. Ora mi spiegavo anche perché non si vedevano altri clienti: probabilmente qualcuno era stato ferito o malridotto nell’acconciatura, e se n’era sparsa la voce, voce che a me non era pervenuta chissà perché.

Questo fu il momento che stavo (7) per andar via, dicendo che rinunciavo al taglio. Ma poi ebbi pietà di quel povero vecchio, che certamente si sarebbe sentito inutile, se io avessi fatto quel gesto, e avrebbe trascorso più tristemente gli ultimi suoi giorni. Allora mi sottoposi al supplizio, raccomandandogli di farmi solo la sfumatura, visto che a me piaceva diventare capellone.

Il nuovo barbiere si mise al lavoro e io cominciai a raccomandarmi a tutti i santi del paradiso. Sospettavo qualche ferimento o anche qualche sconcio. Se mi avesse fatto le “scale” (8), come avrei potuto presentarmi al lavoro o in giro? Ma pazienza: sarei andato da un altro barbiere, pregandolo di assestare le linee, col rischio di vedere rimpicciolita la mia capigliatura e la mia figura abituale. Meglio questo che essere ferito.

Il lavoro procedeva lentamente. I movimenti di quell’uomo erano lenti, misurati e compassati. Sembrava che egli dovesse meditare prima di compiere un gesto. Non vedevo l’ora che passassero quei minuti e che io potessi uscire vivo, sano e libero da quell’incubo, anche se un po’ sconciato. Chiesi un giornale per distrarmi, ma quel barbiere era talmente povero che non aveva nessun altro giornale che quel fumetto diabolico (9). Così fui costretto ad assistere a quello scempio.

Finalmente arrivò il momento del rasoio, dopo quelli della forbice e della macchinetta. Questo significava che era giunto il momento cruciale dell’operazione. Gli vidi brandire quell’arma e fui preso dal pànico. Con voce rauca (10) gridai: “No!”. Non volevo che mi riducesse come san Lazzaro o che mi facesse saltare un’orecchia.

Il nuovo barbiere rimase un momento come incantato: con una mano brandiva in aria quella spada di Damocle e con l’altra mi stringeva la testa. Lo osservai in questo atteggiamento; e poi, convinto che il mio sacrificio dovesse essere consumato fino all’ultimo (11), aggiunsi: “No, non mi stringa la testa così forte, se no mi fa male”. Lui mormorò: “Mi scusi: è lei che tira la testa dalla parte opposta. Se lei allontana la testa, come faccio a raderla?”. Sembrava un medico che volesse convincere un malato capriccioso o pauroso; e mi convinse. Abbozzai un sorriso, il sorriso della morte, e ne ricevetti uno di ricambio. Intanto chiesi la grazia a sant’Antonio e gli promisi che gli avrei acceso un cero nella chiesa più vicina.

Da quel momento il nuovo barbiere fu il padrone assoluto di me, della mia vita e della mia morte. Il sangue delle vene mi defluiva verso il basso o il centro, comunque lontano dal cervello. Non so se fossi pallido più del barbiere. Non sentivo bene; e quando il mio torturatore mi chiedeva qualcosa, dicevo sempre sì, anelando soltanto di andar via il più presto possibile. Erano altre cose che lui voleva fare sulla mia testa, altre sue finezze; e io gli rispondevo di sì.

All’improvviso sentii dirmi: “Pronto, signore!”. Non mi parve vero. Il taglio era finito. La tortura era finita. Ero vivo. Ero sano. Ero libero. Cominciai a distendermi.

Indugiai a guardarmi negli specchi che il brav’uomo mi girava intorno per farmi ammirare il suo capolavoro. Ferite non ne avevo; e il taglio dei capelli... mica male quel taglio di capelli. Era durato un’eternità, ma era presentabile, anzi era buono...

—Perfetto! —dissi con una doppia soddisfazione.

Lo pagai il doppio (12). Nel ricevere il denaro, egli mi sorrise: e i nostri sguardi s’incontrarono (13). Sembrava che volesse esprimermi gratitudine e soddisfazione. Alla sua età e nelle sue condizioni è difficile che un taglio riesca così. Certamente lui era uno di quei vecchi artigiani, divenuti maestri nella loro arte. Ho capito che, anche se era vecchio, il mestiere lo sapeva, e come! Era un vecchio leone! Chissà come sarà stato contento di essere ancora utile a qualche cosa!

A pensarci bene, questo nuovo barbiere non era mica cattivo (14): forse ci tornerò qualche altra volta (15).

° ° °

Il nuovo barbiere... un barbiere vecchio

Scritta nel 1973, 5a classificata al premio “Ungaretti” di Roma nel 1973, inclusa nelle due edizioni delle Storie e in varie antologie scolastiche: Scuola aperta (La Nuova Italia), L’albero delle storie (Giunti Marzocco, riduzione), L’occasione interdisciplinare (Palumbo), Progetto lingua italiana (Istituto Geografico De Agostini), Nuova introduzione alla realtà (La scuola), Contesti italiani (Guerra), ecc. Una riduzione è stata pubblicata anche nel giornale scolastico “La Kennedy” (Conegliano) di genn.-febbr. 1988. È stata tradotta in giapponese. Inoltre questa storia è stata inserita nei programmi d’insegnamento della Boston University di Padova per l’anno 2001-‘02, in quelli dell’Università di Praga, facoltà di filosofia (Romanistika), e della Escuela Oficial de Hidiomas, Departamento de Italiano, di Huesca (capoluogo dell’Aragona, Spagna) per l’anno 2005-’06, e in quelli del Dipartimento d’italianistica dell’Università di Zara per l’anno 2010-’11.

Di queste storie, dunque, questa è la più diffusa nel mondo della scuola.

Per buona parte della narrazione si ha l’impressione che questo nuovo barbiere sia uno zimbello, motivo di divertimento per il lettore; ma sotto questo punto di vista il cliente non è meno buffo. La storia si snoda tra alterne vicende, fino a quando divertimento e incubo si trasformano in un grande impegno sociale: valorizzare gli anziani, le loro conoscenze ed esperienze, i loro mestieri e le loro arti, le loro residue capacità; in sostanza la loro ragione di continuare a vivere e se possibile operare.

Nella suggestione del cliente, certi gesti e certe parole del barbiere (ad esempio, brandire il rasoio) hanno un’indiscutibile comicità; ma comica è anche la paura del cliente. Insomma, fra i due non si sa chi riesca più buffo. Però alla fine dell’incubo, quando il cliente può gioire di essere vivo, sano e libero (si noti la gradazione discendente, dal concetto più alto che è la vita) e si sente obbligato a mantenere il suo voto di andare ad accendere un cero a sant’Antonio per grazia ricevuta, l’io narrante ritorna lo scrittore, con le sue riflessioni, i suoi consigli alla società e l’esempio di voler tornare ancora — forse, ma l’intenzione c’è — da quel barbiere. E questo, perché nel pagarlo il doppio e nel riceverne un sorriso il suo sguardo s’incontra con quello del barbiere; e in quell’incontro, se da una parte c’è gratitudine, dall’altra c’è l’impegno di lottare per una società più rispettosa, più giusta e più umana nei confronti degli anziani.

(1) zàzzera: capigliatura folta e trascurata.

(2) cervello e pensieri: il caldo riduce l’attività psichica.

(3) positura: postura, posizione.

(4) bonario invito: il vecchio barbiere è non soltanto bravo, ma anche buono, e col suo gesto esprime bontà e attira simpatia.

(5) stagione in montagna: avere il locale in periferia con una clientela rara, anche perché la gente era andata in villeggiatura, ha spinto il barbiere titolare a recarsi a lavorare in una località turistica di montagna, a caccia di clienti.

(6) tisico, leucemico, ipoteso: affetto da tubercolosi, da leucemia e da bassa pressione arteriosa.

(7) momento che stavo: momento in cui stavo (popolaresco)

(8) le “scale”: taglio a gradini, privo di sfumatura, tipico di barbieri inesperti.

(9) fumetto diabolico: giornale “Diabolik”.

(10) con voce rauca: per lo spavento anche la voce gli si è abbassata di tono.

(11) sacrificio... fino all’ultimo: il cliente si sente una vittima sacrificale, che attende rassegnata la morte fatale. Certamente è ridicolo questo sentirsi martire di un così improprio martirio.

(12) lo pagai il doppio: c’è una doppia soddisfazione, per il taglio riuscito e per la fine dell’incubo.

(13 i nostri sguardi s’incontrarono: è commovente questo incontro di sguardi. Il vecchio chiede comprensione per il suo stato, il giovane chiede scusa per il suo spavento. E fra le due persone così s’instaura un filo di simpatia.

(14) cattivo: incapace, scadente.

(15) forse ci tornerò: il cliente è ancora preso dal pànico e con l’avverbio forse attenua l’idea, ora venutagli, che tornerà da quel barbiere.

• “Quante volte sorridiamo dei vecchi per il loro desiderio di rendersi ancora utili! Li giudichiamo ‘inabili’ a ogni forma di attività, anche a quella in cui sono stati maestri. E in loro nasce un profondo avvilimento per la consapevolezza di essere considerati inutili. In realtà essi possono sempre insegnarci qualcosa, o con le parole, o con le azioni, come fa il vecchio barbiere protagonista di questo racconto.” (C. Sambugar, Scuola aperta, La Nuova Italia, Firenze, vol. 2°, 1^ ediz. 1980, pagg. 604-607)

• “Un barbiere vecchio. Il racconto, divertente e scorrevole nella sua modesta bonarietà, vuole pure sottolineare una realtà amara, di particolare risonanza drammatica nel nostro tempo [...] Un fatto banale [...] e tuttavia pieno di un significato più profondo e doloroso, che è la denuncia del pregiudizio che emargina i vecchi dalla società attiva, soltanto perché vecchi.” (G.Spadafora / G.Buscemi, L’occasione interdisciplinare, antologia per la scuola media, Palumbo, Palermo, vol. II, 1986, pag. 286)

• “Chi avrebbe mai immaginato che dietro quell’aspetto pallido e quelle mani tremanti si nascondesse un bravo ed esperto barbiere come pochi se ne trovano? Questo è in sintesi il tema del racconto di Carmelo Ciccia.” (M.Pichiassi / G.Zaganelli, Contesti italiani / viaggio nell’italiano contemporaneo attraverso i testi / materiali per la didattica dell’italiano L2, Guerra, Perugia, 2012, pag. 97)


Caccia al titolo

Si ritrovarono, quasi un centinaio, tutti insieme in pretura: “avvocati”, “ingegneri”, “professori” e perfino un “monsignore”. Tutto il fior fiore dei “professionisti” di Cuddé (1). E l’accusa era sempre la stessa: usurpazione di titolo; per avere ciascuno di loro usato su carta intestata personale o sui biglietti da visita o su targhe apposte sulla porta della propria abitazione un titolo professionale non spettante; per essersi fatto inserire nell’elenco telefonico col medesimo titolo abusivo. Il presidente del locale circolo universitario, a sua volta, veniva accusato di avere ordinato all’inserviente del circolo stesso di chiamare col titolo di “dottore”, secondo la tradizione, tutti gli studenti soci, anche i matricolini. Anche la società telefonica era sotto accusa.

Certo, doveva averne avuta di pazienza quel pretore: dapprima si era messo a studiare l’elenco telefonico; poi, approfittando anche di amicizie personali, aveva iniziato le indagini.

Aveva avuto il coraggio di sfidare il malvezzo di un luogo in cui un cittadino, per essere onorato e rispettato, deve essere non un semplice signore, ma un avvocato o un ingegnere o un professore, eccetera; cioè deve avere un titolo, vero o fasullo o superiore a quello effettivamente spettantegli.

Gli “avvocati” risultarono laureati in giurisprudenza, ma privi della necessaria abilitazione; erano quasi tutti impiegati o al municipio o in banche o in altri uffici; qualcuno non esercitava alcun mestiere o professione, limitandosi a vivere di rendita, quale possidente. Gl’“ingegneri” risultarono geometri o periti; i “professori” tutti maestri elementari, tranne un laureato in lettere, ma sfornito di abilitazione, impiegato al consorzio agrario. Il “monsignore” infine era l’arciprete; il quale, essendo forestiero e di nuova nomina, credeva che il titolo di monsignore, dato ai suoi predecessori, derivasse da un privilegio conferito alla chiesa arcipretale; e, anche perché i fedeli lo chiamavano volentieri con quel titolo, non aspettò alcun decreto pontificio per farsi chiamare “monsignore”.

Il “monsignore” invocò il Concordato e perciò si salvò: il suo era un titolo del tutto diverso da quelli degli altri imputati. — Meglio non mettersi contro le autorità ecclesiastiche — pensò il pretore. — La materia concordataria è così ingarbugliata; e, poi, in dubiis pro reo (2).

Gli altri, invece, furono condannati con ammende da cento a duecentomila lire. Inutilmente invocarono l’uso generale dei titoli da parte di clienti o conoscenti; qualcuno presentò addirittura un atto notorio, in cui si attestava che il medesimo era noto col titolo di avvocato o ingegnere; e all’obiezione del pretore di aver consentito quel titolo senza aver dissuaso i propri clienti rispondeva che per lavorare aveva bisogno di un titolo. I maestri, poi, si difesero dicendo che non solo gli alunni e i loro genitori li chiamavano col titolo di professore, ma perfino la direttrice didattica, l’ispettore e il provveditore agli studi; sicché anche loro, fra di loro stessi maestri, quando non si davano del tu si davano il titolo di professore.

Tutto ciò irritava il pretore; non era un reato che lui voleva colpire, ma una mentalità che voleva sconfiggere, una mentalità che faceva alcuni padroni ed altri servi, incrementando appunto la piaga del servilismo. Perciò la condanna più efficace fu quella che egli inflisse alla società telefonica per concorso nello stesso reato; la quale società dovette immediatamente verificare i titoli degli abbonati, col risultato che da allora in poi nell’elenco telefonico comparvero titoli fino ad allora inusitati: “maestro”, “perito agrario” e simili; mentre aumentò il numero dei “dottori”, che presero il posto di tanti “avvocati” e altri laureati.

Naturalmente, se il malvezzo irritava il pretore, le sue condanne irritarono la classe politica, i notabili e potenti del luogo. Uno dei condannati era in possesso addirittura di tre lauree: gli si riconosceva valido soltanto il titolo di dottore, mentre venne condannato per quelli di avvocato e professore che aveva fatto stampare nell’elenco telefonico. Fu la pietra dello scandalo. Era necessario muovere le acque in alto loco per fare cambiare aria al pretore.

Il più scontento e il più sconfitto di tutti si ritenne il maestro Grillo. Per questo “professore” era una vergogna enorme il vedersi degradato al rango di “maestro”, nonostante lui svolgesse effettivamente le funzioni di maestro e non quelle di professore. Da trent’anni tutti lo conoscevano per professore, tutti lo chiamavano “professore”. Come si faceva ora a dire, a chi avrebbe chiesto chiarimenti: “Io non sono professore”? Ma lasciamo stare i paesani, i quali avrebbero lo stesso continuato a chiamarlo con quello che ormai era il suo titolo. Il problema più grave era quello dell’elenco telefonico, della targa sulla porta e dei biglietti da visita.

Grillo era uno di quelli che avevano presentato al pretore l’atto notorio, rilasciatogli dal sindaco, suo cognato. “Voce di popolo, voce di Dio!” gridava al pretore. “Il titolo me l’ha dato il popolo e la legge non me lo può togliere”. Ma inutilmente. Perse la sua battaglia e fu condannato e diffidato.

Con questa condanna e diffida non poteva permettersi più quel titolo; e non si dava pace. Ci fu qualcuno che cercò di consolarlo. Il titolo di maestro non è così brutto: nel campo musicale maestro è un titolo superiore a quello di professore; i professori universitari, professoroni, si fanno chiamare “maestro”; maestri sono i migliori artisti della penna, del pennello e dello scalpello; e maestro era il Maestro per eccellenza: Gesù Cristo. Perché tanta vergogna dunque? Altrove uno che riceve da un interlocutore un titolo non spettantegli, lo rifiuta; e se quell’altro insiste, ritenendo di essere preso in giro gli toglie il saluto.

Ma queste considerazioni non convincevano quel Grillo: lui non voleva figurare né come “maestro” né come “insegnante” né tantomeno come “signor”. Occorreva trovare un titolo per lui dignitoso.

A cavarlo dalla depressione fu proprio suo cognato, il sindaco, il quale ricorse al solito senatore. “Sa, Eccellenza (ma il senatore si prendeva senza scrupoli quell’“Eccellenza”), si tratta di un galantuomo spogliato della sua dignità, che ha dato un grande contributo alla scuola e alla patria, per non parlare delle sue benemerenze come poeta dialettale. Non si potrebbe avere per lui un’onorificenza della Repubblica?”.

L’onorificenza non tardò a venire: cavaliere al merito della Repubblica. Il pretorino aveva sconfitto il “professore” Grillo, ma il “cavaliere” Grillo sconfiggeva tutti i pretori d’Italia. Non più l’aborrito “maestro” minacciato dalla società telefonica, ma l’alto e ambito “cavaliere” onorava la vita di un degno cittadino. Così d’allora in poi l’elenco telefonico portò la voce “Grillo cav. Agrippino” (3) , e il neo-cavaliere mise a posto la sua coscienza e le sue carte.

Ma quel pretorino intraprendente durò poco a Cuddé: promosso o giubilato (4) non si sa. Si sa solo che presto fece fagotto. Giusta punizione — si disse — per chi aveva osato sfregiare la dignità di una classe sociale bisognosa dei suoi titoli.

° ° °

Caccia al titolo

Scritta nel 1976 e inclusa nelle due edizioni delle Storie.

Torniamo a Cuddé con questa storia, in cui non si sa se cacciatori siano i falsi titolati o cacciatore sia il pretore; ma forse entrambe le parti vanno a caccia di titoli: i falsi titolati per usurparli e il pretore per condannarli. Fra le piaghe del Meridione c’è la mania dei titoli: a Roma son tutti dottori, a Napoli si spendono fior di quattrini per farsi cambiare il Di o De in di o de (con iniziale minuscola, anche se i cognomi dovrebbero andare sempre con iniziale maiuscola) e per dimostrare l’appartenenza a qualche antica famiglia nobiliare, in Sicilia i maestri elementari si fanno chiamare “professore” e i periti “ingegnere”. L’abbiamo visto anche in Due pubblici ufficiali. Ma come si fa a sradicare un malvezzo così radicato? Ci ha provato questo pretore cacciatore, ma poi è stato promosso o giubilato e ha cambiato mandamento.

È certo, però, che il maestro Grillo è proprio una macchietta: neanche avere lo stesso titolo dei maestri della penna, del pennello e dello scalpello lo convince; neanche il fatto che Cristo si faceva chiamare Maestro lo esalta. Lui vuole essere superiore a tutti, anche a Cristo, e vuole essere chiamato “professore”. Soltanto il titolo di “cavaliere” gli restituisce la sua pompa, facendoci esclamare: — Ma guarda a che cosa è ridotto il titolo di “cavaliere”!

C’è in tutta la storia una satira spietata contro Grillo e i suoi simili, contro tutto quel ciarpame di falsi titolati; ma è una satira gravida di amarezza, se si considera quanto diffusa e dura piccolezza umana ci sia intorno a noi. Quale educazione civile verrà da Grillo & compagni?

Ironia della sorte: quasi 30 anni dopo avere scritto questa storia lo scrittore, per interessamento d’amici, è stato a sua volta insignito dal Capo dello Stato dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica”. È proprio vero il proverbio: chi di spada ferisce, di spada perisce!

(1) Cuddé: vedi note a Poveri Santi.

(2) in dubiis (o anche in dubio) pro reo: solido principio della giurisprudenza e modo di dire proverbiale (latino), secondo cui quando ci sono dei dubbi circa l’effettiva consumazione di un reato la giustizia dev’essere favorevole all’imputato. Ad esempio, è il principio su cui si basa l’assoluzione per insufficienza di prove.

(3) Agrippino: nome in onore di sant’Agrippina, patrona di Mineo (CT).

(4) giubilato: tolto dal posto di responsabilità perché scomodo a qualcuno e mandato in qualche altro posto, onorevole ma privo di potere effettivo, e comunque incapace di nuocere ai potenti.

• “Come altrove, il lettore è introdotto subito in medias res: entra in argomento senza preamboli.” (B. Conti, saggio cit., pag. 213)


Pasticcio

Due volte all’anno, tante telefonate con voci concitate s’incrociavano da un capo all’altro dell’Italia: da Napoli a Roma, da Milano a Torino, da Trento a Trieste, da Venezia a Tarvisio, da grandi città a piccoli villaggi e perfino dall’Italia all’Austria e alla Svizzera:

— Sta arrivando Pasticcio!

— Èarrivato Pasticcio!

—Viva Pasticcio!

Erano voci di bambini, entusiasti per l’arrivo di Pasticcio; perché, se ai genitori l’arrivo di quell’uomo poteva arrecare qualche disturbo imprevisto, per i figli esso era soltanto una gioia.

I bambini lo chiamavano Pasticcio, ma non sapevano chi gli avesse imposto quel nome e quale fosse il suo vero nome. Sapevano, però, telefonandosi ad ogni suo arrivo, che li aveva fatti incontrare e conoscere fra di loro proprio Pasticcio.

Pasticcio, dunque, arrivava due volte all’anno, in dicembre e in giugno, carico di borse e di valigie contenenti tanti bei doni per i suoi ospiti: vecchi compagni di scuola e semplici compaesani o anche persone che aveva conosciuto nei viaggi precedenti, o tramite i conoscenti o direttamente, sui treni e nelle trattorie.

Per tutti aveva doni di ogni tipo, per grandi e per piccini, e quando li scaricava sembrava un Babbo Natale: a parte il fatto che d’inverno, camminando sulla neve dei piccoli villaggi, lui che non era abituato a camminare sulla neve e sul ghiaccio, perché era abituato al gran sole del Sud, sembrava davvero un Babbo Natale, nonostante avesse solo la barba bianca, mentre i capelli li aveva neri, curvo per l’età e per qualche malanno, immerso in vestiti più abbondanti di lui, che sembrava nuotarci dentro; e da tutte le tasche, rigonfie, gli spuntavano fuori pezzi di carta con indirizzi, numeri di telefono e appunti vari, con sgorbi e con freghi (1), che ogni anno aumentavano sempre di più, come aumentavano le conoscenze. E perciò una volta alcuni bambini lo fecero vestire da Babbo Natale, col costume rosso e la cesta sulle spalle — ma lui non volle la barba finta, perché gli bastava la sua — così, per divertimento e per scattare delle fotografie: e lui ci stava volentieri e godeva con loro.

Al suo paese Pasticcio era stato per tanti anni un apprezzato stazzonaro (2), anche se umile e modesto: lavorava la creta con una maestria eccezionale, ricavandone giare, quartare(3) e altre brocche (4), ma anche piatti, vasi e statuine, che, a volte grezzi, a volte decorati artisticamente, durante l’anno vendeva in una sua botteguccia oppure nelle fiere dei paesi, come quella che si teneva al suo paese, per la festa della Bambina Maria (5), quando gli toccava dormire con suo figlio in una baracca all’aperto, accanto alla sua preziosa mercanzia.

Ma quando le industrie cominciarono a soppiantare l’artigianato, quando tutti ebbero l’acqua in casa e non occorrevano più quartare, quando i vasi furono di plastica, allora, col progresso, anche l’arte di Pasticcio decadde: lui poté curare di più la parte artistica, sbizzarrendosi in soprammobili che pochi acquistavano, ma poi, anche per l’età, si mise in pensione, soccorso da qualche sussidio del figlio.

Fu così che decise di darsi ai viaggi, assecondando una sua vecchia passione. Che c’è di male se si va a visitare i vecchi compagni di scuola emigrati? Anzi! Un biglietto ferroviario chilometrico (6) non costava molto e consentiva parecchie fermate. Si poteva acquistarlo due volte all’anno, risparmiando su tutto il resto. All’ospitalità avrebbero pensato i visitati: Pasticcio portava doni a tutti e chiedeva solo un piatto di lenticchie, ché a lui sarebbe bastato dormire nelle sale d’attesa delle ferrovie, ma riceveva da tutti buoni pranzi e spesso un alloggio.

Il numero dei visitati aumentava di anno in anno, perché Pasticcio s’era messo in testa di andare a trovare tutti i suoi compaesani emigrati, anche quelli che non conosceva personalmente: perciò prima di partire si recava all’ufficio anagrafe per farsi dare gl’indirizzi degli ultimi emigrati; sicché i suoi appunti volanti s’infittivano con ritmo tale che lui stesso non si raccapezzava più in quel pasticcio (7), e passava dei quarti d’ora a sfogliare taccuini e scartoffie in cerca di un recapito o di un numero telefonico. Invece conosceva a menadito le molte e belle strade, anche di secondaria importanza, dei luoghi che visitava, molto meglio di quelle poche e perennemente scassate (8) della sua regione.

Ma non si limitava a visitare, Pasticcio: praticamente teneva i collegamenti fra tutti i compaesani, che altrimenti, forse, non si sarebbero mai visitati o non avrebbero mai saputo nulla l’uno dell’altro. Organizzava gite e incontri fra di loro, da cui non poteva non scaturire qualche fidanzamento e matrimonio, e risvegliava l’amore della terra natìa, della quale portava molte notizie sempre in senso migliorativo: “Hanno costruito una superstrada... Hanno inaugurato una fontana artistica... È stato ampliato il giardino pubblico...”; col risultato che qualche emigrato decise, anche per questo, di rientrare al paesello.

Pasticcio portava in giro anche notizie di nascite, matrimoni, morti e altri avvenimenti; parlava dei progressi di questo o quell’altro emigrato: all’uno riferiva le novità dell’altro, e ciascuno era informato di ciò che accadeva al suo simile grazie a Pasticcio, il quale finì con l’essere definito “gazzettino ambulante”. Questo provocò uno spirito di gara nei visitati, che volevano apparire più di quello che erano e trattavano meglio Pasticcio, a tutto vantaggio suo.

I bambini, poi, erano i suoi pupilli: oltre a dare regali, sempre desiderati, lui sapeva raccontare tante storie paesane che affascinavano: quella di un giovane ingenuo a cui fu fatto credere di essere stato nominato redattore di un quotidiano, quella di una statua di san Giuseppe murata in un’alcova, quella di un povero diavolo che si riteneva principe, quella di un avvocato che “parlava” con la fidanzata morta, quella dei cacciatori di titoli e quella della sua stessa vita che sembrava una fiaba. Soggetti e avvenimenti del suo paese venivano abilmente coloriti, fino a diventare favole o drammi.

Fu una mattina di un inverno particolarmente rigido che la sua favola si concluse, quando fu trovato morto in una sala d’attesa di Verona. La sua identificazione da parte della polizia non fu facile, a causa della congerie di carte che aveva nelle tasche. In una valigia c’era ancora una delle sue statuine per l’ultima visita del ciclo: un uomo rinchiuso in una giara (9) ricucita, secondo il testo di un racconto popolare.

Pochi dei suoi ospiti seppero presto la notizia della sua morte e nessuno di loro poté portare un mazzo di fiori al suo funerale. Ma un fiore Pasticcio lo ebbe tanti anni dopo da una bambina svizzera, figlia di un ingegnere suo vecchio compagno di scuola che lui non trascurava nei suoi giri: una bambina cresciuta e ora sposa in viaggio di nozze.

Un fiore e una lacrima sulla sua tomba:

Adieu, Pastiche, très cher Pastiche! (10)

° ° °

Pasticcio

Scritta nel 1976, questa storia è stata inclusa nelle due edizioni delle Storie e nelle Histoires.

Pasticcio è un personaggio fra favola e realtà, che sembra fatto per divertire i piccoli e istruire i grandi. Ancora una storia con una fine triste ma degna d’un personaggio quale lui era stato: un trasognato viandante del mondo, che come tutti i viandanti doveva sparire dal mondo stesso; e infatti sparisce nel modo migliore, senza chiasso e inutili cortei.

Pasticcio è un messaggero di notizie, ma anche di letizia, di bontà e d’amore. Per questo, dopo la morte, egli rimane nel cuore di quanti lo frequentarono e amarono, nonostante la sua invadenza, rudezza e bizzarria: come rimase nel cuore di quella bambina-sposa che andò a visitarne la tomba al suo paese, lasciandovi un fiore e una lacrima, sebbene dopo tanti anni, con un comportamento indotto dal comportamento e dal carattere di Pasticcio stesso.

Tante storie paesane che Pasticcio raccontava ai bambini sono in questo libro: Fine di una festa, Il principe, Passato remoto, Caccia al titolo e altre. Anche questa circostanza serve da filo d’unione alle storie e giustifica il titolo del libro.

Per concludere, Pasticcio vive in un mondo fiabesco ed è lui stesso una favola. La sua fine, rapida, improvvisa e solitaria, gli conferisce come un’aureola.

(1) freghi: linee tracciate per cancellare, sgorbi.

(2) stazzonaro: artigiano della creta, da cui ricava brocche, piatti, vasi e statue; e stazzone è detto il luogo in cui si ricava e lavora la creta.

(3) giare e quartare: rispettivamente contenitori d’olio e d’acqua (etimologia araba).

(4) altre brocche: probabilmente si allude al bòmbolo, tipico contenitore d’acqua a forma di grande fiasco, allora presente in ogni famiglia.

(5) festa della Bambina Maria: è quella di Paternò in onore della Natività di Maria Vergine (8 settembre). I bambini d’una volta la ricordano per l’abbondanza delle ceramiche e per i carrettini gialli trainati da cavalli bianchi (abituali giocattoli-regalo per bambini poveri destinati al lavoro dei campi).

(6) biglietto... chilometrico: biglietto ferroviario economico, con un certo numero di chilometri prefissati e con un itinerario a varie fermate consentite.

(7) Pasticcio... in quel pasticcio: è proprio un esempio di... pasticcio, voluto dallo scrittore.

(8) strade... perennemente scassate: critica alle arretrate condizioni della viabilità nel Sud, a quei tempi.

(9) uomo rinchiuso in una giara: si allude alla famosa novella di Pirandello La giara.

(10) Adieu, Pastiche, très cher Pastiche!: “Addio, Pasticcio, carissimo Pasticcio!”. La sposina in viaggio di nozze apparteneva alla Svizzera francese e si esprimeva, quindi, in francese.

• “Pasticcio è una novella di carattere, il cui protagonista è un personaggio vivo, uscito dalla realtà e dalla fantasia.” (B. Conti, saggio cit., pag. 213)


Scherzi di Carnevale

“Per Carnevale ogni scherzo vale” dice il proverbio (1). Ma quello che combinarono Annunziata e Addolorata ai loro mariti non fu uno scherzo, bensì un tiro briccone. E più la prima che la seconda; perché lo scherzo di quest’ultima durò solo una sera, mentre quello dell’altra sorella durò un bel pezzo e produsse i suoi effetti per tutta la vita.

Immacolata, Annunziata e Addolorata (2) erano tre sorelle, nate nell’ordine di elencazione. Mentre Immacolata non si era sposata, o perché non avesse trovato marito o perché volesse restare fedele al suo nome, ch’era tutto un programma (3), Annunziata e Addolorata si erano sposate. Delle tre, Annunziata era la più avvenente e aveva un’aria intelligente e civettuola, anche perché non si lasciava andare, ché anzi ci teneva alla sua forma, a cominciare dal nome, che lei si era corretto in Nunziatina, tanto che tutti la chiamavano Nunziatina. Addolorata, meno bella, aveva provato anche lei, dietro suggerimento, a correggersi il nome, facendosi chiamare Dolores, ma con scarsi risultati; tanto che Cataldo, suo marito, che era un uomo ordinario (4), la prendeva in giro.

Nunziatina — e bisognerà che anche noi la chiamiamo così — invece aveva sposato un dentista di nome Tano (5); e si può dire che la loro unione fosse serena e felice, coronata com’era stata da tre figli.

Ma un uomo a quarant’anni può stancarsi di una vita serena e monotona. Casa, lavoro, moglie e figli, dopo dieci anni di matrimonio hanno bisogno di qualche diversivo. Questo pensava Tano. E non è che Nunziatina non sapesse offrirgli dei diversivi, ma il marito forse aveva bisogno di un diversivo extra-familiare, per non dire extra-coniugale. Per questo era diventato freddo con la moglie e i loro rapporti erano congelati da parecchio tempo: tutto — a sentir lui — a causa dell’eccessivo lavoro, che lo faceva ritirare a casa ogni sera più sfinito, con evidente e crescente delusione per Nunziatina.

Fu così, dunque, che la stessa Nunziatina, una sera che lo vide più stanco e apatico, gli suggerì di recarsi qualche volta al Carnevale di Paternò, visto che si era per l’appunto dopo l’Epifania, dove certamente avrebbe trovato da svagarsi.

Infatti nel secondo dopoguerra a Paternò, per Carnevale, sembravano impazziti. Quasi tutto il paese ogni sera, esclusi i venerdì (6), dall’Epifania al martedì grasso, si trasformava in un’enorme balera, dove si ballava all’aperto, sotto luci multicolori e al ritmo delle musiche diffuse dai gestori dei bar o da un apposito comitato comunale, in mezzo ad una nuvola di coriandoli e strisce filanti, mentre certi ragazzacci con le mani colorate di gesso vi lasciavano sulla schiena l’impronta delle loro cinque dita aperte, facendovi così la “callà” (7).

E veramente l’unico verbo in quei giorni era ballare. Ballare in maschera o senza maschera, non importava. Attenzione, però: chi non aveva neanche un segno di partecipazione alla festa, come ad esempio un minuscolo berrettino o un nasone con baffi, poteva essere “impegnato” (8) da buontemponi mascherati e costretto a pagare il da bere o altro che i mascherati richiedevano.

In tutto ciò la parte principale la svolgevano le donne (9), che, dopo mesi di reclusione, erano finalmente libere di mascherarsi e di andare ad “impegnare” l’uomo che più piaceva a loro, di trattenerlo tutta la serata, di dargli appuntamenti veri o falsi, di fare o lasciar fare tutto ciò che desideravano, magari lasciando il fortunato con un interrogativo che lo avrebbe tormentato a lungo: “Chi era?”.

Eppure, sebbene alcuni si lamentassero dello sconcio costituito dalle coppie che si appartavano nei vicoli, nei porticati e dovunque fosse possibile (10), nessun reato veniva commesso; sicché allora si potevano lasciare tranquillamente le case, poiché l’unico desiderio della gente, che accorreva da mezza Sicilia, era quello di divertirsi.

Quando una sera Tano si recò a quel Carnevale, non gli fu facile convincere quel semplicione di suo cognato ad andare con lui. Cataldo il sabato precedente, appena ricevuta la paga della settimana proprio nella piazza di Paternò, era stato “impegnato” da alcuni suoi compagni camuffati da arabi (11) (e per questo bastava un lenzuolo e un po’ di fumo di padella cosparso sul viso e sulle mani). Questi lo avevano prelevato dalla piazza, issato di peso sul cassone di un camioncino e portato in un caffè della periferia, dove, dopo un tentativo di colluttazione e di fuga, il meschino era stato costretto a spendere quasi tutta la paga in bottiglie, cassate, cannoli, bomboloni (12) e paste, col risultato poi che a casa aveva dovuto prendersi le urla della moglie, che lo accusava d’inettitudine.

Ma stavolta Tano gli aveva prospettato l’ipotesi di qualche avventura, sempre gradita: bastava, per evitare di pagare ai buontemponi, portare in testa una vecchia tuba.

Tano e Cataldo partirono per Paternò con la moto Ganna di Tano. Ma poco dopo partirono anche Nunziatina e Addolorata, con la Topolino di Cataldo. Per fortuna Nunziatina sapeva guidare. Il piano di queste donne era ben congegnato: “impegnare” i mariti senza farsi riconoscere e saggiarne la fedeltà. Per questo, nel mascherarsi, avevano cercato tutti gli accorgimenti per non farsi riconoscere: Nunziatina rendendosi più carina con l’addolcire le sue forme e Addolorata rendendosi più sciatta con un vestiario da “strascinata” (13).

L’avventura di Cataldo durò ben poco. Dopo alcuni balli e uno strano ammiccamento, Addolorata lo condusse in un vicolo, dove lui non seppe tenere le mani a posto, convinto di essere arrivato così presto alla sperata avventura: invece si trovò a tu per tu con la moglie e ne ebbe ceffoni e rimbrotti dei più feroci, con la minaccia di conseguenze peggiori se si fosse permesso, lui sposo novello e ancora senza figli, di pensare di fare un decimo di quello che aveva tentato di fare quella sera. E guai se avesse accennato a chicchessia, compresi i cognati, della disavventura di quella sera. Sicché il poveraccio acquistò ad una bancarella una maschera e se la mise in faccia, per non far vedere i lividi dei ceffoni; poi attese Tano, tornò a casa mogio mogio raccontando di essere stato preso in giro da un uomo travestito da donna (cosa che provocò ripetute risate in Tano) e di quel Carnevale non volle più sentirne parlare.

Per Nunziatina le cose andarono diversamente. Dopo la prima serata di approccio, di fugaci sorrisi e di vaghi intendimenti, lei tornò quasi tutte le sere a quel Carnevale. Metteva a letto i bambini, per altro custoditi da Immacolata, e partiva con la solita Topolino. Dopo l’incidente fra Cataldo e Addolorata, da questa stessa riferitole, aveva dovuto pregare la cugina Liberata di accompagnarla, perché non stava bene che una donna uscisse da sola (14), specialmente di sera e per andare in un altro paese.

Nunziatina aveva sempre lo stesso costume: un domino nero con ricamato un grosso ragno sulla schiena, una maschera di cartapesta raffigurante Stanlio, il cappuccio in testa, stivalini marrone e guanti di lana grigi. Nel suo comportamento sapeva contraffarre voce e gesti in modo tale che Tano era mille miglia lontano dal supporre chi lei era.

Gl’incontri serali duravano mezz’ora o poco più: il tempo di eccitare quel cavaliere, divenuto anche lui diverso e più gentile rispetto al suo solito. Subito dopo, lei ripartiva di corsa, per giungere a casa prima del marito.

Tutto andò bene ogni sera, come aveva previsto Nunziatina, e presto si sviluppò un romantico amore fra il dentista e la sconosciuta, la quale aveva promesso di svelarsi l’ultima sera. Intanto Tano non faceva che ringraziare il cielo per la fortuna che gli era capitata, lodando fra di sé ora le fattezze della sconosciuta, ora il suo caldo amore.

L’ultimo giorno di Carnevale, Tano chiese alla moglie se voleva andare a vedere i carri allegorici. In caso affermativo pensava di accompagnarla e poi rientrare prima di sera: e ciò, per dimostrare un certo interesse per lei. Ma la moglie rispose di non avere voglia; e poi doveva badare ai bambini.

Così lui partì un po’ prima, sperando nella prossima rivelazione finale della sua dama. Ma quella sera lei non venne. Tano non sapeva che pensare. Attese fino a mezzanotte, assistendo in piazza alla cremazione di Re Carnevale in mezzo ad una calca piangente come le antiche prèfiche, e poi, inforcando la sua Ganna, prese la salita del suo paese (15).

“Peccato, però — pensava. — Proprio l’ultima sera, come in un sogno finito male”.

Invece la sua dama la trovò a casa, seduta sulla poltrona, in camera, col costume di ogni sera indosso e la maschera di cartapesta rovesciata sul letto. Proprio lei, tanto che rabbrividì.

— Tu?

— Sì, proprio io!

Qui non ci furono ceffoni o rimbrotti, ma una necessaria e lunga chiarificazione. Poi tutto finì in gloria (16).

“Quanto sono stato minchione (17)! — pensava Tano sul letto. —Avevo in casa una donna così ben fatta e così intelligente, e me ne sono accorto fuori casa. Meno male che ora ce l’ho per sempre!”.

Da allora in poi non trascurò più sua moglie, apprezzando di volta in volta il piacere e l’affetto che lei sapeva offrirgli.

Presto nacque un’altra figlia, che fu chiamata Valeria, forse per un vago ricordo del Carne-vale.

E vissero felici e contenti.

° ° °

Scherzi di Carnevale

Scritta nel 1976 e inserita nelle Storie del 1977 e nelle Histoires.

Subito dopo la seconda guerra mondiale, ci fu nei cittadini un grande bisogno di divertimento per reagire alle angustie prodotte da quella tragedia. Così si arrivò al parossismo del Carnevale di Paternò, che più che dall’artisticità fu connotato dalla spregiudicatezza. E il racconto vuol essere anche un dettagliato documento storico di quel costume, durato parecchi anni, nei quali si svolsero l’adolescenza e la giovinezza dello scrittore.

La narrazione, di spiccata impronta veristica, scorre fra realtà e fantasia, cronaca e favola, con un sottile rimpianto per quegli anni, forse spensierati, ma sicuramente remoti.

(1) “Per Carnevale ogni scherzo vale”...: col proverbio iniziale la storia si colloca su un piano di favola; e come favola si concluderà col proverbio finale “E vissero felici e contenti”.

(2) Immacolata, Annunziata e Addolorata: in Sicilia, come in tutto il Meridione, forte è o era l’attaccamento ai nomi dei santi e della Madonna, qui onorata per le sue feste di Immacolata Concezione (8 dicembre), Annunciazione (25 marzo) e Sette dolori (una settimana prima del venerdì santo e 15 settembre); ma probabilmente c’è un’ironia dello scrittore nei confronti del susseguirsi di participi passati, nonché nei confronti di nomi che creano imbarazzo nei portatori, tanto che questi poi devono cambiarseli. Una curiosità: nel 1986 “Il commissario Lo Gatto”, film del regista Dino Risi con Lino Banfi, ha presentato altre tre sorelle dagli stessi nomi delle tre sorelle protagoniste di questa storia “Scherzi di Carnevale”, la quale era stata pubblicata nove anni prima. È una semplice casualità?

(3) fedele al suo nome, ch’era tutto un programma: continua l’ironia dello scrittore.

(4) ordinario: grezzo, rustico, dozzinale.

(5) Tano: abbreviazione di Gaetano.

(6) esclusi i venerdì: nella spregiudicatezza resiste ancora un certo senso del sacro, dato che il venerdì ricorda la morte di Cristo.

(6) vi lasciavano: col pronome vi lo scrittore immagina di rivolgersi direttamente ai lettori eventualmente presenti a quella festa.

(7) “callà”: sembra derivare dal greco kalós = “bello, buono”. La callà poteva anche essere fatta attaccando un pezzo di panno o carta sull’abito del malcapitato, a mo’ di pesce d’aprile. “Chi portava la callà senza accorgersene era uno sciocco, e come tale veniva deriso. Perciò nei Malavoglia di Verga il sindaco di Acitrezza si chiama mastro Croce Callà, volendo significare callà nient’altro che sciocco: infatti costui è detto anche ‘Baco da seta’ e ‘Giufà’.” (Carmelo Ciccia, Giochi e giocattoli d’una volta a Paternò, in AA.VV., 20 Racconti ed altro, Tringale, Catania, 1992, pag. 184)

(8) “impegnato”: eufemismo che vale “sequestrato”.

(9) le donne: l’usanza, presente anche nella novella La coda del diavolo di Giovanni Verga ambientata durante la festa patronale di S. Agata, deriva dalla Spagna, dove per un giorno gli uomini cedevano il comando alle donne; e su di essa ha fatto studi particolari Carmelina Naselli, docente universitaria dello scrittore, che poi divenne suo assistente.

(10) dovunque fosse possibile: in effetti quel fenomeno produsse un incremento della natalità.

(11) arabi: a quei tempi non c’erano immigrati e quindi gli unici arabi erano i travestiti di Carnevale.

(12) cassate, cannoli, bomboloni: dolci tipici siciliani.

(13) “strascinata”: sciattona.

(14) non stava bene che una donna uscisse da sola: nella spregiudicatezza, si tiene al rispetto di una certa decenza tradizionale.

(15) suo paese: non si sa qual è, ma sembra sul pendio etneo.

(16) in gloria: dal proverbio “Tutti i salmi finiscono in gloria”. Qui ovviamente la gloria rappresenta la ritrovata intesa.

(17) minchione: nel linguaggio popolaresco è più forte di stupido.

• “Il y a encore une farce de carnaval qui heureusement finit bien pour le povre Tano.” (Hubert Gravereaux, prefazione a Petites histoires siciliennes, Barré-Dayez, Paris, 1977, pag. 6)

• “Scherzi di Carnevale descrive il Carnevale di Paternò dopo la 2^ guerra mondiale, ma è anche un’analisi psicologica e un rimpianto degli anni giovanili dell’autore. La novella di Ciccia trova riscontro in quella verghiana La coda del diavolo, ma è forse più viva, più gaia. Il fiabesco dell’età giovanile è nella formula ‘E vissero felici e contenti’.” (B. Conti, saggio cit., pag. 213)

• “Rare non sono le novelle che esaltano le tradizioni, le leggende della Sicilia, come in ‘Notte dei morti’ o in ‘Scherzi di Carnevale’: una novella ambientata in un paese della Sicilia, Paternò, noto per il suo caratteristico carnevale che permise a una donna di attuare un tiro birbone al proprio marito legandolo a sé definitivamente. (Maria Luisa Santanoceto, “Il diario di Catania”, 28.III.1979)


Croce

Croce non era un filosofo e nemmeno un letterato (1), ma il quindicesimo figlio di una povera famiglia, a cui la madre aveva imposto questo nome perché sfinita dalle gravidanze e dalla figliolanza, oltre che dalla miseria.

— Un altro figlio! — aveva gridato la gnà (2) Càrmina (3), appena si era accorta di essere nuovamente incinta. — E chi porterà questa croce? —. E per nove mesi andava ripetendo croce, croce, croce; sicché il bambino quando nacque fu chiamato veramente Croce.

In principio sua madre sperava (4) che il piccino, in mezzo a tanti stenti, volasse tra gli angeli; ma mentre alla sua vicina, che aveva avuto dieci figli, metà erano morti (5), a lei continuavano a vivere tutti quanti, sia pure in mezzo agli stenti. E per questo lei era invecchiata così precocemente, a quarant’anni, tanto che pareva davvero una vecchia e nessuno avrebbe scommesso un soldo se gli avessero detto che essa aveva solo quarant’anni.

Il padre di Croce, massaro (6) Fortunato, faceva il vaccaro alla Piana (7) , dove dimorava quasi tutto l’anno, e veniva al paese per Natale, per Pasqua e per qualche altra occasione, come quando doveva pagare qualche debito (8). Lui non conosceva tutti i suoi figli; e negli ultimi tempi, quando nasceva un altro figlio, ne aveva notizia tanto tempo dopo. Neanche i figli, tranne quelli che stavano alla Piana, lo conoscevano bene; qualcuno, anzi, non lo conosceva affatto.

La gnà Carmina poteva contare di più sui suoi figli maggiori, per tirare avanti: la maggiore in assoluto aveva quasi vent’anni e sapeva fare dei lavoretti a ricamo; altre due ragazze facevano dei servizi in case vicine; due maschi stavano alla Piana, uno col padre e uno col nonno; altri due lavoravano come manovali con un muratore; un paio di ragazzini facevano i garzoni di bottega; e infine l’ultimo che fosse in grado di fare qualche lavoro, e che aveva dieci anni, andava raccogliendo concime e immondizie (9) per le strade e li vendeva al carrettiere che li trasportava in campagna.

Croce cresceva gracile e malaticcio, tanto che faceva compassione perfino a sua madre (10) . Si capiva chiaramente che non sarebbe stato adatto ai lavori pesanti; e perciò, ancora bambino, sua madre lo mandò col fratello più grandicello, a raccogliere concime e immondizie per le strade. Poi suo padre, una volta che lo rivide ed ebbe simpatia per lui, si portò anche lui alla Piana, dove Croce stentò ad abituarsi, perché a lui piaceva il paese, con le sue strade e piazze, case e palazzi e tanta gente in movimento.

Invece alla Piana egli non vedeva quasi nessuno, tranne suo padre, uno dei suoi fratelli, le vacche e qualche persona di passaggio; né gli bastavano, a fargli passare la malinconia (11), lo spettacolo del sorgere del sole, i colori della campagna, la vita dei piccoli animali e il tremolio delle stelle quando la sera, stanco, mangiava all’aperto la sua scodella di fave e la sua fetta di pane con un po’ di formaggio o di olive nere abbrustolite nella cenere.

Così, quando fu in grado di decidere, Croce ritornò al paese, dove trovò lavoro come portiere del palazzo di un avvocato; e fu qui, che sfogliando qualche giornale illustrato, gli venne la voglia d’imparare a leggere. Sicché ne parlò al suo padrone, che approvò senza riserve l’idea di Croce, visto che aveva sedici anni compiuti, tanto per provare.

Invece Croce era proprio tagliato per la scuola; e se ne accorse subito il maestro di quella scuola serale, il quale cominciò a prenderlo in simpatia fin dai primi giorni e, vedendolo arrivare sempre con una giacca rattoppata e con gli zoccoli sfilacciati, gli regalava ora un quaderno ora una carta assorbente ora una matita, — per premiarlo — diceva lui. E più di questo non gli poteva regalare, se no gli altri alunni (ragazzi e adulti) avrebbero protestato, sebbene lui lo portasse come esempio a tutti. Infatti tanti alunni avevano dovuto portare al collo la scritta “asino” (12), compreso un cugino del maestro; ma Croce quella scritta non la ebbe mai, ché anzi ebbe lodi e premi; ed era figlio di un vaccaro.

Quando, dopo un paio d’anni, ottenne un diploma corrispondente alla licenza elementare, Croce ebbe un’altra fortuna: l’avvocato, divenuto onorevole, se lo portò a Roma come uomo di fiducia e intanto lo fece assumere come usciere in un ministero. Da quello che per lui era un alto stallo, con le conoscenze e l’influenza che quel posto gli procurava, Croce cominciò a sistemare quasi tutti i suoi fratelli, continuando la sua opera anche quando l’avvocato non fu rieletto, perché a lui il posto di usciere rimase.

Croce si fece carico di tirare su quella numerosa famiglia, specialmente dopo che suo padre era morto di tifo (13) alla Piana. Anzitutto aveva cominciato a fare studiare i suoi fratelli poco più grandi di lui, sempre alle scuole serali: alcuni presero la licenza elementare, qualcuno la licenza della scuola d’avviamento professionale e uno, fra scuole serali e corsi accelerati, arrivò all’università e si laureò in medicina. Incitando fratelli e sorelle, spronandoli, aiutandoli e raccomandandoli ad amici e conoscenti, Croce sistemò tutti (tranne il medico, che si sistemò da sé), chi come bidello, chi come usciere, chi come dattilografa, alcuni al suo paese, ma i più a Roma e dintorni; e non potendo sistemare le sue sorelle che si erano sposate prima che lui diventasse potente ed erano rimaste analfabete, sistemò i loro figli.

A questo punto decise di farsi lui una famiglia, sebbene non avesse mai pensato di potersi sposare, credendo di essere votato a mantenere la famiglia di sua madre, e si sposò con una maestra romana. Da questo momento dovette cominciare a pensare all’educazione e alla futura sistemazione dei suoi figli. Lui aveva quasi quarant’anni e sua madre quasi ottanta. Inutili furono le sue pressioni per far trasferire la vecchia a Roma: lei voleva morire al suo paese.

— Croce — andava ripetendo la gnà Càrmina. — Quel mio figlio Croce! E chi poteva mai immaginare che sarebbe stato la colonna della mia casa?

° ° °

Croce

Scritta nel 1977, questa storia è stata inclusa nelle Storie del 1977 e nelle Histoires.

In Sicilia, come nel resto del Meridione, i nomi di persona —e lo abbiamo visto — rispecchiavano fino a qualche tempo fa un atavico ed irrinunciabile attaccamento alla religione e alla tradizione, ma qualche volta, oltre a questo, volevano esprimere un lamento o una protesta. Croce qui non è il filosofo Benedetto Croce “e nemmeno un letterato”: nella generale ignoranza di quegli ambienti veniva detto letterato chi aveva fatto un po’ di scuola o semplicemente sapeva leggere e scrivere. Croce, dunque, non era nulla di tutto ciò, almeno all’inizio, ma solamente il quindicesimo figlio di una povera famiglia; e il suo nome è dovuto alle sofferenze e alle preoccupazioni che comportò, tanto che la madre arrivò al punto di desiderargli la morte e di vederlo trasformato in angioletto.

Ignoranza, miseria, esplosione demografica e mortalità infantile (alla vicina di casa erano morti cinque figli su dieci) ci danno il quadro esatto delle condizioni del Sud negli anni ’40 del sec. XX. Eppure questo Croce riesce in una certa misura a riscattare sé stesso e la sua famiglia.

La narrazione si snoda secondo cànoni veristi ed è più bella nella prima parte, in cui domina lo scenario della Piana. Questa a quei tempi era —oltre che immensa — lontanissima, tanto che i lavoratori ritornavano al paese a volte solo il sabato e la domenica, dopo ore e ore di cammino a piedi, a volte addirittura solo nelle feste principali e in gravi circostanze.

L’immagine di Croce alunno delle scuole elementari non solo ci trasporta in un clima deamicisiano, ma ci spinge a fare una considerazione: in tempi in cui nelle scuole non si andava in cerca di attenuanti socio-economiche e non esistevano le équipes socio-psico-pedagogiche, Croce è il primo della classe, nonostante la sua “deprivazione”. Il che dimostra che spesso certi espedienti odierni possono essere delle trovate per trasformare le scuole in istituti di beneficenza e regalare promozioni in massa, favorendo l’ignoranza di fondo. La storia, dunque, esprime anche una certa critica all’attuale sistema scolastico.

Se Croce avesse avuto condizioni economiche meno disastrose, altro che usciere!, sarebbe diventato ministro, con l’intelligenza e la voglia di studiare che aveva; ma forse, mancandogli la scaltrezza, a causa della sua ingenuità e bontà non ci sarebbe mai diventato lo stesso: cosa che noi preferiamo, in quanto che Croce così com’è è più simpatico e più vicino al nostro affetto, potendo anche dare una lezione agli studenti e ai ministri d’oggi.

Per questo la gnà Càrmina può morire orgogliosa di vedere in Croce la colonna della casa, sebbene fosse nato indesiderato e lei gli avesse dato quel nome rivelatosi poi inadatto.

(1) filosofo... letterato: filosofo come Benedetto Croce (Pescassèroli 1866 - Napoli 1952) e letterato come uno che sa leggere e scrivere.

(2) gnà: dallo spagnolo dueña, vuol dire “signora”, ma era usato per la povera gente e con un certo disprezzo.

(3) Càrmina: dallo spagnolo Carmen, stava al posto del moderno “Carmela”, in onore della Madonna del Carmelo.

(4) sperava: purtroppo quando c’è la miseria si spera anche in questo, forse non tanto per egoismo, ma proprio per altruismo, per non far vivere i figli fra stenti e amarezze.

(5) metà erano morti: la mortalità infantile era molto alta, e quasi nessuna famiglia povera era risparmiata.

(6) massaro: conduttore di una masseria o fattoria.

(7) Piana: pianura fra Catania, Paternò, Palagonìa e Lentini, ricca di agrumi, ulivi, frumento e legumi.

(8) pagare qualche debito: occasione davvero importante, quando si vive in povertà.

(9) concime e immondizie: abbondavano allora sulle strade, dove ognuno li depositava all’aperto, mentre poi qualche carrettiere raccoglieva il tutto e, dietro compenso, trasportava il materiale organico da qualche agricoltore per concimare i campi.

(10) faceva compassione perfino a sua madre: prima lei aveva desiderato la morte di lui sembrando insensibile, ma ora soffre per la sua gracilità e difficoltà di vivere.

(11) né gli bastavano a fargli passare la malinconia...: squarcio lirico in un quadro di misera vita, di cui il modo di alimentarsi è un sintomo.

(12) “asino”: punizione frequente nelle scuole di quel tempo.

(13) tifo: malattia frequente a quel tempo.


Santo, ricco e fortunato

— E tre! — gridò l’operaio mentre lanciava il sacco fuori della porta e il grano si sparpagliava sulla strada. Sprizzava dai suoi occhi una luce sinistra e maligna di crudeltà, che quell’uomo sembrava avere ereditato dal suo padrone. Era sempre così. Ogni tanto c’era qualcuno che voleva contestare il peso della basculla; e il padrone del mulino “S. Francesco” era costretto (1) a cacciarlo fuori o in caso d’insistenza a dargli uno schiaffo o a ordinare che il sacco venisse lanciato sulla strada.

Perlopiù erano donne, quelle che andavano a macinare i sacchetti di grano, caricandoli sulle spalle dei loro ragazzi. Quanto c’era voluto per riempire ogni sacco, a ottocento lire al chilo: ogni chilo una giornata di bracciante! E ora don Santo, il mugnaio, se ne prendeva tre chili per ogni dieci, oltre al pagamento del servizio, il ladro che non era altro (2); ma lui diceva di essere un santo, santo di nome e di fatto, perché nel paese c’erano altri mugnai che trattenevano ben cinque chili per ogni dieci. Più onesto di così? D’altronde anche lui doveva badare ai suoi interessi; lui che — secondo la sua opinione — realizzava pienamente in sé l’augurio che ogni madre, e quindi anche sua madre, faceva ad ogni figlio appena nato: di essere “santo, ricco (3) e fortunato”.

Le donne invece dicevano che lui era un ladro matricolato e meritava di essere scorticato vivo, come lui scorticava le famiglie (4).

Nello stanzone del mulino c’era sempre fracasso e polverone: non si capiva come si potesse resistere lì una vita. Rumore di màcine, farina vagante nell’aria, odore acre, gran vociare del padrone e degli operai...

Le donne attendevano fuori il loro turno, di buon’ora, ammassate dietro la porta e avvolte nei loro scialli neri, con accanto i loro ragazzi (5), che per l’occasione avevano dovuto svegliarsi col buio. Intanto trascorrevano l’attesa con chiacchiere varie. Quando arrivava il loro turno, avanzavano di passo in passo, spingendo coi piedi i loro sacchi, e si fermavano alla fatale basculla. Qui dovevano litigare con don Santo per non farsi rubare troppo grano. Qualcuna era anche riuscita a farsene trattenere solo un chilo, forse perché parlava con fare aggraziato o forse perché era più giovane e senza scialle (6); ma di solito erano bestemmie e male parole quelle che donne e ragazzi dovevano sorbirsi, se non peggio. Infatti ogni tanto il padrone ordinava che il sacco venisse lanciato sulla strada e una volta ad un ragazzo che insisteva diede un buffettone (7) che gli spezzò un dente. Poi, dopo la pesa e lo scarico, altra attesa davanti a quel bocchettone da cui usciva la farina, nuova pesa dei sacchi, pagamento del servizio e infine a casa, con gioia dei ragazzi, che finalmente si toglievano da quel supplizio.

Don Santo sapeva così bene fare i suoi interessi perché era nato e cresciuto in una bottega di generi alimentari, dove sua sorella maggiore quando pesava il formaggio o la mortadella consegnava più carta che merce ai clienti; e sua madre, quand’era vecchia (8), che non si vergognava, aveva nascosto un crocifisso nella bilancia per falsarne il peso: tanto che gli addetti alla verifica dei pesi e delle misure inorridirono quando videro quel Cristo schiacciato e sfigurato dai ferri e quella vecchia che non pensava all’anima sua.

Lui invece all’anima sua ci pensava anche quando rubava; e non faceva mancare mai una sua messa a santa Barbara (9); anzi una volta fece restaurare un altare con marmi di Carrara e lampadari di Murano (10) e lo dedicò a tutti i santi (11), con l’obbligo per la chiesa di dedicare alla sua anima tutte le messe che in perpetuo (12) vi sarebbero state celebrate.

Poi, man mano che gli anni pesavano e lui aveva fatto la sua roba, ora che di case e di giardini (13) ne aveva parecchi, tanto che l’avevano nominato barone, abbandonò il mulino e visse di rendita, facendo ogni tanto qualche beneficenza (14).

Un Venerdì Santo don Santo (15) apparve davanti alla bara del Cristo Morto con una corona di spine in testa, una corona del rosario in mano e una gran croce su una spalla.

Un’atmosfera di mestizia gravava su tutta la processione (16), che si snodava lentamente per più di un chilometro. Dapprima venivano i ragazzi con gli strumenti del martirio, poi le molte confraternite, poi le associazioni cattoliche e gli ordini religiosi, poi la bara del Cristo Morto seguita dalla statua dell’Addolorata. Dietro di loro i canonici, finita la lunga scalinata della matrice, avevano sciolto le cappe magne, che strisciavano per terra come i veli delle spose deluse, e altri preti sotto il baldacchino reggevano la reliquia della Croce. Seguivano i valletti del Comune col gonfalone, il sindaco con la fascia tricolore e la giunta, le altre autorità, la banda, che ogni tanto eseguiva marce funebri, e infine un’immensa folla.

Ebbene, in quest’atmosfera s’inserì don Santo, collocandosi così conciato davanti alla bara.

— Guardate quel ladro! —si bisbigliava tra la folla, nel silenzio rotto solo dal fruscìo delle cappe magne.

— Si è convertito dopo aver succhiato il sangue alla povera gente ed ora fa il penitente.

— Si è convertito dopo essersi fatto grasso come un maiale.

— Vorrei vedere se tornando indietro non rifarebbe quello che ha fatto!

— Ha affamato tutto il paese e ora si è convertito.

— Ma i soldi se li tiene. Certo non è come san Francesco, anche se porta la croce.

Fu a questo punto che un ragazzaccio dal marciapiede gli scagliò un mazzo di bròccoli in faccia; ma il penitente continuò a restare al suo posto, impassibile, mentre un mormorio si levava dalla folla.

— Che voglia farsi santo davvero?

— No, non deve andare in paradiso, quel ladro!

— Ha anche ammazzato un uomo (17).

— Però il paradiso è di tutti.

Intanto la processione era giunta in piazza, dove il predicatore, da un balcone, fra le tante cose dette non poteva non deplorare l’accaduto:

— Popolo ignorante! — esclamò; e portò ad esempio la penitenza di quell’uomo.

Dopo la benedizione la processione si sciolse, ma il popolo tornò alle sue case poco convinto di dover venerare fra non molto questo nuovo santo.

° ° °

Santo, ricco e fortunato

Scritta nel 1977 e inclusa nelle Storie del 1977, nelle Histoires e in Dei nostri giorni, questa storia ci ripresenta il padre di Barbarella, protagonista della precedente storia Barbarella la tedesca.

Don Santo (in Sicilia “don” è un titolo di tutto rispetto) si riteneva santo di nome e di fatto: in realtà era un ladro matricolato e un assassino. Ecco un personaggio da studiare a fondo per capire l’universo siciliano. E sua madre non era da meno: essa aveva nascosto un crocifisso in mezzo alla bilancia per falsarne il peso. Ma quando fu vecchio don Santo si pentì, fece beneficenza e penitenza e voleva diventare un santo degli altari, sebbene il popolo, accusato da un quaresimalista di essere ignorante, non riuscisse a dimenticare la sua crudeltà d’un tempo.

La scena di don Santo carico della croce il Venerdì Santo potrebbe sembrare umoristica, eppure è recitata con umiltà dall’attore; un’umiltà che arriva all’imperturbabilità quando in segno di disprezzo gli viene lanciato un mazzo di bròccoli in faccia. Nella scala dei valori delle verdure, in Sicilia il bròccolo sta in basso; e si noti anche che in Sicilia la verdura si vende a mazzi e non a peso.

In questa storia lo scrittore non vuole giudicare, ma soltanto descrivere un’amara realtà del dopoguerra (quella dei mugnai ladri) e la tradizionale processione del suo paese: dunque, ancora un ritorno al mondo della sua infanzia e adolescenza.

Si noti infine il nome del mulino (“San Francesco”), in cui vengono commesse ogni sorta di ruberie e crudeltà.

(1) era costretto a cacciarlo: dal suo animo malvagio, che attribuiva colpe ai clienti.

(2) ladro che non era altro: qui irrompe con energia il giudizio del popolo.

(3) santo, ricco: due cose evangelicamente in contraddizione, se è vero che è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago anziché un ricco entri nel regno dei cieli.

(4) scorticava le famiglie: con la sua avarizia.

(5) le donne attendevano...con accanto i loro ragazzi: quadro malinconico, che comunque fa tenerezza.

(6) senza scialle: in quel periodo lo scialle era indice di arretratezza e veniva sostituito con un comune cappotto.

(7) buffettone: ceffone.

(8) quand’era vecchia: i vecchi dovrebbero essere più saggi.

(9) santa Barbara: vedi le precedenti storie Barbarella la tedesca e La scoperta di Sputaveleno.

(10) marmi di Carrara e lampadari di Murano: fra i più pregiati.

(11) tutti i santi: a cui era dedicato il nome di Santo.

(12) tutte le messe... in perpetuo: vuol dire che si poteva acquistare la salvezza dell’anima.

(13) giardini: in Sicilia sono detti così gli agrumeti.

(14) qualche beneficenza: quasi per diletto.

(15) un Venerdì Santo don Santo: allitterazione satirica.

(16) processione: caratteristiche e famose le processioni pasquali del Sud.

(17) ha anche ammazzato un uomo: ha ammazzato Turi Scapa di Barbarella la tedesca.

• “Santo, ricco e fortunato presenta un personaggio assai vivo nel Sud: un mugnaio ladro e devoto. Don Santo, il mugnaio devoto di S. Barbara, è il padre di Barbarella la tedesca. La novella vive e respira in un’atmosfera verghiana, non solo per certi richiami esteriori (corona di spine in testa del mugnaio ladro-devoto), ma anche per la caratterizzazione dei personaggi, l’impasto linguistico, certi agganci e passaggi nelle battute, i discorsi corali. Il titolo è un modo di dire augurale. La processione è quella del paese natale dell’autore. Il De Roberto tratta anche lui il tema della falsa religiosità nel racconto Il Rosario: Processi verbali, con quella figura ossuta, autoritaria e odiosa di donna Antonia, col bastone in mano.” (B. Conti, saggio cit., pag. 213)


La campagna elettorale

L’attesa era spasmodica: veniva Sua Eccellenza (1) in persona ad aprire la campagna elettorale. E questo voleva dire che Sua Eccellenza nel suo comizio avrebbe annunciato vari stanziamenti di milioni e miliardi, tanto da provocare le vertigini: per scuole, strade, ponti e ferrovie, nonché per la ripresa e il completamento dei lavori pubblici iniziati nella precedente campagna elettorale e subito dopo sospesi. Ecco perché l’arrivo di Sua Eccellenza era un fatto importante; e l’Amministrazione Comunale non poteva far passare in sordina un avvenimento di questa portata (2).

Numerosi manifesti bianco-rosso-verdi inneggiavano a Sua Eccellenza e gli davano il benvenuto; inoltre un proclama (3) del sindaco invitava la popolazione ad esporre bandiere ed arazzi, ad accorrere in massa al corteo e a lanciare fiori al suo passaggio.

All’ora stabilita il corteo prendeva le mosse dal giardino pubblico, presenti il sindaco con la fascia tricolore, la giunta comunale coi mazzieri (4), l’arciprete, altre autorità e una folla di ammiratori e postulanti (5), i quali avrebbero approfittato dell’occasione per raccomandare se stessi o loro congiunti all’Illustre Ospite. Precedeva uno squadrone di straccioni che issavano torce accese e seguiva la banda. Durante il percorso una salva di 21 colpi (6) di cannone, sparata sulla spianata del castello, rendeva onore all’Illustre Ospite (1), il quale rispondeva sorridendo e con larghi gesti di mano agli applausi, ora a destra ora a sinistra.

In piazza, dopo il lancio di volantini e strisce filanti (7), aveva luogo il grandioso comizio con le solite promesse e assicurazioni. La folla era tanta che alcune persone stavano arrampicate sui lampioni, sulle finestre dei palazzi, sulle grondaie e sulle colonne della chiesa per poter vedere Sua Eccellenza e poter dire poi agli altri che non c’erano stati: —Io c’ero. Io ho visto Sua Eccellenza!

Intanto le ragazze avevano approfittato della venuta di Sua Eccellenza per indossare le belle vesti scampanate e far vedere a tutti com’erano belle in primavera (8). E nell’aria si diffondeva l’intenso profumo della zàgara (9), proveniente dai vicini giardini.

Dopo il grandioso comizio, che si concludeva con abbracci, baci e strette di mano, Sua Eccellenza lasciava il posto ai politici locali, amici e avversari, che si sarebbero avvicendati sui balconi di quella stessa piazza, insieme con altri politici regionali e nazionali.

La campagna elettorale cominciava e passava così, come una festa. Striscioni e gonfaloni variopinti invitavano a votare per questo o quel partito, per questa o quella lista, per questo o quel candidato. Automobili con altoparlanti percorrevano in continuazione le strade, scandendo motti e inviti. Ogni tanto partiva per la città qualche littorina (10) o camion con persone che venivano portate ad applaudire De Gasperi o Togliatti: ed era una festa per i ragazzi vedere la città, che magari non avevano visto mai, e notare quant’era bella, quant’era grande, e com’era più “civile” (11) la gente che vi abitava.

Migliaia di manifesti multicolori tappezzavano muri, marciapiedi, porte e finestre, tanto che qualche persona non riusciva più ad indovinare la porta di casa sua. Milioni di volantini venivano lanciati da automobili in corsa o distribuiti casa per casa, a volte accompagnati da un pacco-dono, che poteva contenere un chilo di pasta o una cravatta.

Nelle parrocchie si organizzavano i comitati civici. Nei quartieri giravano certi ragazzi esperti e capaci di fare comizietti. In piazza, di giorno, giravano altri propagandisti (12), ma adulti e retribuiti, che tenevano banco ora in questo ora in quel capannello.

Durante l’ultima settimana l’attività propagandistica diventava febbrile. I comizi cominciavano nel primo pomeriggio, e l’ordine della loro successione era determinato per sorteggio: dalle 15 alle 24 in piazza era un susseguirsi di voci, un roteare di bandiere, un alternarsi di balconi; e quando la piazza non bastava più, si tenevano altri comizi contemporaneamente nel largo dei Quattro Canti (13).

Voci, canti, inni, applausi, pernacchie. Viva, abbasso. Vota, non votare. Promesse, impegni. Destra, sinistra, centro. Bianco fiore (14), sole che sorgi (15), avanti popolo (16), fratelli d’Italia (17). Di qua bene, di là male. Non cambiare. Bisogna cambiare. Progresso senza avventure (18). Svolta pericolosa. Uomo onesto e attivo. Buffone, trombone. La Russia, l’America, l’Italia (19). Pane, lavoro, economia. Che discorso, che lingua, che oratoria...

E intanto sul più bello della concione (20) ecco che arrivava all’improvviso una processione relativa a qualche ricorrenza religiosa.

All’apparire dei primi rossi stendardi e dei confrati col cappuccio bianco, preceduti dal suono del tamburo, il comizio di turno veniva sospeso, si apriva un varco tra la folla ed ecco che faceva il suo ingresso in piazza il Santo (21), carico di ori e contornato dai suoi ceri. Mentre le campane della chiesa suonavano a stormo e la banda intonava la marcia della Marina (22), il Santo, sotto il baldacchino, dopo essersi fatto la passeggiata, si godeva bel bello la sua fiaccolata e se la rideva sotto i baffi — se li aveva — dei comizi e di ogni campagna elettorale.

Dopo, il comizio si concludeva regolarmente e la gente si ritirava a casa con le solite domande e risposte:

— Compare, benedìcite. Voi per chi siete?

— Benedìcite, compare. E voi?

— Io per la croce.

— Io per il re.

— Io per la fiamma.

— Io per la foglia.

— Io per l’uomo qualunque.

— Io per san Giuseppuzzo.

— Ma san Giuseppuzzo non è Garibaldi?

— Bo!?

— Per il sole.

— Per la torre.

— Per la Madonna della Consolazione.

E giù i commenti.

Nei giorni delle elezioni non succedeva niente di particolare, tranne il circolare di automobili che trasportavano elettori ammalati o “civili” (23) per conto dei partiti. Ma dopo bisognava festeggiare la vittoria. E siccome ogni partito aveva vinto (24), ogni partito indiceva una “festa della vittoria”. Ma qualche candidato non eletto (o qualche suo fiancheggiatore) riceveva da sconosciuti un paniere di limoni perché si togliesse la bile.

Poi tutto continuava come sempre e la gente tornava alle preoccupazioni di prima: al pane, al lavoro, all’economia, alla crisi agricola, al costo della concimazione e dell’irrigazione, alla difficile vendita degli agrumi all’estero per causa della concorrenza di altri Stati.

Gli striscioni variopinti e i manifesti multicolori restavano a penzolare per le strade fino a quando il vento e la pioggia non li consumavano o forse fino alla successiva campagna elettorale (25).

° ° °

La campagna elettorale

Scritta nel 1977, questa storia è stata inclusa nelle Storie del 1977 e in 20 Racconti, nonché pubblicata in “La gazzetta dell’Etna” (Paternò) del 5.IV.2007.

Fra i ricordi della sua adolescenza, che lo scrittore sembra voler recuperare interamente, c’è anche la campagna elettorale, un avvenimento pressoché annuale che si svolgeva come una festa. Gli striscioni variopinti, le automobili con altoparlanti, le sfilate, le bande, le bombe, i volantini, i vestiti belli, la primavera siciliana col suo caratteristico profumo di zàgara che fra aprile e maggio inonda e sommerge i paesi con un senso di indefinibile voluttà: queste cose e soprattutto l’età di allora fanno della campagna elettorale una festa, in cui non a caso irrompe il Santo col suo baldacchino, turbando e interrompendo i comizi anche dei suoi avversari (i partiti di sinistra).

Ciò non toglie allo scrittore la possibilità di ironizzare sull’Illustre Ospite, pronto a sciorinare la sua lista di milioni e miliardi da spendere in nuove opere pubbliche, mentre in realtà per prima cosa occorreva riprendere e completare le opere pubbliche iniziate nella precedente campagna elettorale (per illudere gli elettori e prenderli in giro) e sospese subito dopo le elezioni, in attesa di essere riprese ad ogni campagna elettorale.

La massa di ammiratori e postulanti ci fa vedere la politica trasformata in clientelismo; e l’ingenuità e la povertà anche di spirito della popolazione si nota in quell’arrampicarsi sui lampioni e sui tetti per poter dire: “Io ho visto Sua Eccellenza!”.

Così si spiega il fatto che i partiti politici vengono indicati approssimativamente, dai loro simboli: la croce è la democrazia cristiana, il re è il partito monarchico, poi partito democratico italiano di unità monarchica, la fiamma è il movimento sociale italiano, la foglia è il partito repubblicano italiano, l’uomo qualunque è l’omonimo movimento di destra fondato da Guglielmo Giannini, che ebbe notorietà e seguito nel dopoguerra, Garibaldi è il fronte popolare (partito comunista italiano e partito socialista italiano), il sole è il partito socialista dei lavoratori italiani, poi partito socialista democratico italiano, la torre e la Madonna della Consolazione sono due liste civiche.

(1) Sua Eccellenza, Illustre Ospite: titoli altisonanti, con iniziali maiuscole di rito.

(2) l’Amministrazione Comunale...: era connivente con Sua Eccellenza perché dello stesso partito.

(3) proclama: come ai tempi dei re (ad esempio Vittorio Emanuele II) e dei dittatori (ad esempio Garibaldi).

(4) mazzieri: impiegati che portavano mazze simboliche (d’argento), a significare il potere che il sindaco esercita (originariamente il potere di far bastonare i trasgressori).

(5) postulanti: gente che implora un favore.

(6) 21 colpi: numero canonico nelle salve.

(7) volantini e strisce filanti: una specie di carnevalata.

(8) le ragazze: nota di concretezza, giovanilità e freschezza.

(9) zàgara: fiore degli aranci, limoni e mandarini.

(10) littorina: automotrice che prendeva il nome dal Fascio Littorio del fascismo.

(11) “civile”: più progredita perché più benestante.

(12) altri propagandisti: i cosiddetti “agit-prop” (agitatori propagandistici d’invenzione sovietica).

(13) Quattro Canti: tipica piazza a 4 angoli o cantoni (a volte artisticamente decorati) di varie città della Sicilia (a Palermo ci sono i “Quattro Canti di Città” e i “Quattro Canti di Campagna”).

(14) o biancofiore: parole iniziali dell’inno della democrazia cristiana.

(15) sole che sorgi: idem del movimento sociale italiano.

(16) avanti popolo: idem del partito comunista italiano.

(17) fratelli d’Italia: idem dell’inno nazionale italiano.

(18) progresso senza avventure: motto della democrazia cristiana nel 1959.

(19) Russia... America... Italia: rispettivamente preferite dal partito comunista italiano, dalla democrazia cristiana, dal movimento sociale italiano.

(20) concione: comizio, ma detto con ironia.

(21) rossi stendardi... il Santo: note di colore.

(22) marcia della Marina [italiana]: allora di moda.

(23) “civili”: benestanti.

(24) ogni partito aveva vinto: affermava di aver vinto, magari dimostrando che aveva acquisito qualche voto in più rispetto alle precedenti elezioni.

(25) restavano a penzolare...: tipico segno d’incuria e di formalismo elettorale.

• “La campagna elettorale affresca con colori vivaci, con verismo e umorismo, una campagna elettorale del Sud. L’Illustre Ospite, venerato come un santo finché può fare favori, passa col tempo, sbiadito come i vari manifesti delle precedenti campagne elettorali. C’è nella novella anche un’amarezza per le attese del Sud, ed in particolare della Sicilia, tradite spesso dai propri uomini politici, preoccupati soltanto della propria ricchezza e del proprio potere.” (B. Conti, saggio cit., pag. 213)


Nonno Albero

— Cicoria! (1) Vendo cicoria fresca della Piana (2)!... — si sentiva gridare-cantare per le strade, secondo le antiche modulazioni vocali trasmesse dagli arabi.

Il barone di Mongiuffi (3) stava tranquillamente leggendo uno dei suoi libri preferiti, che la baronessa giudicava proibiti, quando si scosse a quel grido-canto ripetuto.

— Volentieri — disse — mangerei un po’ di cicoria fresca della Piana. Fanne comprare qualche mazzo (4) da Rosalia (5).

— Magari fosse della Piana! —e sclamò la baronessa. —Conosco quell’uomo: l’ho visto più d’una volta intento a cogliere cicoria nel cimitero. Altro che cicoria della Piana: quella è cicoria del cimitero!

— E anche se lo fosse? — obiettò il barone.

— Come! — si agitò la baronessa. — Cicoria ingrassata col sugo dei morti... (6)

Qui stavano per litigare. Il barone tirò in ballo le sue teorie eretiche, della materia che deve tornare alla materia, ecc.; e per quel giorno di cicoria non se ne parlò più. Ma nei giorni successivi lui tornò alla carica con quelle teorie, nella speranza di convertire la moglie:

— Vedi — diceva. — Non c’è ragionamento più sbagliato di quello che fa chi vuol conservare ad ogni costo e per tutto il tempo il cadavere dell’uomo. Così facendo, e con il forte incremento della popolazione umana, la faccia della terra sarà letteralmente sommersa dai cadaveri. Già i primi risultati si stanno vedendo: nei cimiteri comincia a scarseggiare il terreno; non ci sono più fosse, e ci si accontenta di lòculi in colombari a piani sovrapposti, in mano alla speculazione edilizia! C’è gente che vive alle spalle dei morti, e anche disonestamente. So che verso Firenze hanno costruito un cimitero tutto a condomini e grattacieli di parecchi piani con relativi ascensori. Certo non vorrei essere seppellito in un condominio.

— Sì — interruppe la baronessa. — Lo sappiamo che tu con le tue letture non hai la testa a posto. Hai una testa...

— Testa o non testa —riprese il barone — il condominio proprio non mi va, né da vivo né da morto. Ma quando vuol convincersi questa gente che l’uomo altro non è se non materia e la materia deve tornare alla materia? Non capisco perché non si vuole assolutamente mettere in pratica quel precetto: “Ricòrdati che sei polvere (7) e in polvere ritornerai”. Altro che casse di mògano (8) e di zinco, cui ci abitua la società dei consumi: polvere, ma polvere da riutilizzare, non polvere da sprecare, perché nell’economia della natura nulla dev’essere sprecato; polvere per lavare, per fabbricare, per concimare..., fatti salvi gli organi che la scienza sarà in grado di trapiantare (9) in altri individui.

La baronessa fremeva impallidendo: —Non far sentire codeste bestemmie a queste creature innocenti — gridò stringendosi al petto due nipotini che erano entrati a salutare i nonni. — La carne umana non è carne di porco, ma carne di cristiani, carne battezzata...

— Battesimo o no — concluse il barone — è materia; e la materia, secondo il suo ciclo biologico, deve tornare alla materia. Se lo spirito è destinato al cielo, il corpo è destinato alla terra. Nessuno impedisce allo spirito di andare in cielo, ma il corpo deve andare in terra. Quanto ai cimiteri, se ne potrebbe lasciare qualcuno, con aiuole e viali, in ogni paese o città, ma solo come luogo di meditazione. La cremazione non mi soddisfa, perché, anche se risponde a criteri d’igiene e completa il ciclo biologico, non dà un’utilità immediata. Invece, un cadavere utilizzato come concime dà tanti bei rami, e fiori, e frutti... per te, per i nostri figli e nipoti, per l’umanità...

Non aveva finito di pronunciare queste parole, che cominciò a sentirsi male. Sembrava che lo avesse colto una maledizione. Sicché la baronessa chiamò subito Rosalia, che era esperta anche in questo, e gli fece fare un esorcismo. Un piatto pieno d’acqua (10) poggiato sulla testa, preghiere e parole misteriose, segni di croce e gocce d’olio... e l’indomani il barone stette meglio, o per l’esorcismo o per la sua forte fibra, dato che era alto e robusto come il Castagno dei Cento Cavalli (11) — diceva la baronessa.

Ma vennero i grandi bombardamenti del ’43 ad avere ragione di quella forte fibra. Il barone fu colpito proprio davanti al portone del palazzo, da una scheggia, essendosi affacciato a guardare la direzione degli aeroplani, e rimase ucciso sulla strada; la baronessa fu ferita al capo dalla caduta di un intonaco, ma la salvò la cameriera, per fortuna incolume. Le due donne poi, come gli altri superstiti, si trasferirono in campagna. Ma la baronessa non aveva requie, pensando al barone abbandonato sulla strada; e quando fu in grado di camminare, volle subito recarsi in paese, sebbene ciò fosse disagevole e pericoloso specialmente per una donna, sola o accompagnata che fosse. Il cadavere del barone era ancora là; e la baronessa se ne rallegrò, perché sapeva che in quei giorni i cadaveri venivano bruciati dalle autorità, senza riguardo per nessuno.

Per prima cosa le due donne lo portarono nel cortile. Quindi, dopo una breve consultazione reciproca sul da farsi, e proprio per evitare la cremazione, non essendo possibile in quell’emergenza portarlo e seppellirlo al cimitero, esse scavarono una profonda buca e vi calarono provvisoriamente quel corpo senza vita. Poi, per ingannare qualche eventuale ladro in cerca di oggetti nascosti, sul terreno mosso trapiantarono due o tre alberi.

Un castagno fu quello che allignò in quella buca e che presto cominciò a farsi alto e robusto. E se ne accorse subito la baronessa, quando, passata l’emergenza, rientrò dopo qualche anno e trovò il palazzo saccheggiato, ma quella buca intatta; anzi la buca non esisteva più, perché su di essa c’era un bell’albero che prometteva di diventare alto e robusto come il barone.

Ormai di seppellimento del barone al cimitero non era più il caso di parlarne; e la baronessa fu contenta così, obbligando la cameriera a non rivelare a nessuno quel segreto. Intanto anche la vicina pergola cominciò a produrre uva più grossa e più squisita e l’intero cortile si trasformò in una serra per l’abbondanza e la vitalità di fiori di varie specie, spontanei o coltivati: sicché sembrava che si stesse realizzando una profezia.

Quando il castagno fece i primi frutti, ci fu una specie di cerimonia, a cui parteciparono la baronessa, la fedele cameriera e alcuni nipoti. Davanti alla tavola imbandita, la baronessa disse:

— Mangiamo i frutti di Nonno Albero: pace all’anima sua.

E in religioso silenzio, Rosalia servì castagne, uva e vino.

Da allora in poi, quella cerimonia si ripeté ogni anno e quel castagno fu familiarmente chiamato Nonno Albero. La baronessa mostrava ai nipoti la fotografia del barone e diceva: —Guardate com’era forte! Come un castagno. E il nostro castagno diventerà grande come il Castagno dei Cento Cavalli.

Man mano che il castagno cresceva, la baronessa diceva ai nipoti: — Andate a giocare con Nonno Albero... State attenti a non danneggiare Nonno Albero... Non calpestate i fiori del Nonno... Andiamo a sederci all’ombra del Nonno...

I nipoti giocavano intorno a quell’albero e sui suoi rami; e qualcuno, cresciuto, ci fece anche l’amore al paterno riparo delle sue fronde, commentando con la ragazza: — Alla faccia del nonno!

Finché visse la baronessa, Nonno Albero fu trattato come cosa sacra; e non solo lui, ma tutti gli alberi del cortile, perché da lui discendeva un sacro rispetto per tutto il regno vegetale. Ma dopo, le cose non si misero bene per lui. L’anziana Rosalia, dopo la morte della baronessa, si era sentita in dovere di tramandare il segreto al nipote venuto ad abitare nel palazzo; ma con scarsi risultati, anche perché, alcuni anni dopo aver combattuto una violenta guerra contro se stessi (12), gli uomini intrapresero una guerra altrettanto violenta contro gli alberi, e si andava incontro ad una nuova civiltà: la civiltà degli alberi mutilati, deturpati, abbattuti...

In tutta la nazione l’albero diventò una cosa superflua o un nemico da combattere e sconfiggere, specialmente lungo le strade. Strade di città e di paesi esibivano tronconi e monconi, scheletri invocanti pietà, fronde a pennello, foglie esili e fragili, non più forme armoniose e naturali, ma forme goffe e innaturali. Con la scusa di potarli e rinforzarli ogni paio d’anni, si deturpava e si uccideva: infatti nel giro di qualche anno un quarto degli alberi mutilati moriva. Nessuna tregua era concessa agli alberi: le potature si ripetevano con sempre maggiore frequenza, per impedire che le fronde ricrescessero come prima.

Alla guerra pubblica si affiancava quella privata: vivaisti interessati a vendere alberelli intaccavano o incendiavano i pochi alberi sopravvissuti; e altri individui, per liberarsi di qualche albero, versavano sulle sue radici benzina o altri prodotti corrosivi. Infine potenti macchine irroravano le più alte fronde con prodotti chimici per eliminare o ridurre le foglie, ree di procurare ombra e ossigeno.

Con questi chiari di luna era difficile che Nonno Albero la facesse franca. Dapprima si presentò al palazzo un operaio del Comune con l’ordine di eliminare i rami che oltrepassavano il muro di cinta del cortile e si protendevano sulla strada. Dopo che il castagno fu sconciato e reso goffo, anche perché l’operaio si era divertito a tagliare tanti rami che non c’entravano con l’ordine, per il solo gusto d’infierire sugli alberi cui era abituato, sopravvenne l’ordine di esproprio di una parte del cortile per la costruzione di un parcheggio pubblico per autoveicoli.

Un po’ indispettito per il cortile, ma contento per non avere più un morto in casa, il nipote ottenne però che Nonno Albero non venisse abbattuto. Da questo momento, pur in piedi, quell’albero dovette sottostare alla sorte comune degli alberi pubblici. Così ebbe subito la sua bella potatura, che lo spogliò come un pulcino. Ma sopravvisse. Invece la capitozzatura di qualche anno dopo gli fu fatale; e morì. Del resto, che bellezza poteva dare un castagno ad un parcheggio? Era fuori posto, quell’albero; e anzi non si sa come non lo avessero eliminato prima.

Una motosega abbatté lo scheletro rimasto e fece posto ad un’altra automobile. E di Nonno Albero si perse presto la memoria (13).

° ° °

Nonno Albero

Scritta nel 1977 e inclusa nelle Storie del 1977, questa storia fu pubblicata parzialmente in “Lettere Venete” (Venezia) n° 43-47 (1979).

A parte le teorie eretiche del barone di Mongiuffi, sulle quali si può discutere finché si vuole, Nonno Albero è nell’insieme l’albero della vita, poi quello della morte, poi ancora quello della vita e infine di nuovo quello della morte, stavolta definitiva. Albero della vita per aver dato la vita ai suoi figli quand’era il barone di Mongiuffi; albero della morte quando viene stroncato dai grandi bombardamenti del ’43 (qui appena accennati, a differenza della precedente storia Vittime sotto il cielo) e va in putrefazione; ancora albero della vita quando alimenta un castagno, una pèrgola e tanti bei fiori; infine di nuovo albero della morte quando viene troncato e ucciso, come tanti suoi simili, dai nemici degli alberi, con tristi prospettive per la vita umana.

Il barone era alto e robusto come il Castagno dei Cento Cavalli, e a questo Castagno tende ad assomigliare anche l’albero alimentato dal cadavere del barone. C’è un rituale magico e macabro in quel comunicarsi con i frutti di Nonno Albero: castagne, uva, vino. Ma trionfa la vita. E la vita trionfa anche quando esso protegge paternamente l’amore dei suoi nipoti.

Ma i tempi passano. Non contenti di aver subito una violenta guerra, gl’italiani —forse in cerca di qualche rivincita — dichiarano guerra agli alberi pubblici. Da questo momento questa storia si fa triste, una storia di tutti i giorni e di tutti i luoghi: deturpazioni, devastazioni, sterminio d’alberi. “Vedremo quale sarà la sorte dell’umanità senza alberi!” vuol dire lo scrittore, che qui cede il posto al moralista e all’ambientalista.

La storia è perciò di pressante attualità ecologica: lo scrittore oppone decisamente il suo no alla morte della natura.

Per concludere, anche questa storia attinge all’humus siciliano, ma si dirama — per usare un verbo attinente agli alberi— fino all’Italia d’oggi, con un problema d’interesse mondiale.

(1) Cicoria: quella della Piana di Catania è nota per la sua squisitezza.

(2) Piana: vedi la storia di Croce.

(3) barone di Mongiuffi: Mongiuffi è un paese della Sicilia (ME), considerato allora con un certo disprezzo nell’ambiente di Nonno Albero. E quindi il titolo di “barone di Mongiuffi” poteva suonare come spregiativo.

(4) mazzo: in Sicilia la verdura si vende a mazzi e non a peso.

(5) Rosalìa: nome in onore della patrona di Palermo.

(6) sugo dei morti: prodotto della putrefazione dei cadaveri.

(7) ricòrdati che sei polvere: il precetto citato dal barone è quello che viene ripetuto nelle chiese il mercoledì delle ceneri: “Memento, homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris”.

(8) mògano: legno pregiato.

(9) organi... da trapiantare: qui il barone (e per bocca sua lo scrittore) prevede le nuove frontiere della chirurgia dei trapianti.

(10) piatto pieno d’acqua: il tipo d’esorcismo fatto da Rosalia sul barone era molto popolare nel dopoguerra e prima.

(11) Castagno dei Cento Cavalli: albero millenario, tuttora in buono stato, nel comune di Sant’Alfio (CT), sulle pendici dell’Etna. Secondo la tradizione, che lo ha reso popolare e proverbiale, alcuni secoli fa in occasione di un violento temporale, si ripararono sotto le sue fronde una regina e ben cento cavalli con altrettanti cavalieri.

(12) violenta guerra contro se stessi: la 2^ guerra mondiale.

(13) si perse presto la memoria: amara conclusione di una favola e indice d’inciviltà.

• “Ciccia [...] is [...] in the Veneto, but his literary interest have for the most part remained linked in Sicilian topics.” (Alfred Alexander, Stories of Sicily, Elek, London, 1975, p. 22)


La fortuna di Mastro Gregorio

In paese lo dicevano tutti che mastro (1) Gregorio era nato fortunato: fortunato e con sette camicie. Quando lo vedevano girare come un fannullone, con la pancia grassa e le mani dietro la schiena, pensavano alla fortuna sfacciata che aveva avuto, lui, semplice calzolaio, a sposare la figlia della vedova Martorana. Veramente lui in principio non ci aveva mai pensato a sposarsi; tanto aveva una sorella nubile che viveva con lui. Ma dopo, con l’età e qualche grillo per la testa, gli venne il ghiribizzo di sposarsi. E dire che fino ad allora non sapeva che cosa fossero le donne, tranne le familiari, anzi non gliene importava nulla di nulla; purché gli portassero le loro scarpe per le riparazioni: e se una volta, con la guerra, le riparazioni erano tante e gli consentivano di vivere decentemente, poi, con il benessere e i capricci delle donne, esse finirono quasi del tutto, perché le donne, ma anche gli uomini, preferivano sempre scarpe nuove (2) e sempre secondo la moda, buttando le vecchie (ma non erano affatto vecchie) piuttosto che farle riparare. Sicché, quando il lavoro scarseggiò, mastro Gregorio decise di tentare la fortuna col matrimonio (3) lui che era un povero diavolo.

La mezzana (4) a cui espose il suo caso gli disse subito che aveva il partito, cioè la fidanzata che faceva per lui, quarantenne ma dotata.

— Dotata fisicamente o economicamente? (5) — domandò ansioso Gregorio.

— L’uno e l’altro — rispose la mezzana. — Ma quello che più interessa in questo caso è che lo sia economicamente.

— E di chi si tratta? — domandò ancora lui.

— Della figlia della vedova Martorana — annunciò lei.

A questa conclusione mastro Gregorio non poté che sbottare: — E che mi metto le corna in casa?

— Ma che corna e corna! — commentò la mezzana. — Tutte dicerie delle male lingue. E poi si sa che le corna portano fortuna (6). La vedova Martorana possiede un’immensa fortuna, e questa fortuna sarà di chi sposerà sua figlia. Case, terreni coltivati, chiuse (7) ...

Dopo quel colloquio con la mezzana, Gregorio non pensava ad altro che a quelle case, a quei terreni, a quelle chiuse. Per questo si decise a sposare la figlia della vedova Martorana, anche se essa ne aveva combinate di tutti i colori, con questo e con quello, farfallina (8) com’era.

Una gran delusione mastro Gregorio l’ebbe quando la suocera assegnò la dote: non tutto quello che era stato elencato dalla mezzana, ma solo una terza parte, e forse meno; il resto a sua morte. Lo sposo andò subito a protestare con la mezzana: lui non voleva aspettare la morte della suocera, perché poteva morire prima lui, ma voleva tutto subito. La mezzana rispose che presto, prima o poi, avrebbe avuto tutto. E l’occasione non si fece aspettare.

Alla prima scappatella della moglie (la prima dopo le nozze, perché quella farfallina aveva pensato di continuare la sua vita libera tenuta da nubile), protestò con la moglie, la suocera e la mezzana: basta con le corna, se no sarebbe tornato a vivere con sua sorella. Allora la suocera, per blandirlo (9), gli donò un’altra parte dei suoi beni; e lo mise a tacere.

Alla seconda scappatella, Gregorio se n’andò veramente da sua sorella, ma presto la mezzana venne a chiamarlo e lo fece rientrare a casa, grazie all’atto di cessione di un’altra parte dei beni. In pratica la vedova si riservava una casetta in cui abitava lei stessa.

Ma Gregorio, quando trovò la moglie con un cugino, uno sbarbatello di neanche diciott’anni, minacciò ferro e fuoco e se ne andò definitivamente da casa. La vedova non aveva più cosa cedere, se non la sua casetta, e non voleva cederla; sicché la separazione coniugale durava da qualche anno. Che poteva fare allora la vedova Martorana, dato che aveva avuto la sventura di avere una figlia senza timor di Dio? Cedette alla fine quella sua casetta e se ne andò ad abitare con una sua sorella.

Così mastro Gregorio ebbe tutta la fortuna. E ora che non c’era più nulla da togliere alla vecchia, chiudeva un occhio e anche due sulle solite marachelle della moglie. Intanto si era fatto ricco come un pascià (10), tanto che aveva due cameriere, e scarpe non doveva ripararne più, neanche le sue, perché anche lui poteva comprarsene quante ne voleva e cambiarle frequentemente. Poi si mise a fare l’affarista: data la crisi agricola che era arrivata, vendette i terreni e le chiuse, conservando solo qualcosa per le sue passeggiate in campagna, e col ricavato acquistò degli appartamenti; lui stesso ne costruì al posto delle antiquate case della suocera. Un appartamento (lussuoso) se lo tenne per sé, un altro lo cedette a sua sorella, altri ne vendette o affittò, e si fece il più ricco del paese, dove tutti lo guardavano con invidia.

Quando si dice che le corna portano fortuna... (11) Avete visto quanta gente esibisce qualche corno? D’avorio, d’oro o di letto, sempre corna sono, corna portafortuna!

° ° °

La fortuna di Mastro Gregorio

Scritta nel 1980 e inedita, questa storia è praticamente un bozzetto, breve e leggero, in cui più che a caratterizzare i personaggi e le situazioni lo scrittore si è divertito a fare delle “escursioni” stilistiche. Entrando subito in argomento ed esponendolo succintamente, egli lo ha condito con un fraseggio sàpido e con modulazioni che sanno di antiche favole e di massime umoristiche. È questo, più che la tenue vicenda in sé stessa, ciò che probabilmente gl’importava di più.

Certo, c’è il personaggio, anzi i personaggi, ci sono l’ambiente e la situazione. Fatti del genere non erano inconsueti alcuni decenni fa, perché il matrimonio d’interesse, combinato da genitori e da altri parenti o ruffiani-mezzani, era all’ordine del giorno. Ma qui è lo stesso aspirante al matrimonio che aspira ad un interesse economico consistente, ad una vera e propria fortuna, affidandosi al matrimonio come ad un’impresa per un affare: l’affare più importante della sua vita.

Per questo Gregorio non guarda né alla bellezza fisica né a quella morale: è portato soltanto al guadagno, a realizzare con la “roba” (è il caso di dirlo verghianamente) il sogno più grande. E per questo sogno rinuncia all’amore, all’onore e alla dignità, bastandogli le due cameriere, i suoi immobili e il passeggiare con le mani dietro la schiena come un pascià.

E pensare che prima era un misero ciabattino...

(1) mastro: maestro, operaio o artigiano esperto.

(2) sempre scarpe nuove: critica ai capricci e agli sprechi.

(3) tentare la fortuna col matrimonio: c’è chi tenta la fortuna al lotto o al casinò: mastro Gregorio la tenta col matrimonio.

(4) mezzana: ruffiana, mediatrice che combinava matrimoni.

(5) fisicamente o economicamente?: evidentemente gl’interessa solo il secondo avverbio.

(6) fortuna... fortuna... fortuna: si insiste sul concetto.

(7) chiuse: terreni a vegetazione spontanea (fichidindia, pistacchi, castagni, ecc.) perlopiù in zone sassose.

(8) farfallina: eufemismo che sta per “civettona” o peggio.

(9) blandirlo: calmarlo.

(10) pascià: funzionario civile o militare nell’impero ottomano, passato in proverbio per ricchezza e oziosità.

(11) Quando si dice che...: massima finale fra umorismo e pensosità, efficace come il finale dei fuochi d’artificio.


Il fessacchiotto

— Gervasooo!

— Comandi, signor Direttore!

Il tono era sempre lo stesso: imperioso da una parte, servile dall’altra. Quel direttore dell’ufficio postale era nato per comandare: prima aveva comandato in guerra come tenente della cavalleria, ora comandava nell’ufficio e nella vita privata. Eppure la guerra era passata da un pezzo; ma i suoi modi erano rimasti sempre gli stessi: rudi, militareschi, villani. Sempre urlante, con quella boccaccia da Cèrbero (1), dava del tu a tutti i dipendenti, anche se anziani o madri di famiglia piene di figli e in prossimità della pensione. “Tu... tu... tu...” andava ripetendo imperterrito, nonostante i malumori che suscitava. Con tutti comandava, fuorché con sua moglie e i suoi figli: l’una lo faceva filare a bacchetta, gli altri gli davano tranquillamente del cretino anche in pubblico.

Quando il postino Gervaso capitò in quell’ufficio, il direttore ebbe l’impressione che quello fosse il fessacchiotto che ci voleva per lui: perciò non si limitò al solito “tu”, ma lo invitò a cena e poi cominciò a pretendere dei servizi personali e privati sempre più umilianti e pesanti. Tutto cominciò con la concessione di qualche permesso: Gervaso non si assentava quasi mai, sia perché scapolo sia perché fortemente attaccato al dovere; ma credeva che quelle sue necessità, rare e sempre dovute a gravi motivi, lo ponessero in una posizione di obbligo nei confronti del suo direttore; sicché eseguiva quegli ordini con discreta acquiescenza o addirittura benvolentieri... Spesso andava a trovare il suo direttore a casa per raccontargli come andavano le cose, per fare due chiacchiere o per chiedere qualche consiglio; e questi ne approfittava per farsi fare i soliti servizi.

— Gervaso, va’ qua; Gervaso, va’ là. A comprare la verdura... cucinare il minestrone... attaccare i bottoni. Tieni i bambini... Portali a spasso o al cinema. Sorveglia la casa mentre io e la mia signora andiamo al teatro... Se ritardiamo, bada a loro e dormi con loro. Prendi lo straccio e pulisci per terra... Metti in ordine il bagno...

E Gervaso sempre al lavoro, sempre cantando, in cambio di un eventuale permesso di assentarsi qualche giorno dall’ufficio o dell’invito a restare a pranzo o a cena.

— Meno male che abbiamo trovato questo fessacchiotto — andava dicendo la signora. E i bambini ripetevano “fessacchiotto... fessacchiotto...”. Fesssacchiotto di qua, fessacchiotto di là. Tanto che anche i colleghi di lavoro parlando di lui dicevano “il fessacchiotto”.

Così passarono alcuni mesi.

Una volta che Gervaso era andato a casa del suo direttore, come al solito la signora ne approfittò per mandarlo in un negozio.

— Gervaso, va’ a comprami un rossetto numero tre, un rimmel (2), un fondotinta, una crema idratante e una emolliente. Che siano tutti prodotti della Rubinstein o della Tchechova... Ah, dimenticavo! Una bomboletta di lacca (3)... quella solita... morbida...

— Scusi, signora. Come ha detto? Sa, quelle parole straniere io non le so pronunciare.

— Ma che postino sei? Non sai pronunciare parole così note? Queste sono parole che riguardano la bellezza, e tutti le conoscono.

— Ma perché, lei deve andare ad un concorso di bellezza?

Il dialogo aveva assunto toni inconsueti e la signora cominciò a scandalizzarsene.

— Ma Gervaso! Che cosa vuoi discutere? In che cosa t’impicci? Va’ ed esegui l’ordine. Torna presto e non dimenticare la lacca morbida.

— Scusi, signora, se mi permetto. Ma le vecchie devono andare abbigliate da vecchie, se no fanno ridere. Ognuno secondo la sua età. E poi la lacca, morbida o no, procura tumori, oltre che un odore fastidioso di petrolio che infesta tutti gli ambienti. Per me, l’intelligenza di una donna è inversamente proporzionale alla quantità di lacca e di pitture che essa si mette addosso.

La signora aveva ascoltato fremendo questo pronunciamento, inutilmente cercando d’interromperlo, e alla fine sbottò:

— Vecchia a me? Ma lo sai che io ho appena superato i cinquant’anni? E poi che cosa te ne intendi tu di tumori e di bellezza? Non sei un medico e nemmeno ti piacciono le donne.

— Signora, non mi piacciono le donne? Forse le racchie come lei! Mi dispiace, ma io quella roba non vado a comprarla.

— Sembrava incredibile, ma Gervaso aveva detto proprio così: che non sarebbe andato. Una ribellione vera e propria. La signora chiese aiuto al marito, superiore gerarchico di Gervaso.

Accorse allora il marito tutto focoso e lei gli fece un rapporto sulla situazione: — Sai cosa mi ha detto questo fessacchiotto? Che sono una vecchia! Io che ho appena superato i cinquant’anni. E ha aggiunto che sono una stupida racchia.

— Fessacchiotto, come ti permetti di parlare così alla mia signora? — urlò il direttore-comandante.

— Signor direttore, io sarò un fessacchiotto, ma la sua non è una signora: è una balena, una vacca...

Gervaso non aveva finito di pronunciare queste parole che ricevette dal suo direttore un manrovescio sulla bocca, il quale gli lacerò un labbro. Allora egli ebbe qualche attimo di esitazione; poi si girò e rispose con un sinistro alla mandibola, che mandò k. o. (4) il direttore. Quindi, dopo qualche altro attimo di esitazione, cominciò a dargli una scarica di pugni e pedate: — Questo per la lacca, questo per la verdura, questo per il riso... per la sorveglianza, per i bottoni, per la casa, per il bagno e per il fessacchiotto...

La signora strillava come un’ossessa (5) e suo marito per poco non finì all’ospedale. Così Gervaso lasciò quella casa e quell’ufficio.

Il direttore, quando si riprese, cominciò a gridare che avrebbe ammazzato quel fessacchiotto con le sue mani oppure che lo avrebbe mandato in galera. Sì, l’indomani sarebbe andato a denunciare la cosa ai carabinieri. E con quest’ultima risoluzione andò a letto. Ma l’indomani cambiò idea. Carabinieri, confronti, testimonianze, la notizia sui giornali, al lavoro, in paese... Con le conoscenze che aveva fra i pezzi grossi abituati agl’imbrogli e alle sopraffazioni non gli passò neanche minimamente per la testa che invece lui stesso avrebbe potuto essere incriminato per abuso d’ufficio e peculato (6), avendo adibito a servizi privati un pubblico dipendente.

E alla fine concluse:

— Sai che ti dico? È meglio lasciar perdere tutto, tanto non lo vedremo più quel fessacchiotto. Vero, moglie mia? (7)

° ° °

Il fessacchiotto

Scritta nel 1980 e inedita, questa storia tratta ancora di abusi di pubblici ufficiali, che qui vengono dallo scrittore denunciati e bollati con amaro sarcasmo.

La società di ogni tempo non manca di Calandrini (come quello del Boccaccio) e di Gervasi (come quello del Manzoni), cioè di persone sciocche, di fessacchiotti. Ma il nostro fessacchiotto ad un certo punto sa riscattarsi e dare la meritata lezione al suo direttore-comandante e alla sua degna consorte. Peccato che non ci abbia pensato prima! Tuttavia questo ritardo ci dà la possibilità di conoscere meglio questo direttore-comandante dell’ufficio postale, che, pur non essendo un militare, conserva i metodi dei militari d’una volta. In questo riscatto finale il postino Gervaso riscatta anche la sua figura di personaggio letterario, che forse all’inizio era apparso fiacco.

Interessante appare il ragionamento del postino sui danni di certi cosmetici ed in particolare della lacca per capelli, di cui in vari laboratori gli scienziati hanno appurato la pericolosità.

Oltre a ciò, ovviamente, la storia vuole mettere in evidenza (e in questo si collega alla precedente storia Due pubblici ufficiali) certi abusi di potere, come quello di adibire i dipendenti dello Stato a servizi privati e a volte umilianti.

Questa, dunque, rappresenta un’altra tappa nel malcostume della società italiana.

(1) Cèrbero: cane con tre teste della mitologia classica (Virgilio, Ovidio, ecc.), posto da Dante a custodia del terzo cerchio infernale (Inferno, VI, 13-33).

(2) rimmel: cosmetico liquido o in pasta di vari colori (nero, marrone, ecc.) per ammorbidire o scurire le ciglia.

(3) lacca: le bombolette di lacca, fra l’altro, sono ritenute responsabili di contribuire all’allargamento del buco dell’ozono.

(4) k.o.: abbreviazione dell’inglese knock-out = “abbattuto, messo fuori combattimento”.

(5) ossessa: indemoniata.

(6) peculato: reato d’un pubblico ufficiale che si appropria di denaro o altri beni a lui affidati per le sue funzioni al servizio dello Stato.

(7) meglio lasciar perdere tutto...: come quando la volpe non potè arrivare all’uva pendente dalla pèrgola e dovette rassegnarsi a lasciarla stare, dicendo: “tanto non è matura”.


Sabato Santo alla Piana

— Papà, che ore sono? — chiese Salvatore.

— Le 10,30 — rispose Andrea, guardando il suo vecchio orologio da taschino.

Era la terza volta che Salvatore faceva quella domanda a suo padre. C’era in lui la segreta speranza che lo scioglimento delle campane potesse sentirsi, sia pur vagamente, anche là, in quel pezzo remoto della Piana di Catania (1) dove i braccianti dovevano lavorare anche quel giorno, perché quel giorno per loro non era festa: per loro Pasqua era solo la domenica, non potendo essi concedersi due giorni di festa.

Eppure in quel giorno l’atmosfera era diversa, il silenzio era più profondo e i colpi delle zappe echeggiavano con strani rimbombi.

Anche se con una certa amarezza, Andrea era abituato a farsi il Sabato Santo in campagna, al lavoro. Ma per suo figlio Salvatore questa era la prima esperienza del genere: fino all’anno precedente Salvatore aveva frequentato la scuola elementare e fatto anche il chierichetto; era stato quindi in paese e aveva assistito alle suggestive cerimonie religiose, prima nella sua parrocchia, dove però non si scioglievano le campane, e poi alla matrice (2), dove al “Gloria” si scopriva la statua del Risorto e si scioglievano le campane. Allora il canonico (3) Gennaro dal piazzale gremito di folla agitava un drappo rosso (4); e i campanari di tutte le chiese, che stavano all’erta sui campanili, vedevano il segnale e davano inizio al concerto dello scioglimento delle campane.

Col conseguimento della licenza elementare per Salvatore era finita l’infanzia (5) e lui aveva dovuto seguire il padre al lavoro per aiutare la numerosa famiglia: se fosse stato ricco (6), magari come il figlio dell’avvocato o quello del padrone di quel giardino (7) di mandarini dove ora lavorava, avrebbe potuto continuare gli studi, tanto l’intelligenza e la volontà le aveva, e aveva conseguito la licenza con ottimi voti; ma era povero e quindi destinato alla campagna (8). Forse avrebbe frequentato una scuola serale. Soltanto uno dei suoi compagni, povero come lui, quello che sapeva sempre tutto, pur senza libri, stava continuando la scuola: e non si capiva come facessero i genitori a mantenerlo.

— Le 10,30 — ripeté il ragazzo. — A quest’ora il piazzale della matrice è tutto pieno di gente; anche la scalinata e i prati circostanti. Forse stanno cantando le litanie (9) e il canonico Gennaro si prepara a sventolare il suo drappo rosso. Chissà se si sentiranno qua le campane!

Salvatore sperava in questo miracolo: che le campane si potessero sentire anche là, come gli aveva detto suo padre che qualche volta succedeva, secondo lo spirare del vento. Se non avesse sentito quel suono, il ragazzo sarebbe rimasto tanto triste e non gli sarebbe parso neanche che era Pasqua. E ad un tratto il miracolo avvenne: dapprima vagamente, poi chiaramente, il suono arrivò fin là; a volte Salvatore poté riconoscere le campane della matrice, quelle di S. Barbara, quelle della Consolazione, quelle della badìa (10) e quelle di altre chiese.

— Papà, — gridò — le campane! E’ risorto! E’Pasqua!

— Sì, è vero — disse Andrea. —E’ Pasqua.

Padre e figlio, percorsi da un brivido, sospesero il lavoro, si buttarono ginocchioni a baciare la terra (11) e poi si abbracciarono. Salvatore baciò anche la mano a suo padre e gli chiese la benedizione (12). Entrambi piangevano dalla commozione.

— Buona Pasqua! — si dissero a vicenda. Intanto in tutto il giardino non si sentivano più i colpi delle zappe: gli altri braccianti stavano compiendo lo stesso rito. Poi Andrea alzò la voce per farsi sentire bene e gridò: —Buona Pasqua, Nicola! Buona Pasqua, Vincenzo! Buona Pasqua a tutti! — E gli altri risposero: — Buona Pasqua!

Salvatore era felice, mentre quel suono ritornava ad intervalli per un bel po’, secondo lo spirare del vento. Poi guardò verso l’Etna alla ricerca della rocca normanna (13).

— A quest’ora — disse — tutti si abbracciano e chi ha offeso qualcuno va a chiedergli perdono. A quest’ora la mamma sta pensando a noi e ci augura la buona Pasqua da lontano. Poi stasera l’abbracceremo anche noi e sarà buona Pasqua anche per la nostra famiglia. Intanto il Cristo Risorto uscirà in processione con banda e bombe (14) e domani andremo anche noi alla processione.

— Domani — aggiunse suo padre — ci metteremo i vestiti nuovi e sulla nostra tavola, grazie a Dio, non mancherà la salsiccia, almeno la domenica di Pasqua (15).

— Gli altri anni, mentre si scioglievano le campane, la mamma mi faceva il “cresci cresci” (16) e mi dava il cicilìo (17) — continuò Salvatore.

— Il cicilìo certamente lo troverai a casa stasera — rispose Andrea. — Forse lo troverai fatto con due o più uova sode dipinte, incastonate in un bel panierino o cuore di pasta infornata, cosparso di cimini (18) e sormontato da due colombelle che si baciano. Ma il “cresci cresci” posso fartelo io. E così dicendo afferrò il figlio per le tempie e lo sollevò tre volte dal suolo, pronunziando la formula “Cresci cresci, perché il Signore è risorto!” (19).

Salvatore era veramente felice e disse soltanto “grazie”.

Intanto il suono delle campane non si sentiva più e i due ripresero a zappare.

° ° °

Sabato Santo alla Piana

Scritta nel 1982, pubblicata in “Il corriere etneo” (Paternò) del 21.XII.1983, menzione d’onore al premio “Arte viva” di Catania nel 1983, segnalata al premio “Agosto leonfortese” di Leonforte nel 1986, inclusa nelle antologie Traguardi di letteratura ed arte (Lo Faro, Roma, 1983), Pasqua a Paternò (Click Club, Paternò, 1986) e 20 Racconti ed altro (Tringale, Catania, 1992).

Questa storia appartiene al favoloso mondo dell’infanzia dello scrittore.

Una volta la celebrazione della Resurrezione avveniva il Sabato Santo mattina: al canto del “Gloria in excelsis Deo” si svelava una statua del Cristo Risorto che stava sull’altar maggiore e contemporaneamente si suonavano a festa le campane di tutte le chiese. Era un momento magico ed irripetibile in tutto l’anno. I fedeli si buttavano ginocchioni a baciare la terra in segno di riconoscenza a Cristo per aver redento gli uomini con la sua morte; quindi si abbracciavano fra di loro, e, se qualcuno aveva offeso un altro, andava a chiedergli perdono. Seguivano per due giorni le processioni, l’allegria prodotta dalla banda e dagli spari di bombe, l’uso di vestiti nuovi, le scampagnate di Pasquetta in una natura ridente che risorgeva anch’essa sotto il caldo sole primaverile e in mezzo a tanti fiori variopinti.

Nella storia, dunque, da una parte c’è il fine di recuperare un periodo così importante nella vita dello scrittore, dall’altra quello di fare un quadro folcloristico, dall’altra ancora quello di ricordare ancora una volta la povertà del dopoguerra, quando ben pochi ragazzi potevano andare a scuola, e meno ancora oltre la quinta elementare: Salvatore ha dovuto seguire il padre in campagna, mentre uno solo (ma chi sarà poi?) dei suoi compagni poveri come lui continuava la scuola.

Attraverso le riflessioni, le domande e i ricordi del ragazzo è costruita nella narrazione una situazione di sospensione e d’attesa: la mente del ragazzo è sempre fissa a ciò che sta avvenendo al suo paese, dentro e fuori della chiesa matrice, scenario di altre storie paesane; finché il miracolo avviene e il suono della campane arriva fino a quel pezzo remoto della Piana di Catania.

Nel bacio della mano e nella richiesta di benedizione al padre c’è il senso d’una sottomissione, d’una dignità e d’una bontà oggi perdute.

Mentre Cristo risorge e le campane suonano, Salvatore volge lo sguardo verso l’Etna, alla ricerca della collina del suo paese, che è anche il paese natale dell’autore di queste storie, riconoscendola dalle sàgome del castello normanno e della matrice che vi troneggiano. Nel momento di gioia e di benedizione, Salvatore vuole associare anche sua mamma e gli altri suoi congiunti; lui pensa a loro ed è convinto che anche loro pensino a lui e a suo padre. La famiglia, separata dalla povertà, si unisce in questo pensiero, grazie al magico effetto del suono delle campane. Due quadri lontani, mamma con altri figli e Salvatore con padre, velocissimamente scorrono l’uno verso l’altro e si accostano fino a diventare un unico grande affresco all’insegna della tenerezza: quello d’una famiglia fortemente unita nel dolore e nella gioia. E questo è il momento più commovente di tutta la storia.

Ma Salvatore è ancora un ragazzo e vuole vicino a sé la mamma come ogni ragazzo. Vorrebbe da lei il rito del “cresci cresci” per sentirsi veramente ragazzo. Il papà capisce, gli viene incontro e lo accontenta. A sera li aspetta l’abbraccio della mamma e un profumo di “cicilìo” (tanto più gustoso delle attuali uova di cioccolato, che allora non esistevano), profumo d’innocenza e di sanità familiare che ci fanno rimpiangere i tempi antichi.

Cfr. anche il saggio: Carmelo Ciccia, Il suono delle campane a Paternò intorno alla metà del sec. XX, estratto da “Ricerche”, C.R.E.S., Catania, ag.-dic. 2003, pagg. 59-78.

(1) Piana di Catania: immensa e lontanissima, luogo di lavoro, di sudore e ricchezza, scenario di svariate storie, oggetto di favole e leggende.

(2) matrice: vedi note a Poveri Santi.

(3) canònico: sacerdote facente parte del capitolo della chiesa collegiata (matrice).

(4) drappo rosso: non esistevano radiotelefoni o cellulari e per una telecomunicazione del genere ci si affidava ad un drappo rosso e alla buona vista.

(5) era finita l’infanzia: troppo presto è diventato uomo, costretto dalla povertà a lavorare quando è ancora ragazzo.

(6) se fosse stato ricco: le solite ingiustizie sociali.

(7) giardino: in Sicilia e Calabria significa esclusivamente agrumeto.

(8) era povero e quindi destinato alla campagna: destino di troppi bambini del Sud fino a pochi decenni fa.

(9) litanie: invocazioni e preghiere alla Madonna e a tutti i santi molte volte ripetute sia pure con delle variazioni.

(10) badìa: abbazìa, monastero.

(11) baciare la terra: rito del Sabato Santo in quella zona.

(12) baciò la mano e gli chiese la benedizione: usanza delle famiglie patriarcali.

(13) rocca normanna: collina con castello, chiese e ruderi di palazzi d’epoca normanna. I normanni dominarono in Sicilia dalla fine del sec. XI a quella del XII.

(14) processione con banda e bombe: solite feste caratteristiche del Sud.

(15) salsiccia almeno la domenica di Pasqua: nel dopoguerra erano rare le famiglie che potevano permettersi la carne ogni domenica.

(16) “cresci cresci”: altro rito del Sabato Santo in quella zona.

(17) cicilìo: in dialetto ciuciulìu, ciuciulé o cicilé, questa focaccia azzima con uova sode prende il nome dal chiocchiolìo o pigolìo dei pulcini e altri uccelli. L’uovo è simbolo di fecondità.

(18) cimini: michette di zucchero colorate, somiglianti ai semi del cimino o cumino.

(19) “Cresci cresci, perché il Signore è risorto!”: in dialetto “Crisci crisci, u Signuri abbrivisci”.

• “Il racconto ci permette di mettere a confronto usanze e tradizioni di ieri con quelle di oggi.” (AA.VV., 20 Racconti ed altro, Tringale, Catania, 1992, pag. 120)


Doctor Infaustus

Di tipi come lui erano pieni la letteratura, il teatro e il cinema; ma che potesse esisterne uno in carne e ossa e che per giunta dovesse capitare agli abitanti di Cuddé (1), era una cosa che in quel paesino nessuno si sarebbe sognata. Eppure il dottor Infausto (ma come si chiamava veramente?) esisteva davvero in carne e ossa ed esercitava la professione di medico a Cuddé. Pochi sapevano che era un nipote del barone di Mongiuffi (2) e solo questi capivano che dal nonno egli aveva ereditato alcune di quelle teorie eretiche che andava professando unitamente alla medicina, propalandole ai quattro venti. Di malati ne aveva curati tanti, alcuni con esito positivo, altri con esito negativo; tutto ciò rientra nella normalità delle cose, nell’ambito e nei limiti di una scienza che non può fare miracoli. Ma quando un malato in cattive condizioni, e non tanto un suo parente, ma il malato in persona, gli chiedeva ansioso: “E allora, dottore, me la caverò?”, costui si sentiva rispondere: “Ma perché tanta paura e tanta insistenza? Avete paura per caso della morte? Guardate me! Io non ho paura né della morte né dell’inferno né di dio. E così dovete fare anche voi. Su, coraggio! Nessuna paura della morte!”.

Il povero malato guardava l’Infausto, che sprizzava salute da tutti i pori, e interpretava quelle parole come una iettatura (3); sicché il poveretto, per questo o per altro, finiva ben presto con l’addormentarsi nel sonno del Signore (4), come scrivevano i parenti nel necrologio; ma poi gli stessi parenti incolpavano di tutto il dottor Infausto, e ne nascevano delle liti furibonde.

Con tutto ciò, essendo l’Infausto l’unico medico del paese, quasi tutti gli abitanti di Cuddé prima o poi dovevano passare sotto le sue grinfie, non potendo recarsi in città a farsi curare dai pezzi grossi (5) o da un altro medico qualsiasi. Così dovettero subirselo, fino a quando, dopo che ebbe fatto il bello e il cattivo tempo per tanti anni, andò in pensione e venne sostituito da un giovane, di cui la gente non ebbe altra paura se non quella causata dall’inesperienza.

In pensione il dottor Infausto ci stava da papa o da principe; ma lui non faceva mai questi paragoni, perché lui papi, re, principi e preti li avrebbe tutti impiccati. Solo qualche prete di campagna avrebbe goduto della sua clemenza in grazia del buon vino bevuto insieme, sempre con la garanzia che non si trattasse di vino consacrato, altrimenti quel demonio lo avrebbe versato nel gabinetto.

A tal proposito in paese se ne raccontava un’altra di belle. Un giorno un cappellano volle tentare lo stesso di suonare alla sua porta per l’annuale benedizione delle case. Sebbene il vestiario del prete e del chierichetto, che aveva un secchiello in mano, non ponesse dubbi sullo scopo di quella visita, il dottore domandò gentilmente che cosa quei due desiderassero. Alla risposta che venivano per benedire la casa, il dottore disse: “Se è per questo, prendo io un po’ d’acqua dal rubinetto e lavo dove c’è lo sporco”. Ma siccome il cappellano insisteva, cercando di convincerlo ad accettare almeno un bicchiere d’acqua benedetta e di tenerlo in casa, quel demonio ebbe il coraggio di prendere il bicchiere, vuotarlo nel gabinetto e restituirlo con queste parole: “La vostra acqua benedetta l’ho versata nel cesso: così imparate a non avvicinarvi più alla mia casa, preti e chierici della malora!”. Un vero demonio, insomma.

E qualcosa di diabolico il dottor Infausto aveva anche nel fisico: un barbone da sovversivo (6), i cavicchi (7) sulle tempie ormai pelate, un odore di tabacco così strano che sembrava di zolfo.

Ora che era in pensione, si dedicava alle gite o ai tornei di scacchi, in cui era maestro; ma dappertutto predicava la sua buona novella: “Io sono un uomo libero e non ho paura né della morte né dell’inferno né di dio!”. E poiché non si era sposato, passava intere serate a raccontare le sue prodezze giovanili, quando le ragazze se lo rubavano, specialmente quelle scaltre e vogliose figliole che andavano in cerca più del diavolo (8) che di un marito.

Intanto col passar degli anni invecchiava anche lui, ma la lingua l’aveva sempre lunga. Era contro i preti, ma andava alle gite e vacanze organizzate da loro; ogni tanto lo si vedeva uscire da una chiesa, per poi sentirgli dire: “Guardate quel don Giocondo (9)! Adesso si fa servire la messa dalle angiolette. Lui è capace di dare un sesso agli angeli, purché siano femmine e gli stiano vicino alla tonaca!”. E poi blaterava in continuazione: “Altro che povertà! Guardate le finanze del Vaticano, che sono le più ricche del mondo. Impiccarli, impiccarli tutti!”. Tanti ci ridevano sopra, ma tanti lo evitavano perché erano stufi della solita musica.

Finalmente arrivò anche la sua ora; sì, l’ora della sua morte. Fu avvisato un suo lontano nipote, che però non la pensava come lui. Il nipote cercava di convincere lo zio a chiamare un prete, a smetterla con tutte le sue ciance, ora che era giunta la sua ora; ma il dottor Infausto gridava che avrebbe fatto come Garibaldi e Carducci, che cacciarono in malo modo quei frati che tentavano di confessarli in punto di morte. Ma poi la malattia si aggravò, lui cominciò a perdere coscienza e il nipote ne approfittò per parlarne a don Giocondo: che avesse pietà di quel povero peccatore. “Ma sarà davvero pentito?” si chiedeva don Giocondo prima d’intraprendere un missione così rischiosa; ad ogni modo accettò di recarsi in quella casa del diavolo, come Cristo si recava fra peccatori e prostitute per convertirli. Prima di questa operazione il nipote ricevette dallo zio, in presenza del notaio e di due testimoni, un plico, con l’obbligo di aprirlo al momento dell’inizio del funerale, poco prima che venisse chiusa la bara; altro obbligo era quello di cremare il cadavere: in cambio il nipote sarebbe diventato erede universale.

Don Giocondo finalmente poté mettere piede in quella casa maledetta. Il malato non era più in grado di confessarsi; allora il prete, dopo aver recitato alcune preghiere, gli pose un crocifisso sulle labbra e con sua somma sorpresa vide che l’Infausto lo baciava. Per avere una prova più concreta, in presenza di tanti vicini e curiosi, egli volle ripetere il gesto più volte: dopo avere accostato quel crocifisso alle labbra del moribondo, lo allontanava lentamente; e allora, miracolo! (10), si poteva vedere che il moribondo sollevava la testa e poi il busto, fin quasi a sedersi sul letto, pur di non staccare le labbra da quel crocifisso, che gli si era come calamitato (11) addosso. “Non ci sono più dubbi! — esclamò don Giocondo. — Si è convertito e pentito. Adesso posso dargli l’assoluzione”. E recitò la formula sacra, insieme ai presenti. Poi se n’andò. L’indomani ricevette dal nipote la notizia che lo zio era morto e che i funerali avrebbero avuto luogo il giorno successivo. Il nipote pregava don Giocondo di partecipare ai funerali e pronunciare un appropriato sermone. E don Giocondo il sermone l’aveva già pronto: “La grazia divina ha toccato il cuore di un peccatore incallito. Preghiamo per la sua anima e ringraziamo il Signore...”.

All’ora stabilita per i funerali, mentre la campana echeggiava i suoi solenni rintocchi (cosa che nessuno avrebbe mai immaginato che potesse succedere per un morto di tal fatta), il nipote, il notaio e i due testimoni aprirono il plico e per prima cosa ne trassero una lettera. In essa c’era scritto che prima di chiudere la bara ogni persona doveva uscire dalla camera ardente, in modo che il cadavere rimanesse qualche istante solo; la porta della camera ardente doveva essere chiusa a chiave e le persone dovevano riunirsi davanti al televisore, in salotto. Contemporaneamente si disponeva che s’inserisse nel videoregistratore l’acclusa cassetta e che si mettesse in azione l’impianto di trasmissione.

Così gl’intervenuti, fra cui il parroco, poterono assistere ad uno spettacolo incredibile: con nel sottofondo una musica di Wagner (12), il morto si sollevava dalla sua bara, sedendosi a mezzo busto, in modo da essere visto chiaramente “dalla cintola in su” (13); dopo, come se il diavolo parlasse per la sua bocca, il morto cominciò a predicare: “Ma cosa fate, pugno di minchioni (14)! Ve l’ho detto mille volte che io non ho paura né della morte né dell’inferno né di dio! Cacciate fuori il prete (15), portatemi al crematorio e della mia cenere fate concime per i cavoli. Che siete rimbambiti? Come avete pensato che io potessi convertirmi davvero!? Io non credo né in dio né nell’anima: mi aspettano i cavoli! E così sarà per ognuno di voi, imbecilli!”.

Ne seguì un fuggi fuggi generale. Anzitutto il parroco diede l’ordine della ritirata: “Via da questo demonio! Questa è un’incarnazione del diavolo”. Qualcuno gli fece notare che quello che conta è l’ultima volontà, quel mirabile esempio di pentimento. Ma era poi quella l’ultima volontà? O era una beffa? Ritirarsi, ritirarsi tutti! E tutti si ritirarono, anche il nipote, che non volle saperne di un’eredità del diavolo.

Il morto rimase chiuso nella sua camera ardente per alcuni giorni, fino a quando l’ufficiale sanitario, pressato da quanti ne sentivano venire fuori il potente lezzo, dispose lo sfondamento di quella camera e il seppellimento del dottore in una fossa comune del cimitero, senza croce, ma con una pietra indicante solo nome e cognome.

La casa passò al Comune per mancanza di eredi, ma fu difficile venderla. E a Cuddé, a distanza di tanti anni, c’era ancora qualcuno che nei sogni o per le vie rivedeva il dottor Infausto, col suo barbone da sovversivo, i cavicchi sulle tempie pelate e quel vestito nero che puzzava di zolfo. Durante queste visioni a volte i cavicchi si trasformavano in corna vere e proprie e la puzza di zolfo si accentuava. Allora alcuni gli mandavano una maledizione, altri si facevano il segno della croce, altri mormoravano semplicemente: “Lontano sia!”, cercando di allontanare dalla loro mente il ricordo così sconvolgente del dottor Infausto.

° ° °

Doctor Infaustus

Scritta nel 1982, pubblicata in “La procellaria” (Reggio di Calabria) di apr.-giu. 1982, questa storia ottenne il premio d’onore della Società Naz. “Dante Alighieri” di La Spezia nel 1983.

Il titolo di questa storia, che inizia la trilogia della morte (qui muore un irriverente), si rifà al Doktor Faustus dello scrittore tedesco Thomas Mann (1878-1955); ma prima di lui un altro tedesco, e cioè il grande Johann Wolfgang Goethe (1749-1832), aveva scritto il poema drammatico Faust; e prima ancora il drammaturgo inglese Christopher Marlowe (1564-1593) aveva scritto La tragica storia del dottor Faust. Sono — questi— alcuni degli autori che hanno trattato la torbida vicenda del personaggio che vendette la propria anima al diavolo. Altri si sono ispirati a questa vicenda in campo musicale: ricordiamo Hector Berlioz (1803-1869), Charles Gounod (1818-1893), Arrigo Boito (1842-1918), Ferruccio Busoni (1866-1924).

Il nostro dottore non ha la levatura mentale d’un Faust, ma svolge il ruolo di demonio paesano in un contesto di storie paesane. Non per nulla è nipote del barone di Mongiuffi della precedente storia Nonno Albero, a cui si collega per somiglianza d’idee.

Fortemente anticlericale e rivoluzionario, l’Infausto dimostra di esserlo nel parlare e nel vestire, adeguandosi alla moda dei sovversivi che prevedeva fra l’altro la barba lunga. Il suo linguaggio è irriverente (ad esempio dice “cesso” anziché gabinetto sia per maggior esattezza sia per maggior disprezzo; e quando parla di Dio lo pensa con l’iniziale minuscola); il suo comportamento è sacrilego. Ma è anche un buontempone, amante del buon vino e delle belle donne, capace di arrivare a quella messinscena finale così originale e pesante.

Perciò la storia si snoda fra il màcabro, l’umoristico e l’assurdo pirandelliano, ma ha anche qualche spunto boccaccesco se si ripensa al ser Ciappelletto dell’omonima novella del Boccaccio. E qui non si capisce bene se ci fu o non ci fu il pentimento negli ultimi istanti della vita dell’Infausto.

Certo è che il dottor Infausto, artisticamente, è uno dei più riusciti personaggi di queste storie e uno che lascia una traccia profonda nel piccolo mondo antico delle storie paesane di Cuddé, anche se il suo comportamento non è edificante.

(1) Cuddé: vedi note a Poveri Santi.

(2) barone di Mongiuffi: vedi note a Nonno Albero.

(3) iettatura: malocchio, influsso malèfico.

(4) addormentarsi nel sonno del Signore: eufemismo a sfondo religioso usato al posto di “morire”.

(5) pezzi grossi: medici famosi, luminari.

(6) sovversivo: rivoluzionario.

(7) cavicchi: sporgenze dell’osso frontale.

(8) in cerca più del diavolo: in cerca più d’avventure peccaminose.

(9) Giocondo: il nome qui vale come “credulone” o “sciocco”.

(10) miracolo!: opinione di don Giocondo o della gente.

(11) calamitato: divenuto attraente come una calamita.

(12) Wagner: Richard, famoso musicista tedesco (1813-1883).

(13) dalla cìntola in su: è un’espressione dantesca riferita a Farinata degli Uberti, che così poté essere visto quando si alzò dal suo sepolcro eterno (Inferno, X, 33).

(14) minchioni: sinònimo volgare del successivo “imbecilli”.

(15) prete: qui in senso spregiativo, invece di “sacerdote”.


La morte del Patriarca

Il Padre (1) giaceva (2) da otto giorni sul letto matrimoniale, ma solo quel giorno aveva dato segno di essere grave.

Ansiosi accorsero da ogni dove i suoi sette (3) figli (4), i generi, le nuore, i nipoti e i pronipoti, e si strinsero attorno a lui. L’anziana moglie era sempre al capezzale (5), sorretta dalla fedele governante (6).

Dalle tende sbiadite filtrava nella stanza un debole sole. Viole appassite emanavano un lene profumo stantio. L’antico orologio a pendolo scandiva stancamente i minuti, in quel grande silenzio d’attesa.

Accorse anche il medico (7) e constatò la gravità della malattia. Fece allontanare alcune persone da quella stanza gremita e poi in disparte, discretamente, avvertì il primogenito che l’ora stava per compiersi.

Dopo un po’ arrivò anche il sacerdote (8) fatto chiamare per il viatico. Preceduto da un chierichetto, che suonava ad intermittenza uno stridulo campanello, il sacerdote, in cotta bianca e stola violacea, chiuse l’ombrello-baldacchino e lo appoggiò ad un angolo.

Il Padre si confessò e si comunicò; quindi, rientrati i congiunti, ricevette l’estrema unzione. Furono poi recitati da tutti i presenti il rosario e la litania (9).

Da una lontana stanza del palazzo arrivavano ad ondate le note di una triste melodia, suonata in sordina al pianoforte da una nipote.

In cortile alcuni pronipoti si rincorrevano, gridando sommessamente (10).

— Padre, — disse allora il primogenito — ora che si avvicina il tramonto e la notte è lunga da dormire, accogli il nostro sincero pentimento e perdonaci: se non siamo stati fedeli come il tuo buon cuore bramava, se ti abbiamo fatto soffrire, sappi che non lo abbiamo fatto per cattiveria, ma per incapacità di leggere a pieno nei tuoi desideri. Perdonaci, Padre! (11)

— Perdonaci, Padre — ripeterono in coro tutti i presenti, trattenendo i singhiozzi. Poi ad uno ad uno si piegarono e gli baciarono la mano (12).

L’orologio continuava a scandire (13) i minuti; la triste melodia era cessata.

— Figli, — mormorò il Padre — perdonate (14) anche me se non ho saputo comprendervi qualche volta, se sono apparso freddo e autoritario: ho sempre agito per il vostro bene. Vi raccomando vostra madre: sia essa per voi madre e padre insieme; e negli anni che le restano, amatela doppiamente, per lei e per me. Amate le vostre mogli, i vostri mariti, i vostri figli, che continuerete ad educare nel timor di Dio. Seguite sempre la strada dell’amore e della bontà anche con gli estranei, perché anche loro sono il vostro prossimo. Fate del bene a tutti, come mi sono sforzato di fare io con le mie misere forze e possibilità. Non dimenticate che al di sopra di tutti e di tutto c’è sempre Dio... che tutti dobbiamo temere e amare... Perciò, prima di addormentarmi nel sonno del Signore (15), vi benedico come quando siete nati, come quando vi siete sposati...

E mentre diceva stentatamente queste parole, voleva alzare una mano, ma questa gli cadde pesantemente sull’orlo del letto. La testa si piegò su un lato, gli occhi si chiusero dolcemente e si concluse a 90 anni (17) la sua vita patriarcale.

Attraverso le tende sbiadite un raggio del pallido sole raggiunse il letto e illuminò il volto del Padre (18). I suoi lineamenti si distesero, esprimendo una grande serenità (16).

L’orologio batté quattro colpi.

Il medicò tastò il polso e bisbigliò: — È spirato.

— Padre! — invocavano i figli, avvincendogli le mani con la corona del rosario. Poi si abbracciarono e raccomandarono a Dio l’anima del defunto.

Il sacerdote asperse la salma e se n’andò. Anche il medico se n’andò. La governante fermò il pendolo e accese la candela di Pasqua (19). Il pronipote più piccolo strillava nel cortile, chiamando la mamma.

Il sole declinava dietro i monti, imporporando il trepido occidente (20). I contadini rientravano dalla campagna sulle loro cavalcature e gli artigiani cominciavano a chiudere le loro botteghe.

Mesta echeggiò nell’ora del tramonto la squilla sulle case (21).

— Per il bene che ha fatto ai poveri, al paese, a tutti noi, il Signore dia pace eterna a questo patriarca—pregavano i paesani (22), facendosi il segno della croce.

Requiem æternam...

— L’eterno riposo...

Lievi discesero le ombre della sera. Sinistra stridette sulla strada la civetta (23). Fùlgida brillò nel firmamento la prima stella (24).

° ° °

La morte del Patriarca

Scritta nel 1983 e inclusa in Racconti d’Italia, 8^ classificata al premio “Parise” di Bolzano nel 1998, questa storia continua la trilogia della morte, iniziata con Doctor Infaustus. Ma più che di storia si può parlare di bozzetto.

Dopo la movimentata scena della morte dell’irriverente Infausto, abbiamo ora l’affresco della morte di questo patriarca, forse messo a bella posta qui per fare da contrasto all’irriverenza di prima. Parliamo di affresco, perché in realtà questo bozzetto ci ricorda tanto il quadro La morte del giusto di Jean-Baptiste Greuze (1725-1805), davanti ad una copia del quale il protagonista del Gattopardo si soffermò in contemplazione immaginando la sua futura morte. Ma se è vero che il pittore francese fissò sulla tela quella scena, forse essa non era stata ancora fissata nella narrativa. Ed ecco, dunque, questo bozzetto, scritto da chi tuttavia quel quadro non ha mai visto e che ha provato soltanto ad immaginare una scena del genere. (Cfr. il saggio Giuseppe Tomasi di Lampedusa: in Carmelo Ciccia, Profili di letterati siciliani dei secoli XVIII-XX, C.R.E.S., Catania, 2003, pagg. 65-77.)

Oltre a ciò, il bozzetto interessa per gli esiti stilistici: la forma si caratterizza per le studiate architetture semantiche e fonetiche, che collocano il racconto in un clima di decadentismo-simbolismo-crepuscolarismo, con i tipici ambienti grigi, tende sbiadite, viole appassite, debole e pallido sole del tramonto, suono di pianoforte triste e in sordina, odore di passato e di stantìo; e poi non mancano allitterazioni, onomatopee, metrica e rima, tanto che in qualche passo la composizione sembra più in poesia che in prosa.

In questo scenario si conclude a 90 anni la vita esemplare di questo patriarca; ed esemplare è anche la sua morte, almeno nelle intenzioni del protagonista e di chi lo assiste o comunque lo ha conosciuto.

Il quadro potrebbe risultare oleografico o esso stesso stantìo; ma è innegabile che in passato scene del genere erano frequenti, almeno in certe famiglie. Sta al lettore saper cogliere gli aspetti positivi del bozzetto.

(1) Padre: parola con iniziale maiuscola in segno di grande deferenza.

(2) giaceva: non era agitato, ma si preparava ad una morte serena e rassegnata alla volontà di Dio.

(3) sette: numero sacro e famiglia numerosa e patriarcale.

(4) Ansiosi accorsero da ogni dove / i suoi sette figli: endecasillabo e settenario.

(5) sempre al capezzale: esempio di assoluta fedeltà fino all’estremo.

(6) fedele governante: in certe famiglie benestanti e patriarcali le serve assumevano il ruolo di parenti.

(7) il medico: una volta il medico di famiglia era, oltre che un professionista, un amico e un protettore.

(8) sacerdote: quello che per l’Infausto era prete in questo ambiente è sacerdote.

(9) litania: vedi note a Sabato santo alla Piana. Quella dei santi si recitava in particolare per i moribondi.

(10) si rincorrevano gridando sommessamente: la vita continua e continuerà anche dopo la morte del patriarca, per il cui trapasso i bambini, per natura irruenti, sanno che devono moderare la voce.

(11) Perdònaci, Padre: commovente questa preghiera corale, se vista nella sua sincerità.

(12) baciarono la mano: gesto di rispetto e di affetto ancora in uso in alcune famiglie.

(13) l’orologio continuava a scandire: nella scansione dei minuti c’è il senso del ruit hora, della vita che comunque fugge precipitosamente.

(14) Figli... perdonate: cristiana questa richiesta reciproca di perdono dalle due parti, ed evangelico tutto il messaggio.

(15) addormentarsi nel sonno del Signore: qui la frase, lungi dall’ironia o dall’eufemismo, rispecchia proprio un’educazione e una rassegnazione religiosa.

(16) dolcemente... distesero... serenità: la morte di questo patriarca non poteva che essere dolce, distesa, serena.

(17) 90 anni: l’età e il retto comportamento sembrano quelli d’un patriarca biblico.

(18) illuminò il volto del Padre: volto (e non faccia) è spirituale, e l’illuminazione — simbolo della raggiunta luce eterna — conferisce come un’aureola di santità.

(19) candela di Pasqua: si accende per i defunti, come speranza della Resurrezione in Cristo Risorto.

(20) Il sole declinava dietro i monti, / imporporando il trepido occidente: Due endecasillabi. Altra scena crepuscolare, oltre che reminiscenza manzoniana del secondo coro dell’Adelchi “...il sol cadente / e dietro il monte imporpora / il trepido occidente”.

(21) Mesta echeggiò nell’ora del tramonto / la squilla sulle case: endecasillabo e settenario.

(22) paesani: degno ambiente di vita e degno contorno di morte.

(23) sinistra stridette sulla strada la civetta: allitterazioni onomatopeiche in cui domina il gruppo str. La civetta per tradizione volava e strideva in prossimità dei cadaveri.

(24) Fùlgida brillò nel firmamento / la prima stella: decasillabo e quinario. Anche questa stella è qualcosa di simbolico e rappresenta la raggiunta felicità.


Il santo assessore

Si dice che (1) nella vita per riuscire bisogna avere un santo (2): e per gli abitanti di Cuddé (3) il santo era Ciloro, santo... assessore.

Da ragazzo era stato chierichetto e attivista nel gruppo d’Azione cattolica (4). Il suo sincero sentimento religioso lo portava a frequenti meditazioni sul destino dell’uomo e sulla fallacia d’ogni bene terreno. Facevano effetto, così, le prediche e ammonizioni dell’assistente diocesano (5), che fra un gioco e una preghiera preparava uomini e sacerdoti. E di questo ragazzo si diceva che prometteva bene: sarebbe stato un buon sacerdote.

Ciloro — così lo chiamavano tutti — era l’ultimo a uscire dalla chiesa (6) dopo le sacre funzioni: egli s’intratteneva in preghiera e in mistica contemplazione per ore davanti all’altare del Crocifisso. Recitando interminabili rosari con una rozza corona di grani grossi e neri che strisciava per terra, stava inginocchiato, immobile e assorto, fuori del tempo e della realtà, fino a quando il sacrestano non gli scuoteva bruscamente e villanamente le chiavi accanto alle orecchie per fargli capire con le buone che era ora di chiudere la chiesa. Si spezzava così per quel ragazzo l’estasi che lo aveva fatto diventare, lui stesso, un elemento iconografico (7), tanto che molti che lo osservavano in quell’atteggiamento non avevano alcun dubbio che quel ragazzo parlasse con la divinità e magari ne ricevesse grazie e favori particolari, raccomandando se stesso e altri a chi veramente potesse far miracoli. E tanti furono spinti a rivolgersi a lui perché raccomandasse a Dio e ai santi persone vive o defunte: cosa che il futuro sacerdote-santo faceva volentieri.

La vocazione di Ciloro cambiò con gli anni, quando, com’era nell’ordine naturale delle cose (8), passò dalla chiesa alla politica, diventando attivista di partito, consigliere comunale, assessore. E allora sì di raccomandazioni dovette riceverne e farne tante che gli fu necessario aprire delle “segreterie” che altro non erano se non punti di raccolta di raccomandazioni, clientelismo, voti e preferenze elettorali. Sembrerebbe incredibile, ma è vero che in politica rivelò la sua reale vocazione, del tutto dimentico del suo recente passato d’aspirante sacerdote-santo. Sicché, buttando alle ortiche la corona del rosario e la tonaca sacerdotale che già possedeva, fu all’occasione ladro, imbroglione, furfante. Insomma, cambiò da così a così. E chi l’avrebbe riconosciuto ormai?

Grazie ad una fitta serie d’amicizie anche in alto loco, era capace di sistemare chi a lui si rivolgeva: negli uffici, nelle scuole, nelle caserme, nelle fabbriche, in paese, in Italia, all’estero... Praticamente chi aveva bisogno d’un favore e non si rivolgeva a lui era come se volesse far volare senz’ali il suo desiderio (9). All’inizio si disse che questo suo interessamento era profuso più per le donne, delle quali aveva imparato ad apprezzare le grazie, tanto che ne aveva imbranate (10), cioè impregnate, tre o quattro, il mancato sacerdote! Ma poi fu chiaro a tutti che il suo era amore per la politica, perché far politica significava anche saper essere uomini, di quelli coi corbezzoli (11). E lui era nato per far politica, tanto che ad ogni elezione le sue preferenze si contavano a migliaia; e, se non era stato sacerdote a vita, ora doveva essere assessore a vita.

Sindaco o presidente (di provincia o di regione) non voleva assolutamente diventare, e neanche segretario politico del partito, sebbene glielo avessero proposto più volte, perché — diceva — queste cariche comportano una miriade di mediazioni, di transazioni, di rospi inghiottiti. A lui bastava essere assessore, perché così poteva e sapeva fare i suoi interessi.

Ciloro praticamente passò tutti gli assessorati, ma restò sempre in giunta, anche quando le crisi si susseguivano, per decenni. E quando qualcuno minacciava di non farlo ricandidare, tirando in ballo la faccenda che non si poteva mettere nella lista dei candidati chi aveva fatto tre legislature, e ciò per svecchiare il partito, egli rispose con fermezza, facendo rilevare che di fatto il partito era nelle sue mani, anzi il partito era lui, considerato il numero eccezionale delle sue preferenze. Sicché anche ai nuovi dirigenti del partito convenne tenerlo sempre in lista.

Tutti gli assessorati erano redditizi, anche la nettezza urbana o il cimitero così sgraditi agli altri: c’erano sempre tangenti che se ne ricavavano, percentuali varie, ma non trascurabili. Però era coi lavori pubblici che si facevano i soldi a palate: negli appalti il 40 % delle somme stanziate per un’opera pubblica andava per tradizione in tasca all’assessore, altrettanto restava netto alla ditta che si aggiudicava il lavoro (ditta che ovviamente provvedeva subito al versamento della tangente) e col restante 20 % si costruiva l’opera pubblica; la quale perciò aveva bisogno di stanziamenti suppletivi (utilizzati col solito criterio) e comunque veniva costruita con materiali scadenti (12) e minacciava di crollare da un momento all’altro.

Una vera mafia, insomma, che anche se non uccideva, aveva un po’ dappertutto i suoi tentacoli, nella regione e altrove.

Sistemando gente di qua e di là, l’assessore Ciloro creava ovviamente suoi devoti, pronti a difendere il capo nel loro stesso interesse. Una volta sola egli non riuscì a sistemare una persona; ma non per colpa di lui, bensì per colpa di lei: e fu quando gli si presentò una ragazzotta della campagna che, dopo i soliti approcci, ebbe la proposta d’essere ingaggiata al cimitero come sotterratrice. Apriti cielo! Lei non volle sentirne. Lui era assessore al cimitero e aveva a disposizione solo questo posto, difficile da coprire; ora, con la nuova legge sulla parità fra uomini e donne, anche una donna poteva coprirlo. Ed ecco il posto per lei, rimasto vuoto. Ma lei preferì rifiutarlo.

Grazie alla politica, dunque, Ciloro aveva accumulato una consistente ricchezza (14): case ne aveva al paese, al mare e in campagna; aveva agrumeti, uliveti, pistacchieti e altri terreni e fabbricati. Il lusso non gli mancava: automobili sempre nuove, viaggi in crociera, vacanze da nababbo. Però non aveva voluto sposarsi e invecchiando non sapeva a chi lasciare la sua roba, dato che, con la morte dei genitori e della sorella nubile, era rimasto solo in famiglia. Che fare? Gli anni incalzavano, gli acciacchi pure e quindi fu necessario prendere una decisione. Dare tutto al Comune o ai poveri, come aveva letto e sentito da ragazzo, sarebbe stata una cosa stupida (15), buona per essere scritta nei libri, tutt’al più. Sposandosi, sia pure quasi vecchio, avrebbe acquistato compagnia e servimento. Il che evidentemente gli sarebbe convenuto.

Delle donne che egli aveva —come dicevano i suoi pochi detrattori (16) — imbranate, cioè impregnate, e alle quali forniva decoroso mantenimento, una aveva avuto addirittura cinque figli; e fu questa che egli scelse come moglie. Almeno poteva lasciare il suo ben di Dio al sangue suo. La donna accettò a condizione d’avere prima del matrimonio, per sé e per i figli, la donazione di parte dei beni; e così Ciloro poté sposarsi, dando il suo cognome ai figli.

S’insinuava, però, che di quei cinque figli solo il primo era di Ciloro. E quando per gli acciacchi dell’età egli dovette suo malgrado lasciare la politica e ritirarsi in una delle sue ville, qualcuno osò dirgli che, furbo com’era stato, non aveva calcolato di dover morire becco, nonché senza speranza di diventare santo.

Quanto al “santo”, tuttavia, la cosa era da discutere (17). Ciloro in tanti anni di potere aveva costruito una sua filosofia, secondo la quale in politica rubare non è peccato (18); anzi non è neanche rubare. Infatti — pensava — non si ruba a nessuno, perché il denaro pubblico è di tutti e di nessuno insieme. D’altra parte — pensava ancora — chi si mette in politica lo fa anzitutto per curare i suoi interessi (19); e il ricevere tangenti, compensi e regali vari significa ripagarsi dell’interessamento svolto a favore della collettività. Questo pensava lui e pensavano certi suoi colleghi assessori; molti, anche d’altri partiti politici, perché in caso di giunta pluripartitica gli assessori rubavano senza distinzione di colore politico, ma non tutti, dato che qualcuno di diverso avviso e comportamento c’era, anche se veniva giudicato fesso e in genere non aveva resistito a lungo (20) in mezzo ad una manica di ladri. Sì, è vero che qualche volta la questura e la magistratura erano intervenute, ma tutto si era risolto all’acqua di rose. Se un volpone come lui ci sapeva fare, riusciva sempre a farla franca (21).

Ciloro considerava inoltre d’aver sistemato migliaia di persone, d’aver fatto favori, piaceri e fortune varie ad altre migliaia. E questo non è un voler bene al prossimo? Infatti il prossimo lo ricambiava con migliaia di preferenze, e non gl’importava nulla se l’assessore rubava o mangiava a sbafo. Gl’importava avere un sicuro punto di riferimento per amicizia, affari, assistenza, protezione, intrallazzo, imbroglio.

D’altra parte lui non aveva mai ucciso nessuno, in chiesa c’era sempre andato e coi preti andava d’accordo (22), tanto che essi erano i suoi primi sostenitori. Le donne impregnate? Incidenti di percorso. E poi una l’aveva anche sposata e le altre le manteneva come regine.

Per tutto questo —pensava infine — poteva dunque sperare d’andare meritatamente in paradiso, accolto trionfalmente da angeli e santi: santo anche lui o perlomeno... stinco di santo (23).

° ° °

Il santo assessore

Scritta nel 1985 e inedita, questa storia trova riscontro negli articoli dello scrittore In Italia occorrono amministratori onesti e Il degrado morale dell’Italia, pubblicati in “La gazzetta dell’Etna” (Paternò), rispettivamente il 19.XI.1986 e il 15.V.1993. Essa si collega anche ai temi trattati nelle precedenti storie Due pubblici ufficiali e Il fessacchiotto, con in più l’arroganza e la falsa religiosità, che è un’altra caratteristica di queste storie.

Come si vede, dunque, antico è l’impegno sociale dello scrittore, teso a denunciare le furberie e gl’intrallazzi che hanno caratterizzato la vita sociale e politica italiana per mezzo secolo. E non è secondaria la considerazione che questa voce si è levata molto prima che scoppiasse la cosiddetta “tangentopoli”, cioè prima del 1992, anno in cui si ebbe l’inizio della sequela di processi per concussione e corruzione: quando si guazzava nell’“Italia degli anni di fango” (per dirla con Montanelli) e ci si compiaceva di ciò oppure si aveva paura di denunciare, c’è stato qualcuno che ha denunciato, a costo di sembrare una voce stonata e clamante nel deserto. Le storie e l’articolo del 1986 non sono una comoda invenzione a posteriori, ma sono stati una scomoda presa di posizione, pubblica e facilmente controllabile dalla data di pubblicazione.

Certamente quest’assessore non è il solo a comportarsi così: l’esempio dei primi impuniti ha contagiato tantissimi, fino a diventare una regola. Sicché tanti, troppi amministratori hanno perso il senso del giusto e dell’onesto; la brama di ricchezze e di potere ha contagiato tutti, generando comportamenti arroganti.

Purtroppo i primi a dare il cattivo esempio erano uomini, o meglio giovani, usciti dall’Azione cattolica, con referenze d’onestà e d’altri buoni principî; e questo cattivo esempio ha coinvolto nella corruzione anche i “laici” man mano che arrivavano al potere: assessori, sindaci, presidenti, ministri...

Ad onor del vero, alcuni politici onesti (dagli altri considerati fessi), non se la sono sentita di stare a lungo in quel marasma e ad un certo punto hanno abbandonato la politica per non essere coinvolti nella disonestà.

In tutto ciò, quello che maggiormente dispiace è il comportamento passivo, se non di connivenza della Chiesa: tutte le benedizioni di “prime pietre” o inaugurazioni d’opere pubbliche da parte di vescovi e parroci sembravano così dare l’avallo alle ruberie, agl’imbrogli e agl’intrallazzi che c’erano sotto quelle costruzioni.

Ora, se peccare è umano, perseverare è diabolico — dice il proverbio. Quello che fa più paura in questa storia è il ragionamento di Ciloro sulla liceità del suo comportamento, anche perché solidale con altri della stessa pariglia. È vero che il paradiso è di tutti, e anche lui può sperare di andarci con un sincero pentimento; ma egli cerca di giustificare tutto, senza riconoscere gli errori. E alla fine lo scrittore non può fare a meno d’intervenire personalmente nella narrazione con quella frase “santo anche lui o perlomeno... stinco di santo” che, passando dall’ironia al sarcasmo, è un’esplosione di rabbia contro chi ha permesso che in Italia si potesse arzigogolare così.

Perciò Ciloro, se da un lato è un personaggio buffo, capace di suscitare il riso, dall’altra è causa di grande indignazione, un’indignazione che deve far riflettere.

Lo stile si adegua alla situazione, anche nella lingua: si ritorna alla paesanità (l’immaginario paese di Cuddé è sempre presente), ma la piccola storia si allarga fino a comprendere una parte preponderante di costume o malcostume italiano.

(1) Si dice che...: inizio fiabesco.

(2) un santo: un protettore, uno che raccomanda o appoggia.

(3) Cuddé: vedi note a Poveri Santi.

(4) Azione cattolica: organizzazione religiosa di laici.

(5) assistente diocesano: sacerdote incaricato della formazione religiosa dei soci dell’Azione cattolica.

(6) Ciloro... era l’ultimo a uscire dalla chiesa: si noti in tutto il brano l’atmosfera fra umorismo e riflessione.

(7) elemento iconografico: facente parte del quadro.

(8) com’era nell’ordine naturale delle cose: molti uomini politici della democrazia cristiana provenivano dalle file dell’Azione cattolica e della F.U.C.I. (Federazione universitaria cattolica italiana).

(9) far volare senz’ali il suo desiderio: reminiscenza dantesca: “sua disianza vuol volar senz’ali” (Par. XXXIII, 15).

(10) imbranate: per arroganza e certezza d’impunità. Il termine è dialettale: dal latino plena, cioè piena o gravida, si ebbe poi pregna, da cui impregnare e il verbo meridionale imbrenare o imbranare (da cui l’odierno imbranato, cioè impacciato, pesante e goffo nei movimenti come una gravida o incinta).

(11) di quelli coi corbézzoli: maschi, virili.

(12) 40%... 20%... materiali scadenti: non si sa se ridere o piangere pensando alla dilapidazione del denaro pubblico e alla pessima qualità delle opere pubbliche per mezzo secolo.

(13) sotterrattrice: becchina.

(14) una consistente ricchezza: identikit di molti uomini politici italiani, da assessori a sindaci, a presidenti, a ministri.

(15) una cosa stupida: Ciloro aveva appreso male gl’insegnamenti del vangelo e peggio l’esempio di povertà di san Francesco.

(16) pochi detrattori: nonostante il diffuso séguito, ovviamente per interessi, pure c’erano alcuni che lo denigravano.

(17) era da discutere: questa era l’opinione di Ciloro.

(18) in politica rubare non è peccato: è un’aberrazione, ragionamento sbagliato derivante dalla collettiva perdita dei valori.

(19) per curare i suoi interessi: anche questa è una visione distorta, anche se frequente, di chi non riesce ad intendere la politica come servizio sociale.

(20) fesso... non aveva resistito a lungo: purtroppo gli onesti sono meno battaglieri.

(21) un volpone come lui riusciva sempre a farla franca: con tutte le aderenze e gli agganci che aveva anche in alto loco. Amara realtà.

(22) coi preti andava d’accordo: segno di connivenza.

(23) stinco di santo: locuzione proverbiale per indicare un falso devoto ed esplosione della rabbia dello scrittore per una situazione che allora sembrava immutabile.

• “Nelle novelle di Carmelo Ciccia c’è [...] un desiderio di giustizia sociale, di riscatto individuale e collettivo...” (B. Conti, saggio cit., pag. 213)


Sant'Angelo

Capitò in sacrestia dopo la messa solenne di mezzogiorno, mentre il parroco si stava svestendo e la grande folla dei fedeli, che per Pasqua non sta neanche in chiesa, defluiva lentamente, fra saluti e auguri. Era un prete smilzo, sulla cinquantina. Disse di chiamarsi padre Angelo e di essere arrivato qualche giorno prima dall’Africa, dov’era stato in missione. Chiedeva di celebrare la messa. Il parroco gli diede il permesso senza difficoltà, facendogli tuttavia presente che ben pochi avrebbero partecipato ad una messa fuori programma, così tardiva e per giunta dopo una messa solenne affollata. Ma padre Angelo fu contento lo stesso: indossò i sacri paramenti e in compagnia del sacrestano e alla presenza di qualche sparuta fedele, di quelle che sono solite attardarsi nelle chiese per recitazione di preghiere supplementari, celebrò la sua prima messa nella parrocchia di S. Giuseppe di Cuddé (1).

Nei giorni successivi padre Angelo celebrò ancora: e intanto raccontò la sua misteriosa vita al parroco e ai fedeli più assidui. Nato in Argentina, da genitori italiani, oriundi proprio della zona di Cuddé, appena ordinato sacerdote, dopo difficili studi e ristrettezze economiche della famiglia, accettò di andare a fare il missionario in Burundi (2), dove rimase per venticinque anni. Ora, finita la sua missione per l’arrivo di preti più giovani, più moderni e più preparati, essendo morti i suoi genitori, aveva pensato di venire a cercare i suoi parenti a Cuddé. Aveva preso alloggio all’albergo dei poveri (3) e per le sacre funzioni voleva appoggiarsi a quella parrocchia.

Il parroco fu ben lieto di questa proposta, perché da tempo aveva sollecitato la curia affinché gli mandasse un cappellano, dato il crescere delle esigenze spirituali della parrocchia, per non parlare delle opere parrocchiali come l’oratorio, l’asilo e il collegio. Padre Angelo affermava di volersi fermare un tempo limitato, in attesa di ritornare in Argentina o forse in Burundi ancora; ma nel frattempo sarebbe stato prezioso in parrocchia: senza dire che si sarebbe potuto convincerlo a rimanere definitivamente a Cuddé.

Così, in sordina, padre Angelo iniziò la sua attività pastorale a Cuddé, adattandosi a tutte le esigenze e a tutte le richieste del parroco, a volte anche strane. Svolgeva con competenza e diligenza il ministero sacerdotale, visitava le famiglie, faceva catechismo e insegnava il latino ai ragazzi, organizzava recite teatrali e partite di pallone. Col suo arrivo sembrava che la parrocchia si fosse rinvigorita. Sicché molti preferivano andare a messa da lui anziché dal vecchio parroco. Le prediche, in particolare, erano la cosa più gradita ai fedeli: a parte la sinteticità e brevità, egli prendeva sempre le difese dei lavoratori, dei salariati, dei disoccupati; accusava gli uomini politici di badare solo al proprio tornaconto, magari pensando sempre al modo di rubare e far carriera (4), senza preoccuparsi di chi si trova molto in basso nella scala sociale. Per questo la maggioranza dei fedeli ora era di sesso maschile, mentre prima erano solo le donne a riempire la chiesa; e per questo padre Angelo fu chiamato anche in chiese e parrocchie di altri paesi a tenere novene e quaresime, sempre pronto a passare dall’elogio di un santo, della sua vita e delle sue virtù, ai comportamenti sociali del nostro tempo.

E quando il vecchio parroco improvvisamente morì, la parrocchia si trovò con un sacerdote capace di esercitarne le funzioni, di proseguire nell’amministrazione dei sacramenti, compreso il matrimonio, che consentiva il proseguire tranquillamente e senza traumi nella vita sociale della comunità parrocchiale. Da molti si diceva che padre Angelo era molto migliore del defunto parroco. Quello era sempre intento a chiedere denaro, ora per una cosa ora per l’altra, questo aveva alle spalle l’esperienza della missione in Africa, dove però, con la nuova famiglia ecclesiale che aveva acquisito, egli non pensava di ritornare più.

Le sue messe traboccavano di folla, tanto che la domenica doveva sempre celebrarne due e non bastavano lo stesso a rispondere alle esigenze dei suoi fedeli, che ora venivano da lui anche dai paesi vicini, come accorrevano in gran massa anche alle sue prediche pomeridiane. Tutto sembrava dunque essersi messo per il meglio a Cuddé: non soltanto la gente frequentava le sacre funzioni, ma metteva in pratica i dieci comandamenti (5) e prosperava nella fede. Vecchi miscredenti (6) si erano accostati ai sacramenti, grazie alla suadente parola, confortata dall’esempio, di quel sacerdote venuto da lontano. Anche la bestemmia (7), che era stata la piaga di Cuddé, ora sembrava scomparsa: e di ciò si dava merito all’efficacia catechistica di padre Angelo, che perciò fu detto “sant’Angelo”.

Ma le cose dovettero cambiare ben presto. La curia vescovile, dopo la morte del parroco titolare, doveva provvedere alla nomina regolare del sostituto; e, sia pure coi soliti ritardi burocratici, avviò la pratica chiedendo a padre Angelo le credenziali (8). Padre Angelo non fu in grado di presentare nessuno dei certificati richiesti. Inoltre, interrogando alcuni fedeli per saggiarne il gradimento —cosa che tutti espressero con grande entusiasmo, augurandosi che padre Angelo potesse rimanere parroco a vita —il vescovo venne a conoscenza dal sacrestano che padre Angelo a volte, quasi sempre, nella messa affrettava il rituale del cànone (9); anzi lui che se ne intendeva come un prete poteva affermare senza dubbio che le parole della consacrazione, solitamente pronunciate sottovoce (10) come d’uso, da padre Angelo venivano farfugliate o completamente saltate.

Fu allora che, chiamato dal vescovo, padre Angelo confessò di non essere stato mai consacrato sacerdote. Era nato in Argentina, aveva cominciato a studiare in seminario, ma difficoltà economiche della famiglia e poi la rivoluzione (11) lo avevano portato prima in Africa e poi in Europa, dove aveva esercitato i più svariati mestieri; ma sempre vivo gli era rimasto il desiderio di essere sacerdote. Aveva fatto per tanti anni il sacrestano in Spagna e ora si era deciso al grande passo: fare il sacerdote, pur non avendo l’ordinazione. E per questo saltava il cànone della messa: per non essere sacrilego.

— Ma benedetto figliolo — chiese il vescovo — perché non è tornato in seminario, a ricevere l’ordinazione?

— Mi vergognavo, monsignore, a trovarmi con ragazzi e imparare le stesse cose, io che ne sapevo più di loro e avevo alle spalle una più grande esperienza. Inoltre temevo di non essere approvato.

La cosa finì in pretura: esercizio abusivo di professione, falso in atto pubblico, millantato credito (12)... In gran massa giunsero i parrocchiani di Cuddé, e con loro altri che avevano avuto a che fare con quello che tuttora chiamavano padre “sant’Angelo” e dal quale avevano ricevuto tanto bene. Tutti erano composti: non gridavano, non premevano, non pretendevano. Il giudice fu comprensivo: sei mesi di reclusione con la condizionale, il pagamento di un’ammenda e l’interdizione dai pubblici uffici. Naturalmente gli fu vietato anche l’abito talare; e questo soprattutto costituì sbandamento nei suoi parrocchiani.

Anche il vescovo fu comprensivo: non gl’inflisse la temuta scomunica, perché capì che quell’Angelo era stato sinceramente dalla parte di Dio, ma lo esortò a ritirarsi in un convento. Qui Angelo, non più padre, svolse con entusiasmo e semplicità le funzioni di frate laico, servendo e cantando messe con animo lieto e continuando a fare del bene ai bisognosi e agli umili ogni volta che se ne presentava l’occasione, tanto che gli rimase l’epiteto di “sant’Angelo”.

° ° °

Sant'Angelo

Scritta nel 1986 e inedita, questa storia ci presenta un’inconsueta figura di sacerdote, che tuttavia sta dalla parte di Dio. Che dire di lui, se non che non si capisce perché non si sia fatto vero sacerdote? È un peccato che siano pochi i veri sacerdoti come lui, il quale ha dato esempio di come va sentito e svolto il ministero sacerdotale al servizio della collettività, ed in particolare degli umili e degli oppressi. Eppure “Sant’Angelo” non era un vero sacerdote; ma alla fine riesce a riscattarsi e a riguadagnare la nostra fiducia, nell’accettazione sincera di un ordine dei superiori e nella continuazione del suo servizio, con umiltà e devozione esemplari, visto che anche nella finzione aveva saputo conservare il senso del sacro e la paura del sacrilegio.

Questo, ovviamente, ce lo fa accettare, lasciandoci —tutto sommato —un buon ricordo di lui.

(1) Cuddé: vedi note a Poveri Santi.

(2) Burundi: Stato al centro dell’Africa, bagnato dal lago Tanganica.

(3) albergo dei poveri: istituzione benefica per ricovero anche duraturo dei poveri (ospizio), presente in varie città.

(4) pensando sempre al modo di rubare e far carriera: basta leggere la precedente storia Il santo assessore.

(5) metteva in pratica i dieci comandamenti: ecco un esempio di vera religiosità. I sacramenti sono inutili senza le opere.

(6) vecchi miscredenti: peccato che non ci fosse più l’Infausto, protagonista della precedente storia Doctor Infaustus.

(7) la bestemmia: piaga non solo di Cuddé, ma — vistoso controsenso — della cattolica Italia. Vedi precedente storia La salvezza della regina.

(8) credenziali: documenti che accreditano l’incaricato d’un servizio.

(9) cànone: parte centrale della messa, comprendente la consacrazione del pane e del vino.

(10) pronunciate sottovoce: all’opposto di come si fa oggi, allora il rito stabiliva di pronunciare sottovoce la formula della consacrazione.

(11) rivoluzione: una di quelle che riguardarono il generale Juan Domingo Peron, dittatore argentino.

(12) millantato credito: è il reato commesso da chi vanta cariche o influenze che magari non possiede, per ricavarne un’utilità personale.


Storie di animali

Fufi era un cane di età avanzata che ad un certo punto aveva preso l’abitudine di accompagnare i morti al cimitero. Aveva un buon padrone, un ricco commerciante che non gli faceva mancare nulla e lo trattava come un figlio; ma questo a Fufi non bastava. Chissà perché, da circa dieci anni si accodava a tutti i cortei funebri che vedeva passare. Aveva imparato a riconoscere il suono delle campane e le caratteristiche dei cortei: se sentiva suonare campane a morto o intravvedeva corone di fiori, entrava nelle chiese e stava in silenziosa e dignitosa attesa della formazione del corteo. Quando questo si avviava, il cane si metteva ad uno dei lati e s’incamminava anche lui per il cimitero.

Nonostante la lunghezza e la ripidità del percorso, il cane camminava con decisione e compostezza, limitandosi semmai a ficcare il muso in qualche mucchio di rifiuti o a spiare in qualcuna delle case. Al cimitero varcava anche lui il cancello, stando un po’ in disparte; e quando il corteo si scioglieva, allora di buon passo ritornava al paese.

In principio i dolenti e le altre persone che formavano il corteo avevano un po’ di paura o ribrezzo per questo cane, che pure aveva un aspetto intonato alla circostanza: aveva il mantello nero, un po’ spelacchiato, e zoppicava un po’; non infastidiva nessuno e non sollecitava o attendeva né cibo né carezze né saluti. Ma quando per anni il cane, con qualsiasi tempo, ripeteva questo rito anche tre volte al giorno, rendendosi familiare a tutti, tutti ne accolsero la presenza, ritenendo poi Fufi elemento indispensabile, come il prete e la croce, di ogni corteo funebre.

Eppure quel cane una notte fu vittima di una grave violenza: non si sa chi e perché, qualcuno gli ruppe le costole, fracassandolo con legnate. Il padrone lo trovò l’indomani in piazza ancora fra i lamenti: e faceva una pena da spezzare il cuore. Soccorso e portato da un veterinario, Fufi morì qualche ora dopo.

Grande fu la costernazione in paese. Furono affissi manifesti a lutto e si lodarono le qualità di Fufi in contrasto con la cattiveria di chi lo aveva ucciso. Il caso salì alla ribalta della stampa e della televisione nazionale. E dopo, a distanza di tempo, nella dolorosa circostanza di un lutto, sono stati molti quelli che hanno cercato la presenza familiare e solidale di Fufi.

* * *

La Bianchina era una mucca alla quale molti si erano affezionati: quelli di casa Poldre, parenti e conoscenti. Era capitata per caso in casa Poldre, appena nata, quando uno di quel di Timpatà (1) disse che non voleva avere altre mucche in casa, dovendo modernizzarsi. Fu così che accanto alla casa dei Poldre fu costruita una stalla comunicante, né tanto piccola né tanto grande, dove la Bianchina cominciò a crescere. Quando fu in grado di saltellare, le facevano passare le giornate nei prati vicini: ed era una festa per la Bianchina e per chi l’accompagnava. Qui la bestia brucava l’erba, respirava l’aria pura, guardava il sole, a volte si fermava ammirata (2) davanti ad un fiore.

Il compito di accompagnarla e seguirne il suono della campanella l’avevano spesso le due ragazze Poldre, Antonia e Sara. Esse avevano imparato a guidarla, a comunicare con lei, a farsi ascoltare, a premiarla o castigarla secondo i casi; ma i castighi erano solitamente delle punizioni simboliche, come farle allungare il percorso o darle da tenere in bocca un mazzo di fiori: sicché una volta il vecchio Poldre volle fare una fotografia alla Bianchina quando la vide arrivare coi fiori in bocca.

Passata l’infanzia, le toccò lavorare, alla Bianchina: arava il campo dei Poldre e a volte veniva prestata a dei vicini per lo stesso lavoro. Inoltre trasportava carri di fieno, legna, frutta. Ma era contenta: il padrone le dava cibo abbondante e spesso l’accarezzava, le sorrideva, le diceva delle paroline piacevoli alle orecchie; tutti complimenti che lei ricambiava con abbondante quantità di latte, genuino e nutriente.

Nelle sere d’inverno, con la scusa di governare la Bianchina, tutta la famiglia si riuniva intorno a lei, nella stalla: chi la spazzolava, chi la lucidava, chi spostava e allontanava il letame, chi cambiava il foraggio, chi le metteva una coperta sulla schiena. Si approfittava anche per rassettare gli arnesi da lavoro, spostare masserizie, inchiodare meglio qualche porta o finestra. E intanto si chiacchierava del più e del meno: si raccontavano storie (3), pettegolezzi, favole, leggende, filastrocche, indovinelli. A volte a queste riunioni partecipavano amici e conoscenti, specialmente vicino a Natale. Al calore emanato dalla bestia e alla fioca luce della lanterna si stava volentieri uniti e raccolti (4): le donne lavoravano al tòmbolo (5), i bambini stavano attenti agl’indovinelli, fino a quando il sonno non li prendeva. E c’erano sere in cui si levavano canti semplici e spontanei, specchio di un mondo di semplicità e di purezza che tendeva al tramonto.

E venne il giorno in cui anche i Poldre decisero di modernizzarsi eliminando la stalla e la mucca. Si doveva decidere che fare della Bianchina: le ragazze, ormai sposate, volevano che fosse venduta ad una moderna azienda zootecnica; ma nell’azienda non si accettavano mucche anziane. Fu giocoforza portarla al macello.

Quella mattina la Bianchina si meravigliò che le facessero percorrere una strada nuova, inconsueta: non era la solita strada di terra battuta, ma una strada dura, asfaltata. Ogni tanto si fermava, come a riposare le stanche zampe. Ma quando arrivò all’imbocco della strada del macello, sebbene non fosse mai stata da quelle parti, intuì la morte imminente (6) e non volle più sentirne di andare avanti. Il vecchio Poldre allora fece una cosa che non aveva mai fatto con lei: frustarla. Però questo non bastò a farla muovere di un centimetro. Bisognò chiamare in soccorso tre o quattro uomini di passaggio e poi gli addetti del macello, che con corde e catene la trascinarono al patibolo (7).

Al vecchio Poldre si spezzava il cuore nel vedere maltrattata la sua Bianchina che aveva allevata come una della famiglia. Ma inutilmente la bestia si rivolgeva a lui con sguardi che esprimevano incredulità e imploravano pietà: il padrone non sembrava più quello che aveva usato dirle paroline piacevoli alle orecchie e purtroppo il progresso esigeva le sue vittime.

E sul tavolo della rinnovata cucina dei Poldre rimase la fotografia della Bianchina coi fiori in bocca (8).

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Storie di animali

In un libro di storie paesane non potevano mancare queste Storie di animali, scritte nel 1988 e inedite. Eppure qui la paesanità c’entra fino ad un certo punto, essendo evidente l’intenzione didascalica: queste due storie possono essersi verificate in un piccolo paese come in qualsiasi città del mondo.

La sensibilità dimostrata finora dallo scrittore verso gli uomini e lo stato sociale si rivolge ora agli animali, che, come creature di Dio e compagni dell’uomo nel viaggio terreno, meritano anch’essi rispetto e spesso affetto.

Il cane e la mucca fanno la stessa fine: il primo massacrato da qualcuno che odiava il padrone, la seconda macellata in ossequio al “progresso”. Però nessuno dei due aveva fatto del male o poteva farne.

Queste vicende ci ricordano che non si devono uccidere gli animali se essi non sono nocivi o pericolosi. Anche per l’alimentazione dell’uomo oggi ci sono delle risorse alternative alla carne animale. Perché continuare ad uccidere gli animali? solo per la moda del mangiar carne?

In tempi di povertà, come nel dopoguerra, in molte famiglie la carne si poteva mangiare soltanto per Pasqua e in altre feste importanti (vedi la precedente storia Sabato Santo alla Piana); e la gente viveva e cresceva bene lo stesso. Oggi si mangia carne per moda e per lusso, con una superalimentazione che risulta offensiva nei confronti delle popolazioni sottosviluppate.

Non si possono dimenticare, poi, tutte le crudeltà commesse contro gli animali, compresa la caccia-sport (si ricordi lo sguardo triste del coniglio dilaniato nella battuta di caccia del Gattopardo).

Le due storie infine evocano momenti di familiarità e tenerezza, che a volte riescono commoventi.

Possano, perciò, i sentimenti che scaturiscono dalla lettura di queste due storie contribuire a fare sviluppare una maggiore attenzione per gli animali, per il loro uso e per il loro destino.

(1) quel di Timpatà: dei dintorni di Timpatà, paese immaginario, dov’è ambientata anche la precedente storia La salvezza della regina.

(2) si fermava ammirata davanti ad un fiore: a volte anche gli animali sentono la poesia della natura.

(3) Nelle sere d’inverno... si raccontavano storie: era una classica usanza della vita di campagna e dei piccoli paesi fino a pochi decenni fa, nelle regioni settentrionali detta filò.

(4) uniti e raccolti: unione, semplicità e sanità della famiglia d’una volta, oggi in via di scomparsa per l’avanzare del “progresso”. Ma è vero progresso?

(5) tòmbolo: cilindro imbottito che serve per la lavorazione manuale di trine e merletti.

(6) intuì la morte imminente: le bestie hanno questo senso speciale.

(7) la trascinarono al patibolo: è una scena terrificante e commovente, anche se si tratta di animali.

(8) rimase la fotografia...: conclusione secca, che fa riflettere.


Quasi una favola

— “Virgilio era figlio di contadini, ma diventò un grande poeta”— leggeva nel libro di analisi logica il ragazzo studente.

— Speriamo che anche tu possa diventarlo — interruppe la mamma.

Stavano in quel momento tutti intorno (1) alla conca del focolare (2), e ciò che leggeva per studio il ragazzo studente serviva agli altri per svago e istruzione (3), mentre un lume a petrolio illuminava la scena.

Nonostante l’estrema miseria della famiglia, che lo avrebbe destinato al lavoro dei campi o ad altri mestieri, quel ragazzo frequentava la prima classe del ginnasio, da poco detto scuola media. Era stato il suo maestro della scuola elementare che, avendo notato in cinque anni l’intelligenza, la buona volontà e la passione per lo studio di quel ragazzo, si era recato personalmente alla modesta abitazione dello scolaro e aveva insistito perché i genitori, analfabeti, lo facessero proseguire negli studi, almeno fino alla licenza media; e poi se ne sarebbe parlato. Intanto lui lo avrebbe preparato gratuitamente per l’esame di ammissione e si sarebbe interessato per fargli dare qualche contributo dalla cassa scolastica (4).

Era l’anno in cui (5), mettendo fine alle lotte promosse dal Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (6), fu concessa l’autonomia regionale all’isola. A queste lotte, che dividevano l’opinione pubblica, parteciparono a loro modo anche i ragazzi: gli unitari portavano una coccarda tricolore o un distintivo con lo scudo sabaudo, i separatisti tenevano all’occhiello un fiocchetto giallo-rosso o un distintivo con la trinacria (7). Violente zuffe si scatenavano allorché uno offendeva un altro di opposta tendenza; e il nostro ragazzo, quell’anno, pur frequentando la prima media, rimase coinvolto in una di queste zuffe nel tentativo d’impedire, da fervente unitario, che un compagno separatista gli strappasse la coccarda tricolore. Per lui quel tricolore era una cosa sacra; e sacro rimase in lui per tutta la vita il concetto dell’Italia Unita.

Così quel ragazzo fu avviato agli studi, con non poche perplessità della famiglia, data la severità delle scuole di quel tempo, la lunga durata degli studi prima del conseguimento di un titolo che portasse (com’era nell’attesa generale) il benessere alla famiglia (8) e il grande costo (fra tasse, libri e perdita di manodopera retribuita), che la famiglia non sapeva come affrontare. Il ragazzo certamente contribuì alle spese coi suoi ottimi risultati, ottenendo, anche per la sua povertà, l’esonero o il semi-esonero dalle tasse scolastiche, ricevendo qualche libro dalla cassa scolastica e facendo a meno di certi libri che non poteva acquistare (9). In quest’ultimo caso, o ricorreva a testi di altri autori, anche se non uguali a quelli adottati, o si faceva prestare i libri da qualche compagno o copiava a scuola gli argomenti trattati o semplicemente fissava nella memoria quello che spiegavano i professori.

E così cominciò l’avventura scolastica del nostro ragazzo studente, che, attraverso le varie tappe delle promozioni e degli esami (d’ammissione alla scuola media, di licenza media, d’ammissione al liceo classico, sempre con prova scritta d’italiano con carattere eliminatorio rispetto all’orale) arrivò regolarmente alla seconda classe del liceo classico.

C’era in lui, fin dalla tenera età, il desiderio di ampliare le sue conoscenze, entrare nel mondo misterioso delle lettere. Le lettere dell’alfabeto e le loro molte combinazioni costituivano per lui come una magica cabala. Perciò si soffermava a leggere tutto quello che gli capitava sott’occhio, dalle pagelline domenicali della chiesa agli avvisi del sindaco affissi sui muri, dai cartelloni pubblicitari al foglio di giornale o libro in cui veniva avvolta la merce (10). A volte un foglio di carta vagante per terra lo interessava per dei quarti d’ora e l’incarico di recarsi in bottega per qualche acquisto era per lui occasione di letizia nella segreta speranza di ottenere qualche buon foglio di carta scritta.

Il saponaro aveva preso l’abitudine di avvolgergli i pezzi di sapone in pagine di un vocabolario. Il nostro ragazzo frequentava allora la scuola elementare e quei fogli furono l’occasione per l’anticipato studio del latino, appartenendo essi al vocabolario di Campanini e Carboni. Perciò egli andava sempre con ansia da quel saponaro e una volta riuscì a farsi dare addirittura un quinterno (11) del vocabolario. Su di esso da solo cominciò ad imparare paradigmi, desinenze, significati; e inoltre ebbe sempre più vivo il desiderio d’imparare la lingua latina.

I testi scolastici erano per lui i migliori regali. Appena li riceveva, si metteva a sfogliarli e a leggerli; sicché ne aveva studiato il contenuto prima che gli altri alunni lo studiassero perché assegnato dagl’insegnanti. Erano libri di grammatica, antologia e scienze quelli che lo attraevano di più, anche se in lingue diverse.

Finita la quinta classe del ginnasio, pensò d’imparare da solo l’inglese. Aveva studiato il francese e ora, facendosi prestare i libri da un compagno, per occupare utilmente le vacanze estive si mise a studiare da solo l’inglese, svolgendo i relativi esercizi scritti, ma non potendo ovviamente imparare l’esatta pronuncia.

Anche il mondo della musica era per lui un mistero da scoprire e di cui impossessarsi. Con l’aiuto di un cappellano, che gli fornì qualche libro e i primi rudimenti della musica, cominciò a strimpellare su qualche harmonium (12); poi continuò a studiare la musica da solo e arrivò anche a comporre dei canti liturgici polifonici.

Le estati erano per lui occasioni di maggior lavoro: studiava e si occupava o come cameriere di bar o come aiutante di segreteria scolastica o in altri lavori, pur di guadagnare qualche soldo per la famiglia. Quando era nella seconda classe del liceo un professore che ne ammirava le doti gli consigliò addirittura di saltare la terza classe e di presentarsi direttamente agli esami di maturità, prevedendosi per lui la promozione dalla seconda alla terza con la richiesta votazione non inferiore ad otto decimi per materia. Allora, convintosi dell’utilità della cosa, che avrebbe permesso di recuperare un anno e arrivare prima al traguardo, in maggio cominciò a studiare per la maturità, preparandosi da solo in certe materie, facendosi aiutare da qualche compagno più grande in altre materie e andando a lezioni private solo in filosofia e matematica. A luglio, ottenuta la promozione alla terza con la votazione necessaria, poté sostenere gli esami di maturità, ma non li superò in tutte le materie; sicché dovette conoscere anche lui che cosa significava riparare ad ottobre (13), quando finalmente ottenne la maturità e poté iscriversi all’università, sebbene stanco per aver affrontato due classi in un unico anno scolastico. Nel frattempo, già dall’età di 17 anni, aveva cominciato a scrivere racconti, poesie, articoli e saggi.

All’università le cose non andarono tanto lisce, sempre per la severità degli studi e per il disagio economico del ragazzo studente. Sembrerà incredibile, ma negli anni universitari questo ragazzo poté acquistare un solo libro (14); per il resto studiava coi libri delle pubbliche biblioteche e con quelli dei colleghi più comprensivi, che glieli prestavano amichevolmente. Le difficoltà economiche gli permisero di essere presente solo a poche lezioni: spesso gli mancavano i soldi per pagarsi la corriera ed era costretto ad andare dal paese alla città, dove si trovava l’università, con una bicicletta che gli prestava qualche suo collega. Le persistenti difficoltà economiche lo costrinsero a non potere iscriversi un anno all’università, perdendo così quell’anno che aveva anticipato alla maturità. Nel frattempo dava lezioni private in casa o cercava di guadagnare qualche soldo con altri lavori. Nonostante tutto, però, era all’attenzione delle autorità accademiche: ebbe due sussidi per disagiate condizioni economiche, due borse di studio per merito unito a povertà, di cui una (con esami scritti e orali) era l’unica messa in palio per tutta la facoltà; inoltre, laureandosi regolarmente al quarto anno ebbe l’esonero dalla tassa di laurea e per l’(allora) alto voto finale (che pur non era il massimo) ebbe anche l’esonero dalla tassa di diploma.

Con questo atto finì la carriera di studente di quel ragazzo, ma non arrivò subito quel benessere atteso. I posti d’insegnamento scarseggiavano, e lui, come altri, dovette aspettare alcuni anni prima di essere di ruolo. Ma, sia pure con qualche ritardo, si avviò alla carriera dell’insegnamento, che era nella sua vocazione. Nella scuola, poi, occupò posti di responsabilità.

Non si arricchì, ma certo non visse più in miseria e alla sua famiglia non fece mancare più nulla. Non diventò neanche un grande poeta, però conservò l’animo poetico e lottò sempre per la diffusione della poesia e dell’amore fra gli uomini. I suoi scritti così numerosi, la sua attività di promozione e diffusione della cultura e i suoi interventi per la riqualificazione della scuola gli procurarono diversi riconoscimenti, tanto che fu addirittura nominato “benemerito” con medaglia d’oro dal Capo dello Stato.

Ricordò sempre senza vergogna le sue umili origini e la sua adolescenza difficile, rimpianse la severità della scuola d’un tempo e a quanti gli permisero di studiare fu grato soprattutto per avergli consentito di comprendere l’arte e la poesia, di entrare in quel mondo magico e misterioso, d’intenderne tutta la suggestione.

Spesso, rimproverando gli sprechi, il lusso e il facilismo, nonché il fremere per sempre nuove inquietudini da parte dei giovani d’oggi, accontentati dagli adulti per amore o per forza, raccontava ai suoi figli e ad altri gli episodi più critici della sua infanzia e della sua adolescenza: come scampò al bombardamento aereo (15) degli anglo-americani, che nel suo paese provocò in pochi minuti circa 5.000 morti e 20.000 feriti; come visse per 20 giorni in una grotta con varie famiglie di sfollati; come nel dopoguerra fu costretto ad andare a scuola in aule prive di vetri alle finestre e senza riscaldamento, indossando una giacca dismessa del fratello tutta piena di toppe e calzando zoccoli di ruvido legno; come a volte in casa mancava il pane... E poi: gli studi “matti e disperatissimi”, fra cui quello notturno o all’alba per la maturità anticipata, i lavori “extra”, i semplici giochi e svaghi di paese...

Ma i tempi sono cambiati e questa storia può apparire quasi una favola (16). Solo chi visse o vide i sacrifici, le privazioni, le umiliazioni, le peregrinazioni, egli sa e crede fermamente (17).

Ormai è chiaro che quel ragazzo estremamente povero di allora si chiamava Carmelo Ciccia.

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Quasi una favola

Scritta nel 1988 (in occasione del conferimento allo scrittore, da parte del presidente della Repubblica, della “Medaglia d’oro dei benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte”) e inclusa in Globus, questa storia si collega a molte altre in cui si parla della miseria imperante nel dopoguerra: non è un eccesso di ripetizioni, ma una realtà che ha condizionato la vita dello scrittore stesso. Essa è insieme racconto di fatti realmente accaduti, autobiografia, confessione, favola.

In un mondo di scuola facile e di promozioni regalate, in un mondo come l’odierno in cui il consumismo e gli sprechi imperversano, in cui il benessere ha toccato più o meno tutte le famiglie italiane, a tanti, specialmente giovani, questa storia può apparire come una favola, fastidiosa per chi ci vedesse un’autoadulazione o un’autoesaltazione. Eppure lo scopo di essa non è questo; lo scrittore è molto lontano da quest’idea. Lo scopo è quello di raccontare com’era difficile la vita a quei tempi, tanto che oggi si stenta a credere che potesse essere così. Ecco perché il “quasi” precede “una favola”.

Ricollegandosi alla storia del Sabato Santo, lo scrittore svela il mistero di quell’unico ragazzo povero che riuscì a continuare la scuola; e solo alla fine di questa storia e di tutta la raccolta ne dice il nome: discretamente, senza esaltazioni, senza pompe, ma con modestia ed umiltà (vedi la piccolezza del carattere tipografico), come si deve ad un padre che racconta ai suoi figli, perché sappiano e perché ritiene giusto che sappiano. Non è stato un eroe, ma uno che ha tanto sofferto e tanto faticato per essere quello che è, principalmente con la volontà dei suoi genitori e il sacrificio di tutti i congiunti che non lo hanno destinato alla campagna.

Autobiografia e storia, dunque, s’intrecciano, per una testimonianza e un messaggio ai figli e a tutti i giovani, se saranno in grado o avranno voglia d’intenderli.

(1) Stavano in quel momento tutti intorno: unione, semplicità e sanità della famiglia d’una volta.

(2) conca del focolare: classico braciere siciliano di rame, che veniva dato in dote alle spose come simbolo del calore e dell’unità del focolare domestico.

(3) istruzione: gli adulti, analfabeti, s’istruivano un po’ con l’istruzione dei figli.

(4) cassa scolastica: istituzione benefica di allora, che nelle scuole assisteva (quando aveva i fondi) gli alunni bisognosi.

(5) Era l’anno in cui...: nel 1946 il re Umberto II (che regnò per poco più d’un mese, dal 9 maggio al 13 giugno, dopo essere stato per due anni capo dello Stato col titolo di luogotenente generale del regno su delega del padre Vittorio Emanuele III ritiratosi a vita privata) concesse l’autonomia regionale alla Sicilia. Vedi la precedente storia Fine del re.

(6) Movimento per l’Indipendenza della Sicilia: nell’immediato dopoguerra in Sicilia si era sviluppato un forte movimento per l’indipendenza, capeggiato da Andrea Finocchiaro Aprile e che ebbe come sigla M.I.S. (da non confondersi con M.S.I., cioè movimento sociale italiano). I separatisti lottarono per l’indipendenza anche con le armi; ma dopo un sanguinoso scontro presso Randazzo (CT), il movimento fu sciolto dal governo e fu concessa l’autonomia alla Sicilia nel quadro dell’unità nazionale. Ciò riportò la tranquillità nell’isola.

(7) giallo-rosso... trinacria: la trinacria è l’antico stemma della Sicilia (oltre che un’antica sua denominazione): una testa di donna al centro con tre gambe piegate (simboleggianti la forma triangolare dell’isola) e tendenti verso la circonferenza d’un cerchio, ad uguale distanza l’una dall’altra. Il giallo e il rosso, a bande triangolari costituiscono la bandiera della Sicilia. La Regione Siciliana (non Regione Sicilia come erroneamente dicono molti) fu la prima delle regioni autonome a statuto speciale e di tutte le regioni autonome italiane. Per molti anni in Sicilia il 15 maggio (data di promulgazione dello statuto da parte del re) era festa e vacanza nelle scuole.

(8) portasse il benessere alla famiglia: a quei tempi lo studio era inteso come mezzo di miglioramento delle condizioni economiche.

(9) certi libri che non poteva acquistare: quanti sacrifici allora!

(10) avvolta la merce: nel dopoguerra per avvolgere la merce ci si serviva non di carta apposita (come oggi), ma di carta di giornali o libri.

(11) quinterno: insieme di cinque fogli doppi di carta inseriti l’uno nell’altro.

(12) harmonium: strumento musicale a tasti (antenato dell’organo) azionato da pedali e tipico delle chiese.

(13) a luglio... riparare ad ottobre: allora gli esami di maturità cominciavano in luglio e la sessione di riparazione era in ottobre.

(14) poté acquistare un solo libro: ma chi ci crederebbe oggi?

(15) bombardamento aereo: del 14 luglio 1943. Vedi La brutta estate del ’43 e le precedenti storie Vittime sotto il cielo e Nonno Albero.

(16) quasi una favola: sia perché si stenterebbe a crederci sia perché è anche la favola bella dell’infanzia, bella anche se vissuta in estrema miseria.

(17) Solo chi visse o vide... egli sa e crede fermamente: è talmente difficile credere a questa storia che lo scrittore usa parole di tono evangelico, come per imprimere ad esse la sacralità d’un giuramento (cfr. Giovanni, 21, 24).


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