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Dante e l'Unità d'Italia

Il videomessaggio del 28 Settembre 2005 inviato dal presidente Ciampi al 77° Congresso della Società “Dante Alighieri” tenutosi a Malta riproponeva la considerazione del significato di Dante per l’Italia. L’allora Presidente della Repubblica esprimeva la sua soddisfazione per il fatto che Dante sta tornando nei teatri, nelle piazze e nelle coscienze degl’Italiani: “Partecipo con gioia — egli ha detto — alla sua riscoperta anche da parte dei giovani, nelle piazze d’Italia, nei teatri. Spero che questo successo si affermi anche in televisione.”

Il presidente Ciampi aveva perfettamente ragione. Infatti Enrico Bianchi aveva scritto nell’introduzione del suo fortunato commento dantesco: “Fra i grandi genii che mostrarono al mondo attonito di che cosa la mente umana sia capace, Dante è senza dubbio il più grande. Egli è la più pura gloria dell’Italia; gloria che nessuno ci può togliere, per passar di tempo o mutare d’eventi. Egli è stato e sarà sempre segnacolo d’italianità; e intorno a lui e nel suo nome si raduneranno gl’Italiani ogni volta che l’amore della patria fiammeggerà nei loro cuori; e lo sentiranno lontano da sé, solitario e sdegnoso, quando per torti raggiri o con arti indegne vorranno far male a quell’Italia ch’egli tanto amò.” 1

A sua volta, un altro grande critico del divino poeta, Francesco De Sanctis, aveva così scritto di lui: “Dante è una delle immagini più poetiche del Medio evo e più compiute. In quest’anima di fuoco si riverbera l’esistenza in tutta la sua ampiezza, da ciò che vi è di più intellettuale a ciò che vi è di più concreto.” 2

Eppure a causa del nuovo andazzo scolastico Dante è stato quasi estromesso dalla scuola italiana, essendo stato ridotto al minimo lo studio della sua vita e della sua opera, fino a renderlo quasi insignificante: e ciò, mentre una volta docenti e studenti facevano a gara per imparare più versi della Divina Commedia, che poi ripetevano in varie occasioni della vita pratica, anche fuori della scuola. Trascurando Dante nella scuola, ora — fra l’altro — si è affievolita la consapevolezza del rapporto fra Dante e l’unità d’Italia. Invece si deve sempre tener presente che il divino poeta è un vanto dell’Italia, perché questa gli diede i natali e la lingua, anche se il suo genio non ha confini nazionali, dato che appartiene a tutti gli uomini di tutte le epoche.

Le nazioni civili, specialmente quelle che hanno dovuto affrontare una lunga lotta per l’unità e l’indipendenza, amano esaltare un proprio personaggio/eroe e identificarsi in lui, nel quale assommano e condensano il loro passato, le loro glorie, ansie e amarezze. Egli diventa perciò un mito e assurge a simbolo della nazione stessa. E l’Italia esalta Dante e in lui si riconosce. Pressappoco egli è per gl’italiani quello che Mosè è per gli ebrei, Omero per i greci, Virgilio per i romani, Maometto per gli arabi, Cervantes per gli spagnoli, Shakespeare per gl’inglesi, Molière per i francesi, Washington per gli statunitensi e Goethe per i tedeschi.

Il problema dell’unità nazionale nell’ambito dell’impero universale è esposto nell’opera dantesca De monarchia: nella monarchia universale teorizzata in quest’opera l’Italia è vista da Dante come il giardin dello imperio (Purg. VI 105) e quindi con una funzione di preminenza nel mondo, per il quale egli proponeva come ideali la romanità e il cristianesimo, valori ancor oggi comuni all’Europa, come giustamente nota Nunziata Corrado Orza; la quale aggiunge: “Egli è stato il primo poeta nostro a scuotere l’inerzia e l’ignoranza degli Italiani e a destare in essi il sentimento delle passate origini, il primo a sferzare le loro coscienze perché ascoltassero il monito di Dio e si accorgessero finalmente di essere tutti Italiani. Affermò, perciò, la necessità di una lingua nazionale, gettando i semi fecondissimi della fraternità fra i popoli d’Italia, così affini tra loro e pur così distinti, da regione a regione, da ben quattordici dialetti.”3 E, a sua volta, Vincenzo Rossi commenta: “Tutti i suoi sforzi pongono con l’unità della lingua la prima determinante forza coesiva che attraverso varie vicende di secoli giunge all’Apostolo dell’Unità: Giuseppe Mazzini, alle lotte che faranno di tanti staterelli, di quella espressione geografica del miope Metternich, una grande nazione con un presente edificato su immortali basi consolidate sul passato.”4

L’idea della nazione italiana compresa nei suoi limiti geografici era già maturata nella mente dell’abate/pensatore Gioacchino da Fiore (circa 1130-1202), che ne aveva rilevato il primato fra le nazioni per la presenza della Chiesa Cattolica: idea poi rilanciata da Vincenzo Gioberti (1801-1852). La renovatio auspicata da Gioacchino per l’umanità e in particolare per l’Italia, poi fatta sua da Dante, in realtà preludeva ad un’altra rinascita bramata da tanti personaggi successivi a loro: il Risorgimento nazionale.

Dunque Dante è stato il poeta-profeta dell’unità d’Italia: e per questo motivo nell’Ottocento il suo culto veniva proibito da certi governi tirannici della Penisola, specialmente da quelli facenti capo all’Austria, tanto che diversi patrioti furono arrestati e incarcerati solo perché in casa possedevano ed esponevano qualche suo ritratto. E questo è soltanto un piccolo esempio di quanto costò agl’italiani la conquista dell’unità e indipendenza.

Ora, però, da qualche tempo e da qualche parte si sente parlar male dei padri della patria (Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele II) e d’altri personaggi mitici del nostro Risorgimento nel tentativo di dissacrare, cioè di denigrare loro e l’intero processo d’unificazione dell’Italia. Succede che — con disinvoltura, oltre che con acredine — da qualcuno essi vengono additati come avventurieri senza scrupoli, filibustieri, massoni, criminali, ladri, debosciati, adùlteri e imbroglioni; e perfino i loro familiari vengono coinvolti in quest’opera di demolizione. In pratica si postula la damnatio memoriae, con l’eliminazione di monumenti, lapidi, targhe e commemorazioni, in quanto che si giudica negativo per i posteri l’esempio della loro vita. Parimenti qualcuno cerca di svilire quelle grandiose imprese che di fatto hanno portato all’unità e che gli storici ci hanno tramandato, sia pure con qualche punta di retorica.

Evidentemente con ciò si dimentica che quello che conta ai fini della memoria e della gratitudine dei posteri non è la vita privata dei protagonisti, a volte non esente dalle pecche comuni alla debolezza umana (ma certamente non così negativa come viene descritta dai denigratori), bensì l’impegno profuso a beneficio dello straordinario risultato raggiunto, che nella fattispecie è l’avvenuta unificazione dell’Italia, un bene supremo da preservare proprio per tutto ciò che è costato.

Praticamente vergognandosi d’essere italiani e dimostrandosi addirittura antitaliani, i denigratori arrivano al punto da offendere la bandiera tricolore, l’inno nazionale e la città capitale, cioè quella Roma esaltata da Dante, la cui storia e arte il mondo intero c’invidia e di cui Giosue Carducci in un brano della sua composizione “Nell’annuale della fondazione di Roma” appartenente alle Odi barbare, libro I, scrisse:

e tutto che al mondo è civile
grande, augusto, egli è romano ancora.
Salve, dea Roma! Chi disconósceti
cerchiato ha il senno di fredda tenébra,
e a lui nel reo cuore germoglia
torpida la selva di barbarie.

Con un modo di pensare antistorico, poi, alcuni vorrebbero la restaurazione degli Stati e staterelli (e rispettivi sovrani) in cui era suddivisa la Penisola italiana prima dell’unificazione; mentre altri invocano a gran voce libertà e indipendenza, come se qui ci fosse ancora quell’oppressione che a causa d’un pensiero, d’una parola o d’un gesto portava i sudditi al carcere duro dello Spielberg (cosa che successe — fra gli altri — a Silvio Pellico, Piero Maroncelli e Federico Confalonieri), se non addirittura al patibolo.

Cercando d’infangare il Risorgimento, tali denigratori (che non sanno ben vedere al di là del proprio campanile) ignorano che l’unificazione dell’Italia è stata una lunghissima aspirazione durata vari secoli e costellata d’innumerevoli martiri ed eroi, i quali al grido di “Viva l’Italia!” hanno sacrificato la loro vita anche sulle forche e davanti ai plotoni d’esecuzione: soltanto per nominarne pochissimi, basterebbe ricordare caduti quali Goffredo Mameli e Luciano Manara, i fratelli Bandiera, i martiri di Belfiore, Cesare Battisti, Fabio Filzi, Damiano Chiesa…

E il peggio è che, mentre da una parte si cerca di demolire i valori eccelsi proposti dal Risorgimento, i quali erano l’amor di patria, l’ardimento, l’onore, l’avvenire personale e della collettività, la cura dei propri beni, l’impegno morale e la solidarietà umana e sociale, dall’altra si vedono salire all’orizzonte valori totalmente effimeri e controproducenti, come quelli oggi inculcati dalla televisione italiana: l’ossessione sessuale distorta e tormentosa, la pusillanimità, l’egoismo, la banalità, la buffoneria, la trivialità, la bestemmia, l’irrisione, la rissosità, lo spreco.

Quando i trentini, riuscendo a farlo accettare al regime austriaco, nell’omonima piazza davanti alla stazione ferroviaria e di fronte alle Alpi (che il divino poeta con la mano indica come confine italiano), eressero il maestoso monumento a Dante, inaugurato nel 1896, nell’iconografia che lo arricchisce posero in evidenza l’incontro con Sordello, il quale esclama verso il suo concittadino Virgilio “io son Sordello | de la tua terra” (Purg. VI 74-75): e ciò per proclamare a gran voce che Trento è una città della terra di Dante, e quindi italiana, come dimostra anche il sovrastante mausoleo dello stesso Battisti poi eretto proprio in vista del monumento dantesco.

Ecco perché la dissacrazione e denigrazione del Risorgimento offende anzitutto Dante, come offende anche altri intellettuali d’alto profilo quali il Petrarca, il Machiavelli, l’Alfieri, il Foscolo, il Manzoni, il Giusti, il Berchet, il Nievo, il Mazzini, il Carducci, ecc., che col loro magistero morale e civile contribuirono a formare la coscienza nazionale e propiziarono l’unificazione politica.

E allora è il caso che i suddetti denigratori, il cui atteggiamento deriva da un’evidente sottocultura, s’accostino o riaccostino a Dante, cogliendo nella sua opera le ragioni della preziosità dell’unità nazionale e nella sua grandezza — che va molto al di là dei confini nazionali — lo stimolo ad essere orgogliosi di lui e a poter a loro volta esclamare, rivolgendosi a lui: “Poeta, io sono della tua terra; e nel nome tuo mi vanto d’essere italiano come te!”

Ha scritto Domenico Defelice: “Sentirsi orgogliosamente Italiani non significa denigrare, negando agli altri popoli dignità e rispetto, ma riconoscere e amare ideali e valori solo nostri ai quali non è giusto rinunciare.” 5 Infatti gl’ideali e valori di Dante sono quelli dell’Italia: e Dante stesso è un grandissimo valore per l’Italia, come lo sono il Risorgimento e tutti i suoi protagonisti.

In tutto il mondo Dante è considerato il simbolo dell’Italia e dire “Dante” significa dire “Italia”. Egli indicò chiaramente i confini nazionali della nostra patria, includendovi già nel 1300 l’Istria e il Tirolo Meridionale; ne intuì, interpretò e alimentò la coscienza nazionale; ne deplorò le divisioni interne; e portò la lingua e la letteratura italiana ad un altissimo prestigio che dura tuttora.

Giustamente lo stesso presidente Ciampi aveva collegato Dante al nostro Risorgimento, quando il 18 Settembre 2002, parlando agli studenti nel Vittoriano, aveva detto: “Prendete familiarità con i classici della nostra cultura! Leggete Dante e Leopardi; approfondite la storia della nostra indipendenza nazionale, del nostro glorioso Risorgimento, la sua continuità ideale con la Resistenza, con la democrazia costruita con la Repubblica e la sua Costituzione.” E qui non si può dimenticare che il Leopardi associava l’auspicato risveglio della coscienza nazionale e la possibilità di riscatto, cioè l’imminente Risorgimento, al culto e all’imitazione dei grandi italiani del passato, ed in particolare di Dante.

Perciò la tanto sospirata e finalmente conseguita unità politica italiana potrà da tutti essere meglio compresa, apprezzata e preservata in Dante, con Dante e per Dante, pur nel rispetto delle peculiarità e dell’autonomia amministrativa delle singole regioni.


Note

1 Dante Alighieri, La Divina Commedia, Salani, Firenze, 1928.

2 Francesco De Sanctis, Carattere di Dante e sua utopia, 4^ parte, in “Rivista contemporanea”, Torino, dicembre 1858.

3 Nunziata Corrado Orza, Dante poeta nazionale ed europeo, Loffredo, Napoli, 1974.

4 Vincenzo Rossi, Dante europeo e universale di Nunziata Orza Corrado, in “Il ponte italo-americano”, Verona del New Jersey, mag.-giu. 2006.

5 Domenico Defelice, Rudy De Cadaval / Una vita per la poesia, Istituto Editoriale Moderno, Milano, 2006, pag. 102.

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