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Antonio Fogazzaro
fra arte e propaganda

C.R.E.S., Catania 2005, pp. 31.

1. Introduzione

Nella produzione del Fogazzaro c’è un oscillare fra arte e propaganda, che si può anche chiamare polemica, oratoria, predica o comizio: e la sua predicazione religiosa contiene molte idee non sempre ben organizzate e chiare. Egli col suo spiritualismo tormentato, che è anche un contrasto fra dovere morale e passione erotica, rispecchia l’inquietudine della fine del secolo XIX e dell’inizio del XX, in cui si diffondevano anche altre correnti di pensiero, quali il darwinismo-evoluzionismo, il positivismo, il materialismo-socialismo, il liberalismo, il modernismo. E in questa temperie il Fogazzaro, fra discussioni e battaglie, seppe farsi una fama di gran narratore che all’inizio superò perfino quella dei “rivali” Verga e D’Annunzio: essa col passare dei decenni si è ridimensionata, ma è rimasta su un rispettabile livello, nonostante che ora sia il Verga a stare al di sopra, confermando il giudizio di Luigi Russo che nel suo saggio verghiano ha affermato essere il Verga il più grande scrittore del sec. XIX dopo il Manzoni: posizione da intendersi in senso cronologico e non di merito.

2. Cenni biografici

Antonio Fogazzaro nacque a Vicenza nel 1842 da famiglia benestante, frequentò il liceo a Vicenza (dove fu allievo di Giacomo Zanella) e l’università a Padova e Torino, laureandosi in legge a Torino nel 1864, ma praticamente non fece mai l’avvocato. La sua formazione religiosa passò dal rigido cattolicesimo iniziale al panteismo e all’agnosticismo, per ritornare poi ad un sincero cattolicesimo, che si manifestò anche nella partecipazione ad opere pie, quali la Congregazione di Carità e il Mutuo Soccorso; ma fu in seguito ad una serie d’intense letture di contenuto dottrinario, morale, filosofico, teologico, storico e scientifico che egli acquisì quella formazione la quale fa da supporto ai suoi libri. Nel 1848, in seguito all’assedio della sua città, la famiglia s’era spostata prima a Rovigo e poi a Oria, in Valsolda (CO), ridente località d’origine della madre, in cui egli ritornò anche dopo la laurea (facendone la sua terra sognata e lo scenario del romanzo Piccolo mondo antico e di pagine dei romanzi successivi) e in cui poi fondò due asili infantili. Dopo un periodo di residenza a Milano, si stabilì a Vicenza, dove divenne socio e presidente della prestigiosa Accademia Olimpica. Il padre dello scrittore, già esule a Torino nel 1859, era stato deputato del nuovo Regno d’Italia, mentre lo stesso scrittore ebbe cariche politico-amministrative comunali e provinciali, e nel 1896 fu nominato senatore. In campo scolastico egli fu membro del Consiglio Scolastico Provinciale e poi del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. Si sposò con la ricca contessa Margherita di Valmarana ed ebbe tre figli. Morì a Vicenza nel 1911.

3. Il Fogazzaro poeta

Anzitutto è bene tener presente che il Fogazzaro non fu soltanto narratore, ma anche poeta, novelliere, saggista, drammaturgo, autore di testi per musica e oratore. Fra i suoi discorsi, importanti furono le conferenze che tenne a Parigi sulla funzione del poeta e sul modernismo; mentre fra le opere teatrali ce ne fu una in dialetto veneto. Quanto al poeta, basta ricordare la sua lunga novella in versi Miranda (1874), dedicata al padre, con la quale egli esordì, e le raccolte di liriche Valsolda (1876) e Poesie scelte (1897).

Le poesie del Fogazzaro per lo più manifestano atteggiamenti che si riscontrano anche sei suoi romanzi: diffusa e indeterminata malinconia, accessi spirituali e fantastici, attrazione materiale e nel contempo mistica nei confronti d’una natura in cui è chiaramente percepibile il disegno divino. A quest’ultimo riguardo basta ricordare la corale lirica “Campane a sera” della raccolta Valsolda, il cui motivo è presente pure in una pagina del romanzo Piccolo mondo antico. In questa composizione vengono chiamate in causa di strofa in strofa le campane d’Oria e degli altri paesetti della Valsolda ad esprimere la loro voce, poi amplificata dagli “echi della valle” nella coscienza del poeta; il quale, fondendo poesia e musica sulla base d’intonazioni formanti un’onda lirica, tra pitture paesaggistiche raffinate e con un senso ora mistico ora panico della natura, gioca coi termini “Oria” e “Oriamo”, mentre gli echi hanno suggestioni che ricordano il suono delle campane di composizioni pascoliane quali "Alba festiva", "Sera  festiva" e “La sera di Barga”:

Le campane di Oria
Ad occidente il sol si discolora,
vien l’ora — de le tenebre.
Da gli spiriti mali
Signor, guarda i mortali!
Oriamo.
Le campane di Òsteno

Pur noi, pur noi su l’onde
moviam da queste solitarie sponde
voci profonde.
Da gli spiriti mali
Signor, guarda i mortali!
Le campane di Pùria

Pur noi remote ed alte
tra le buie montagne
odi, Signore.
Da gli spiriti mali
guarda i mortali!
Echi delle valli
Oriamo.
Tutte le campane
Il lume nasce e muore;
che riman dei tramonti e de le aurore?
Tutto, Signore,
tranne l’eterno, al mondo
è vano.
Echi delle valli
È vano. [...]

E per inciso osserviamo che naturalmente le suggestioni provate dal Fogazzaro e dal Pascoli purtroppo oggi, a parte l’inquinamento acustico e le distrazioni, non sono più percepibili là dove sui campanili, per una nuova usanza, siano stati installati impianti elettrici o elettronici per il suono delle campane che diffondano soltanto motivetti preconfezionati del tipo “Christus vincit”, “Ave, Maria”, “La squilla di sera”, ecc., con cui non è possibile alla fantasia dell’ascoltatore dare al suono quel significato recondito che il proprio animo concepisce e realizza.

4. Il Fogazzaro narratore

Ma se si parlò tanto del Fogazzaro in Italia e all’estero, perché in realtà ai suoi tempi egli fu uno scrittore d’avanguardia e alla moda, ciò è dovuto essenzialmente ai suoi romanzi. Poi, a causa non tanto delle condanne all’Indice dei libri proibiti quanto del cambiare dei tempi, dei gusti e delle problematiche, egli perse progressivamente quota, fino ad essere considerato un minore. Eppure, se si guarda con occhi scevri di pregiudizi, ci si accorge che opere come Malombra e Piccolo mondo antico si pongono quasi alla stregua dei Promessi sposi e dei Malavoglia, romanzi che peraltro sembrano ricalcati dal Fogazzaro almeno in alcuni tratti.

La sua attività di scrittore a tempo pieno gli diede la possibilità d’incontrare vari personaggi famosi, fra cui anche Matilde Serao a Napoli. Tali incontri s’intensificarono quando egli abbracciò il modernismo, divenendo inviso alle gerarchie ecclesiastiche, sebbene fosse stato educato nella più rigorosa formazione cattolica da un suo zio sacerdote, tanto che egli stesso sembrava un mancato sacerdote (cfr. nei suoi libri le frequenti citazioni bibliche e liturgiche). Si legò poi in stretta amicizia col vescovo cremonese Geremia Bonomelli, liberale, nemico dell’esteriorità e della grossolanità della religione, nonché aperto alle istanze di rinnovamento. E in realtà egli si professava contemporaneamente “cattolico rigido, severo, convinto”, “liberale, liberalissimo, per [...] convinzione e per tradizioni familiari” e “socialista cattolico, [in quanto] la parola di Cristo è il Verbo del socialismo più sano, più retto e anche più audace”: e in ciò anticipava le posizioni d’Ernesto Bonaiuti, che poi nel Vangelo trovò la possibilità di conciliazione fra socialismo e cristianesimo e parlò di “socialismo cristiano”, incorrendo nella scomunica. Ecco perché nella produzione fogazzariana il cattolicesimo, troppo personale ed esasperato, risulta lontano dalla limpida serenità manzoniana.

I suoi romanzi più rinomati sono: Malombra (1881), Daniele Cortis (1885), Il mistero del poeta (1888), Piccolo mondo antico (1895), Piccolo mondo moderno (1900-01), Il santo (1905) e Leila (1910). Per un’approfondita conoscenza del pensiero fogazzariano si ricordano poi i Discorsi pubblicati postumi a cura di Piero Nardi (1941) e comprendenti anche la raccolta Ascensioni umane pubblicata dallo stesso Fogazzaro (1899), nonché le Lettere scelte pubblicate postume a cura di Tommaso Gallarati-Scotti.

Diciamo subito che il Fogazzaro, per mancanza d’idonei mezzi espressivi, non scrisse in una lingua italiana del tutto corretta, tale che potesse come quella del Manzoni costituire un modello scolastico. Ugo Fleres ha affermato che della triade Fogazzaro Capuana Verga “nessuno dei tre giunse al dominio tranquillo della lingua, se non forse talvolta il Verga, quando però fu più secco nella frase, più angusto nel vocabolario”.

La produzione narrativa fogazzariana s’inscrive in un contesto storico-letterario che va dal romanticismo al verismo (colore locale, impersonalità, regionalismo), dall’idealismo al positivismo (anche se questo fu poi avversato dallo scrittore), dal decadentismo allo psicologismo. Il romanticismo del Fogazzaro è un tardo-romanticismo, che si può intuire dal tipo di sentimenti, dai paesaggi che rispecchiano l’animo dei personaggi e da una gestualità talora enfatica. La tendenza al realismo, invece, si nota anche dalla scrupolosità della documentazione: la villa Carrè di Daniele Cortis è praticamente la villa Valmarana (già Velo, ora Ciscato-Cortis) di Seghe di Velo d’Astico (VI), cioè quella di proprietà dei suoceri del Fogazzaro; il cognome Carrè è assunto dall’identico nome della località Carrè distante una diecina di chilometri dalla suddetta villa; e due fotografie pubblicate dall’Asor Rosa provano che lo scrittore per documentarsi fece una gita in barca col Boito all’orrido d’Òsteno (CO), uno degli scenari di Malombra, e per le pagine della cena nella villa della marchesa Maironi in Piccolo mondo antico (cap. I) preparò uno schizzo con il disegno della tavola e l’assegnazione nominativa dei posti ai singoli convitati.

S’è discusso a lungo se si debba considerare capolavoro del Fogazzaro il romanzo d’esordio Malombra ovvero il successivo Piccolo mondo antico, anche se, per la maggiore diffusione nelle scuole, la palma della vittoria viene solitamente attribuita a quest’ultimo. È certo, però, che entrambi possono essere considerati classici della letteratura italiana.

5. Malombra

Di Malombra, che si ritiene parzialmente autobiografico, soltanto pochi hanno capito che era questo il romanzo più originale del Fogazzaro, quantunque poco proporzionato e con altri difetti, come la carenza d’unità. Giovanni Alfredo Cesareo affermò: “La Malombra del Fogazzaro a me sembra il miglior romanzo che sia stato scritto in Italia dopo i Promessi sposi.” Lo scrittore, che sembra chiedere risposte alle sue inquietudini, ha subito dimostrato delle qualità elevate, specialmente nella costruzione, oltre che di certi paesaggi e di certe figure di contorno, del personaggio della protagonista: una donna malata, che avrebbe avuto bisogno dello psicanalista o meglio dello psichiatra, per quella sua follia di vedere — peraltro attraverso vari indizi misteriosi — la reincarnazione di suoi antenati: in sé stessa Cecilia, nello zio benefattore il marito di lei, il quale la segregò e fece morire a causa d’un tradimento, e in uno scrittore amico l’amante di Cecilia. E nella sua follia arriva a far morire lo zio e ad uccidere lo scrittore-amico che “non ricorda” la sua presunta vita precedente. Ma, oltre a questo, tutti gli altri personaggi sono ben costruiti: e l’autore ne ha sapientemente colto il gioco dei sentimenti, nonché le imposizioni del destino, il senso del cupo e del mistero, il fascino dell’orrido. In più brilla di misteriosi aneliti anche l’ambiente paesaggistico, che, risolvendosi in quadretti lirici, anticipa quello di Piccolo mondo antico, dato che è fatto di simile lago, simili monti e simili abitanti. Il Fogazzaro sembrerebbe credere a reincarnazione, predestinazione, telepatia ed esoterismo, ma in realtà questi elementi servono a costruire la torbida vicenda e a caratterizzare la psicolabile protagonista, in una morbosità che sa di decadentismo, anche per l’autobiografismo e per il credito dato alle forze medianiche e spiritiche. C’è poi in nuce quel dissidio tra fede e ragione che scoppierà più apertamente nelle opere successive, ma fin da ora è bene avvertire che i conflitti interiori degli aristocratici appaiono più come un lusso che come effettivi problemi esistenziali e morali.

6. Piccolo mondo antico

Piccolo mondo antico, che nell’iniziale dedica alla “carissima, devota e fedele” amica e ispiratrice Luisa Venini Campioni è configurato come un libro di “sacre memorie”, è un romanzo storico e velatamente autobiografico. Il suo ambiente è quello del Lombardo-Veneto durante gli ultimi anni della dominazione austriaca e delle lotte dei patrioti italiani. Per molti aspetti il libro si colloca sulla scia dei Promessi sposi: qui l’opposizione al matrimonio è esercitata da don Rodrigo e lì dall’austriacante marchesa Maironi. Inoltre ci sono somiglianze con gli episodi manzoniani dell’addio ai monti, di Renzo nottetempo nella selva e della madre di Cecilia. Vicini a quelli del romanzo manzoniano sono l’analisi psicologica, il realismo e l’umorismo, nonché i sentimenti religiosi e morali, anche se nel Fogazzaro sono sempre presenti i dissidi fra fede e ragione e fra religione e sensualità. Tuttavia, lungi da ogni bigotteria e dalla successiva polemica, qui lo scrittore ha saputo trasfigurare in afflato artistico la religione, ancorché espressa da anime semplici e quasi primitive; e le discussioni fra i coniugi protagonisti non sono sofisticate e quasi avulse dalla narrazione, come nei romanzi successivi, ma servono a determinare artisticamente i personaggi, evidenziandone l’elevatezza morale e la dolente umanità. C’è poi tutto il discorso patriottico tendente all’unità d’Italia che ha contribuito al più che secolare successo di questo romanzo fogazzariano, il quale certamente ha una valenza morale, anche se alcuni ne hanno trovata una esclusivamente umoristica. Il romanzo, in cui vengono presentati vari eventi e personaggi reali, ha anche note di nostalgia ed elegia per quel pittoresco piccolo mondo antico, fatto di paesaggi incantevoli (anche se con turbolenze atmosferiche), profumati risotti e tartufi, accese partite a carte, figure a volte macchiettistiche, rosari e altre forme di religiosità (che talora sfociano nell’occultismo), semplicità e patriottismo. Questo fu il mondo idilliaco dello scrittore, il quale spesso vi si era rifugiato, facendone anche oggetto di commosse poesie. Piccolo mondo antico ha fatto piangere generazioni di lettori, non soltanto per la morte della tenera Maria-Ombretta Pipì e in successione di quella di tutti i suoi cari, ma anche per il pathos che vibra in molte pagine, le quali per la loro musicalità si possono sicuramente definire di poesia. Perciò esso è stato formativo e commovente insieme, sapendo raggiungere i vertici dell’arte. È importante precisare che la commozione non scaturisce da sdolcinatezze, ma da obiettiva e artistica analisi di sentimenti. Le frequenti espressioni in dialetto (lombardo, veneto, piemontese, ecc.), che il Fogazzaro usò per un bonario umorismo (quasi alla Goldoni), per mettere in luce il lato comico dei conflitti interiori e per creare un distacco fra due ceti sociali, nonché le citazioni in latino e in altre lingue, che più opportunamente avrebbero dovuto essere tradotte almeno in nota, rappresentano un’apertura al verismo e alla sua esigenza di concretezza e di colore locale; ma lo scrittore non seppe trasfigurare il dialetto in un’apposita lingua sua, come invece fece il Verga. Del resto anche il D’Annunzio abusò di frasi dialettali; e perfino il Gozzano ne inserì in certe sue pagine.

Riguardo a tale dialetto il trevigiano Giovanni Comisso molto opportunamente e perentoriamente ha sentenziato: “Fogazzaro [...] si è servito del dialogo dialettale fino al ridicolo. Il maestro assoluto per il dialogo nel contesto della prosa è Verga. Non si sa quale santo ringraziare per averlo tenuto lontano dalla tentazione di dare i dialoghi dei suoi personaggi nel dialetto di Acitrezza. Egli ebbe il saggio equilibrio di farli parlare in un italiano temperato lasciandovi appena sentire una cadenza siciliana sufficiente per accettarla senza disturbo.”

Quanto rilevato a proposito della mancanza di note esplicative vale non soltanto per Piccolo mondo antico, ma anche per le altre opere fogazzariane e vale anche a proposito della mancanza d’indicazione delle fonti nelle numerose citazioni (bibliche, liturgiche, letterarie, storiche, musicali, ecc.). È il caso della celebre strofetta

Ombretta sdegnosa
del Missipipì
non far la ritrosa
e baciami qui

per la quale una nota avrebbe dovuto chiarire che non è un’invenzione del Fogazzaro, ma risale al secondo atto del melodramma La pietra del paragone di Luigi Romanelli - Gioacchino Rossini (1812). In sostanza tali note avrebbero consentito una migliore fruizione delle opere fogazzariane, anche se questa e la precedente appartengono già alle più alte creazioni della letteratura.

7. Daniele Cortis

A parte queste riserve, una così elevata qualità non si riscontra più nelle altre opere fogazzariane, a partire dal pur pregevole e famoso romanzo Daniele Cortis, pubblicato fra i due precedenti. Ma qui è da verificare se alla popolarità, dovuta più che altro alla risonanza presso i lettori delle istanze agitate dallo scrittore, corrisponda l’arte. Anzitutto è rilevante la commistione linguistica fra italiano, veneto e presunto siciliano: il Fogazzaro vuole attingere dal Verga, e così ripete espressioni d’ascendenza verghiana quali “Gesummaria” e “santo diavolo”, che il Verga stesso — pur apprezzando l’opera — non giudicò bene. La vicenda riguarda l’amore impossibile del protagonista per la cugina Elena Carrè, moglie d’un abietto aristocratico siciliano, che si risolve in una misticheggiante rinuncia d’entrambi. Essi continueranno ad amarsi, sostenuti dagl’incoraggiamenti d’un santo: e in questo santo c’è l’anticipazione d’un futuro romanzo. È — questo — un tema che sarà ripreso nei romanzi successivi, ma che dà l’occasione allo scrittore per esternare i suoi conflitti fra misticismo e sensualità, fra lecito e illecito, in un’interminabile incertezza, i quali segnarono la sua vita e la sua attività: infatti l’opera, in cui non mancano interessi medianici, è velatamente autobiografica, avendo avuto lo scrittore stesso un’esperienza del genere. Inoltre essa è un po’ ambigua, perché la rinuncia procura un piacere sensuale, più che spirituale; e poi non s’amalgamano bene i drammi presenti nel libro: la religione (piuttosto personale), l’amore (sapientemente tratteggiato), la politica (piuttosto confusa). A quest’ultimo riguardo, è da dire che degl’intendimenti ideali del libro fanno parte quelli politici, che — a prescindere dai negativi esiti artistici — si rivelano molto interessanti: nel suo programma elettorale il protagonista s’impegna a battersi per la monarchia, un governo forte capace d’agire anche al di sopra del parlamento, la divisione dei poteri fra Stato e Chiesa Cattolica, la conciliazione col papato; e arriva a propugnare, probabilmente per primo (il libro uscì nel 1885), una democrazia cristiana, che definisce “un luminoso e possibile ideale”. A parte il fatto che il suo discorso, come quelli di simili oratori d’altre opere, è poco lineare, con aperture anche al liberalismo e al socialismo — anche se si tratta d’un socialismo umanitario tendente a quella giustizia sociale che era l’obiettivo pure dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII (1891) e degli scritti del trevigiano Giuseppe Toniolo, fra cui appunto La democrazia cristiana (1900) — tutto ciò è comizio, e quindi propaganda, oratoria, retorica; e non può essere definito arte, anche se servì a tranquillizzare sia la borghesia, preoccupata dalle agitazioni socialiste, sia le masse cattoliche, che vedevano di buon occhio un partito popolare d’ispirazione cristiana.

Infine in merito a questo romanzo si segnala una curiosità: in alcuni libri (Basile-Pullega, pag. 557; Dizionario D’Anna, pag. 645; Enciclopedia Universale Curcio, pag. 6119) il cognome della protagonista Elena risulta Carrer, e non Carrè: ciò probabilmente è dovuto all’influsso del diffusissimo cognome veneto Carrer (appartenuto anche a un pittore e a un letterato) e del fortunato film del 1947 Daniele Cortis realizzato dagl’intellettuali Mario Soldati, Luigi Comencini e Diego Fabbri (con Sarah Churchill, figlia dello statista inglese, Vittorio Gassman e Gino Cervi). In ogni caso, dal punto di vista dell’onomastica, Carrè (latino quadratus, francese carré = “quadrato”, ma anche “tarchiato, tozzo, robusto, massiccio”) non ha nulla a che vedere con Carrer (veneto carer/carrer = “fabbricante e/o venditore di carri”).

8. Il mistero del poeta

Il tema dell’amor platonico o sublime che dir si voglia, capace d’elevare gli animi spiritualmente e moralmente, quasi sulla scia del dolcestilnovo, è svolto anche nel romanzo Il mistero del poeta, oltre che in altre opere. Questo romanzo ha un profumo orientale ed è basato su un presunto manoscritto dell’autore-protagonista stranamente pervenuto nelle mani dello scrittore. Esso contiene anche delle poesie attribuite allo stesso autore-protagonista; e il Fogazzaro ha l’occasione per sbrigliare la sua fantasia e dedicarsi alla descrizione di paesaggi da fiaba (lago di Como e fiume Reno), nonché dei costumi della Germania; però la vicenda del poeta che racconta i suoi tormentati casi ad un’amica, con varie complicazioni, mirabolanti avventure e colpi di scena — quali certi prodigiosi incontri e la morte della sposa nel giorno delle nozze — hanno dell’artificioso e dell’incredibile, anche se il successo del libro, in cui aleggia il senso del mistero e della passione, fu tale che esso fu subito tradotto in francese e diede inizio alla fortuna del Fogazzaro in Europa. In pratica il libro, sebbene immune da divagazioni retoriche o ideologiche, sembra intriso degli elementi deteriori del romanticismo, con un sentimentalismo traboccante e fantasticherie parossistiche.

9. Piccolo mondo moderno

Piccolo mondo moderno, che torna all’atmosfera sensuale del Cortis, mostra vari segni di stanchezza e flessione, anche perché alla descrizione della vita vicentina unisce vari problemi intellettuali, complessi e distorti. Insomma accentua la problematica (dissidio tra fede e ragione) che sempre serpeggia nelle opere fogazzariane. È con quest’opera che lo scrittore passa definitivamente dal ruolo di narratore a quello d’ideologo e propagandista. Nonostante che il titolo si rifaccia al precedente Mondo antico, scarsi sono i legami con esso e ogni appiglio appare forzato. L’autore stesso dichiarò che lo spunto a continuare la vicenda, sul modello del verghiano ciclo dei Vinti, gli fu dato dalla presunta gravidanza di Luisa alla fine di quel romanzo; ma qui lo scrittore sembra più interessato agli ambienti aristocratici e frivoli, con ville sontuose, scaloni monumentali, dame incipriate, carrozze profumate, chiacchiere e pettegolezzi, situazioni ambigue. E s’accentuano anche i dissidi tra fede e ragione, cielo e terra. Tuttavia non mancano le pagine riuscite: ad esempio, anche se un po’ caricate, quelle relative al vecchio sacerdote Giuseppe Flores e alla morte della povera Elisa. Difetti notevoli sono la prolissità e il continuo cambiamento di scena, che rendono l’opera nel complesso piuttosto pesante. E, come in precedenza, anche in questo romanzo convivono male la sensualità e il misticismo, tanto che da ora in poi si può parlare d’un erotismo fogazzariano sotto mistici veli: come pure si può parlare d’un evoluzionismo mistico (concezione filosofica di vita senza basi scientifiche) non coincidente con la teoria del Darwin. Certe affermazioni fogazzariane, difettando di logica, si qualificano soltanto come effusioni liriche o affermazioni aprioristiche d’individui al bivio tra fede e sensualità.

10. Il Santo

Questi difetti s’amplificano nel romanzo Il Santo, che fin dalle prime pagine rivela scarsissimi legami coi precedenti del ciclo. In quest’opera, più che i fatti, dominano le parole, essendo inconsistente l’azione. Il Fogazzaro, che qui sembra credere davvero a visioni, premonizioni e miracoli vari, avrebbe fatto meglio a scrivere un saggio d’adesione e propaganda sul modernismo, anziché fingere d’imbastire un romanzo per propinare al lettore centinaia di pagine di prediche, più o meno utili. E la grande campagna pubblicitaria che precedette l’uscita di questo libro, non fece altro che procurare spasmodiche attese e favorire le numerose traduzioni all’estero (anche in caratteri ideografici), per poi generare una grande delusione a causa della fiacchezza dell’opera. Alla resa dei conti, quindi, Il Santo è artisticamente un’opera letteraria fallita, perché si risolve in un predominio d’ideologia, polemica, propaganda, anche se non mancano delle pagine in cui riaffiora il vecchio maestro: ad esempio, quelle finali relative alla morte del Santo, che sicuramente, fra concisione e sospensione, coinvolgono i lettori fino alle lacrime. Il romanzo, dunque, non è riuscito né per quanto riguarda la scarna vicenda né per quanto riguarda il contraddittorio protagonista, con il quale il Fogazzaro di fatto delinea una sorta di superuomo dannunziano, non più esteta, ma appunto santo: questo s’esprime confusamente e istericamente e — tutto sommato — non riesce ad incarnare in sé il fascino dei veri santi. In sostanza, fallito il tentativo del Daniele Cortis di vedere la Chiesa come promotrice d’un partito cattolico, lo scrittore sperava in un uomo superiore mandato dalla Provvidenza a cercare di convincere il papa con le sue idee di rinnovamento, alla fine riuscendovi. Eppure questa dev’essere considerata un’opera di tutto rispetto nel dibattito sociale-religioso che travagliò i primi anni del Novecento, anche se il mito del Santo era stato tracciato meglio dal russo Feodor Dostojevski nel romanzo L’idiota e se l’opera del Fogazzaro ebbe successo particolarmente presso la borghesia, che ne fece un idolo e che pure era responsabile di molti dei problemi denunciati dal Santo stesso. Tuttavia la condanna all’Indice dei libri proibiti, avvenuta pochi mesi dopo l’uscita, induce ad una serie di riflessioni, che, pur esulando dal campo strettamente letterario, riguardano l’ideologia, la religione e la civiltà.

Anzitutto bisogna ricordare che il Fogazzaro chiese inutilmente udienza al pontefice (suo corregionale) Pio X, ora santo, ma questa gli fu negata. E l’unica possibilità di fare arrivare le sue idee fino al Palazzo Apostolico lo scrittore l’ebbe nella sua fantasia, immaginando e descrivendo colloqui fra il Santo e il papa. Ad onor del vero, se il Santo non è un fior di filosofo, teologo e oratore, nemmeno quel papa ci fa bella figura. E forse quel che stizzì di più il santo Pio X fu il vedersi trasfigurato in quel papa immaginario, piccolo, tozzo e dall’accento meridionale, definito dal protagonista “vecchio santo del Vaticano”, il quale, sia pure titubante, accoglie le idee del Santo e insinua una tutela dei cardinali di Curia su sé stesso.

È da ricordare inoltre che Pio X sembrava tornare indietro dopo il pontificato del suo predecessore Leone XIII, il quale aveva cercato d’avvicinare la Chiesa ai fermenti morali, filosofici, scientifici e sociali del momento, aprendo gli archivi vaticani e consentendo la nascita di riviste cattoliche di discussione: cosa che aveva favorito lo sviluppo del modernismo, cioè del tentativo di rinnovare l’insegnamento cattolico confrontandolo col pensiero e con la scienza dell’epoca moderna (e la rivista dei sostenitori, fra cui parecchi sacerdoti, s’intitolava proprio “Il rinnovamento”).

11. La condanna all’Indice

Ma parliamone chiaramente: oggi come oggi si giustifica per questo libro una condanna all’Indice? o aveva ragione il Santo-Fogazzaro che voleva liberare la Chiesa dalle sue viete forme di culto e di struttura, stimolandola ad un confronto fra fede e verità scientifica? Se così fosse, allora sarebbe necessaria una riabilitazione dello scrittore. Esaminiamo alcune problematiche sollevate nel libro, tenendo conto che esso fu condannato da parti opposte: non soltanto dalla gerarchia ecclesiastica, ma anche dai liberali.

Si disse che malamente il Fogazzaro volesse conciliare Darwin e S. Agostino, positivismo, idealismo e cattolicesimo. Lasciando stare Pio X, che trovò ridicolo quel papa delineato nel romanzo, il liberale Benedetto Croce (che pur affermava che “non possiamo non essere cristiani”) si vergognava d’essere ritenuto in qualche modo credente. Infatti l’affermazione principale presente nel romanzo è che anche gli atei possono salvarsi, se, pur non avendo praticato culto formale di Dio, sentono nella coscienza e praticano nella vita il culto della Giustizia, della Verità e dell’Amore-Carità, per conseguire il Bene assoluto: cose tutte che sono una maniera di manifestarsi dello stesso Dio, in quanto che alcuni ritengono che esso Dio consista proprio in queste cose. Era un’affermazione derivata dal modernismo, per il cui metodo dell’immanenza non si negava la trascendenza di Dio, ma se ne riscontrava l’origine in un’esigenza intima dell’uomo. Il modernismo era stato condannato nel Sillabo di Pio IX (1864), con condanna ribadita nell’enciclica Pascendi Domini di Pio X (1908), e il metodo dell’immanenza fu condannato dallo stesso Pio X (1907), che impose ai sacerdoti il giuramento antimodernista (1910). Eppure recentemente il papa Giovanni Paolo II ha dichiarato che anche gli appartenenti a religioni non cristiane e addirittura gli atei possono salvarsi se hanno perseguito il Bene pressappoco nei termini suddetti.

In pratica la Chiesa Cattolica ha recepito le perorazioni e sollecitazioni del Fogazzaro, che ne criticava l’immobilismo: ha recepito la divisione dei poteri fra Stato e Chiesa, la semplificazione dei riti, l’introduzione in essi della lingue nazionali, l’abolizione di certe esteriorità relative a papi e cardinali (addobbi faraonici, flabelli, obbligo di non andare a piedi, ecc.), la possibilità per i cattolici di recarsi a votare e d’inserirsi nella politica, il riconoscimento d’un partito popolare a democrazia cristiana (che poi per un lungo periodo è diventato addirittura il braccio secolare della Chiesa, mentre il Fogazzaro lo proponeva non confessionale e assolutamente indipendente dall’autorità ecclesiastica); soprattutto ha recepito (sia pure obtorto collo) il principio della povertà sostanziale con l’abbandono delle pretese temporalistiche del papato, senza le quali — come patrioti, pensatori e lo stesso Fogazzaro sostenevano — essa può svolgere meglio le sue funzioni spirituali. Sulla scorta dell’opera Delle Cinque piaghe della Chiesa d’Antonio Rosmini, pensatore tanto ammirato dal Fogazzaro, c’è nel Santo un’elencazione dei mali della Chiesa d’allora: la menzogna, lo spirito di dominazione del clero, l’avarizia, l’immobilismo. Addirittura vi si auspica la democrazia anche all’interno della Curia, proponendo la riforma della gerarchia ecclesiastica, la partecipazione dei fedeli all’elezione dei vescovi e la riforma dell’elezione e delle funzioni del papa, espressamente invitato dallo scrittore ad uscire dal Vaticano e a recarsi dov’è necessaria la sua presenza, ad esempio fra ammalati, carcerati e bisognosi vari. Tutte cose che oggi sembrano ovvie e che invece costarono la condanna all’Indice.

In definitiva c’è nel Santo un auspicio di ritorno della Chiesa alla semplicità delle origini, al vero spirito evangelico che ne caratterizzò i primi passi: e ciò sulle orme di quel grande apostolo dello Spirito Santo che fu Gioacchino da Fiore, al quale sembra rifarsi il Fogazzaro quando, per biasimare i nuovi e benestanti “frati gaudenti”, parla di “spiritualismo” e della sua intenzione di voler costituire una legione di “poeti spirituali”, quasi “cavalieri dello Spirito Santo”, contro la miseria e l’ingiustizia. Praticamente il poeta dovrebbe portare il socialismo (che tende alla felicità terrena) ad una visione cristiana (Giustizia, Verità, Amore, Bene assoluto). Se le ragioni della condanna all’Indice sono state queste, e non ce ne sono state altre che sfuggono a chi non sia chierico e/o teologo, allora tale condanna oggi non ha più motivo d’esistere; e, anche se l’Indice stesso è stato abolito, è necessario un decreto d’abrogazione del decreto del 5 aprile 1906, soprattutto considerando la profonda serietà e buona fede del Fogazzaro, il quale credeva nelle sue idee ed era convinto che nella Chiesa servisse il dialogo, più che la scomunica, in modo che gl’innovatori e riformatori vari potessero pensare e agire nell’ambito della Chiesa stessa anziché al di fuori d’essa, contribuendo alla sua vitalità, senza esserne emarginati e/o espulsi. Del resto anche il Rosmini, pur condannato all’Indice dalla Curia vaticana e costretto al silenzio, oggi ha il processo di beatificazione in corso.

Certamente il Fogazzaro sbagliò nel voler fare di tutte le sue idee un romanzo, anziché un trattato; ma questa è una considerazione che riguarda lo scarso valore artistico dell’opera, non il suo contenuto etico-religioso, anche perché quella condanna fu accolta da lui, che si riteneva buon cattolico, con piena sottomissione alla gerarchia ecclesiastica, la quale invece, oltre a condannarlo all’Indice, sconsigliò o dichiarò “per adulti maturi” quasi tutti i suoi libri. E ciononostante Il Santo è stato uno dei romanzi più letti e più discussi del mondo: segno del suo grande successo, soprattutto per quella sua idea di religione dello spirito, che sembra rifarsi al riformatore polacco Andrzej Towianski e in certa misura al nostro pensatore e patriota Giuseppe Mazzini.

12. Leila

Lo stesso giudizio negativo dal punto di vista artistico può darsi del romanzo Leila, per lo più scialba satira rivolta a quelli che lui, ricordandosi del verso “Lo principe de’ nuovi Farisei” da Dante riferito al papa Bonifacio VIII (Inf. XXVI 85), definisce “i nuovi farisei del cattolicesimo”: opera che — dopo il poderoso lancio pubblicitario che creò un clima d’attesa — per i pesanti attacchi lanciati fu condannata all’Indice poco dopo la morte dello scrittore, anche se in certi passaggi sembrava ritrattare quanto sostenuto nel Santo: una ritrattazione — questa — che fu ritenuta ironica. Il nome della protagonista che dà il titolo al romanzo sembrerebbe avere qualche collegamento col titolo dell’incompiuta opera La duchessa di Leyra, alla quale il Verga, dopo averne parlato agli amici per una diecina d’anni, lavorò intensamente nel 1907; ma più verosimilmente esso è d’origine letteraria e teatrale, derivando dall’eroina della novella in versi The Giaour (in turco “L’infedele”) di George Gordon Byron (1813) e del melodramma I pescatori di perle di Henri Meilhac / Ludovic Halevy e Georges Bizet (1863), e più lontanamente d’una leggenda arabo-persiana dei secc. XII-XIV; ma alla moda di questo nome femminile successivamente influì anche quest’ultimo romanzo del Fogazzaro, che rappresenta il suo testamento spirituale e artistico. In esso praticamente si narra la fine del Santo e l’acquisizione-diffusione della sua eredità spirituale da parte dei nuovi discepoli; ma qui risultano accentuati i caratteri negativi di quel romanzo. Turbato dalle calunnie a causa della sua predicazione e dal formalismo religioso che lo circonda, il discepolo prediletto Massimo Alberti perde la fede, ma poi la ritrova grazie alla miscredente Leila, della quale s’innamora e che poi lo farà ritornare alla stessa fede. La conversione sarà piena quando lui assisterà alla traslazione della salma di Benedetto-Piero Maironi nel piccolo cimitero d’Oria, alla presenza anche di Jeanne Dessalle, l’ex amante dello stesso Santo ora purificata. L’opera così si collega a Piccolo mondo antico non soltanto per questi particolari, ma anche per il ritrovamento del mondo della Valsolda e per lo stile: questo ritorna al realismo con la presenza di buffi personaggi, quasi macchiette, e del fraseggiare in dialetto che — pur con le suddette riserve sull’abuso del dialetto — non disturba tanto perché ci riporta al clima di calma quotidianità di quel mondo antico. Ma, a parte queste pagine felici, nel libro non c’è equilibrio fra il dramma interiore della coppia e il circostante degrado esterno; cosicché la lettura risulta faticosa. Inoltre c’è il solito connubio (che poi diventa dissidio) fra fervido misticismo e torbida sensualità, non sempre artisticamente reso, perché lo scrittore non era capace di fondere i motivi religiosi con quelli estetici. Infatti s’è parlato per lui d’un estetismo cattolico, nel senso d’un uso della religione a fini quasi sensualistici, volendo egli suscitare sensazioni intense, mistiche e sensuali nel contempo.

13. Rivalutazione del Fogazzaro ideologo

A questo punto è doveroso fare una rivalutazione del Fogazzaro e in particolare delle posizioni ideologiche da lui espresse circa il rinnovamento della Chiesa Cattolica: la quale questo rinnovamento, anche se non al 100%, ora lo ha fatto grazie proprio alle ideologie, alle perorazioni e agli stimoli di personaggi come lui (vedi Antonio Rosmini, Romolo Murri, i fratelli Mario e Luigi Sturzo e molti altri), che purtuttavia sono rimasti condannati o ammoniti dalla suddetta Chiesa.

Col suo attivismo il Fogazzaro, più che un semplice aderente al modernismo, appare un appartenente a quel vasto movimento di pensiero teologico e filosofico che, sia pure fra molte difficoltà, cercava di portare la religione dall’apologetica alla consapevolezza del moderno sentire. E giustamente il marxista obiettivo Luigi Russo — a differenza del marxista fazioso Carlo Salinari che ha bollato quali reazionari sia il Verga sia il Fogazzaro — ha assolto entrambi gli scrittori e per il Fogazzaro ha così scritto: “Il Fogazzaro deve essere assolto invece da tutte le altre accuse che gli sono state fatte, di essere un possidente retrivo ed egoistico, di essere un uomo insensibile ai problemi sociali che si agitavano nel suo tempo, perché questo è assolutamente falso [...] Bisogna anche per la sua fede di credente non aver dubbi sul suo cattolicesimo: e il suo modernismo non era modernismo nel senso vulgato, ma era un’insorgenza di cristiano tormentato che voleva rompere gli schemi del cattolicesimo gesuitico [...] Il povero Fogazzaro [...] era un critico spregiudicato di tante grettezze dei clericali del suo tempo.”

È vero che in una tavola rotonda tenutasi nel teatro Olimpico di Vicenza nel 2000 il vescovo diocesano Pietro Nonis, già pro-rettore dell’università di Padova, ha dichiarato che la Chiesa Cattolica oggi avverte il bisogno d’una “purificazione della memoria” nei confronti del Fogazzaro. E ovviamente un risarcimento concreto da parte della Chiesa ci vorrebbe — oltre che nei confronti dei pensatori sopra citati — anche nei confronti di Gioacchino da Fiore, Arnaldo da Brescia, Dante Alighieri, Girolamo Savonarola e molti altri ideologi e riformatori incorsi in disinvolte sanzioni ecclesiastiche. Ma è anche vero che certe dichiarazioni restano soltanto intenzioni di buona volontà se non sono seguite da provvedimenti ufficiali e soprattutto se non comportano il riconoscimento d’eventuali errori della Chiesa stessa, nella fattispecie addebitabili a san Pio X e alla sua curia. Ed è da chiarire sia più valido e più utile per il bene della Chiesa d’oggi il modello di santità ieratico-teocratico offerto da un papa intransigente o quello — sia pure un po’ sgangherato ma più vicino alla gente — offerto dall’umile Santo fogazzariano condannato dallo stesso papa.

Per quanto riguarda l’arte letteraria, invece, rimangono validi gli orientamenti della critica militante, finora espressi pressoché unanimemente, e cioè che il Fogazzaro narratore ha fatto vera arte soltanto in Malombra e in Piccolo mondo antico, dove la narrazione spesso cede il posto alla poesia, sciogliendosi in pathos e musica ed elevandosi ad un livello molto vicino a quello raggiunto dal Manzoni e dal Verga. E senza dubbio ciò è più che sufficiente per fare annoverare il Fogazzaro fra i grandi scrittori. Con gli altri romanzi egli, che per il suo apostolato civile può anche essere definito un post-carducciano e quasi mazziniano, ha fatto più che altro una propaganda ideologica (filosofica, religiosa, politica, ecc.) fondata su valide ragioni, anche se non sempre chiara. Per questa propaganda, da lui esplicitamente svolta anche con l’istituzione a Vicenza d’un centro o scuola di “letture fogazzariane” tenute da vari intellettuali, fra cui il sacerdote Giovanni Semeria, per spiegare l’ideologia dei suoi libri, egli ha avuto avversari su due fronti opposti: da una parte i clericali da lui pungolati e presi in giro, dall’altra gli anticlericali (fra cui liberali, pragmatisti, agnostici e massoni) che ci tenevano a vedere la Chiesa come perenne oscurantista e contraria a ragione e scienza. E questa polemica ha offuscato perfino quella parte di bello che c’era in Leila, dato che il successo delle opere propagandistiche è dovuto più che altro alla presentazione e fusione di tanti problemi politici, intellettuali e sentimentali di quel momento, i quali prospettavano una rigenerazione morale e sociale.

14. Fogazzaro e Verga

Una considerazione particolare ora meritano i rapporti di sincera stima reciproca fra il Fogazzaro e il Verga (fra l’altro pressoché coetanei), dato che essi erano i due narratori più in vista di quel periodo.

Pochi forse sanno che il Fogazzaro pubblicò il suo libro Sonatine bizzarre: prose disperse presso l’editore Nicolò Giannotta di Catania, facendone due edizioni, la prima nel 1899 e la seconda nel 1901. I libri del Fogazzaro solitamente uscivano presso case settentrionali. La scelta d’un editore catanese è dovuta ad una particolare circostanza: egli, che viaggiò molto in Italia e all’estero, nel suo soggiorno milanese incontrò noti letterati quali Arrigo Boito, Giuseppe Giacosa, Emile Zola e Giovanni Verga, coi quali strinse amicizia. Quest’ultimo, che visse e operò per una quarantina d’anni a Milano, nel 1882 aveva pubblicato il suo Pane nero proprio presso Giannotta, uno storico editore-libraio di Catania; e, ammirato e a volte imitato dal Fogazzaro, lo influenzò (particolarmente in Daniele Cortis), come lo influenzarono anche gli scapigliati e il D’Annunzio. Al riguardo si può aggiungere per curiosità che il Verga nella libreria della sua casa di Catania, contenente oltre duemila volumi, possedeva due libri del Fogazzaro: Un pensiero di Ermes Torranza (un bozzetto con spiritismo del 1882) e Piccolo mondo moderno (ediz. del 1901). E d’ascendenza siculo-spagnola è il cognome Ribera d’un importante personaggio di Piccolo mondo antico: si ricordi che Ribera (in spagnolo significante “riviera”) è anche il comune in provincia d’Agrigento (così chiamato da una Maria de Ribera, moglie del principe di Paternò Luigi Moncada), nel quale nacque Francesco Crispi, politico di spicco di quell’epoca; e che esso è collegato al cognome Rubiera (in dialetto Rubera/Rubbera) presente nel Mastro-don Gesualdo verghiano (1888).

E una coincidenza fortuita fra i due scrittori è che un curatore delle loro opere sia stato poi lo stesso studioso: il vicentino Piero Nardi, che fra l’altro curò l’opera omnia del suo grande concittadino.

È interessante leggere alcune lettere, per coglierne rispetto e collaborazione fra i due scrittori. Il 27.IX.1881 da Milano il Verga scriveva al Fogazzaro: “Fra tanti giudizi contraddittorii che avrà visti del Suo libro [Malombra], Le farà piacere il sentire l’impressione ch’esso ha suscitato in uno che segue un indirizzo artistico diverso dal Suo.” Ed era una grande ammirazione, la quale fu ripetuta il 13.II.1885 quando da Milano così gli scrisse per il Cortis: “Caro Fogazzaro, Finisco adesso di leggere Daniele Cortis e voglio dirvene subito, come posso, la bella e profonda impressione che ne ho ricevuto[...] Abbiamo parlato molto di voi e del vostro lavoro con Gualdo e Giacosa, tutti entusiasti [...] A quell’uomo del santo diavolo convenzionale e spesso inopportuno avete soffiato dentro tanta verità, la vera verità artistica, da farlo il più siciliano dei siciliani [...] Che diavolo siete voi, caro Fogazzaro, e come mi turbate tutte le mie idee!”; alla quale impressione — a quanto riferisce il Gallarati-Scotti — egli fece seguire la seguente opinione: “questo non è solamente il primo romanziere d’Italia, ma dei primissimi in Europa”. E il Giacosa in una lettera al Fogazzaro in data 11.VII.1893 affermava: “Dopo di te e vicino a te viene Verga, e poi, a debita distanza, vengo io. D’Annunzio è un arricchito che sfoggia i suoi milioni, dei quali gli invidio il possesso, non l’uso che ne fa.” Il 6.II.1894 lo stesso Giacosa invitò il Fogazzaro alla rappresentazione d’una sua commedia a Verona, facendogli presente che ci sarebbero stati anche il Verga e altri; e tre giorni dopo il Fogazzaro così gli rispose: “Verrò senza dubbio. Avrò un gran piacere di riveder Verga e Boito.” E la sera di quella rappresentazione si trovarono a cena una trentina di commensali, fra cui appunto il Verga e il Fogazzaro. Alcuni anni dopo, in data 27.XI.1905 il Verga da Catania scriveva al suo traduttore Edouard Rod: “Salutatemi tanto costì [cioè a Parigi] l’amico grande e caro Fogazzaro.” E in data 4.IX.1912, scrivendo da Catania a Francesco Geraci, con modestia continuava a riconoscere la superiorità del defunto Fogazzaro: “Lei ha esagerato, e molto, nell’assegnarmi il secondo posto dopo il Manzoni. Ha dimenticato che c’è il Fogazzaro prima di me.”

A ciò si può aggiungere che Federico De Roberto, in occasione della nomina del Verga a senatore, in una lettera da Roma del 14.VII.1920 a Nino Martoglio immaginava il Verga stesso accolto al senato dagli “spiriti magni” di Verdi, Boito e Fogazzaro: e non si capisce perché all’inizio dell’elenco non abbia indicato il Manzoni, che pure era stato nominato senatore nel 1859. Ma alla festa per la suddetta nomina —a quanto riferisce Francesco Biondolillo — avendo chiesto al Cesareo un giudizio critico sulla sua opera, alla risposta “Voi siete il più grande narratore del nostro tempo!”, il Verga obiettò: “E il Fogazzaro, dove lo mettiamo? A me par grande lui, piuttosto: specialmente nella creazione di figure femminili”. A sua volta il Nardi ha riconosciuto che il Fogazzaro s’era distanziato dal verismo del Verga e compagni: giudizio confermato da Antonio Piromalli, per il quale i personaggi fogazzariani sono al polo opposto di quelli verghiani. E Gaetano Trombatore ha annotato che “I Malavoglia e Mastro-Don Gesualdo furono subito dimenticati proprio in quegli stessi anni in cui Malombra e Daniele Cortis erano accolti con tanto favore”. In sostanza la fortuna letteraria, intesa come popolarità e guadagno economico, mentre i due scrittori furono vivi arrise nettamente al Fogazzaro e non al Verga. Ma Gino Raya giustamente ha precisato che nel rapporto Verga-Fogazzaro “lo spartiacque tra poesia e retorica risalta facilmente”, e il passare dei decenni gli ha dato ragione.

15. Conclusione

Il Fogazzaro, dunque, è stato una figura di primissimo piano a cavallo dei due secoli, al centro di vivaci contrasti e su cui s’appuntavano simpatie e antipatie, speranze e timori: uno dei cattolici che hanno inciso profondamente nella coscienza degl’italiani; un patriota, nel senso che ha contribuito notevolmente a fare questa Italia. Tuttavia oggi si riconosce che egli non seppe gestire bene i sentimenti di cui era oggetto: le sue migliori opere, per quanto drammatiche, sono ispirate piuttosto da un gusto idillico, da una partecipazione alla vita della natura, dalla caratterizzazione di personaggi semplici e alieni dalle tempeste esistenziali. Col volersi fare propagandista e predicatore d’una nuova età egli cercò di rispondere a vaste e sentite aspettative sociali, ma di fatto tradì le sue migliori inclinazioni artistiche, che con tanta maestria aveva espresso nelle prime opere.

 

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