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Pietro Nigro, già docente d’inglese a Noto (Siracusa), ha alle spalle una lunga attività di poeta ed intellettuale; ha pubblicato parecchie sillogi poetiche, ottenendo notevoli riconoscimenti, e recentemente ha dato alle stampe anche drammi ed altri suoi scritti giovanili, nonché un’importante monografia su Paul Valéry. Di lui ha trattato Fulvio Castellani, che nel relativo libro riporta i giudizi di molti critici e recensori, oltre che immagini della vita culturale del Nigro. Significativi sono poi i saggi sullo stesso Nigro inseriti in due volumi dell’editore milanese Miano.

Il suo elegante volumetto Astronavi dell’anima, assolutamente privo di refusi e sviste varie (l’unico rilievo negativo è che le parole latine o straniere non sono stampate in corsivo), gratifica il lettore anzitutto con una tecnica suadente e accattivante, sottesa da una serpeggiante musicalità; e, anche quando il dettato non sia perfettamente chiaro e comprensibile a tutti, è la melodia che attira e accarezza, lasciando al lettore una sua possibile interpretazione e quindi coinvolgendolo nella creazione artistica .

In tutta la silloge poetica l’autore esprime una grande ansia d’assoluto e d’infinito: e per lui i pensieri a ciò tesi altro non sono che astronavi lanciate al di là d’ogni confine visibile o semplicemente immaginabile. Così egli ritorna al leopardiano rapporto tempo-eternità, in cerca di conoscenza e verità, dato che “verità è luce che spande la sua potenza | [ …] | Verità è questo andare avanti | estrema ricerca dell’eterna parola, | mistero che si fa vita.” (pp. 17-18); e spesso parla d’ un “dio” (con iniziale minuscola, che soltanto a pag. 20 diventa maiuscola) e qualche volta di “dii (pag.37) con cui deve confrontarsi. E invita a superare la temporalità mediante la “memoria di momenti presenti”, arrivando con la frase “Cogli l’attimo” a riproporre l’oraziano Carpe diem e a riporlo in un angolo dell’anima, per poi utilizzarlo a proprio vantaggio nella notte della malinconia.

Vi sono nella silloge – oltre a rime interne – varie anafore, che a volte sembrerebbero inutili e stancanti, ma che in realtà esternano la sua ansia: leggendo quel ripetuto ora della composizione “Ora che la luce del sole”, ci s’accorge che l’affanno delle ripetizioni, quasi ossessive, si scioglie nella parte finale, quando il respiro si apre all’infinito. Qui l’ansietà prodotta dalle anafore cede alla tranquilla contemplazione della conquistata “eterna luce verso quel mondo | che non conosce confini di morte” (pag. 16) e che potrebb’essere “un mondo dove i sogni s’acquietano” (pag. 21).

La composizione “Parte del cielo” (pag. 22) è formata d’ un solo periodo e come in un idillio coglie aspetti del paesaggio e dell’animo, permeandoli d’una corrente musicale. L’autore poi manifesta la sua nausea per certi spettacoli televisivi, pieni di dibattiti fatui, vanitosi e fraudolenti, notando come negli studi ci sia uno “zoo umano”fatto di bestie obbedienti agli ordini del conduttore: deplora l’uso della droga da parte dei giovani e condanna la politica “somma promessa” ma fatta “cloaca”, respingendo la “malefica pianta | di un potere perverso | [ … ] | dove primeggiare a costo degli altri | fa l’uomo inutile” (pag. 33). Ma presto egli si rasserena, grazie ai lati positivi della vita, fra cui c’è il riflesso della nativa Sicilia “arsa di sole, | dal sapore di lava | e passioni mai sopite assolate di giallo | della sabbia del Sud” (pag. 38).

Le ultime otto composizioni “brevi grandi storie d’amore” (pag. 40) vissute a Parigi. Ciò dà l’occasione all’autore di richiamare in un nostalgico abbraccio, vari luoghi di quella città: Pichet du Tertre, Montmartre, Bois de Boulogne, Boulevard Saint-Michel, Trianon, Etoile, Sacré-Coeur, Quartiere latino, Cluny, Saint-Germain, Luxembourg …

Quanto sopra può dare un’idea, seppur approssimativa, della qualità della poesia di Pietro Nigro, da circa mezzo secolo in vista fra gli scrittori contemporanei.
Recensione
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